Se n’è andato Francesco Sala, il padre italiano degli Ogm. Un genetista di valore, un combattente gentile, una persona a cui era impossibile non voler bene. Sono suoi, almeno in parte, i pioppi Ogm che sono stati piantati in Cina. In Italia no, qui i ricercatori, quando va bene, devono accontentarsi di veder crescere le piante transgeniche dentro una serra sperimentale. Francesco si batteva per cambiare le cose, ma non teneva il muso. Ed è così che i suoi colleghi, studenti e amici dovrebbero continuare a fare. L’ultima volta che l’ho visto è stato davanti a un piatto di polenta Ogm, fatta con farina arrivata fortunosamente dall’estero, a una cena organizzata da Sagri insieme al Riformista. Sul tavolo splendidi garofani con sfumature dal lilla al blu, regalate dalla genetica. Quanto era stato complicato farli venire dall’Olanda e quanto sarebbe bello riuscirci di nuovo, adesso, per Francesco. Tanti scienziati, qualche giornalista, qualche pensatore controcorrente tra gli invitati a questa cena speciale. Francesco ha parlato come sempre con la semplicità di chi oltre al laboratorio conosce la terra. Sono così i genetisti vegetali, forse non tutti, ma molti sì. Maneggiano con sapienza organismi dotati di genomi da migliaia di geni e non hanno nemmeno un granello di quell’hubris che certi commentatori attribuiscono loro. Eravamo seduti ai tavoli, in attesa di consumare un pasto simbolicamente eversivo eppure del tutto normale, perché non c’è nulla di ciò che mangiamo che non sia stato geneticamente modificato in qualche modo, anche se per un incidente semantico non si chiama Ogm. La polenta transgenica è sana, contiene meno micotossine dell’altra, e ha lo stesso sapore. Francesco ha parlato del melo della Valle d’Aosta, la cui sopravvivenza è minacciata dalle larve di un insetto, tra gli applausi. Non c’è alcuna soluzione soddisfacente per sbarazzarsene, né la tradizionale e faticosissima rimozione manuale delle larve, né gli insetticidi. Forse un transgene potrebbe risolvere il problema, se solo la ricerca sulle biotecnologie agrarie non fosse bloccata in questo paese. Sul tavolo ho due dei suoi libri. Sulla copertina del primo si legge: “Gli Ogm sono davvero pericolosi?”. Laterza gli aveva chiesto di scriverne metà, lasciando l’altra a un oppositore delle biotecnologie. Sala aveva accettato ma chi doveva fare il controcanto, alla fine, saggiamente, aveva rinunciato. E così era rimasto quel titolo interrogativo, con un no argomentato per 150 pagine come risposta. L’altro libro è un collettaneo intitolato “Biotecnologie. Per la tutela dei prodotti tipici italiani” (21mo secolo). Questa è stata la personale battaglia di Francesco Sala, confutare l’idea che gli Ogm siano sinonimo di commodities, prodotti massificati, buoni solo come mangime per gli animali. Per capire quanto i campi e le tavole, anche e soprattutto in Italia, avrebbero da guadagnare dall’aiuto della scienza, basta scorrere le sue schede tecniche: specie, problemi, possibili soluzioni biotech. Pomodoro San Marzano, sensibile alle virosi. Riso Carnaroli, vulnerabile a un fungo. Basilico, contenente una sostanza naturale cancerogena. Broccoli, attaccati dalle larve. Radicchio, parassitato da funghi. E poi cipolla di Tropea, melone, melanzana, carciofo… Ciao Francesco, sono sicura che il tempo ti darà ragione.
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Mi dispiace davvero. Non lo conoscevo bene. Al di fuori degli addetti ai lavori era un nome che non si sentiva spesso. E tuttavia si sapeva che a quel nome erano legati una passione ed un coraggio unici, con risultati scientifici di assoluto valore a livello mondiale.
Una perdita grave, un esempio per tutti.
Ho conosciuto Francesco Sala nel 2001, in una edizione di SpoletoScienza, dove era stato invitato per un dibattito sul libro di Anna Meldolesi, uscito qualche mese prima per Einaudi. Con grande candore aveva confessato di aver letto molte volte il lavoro in cui il gruppo di Ingo Potrykus e Peter Beyer annunciavano su Science il golden rice, di non averne capito i passaggi fondamentali e di esserne venuto a capo solo quando aveva letto con grande attenzione il capitolo che Anna aveva dedicato all’argomento. Non aveva tutti i torti perché Anna era riuscita a spiegarne i passaggi soltanto dopo una lunga corrispondenza con Potrykus. Ingo si era scusato dicendo che purtroppo dieci anni di lavoro genetico non si potevano condensare nella lunghezza del pezzo che la rivista americana gli aveva concesso. Ho a che fare con il mondo della ricerca da diversi decenni, ma dubito che un altro ricercatore del suo livello sarebbe stato capace della dimostrazione di umiltà che Francesco Sala ci aveva dato a Spoleto. Dopo questa occasione ci siamo incontrati molte volte e sentiti al telefono ogni qual volta c’era una novità da commentare. Era una persona straordinariamente disponibile di cui sentiremo la mancanza.
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è vero. il tempo gli darà ragione.
ma nel frattempo quanto ne perderemo?
mi unisco al saluto di un grande scienziato, che ha provato a far ragionare un paese che pare pregalileiano.
Come ho già avuto modo di dire, per onorarlo e dare costrutto alla sua opera di ricercatore occorre non demordere nel controbattere tutte le citazioni pseudoscientifiche che vengono propalate tramite degli imbonitori di piazza, dai mezzi d’informazione sulle biotecnologie e sull’agricoltura produttiva fatta con criteri di durabilità.
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Conoscevo Francesco dalla metà degli anni ’70, per un certo periodo avevamo anche lavorato insieme all’Università di Pavia, lo ricordo per il suo entusiasmo, la sua lungimiranza, il suo carattere mite, il suo essere diverso da tanti colleghi del mondo accademico a cui apparteneva, e non ultimo per il suo impegno civico. Se n’è andato senza che la sua ricerca avesse il riconoscimento dovuto. Ci ha lasciato il suo grande esempio di persona per bene, di grande umiltà, di grande scienziato.
Ciao Francesco
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