Non sono una green consumer: evito gli scaffali del biologico, non mi vestirei mai con un abito critico e solidale, non compro sapone sfuso a zero imballaggi. Ma i consumatori etici li ho sempre guardati con simpatia, come delle anime belle perse in un mondo troppo complicato. Magari non si rendono conto delle contraddizioni in cui può inciampare un consumatore anticonsumista, che mangia cibo a chilometri zero credendo di aiutare lo sviluppo del sud del pianeta. Ma ho sempre pensato che fossero mossi da nobili sentimenti, che con i loro gesti dimostrassero di desiderare un mondo più bello, giusto e gentile. Come in quella pubblicità di Almaverde Bio in cui un sedano biologico (o un pomodoro, o un grappolo d’uva) donato da una sconosciuta allo stressato passante diventa un antidoto alla maleducazione metropolitana.
Ma ora anche questa romantica certezza inizia a vacillare. Colpa del Guardian, che il 15 marzo ha portato alla mia attenzione un articolo pubblicato su Psychological Science. Il quotidiano inglese, notoriamente vicino al mondo ambientalista,titolava: “Diventare verde può renderti avaro”. Interrogativo ma non per questo meno impertinente il titolo della pubblicazione scientifica originaria: “I prodotti verdi ci rendono delle persone migliori?”. La risposta, ovviamente, è no e scaturisce da una serie di esperimenti eseguiti dall’università di Toronto. Gli autori, Nina Mazar e Chen-Bo Zhong, hanno messo un campione di 156 studenti davanti alle offerte di due negozi online, che proponevano prodotti prevalentemente convenzionali o bio, ma del tutto simili per categorie e prezzo. Poi hanno studiato il loro comportamento con dei test psicologici in cui era possibile donare ma anche barare e rubare. Hanno appurato così che l’esposizione a prodotti ecologici (e dunque a messaggi ecologisti) rende le persone più gentili, oneste, generose. Proprio come nello spot televisivo. Ma se invece di limitarsi a osservare si passa all’acquisto, l’effetto bontà scompare e il mondo si capovolge. Gli studenti che hanno scelto i prodotti verdi si sono lasciati andare a un maggior numero di manifestazioni di egoismo, esibendo anche una certa tendenza a imbrogliare. Secondo i ricercatori la scelta di merci che per il senso comune soddisfano un alto standard etico equivale ad aver compiuto la buona azione del giorno. Permette ai soggetti di accreditarsi tra i buoni e li libera dall’onere di successive dimostrazioni. Insomma è come se chi compra un sedano biologico si sentisse di aver già fatto il proprio dovere e dunque avesse in tasca una licenza per trasgredire. Questo non significa che le anime belle non esistano davvero. Ma forse aiuta a spiegare perché tanti guru del mondo ambientalista tradiscono con i propri comportamenti i messaggi che predicano. Magari invitandoci a ridurre i consumi e a risparmiare energia, come Beppe Grillo e Al Gore, mentre chi ha visto le loro bollette giura che hanno stili di vita più disinvolti del nostro. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 23 marzo 2010)
Sig.ra Meldolesi… e allora? Cosa ci “insegna” l’articolo “Psychological Science”? Delle cose scontate e cioè che si deve sempre l’attenzione critica all’erta e mai fermarsi alla superficie (compro e sono apposto). Noi delle Botteghe del Mondo italiane lo abbiamo capito da tempo. Cosa fa una Bottega del Mondo (BdM), si limita a vendere e basta? In europa (da cui il Guardian…) direbbero di si, che basta! mA noi siamo Italiani e siamo “differenti” spesso in peggio.. ma a volte anche in meglio! Le BdM italiane infatti DEVONO vendere e fare FORMAZIONE a 360 gradi. E’ la formazione continua che fa di un consumatore, un consumatore etico o critico (preferisco).
Ovviamente i consumatori occasionali sono diversi da quelli che fanno del consumo verde una scelta di vita, ma questi ultimi sono una nicchia. Perciò ben vengano gli studi che indagano le interazioni tra la moda del consumo verde e la psicologia del consumatore medio. Soprattutto se, come in questo caso, consentono di scherzare su un mito, quello della presunta superiorità etica del consumo “critico”. Come avrà capito io ho qualche dubbio al riguardo. Mi piacerebbe sapere, ad esempio, se nella rete del commercio equo e solidale esistono pregiudiziali contro il cotone indiano Ogm, che ha benefici innegabili per l’ambiente, la salute e le tasche degli agricoltori, anche quelli piccoli. Se certi parametri venissero misurati con criteri scientifici, questo cotone meriterebbe di essere considerato ecosostenibile e solidale come e più di quello biologico, perciò spero di trovarlo nelle vostre botteghe.
Cotene Ogm in India e noi del Commercio Equo e Solidale (ComES). La questione è complessa e soprattutto al momento non abbiamo dati precisi in merito. C’e’ chi parla di suicidi fra i contadini che coltivano Ogm in India (Vandana Shiva) e chi smentisce asserendo che il tasso dei sucudi fra i contadini indiani è indipendente dalla coltivazione che fanno… Insomma è necessario reperire ancora dati statistici a riguardo e capire bene la questione. Io non sarei contrario all’Ogm per principio. Sono invece contrario alle coltivazioni intensive ed alle monoculture che impoveriscono il suolo e la varietà delle specie.
Penso che diversi tra i consumatori dei circuiti verdi siano coerenti e convinti. Penso poi che ci siano alcuni, io incluso, che occasionalmente frequentano quei circuiti senza nessun pregiudizio in un senso o nell’altro, ma solo per variare le proprie scelte.Ma credo che siano in molti anche quelli che si limitano a scegliere quel che fa più “tendenza” per sentirsi e sembrare buoni, e con questo si sentono a posto. Non tutti necessariamente così squallidi come quegli happy few californiani che Crichton aveva magicamente spubblicato in “State of Fear”; ma la beneficienza a buon mercato per sistemarsi immagine e coscienza è una costante di ogni epoca sotto tutte le latitudini, e credo che le dinamiche messe in luce nello studio siano plausibili.Quanto ai commercianti che fanno “formazione etica” del consumatore, anche quando fossero in perfetta buona fede, mi danno quanto meno l’aria di primi della classe tendenti all’integralismo.
La questione dei suicidi in India è stata studiata da un istituto autorevole (Ifrpi). I dati smentiscono Vandana Shiva. Lo studio può scaricarlo qui http://www.ifpri.org/publication/bt-cotton-and-farmer-suicides-india
Cotone BT e suicidi di contadini. Grazie per il link sul documento che peraltro conoscevo. Dicevo che è necessario aspettare altri studi ed altri dati. Da questo documento si evince che non c’e’ correlazione fra cotone BT e suicidi nel loro aumento, ma non si afferma che il cotone Bt ha diminuito i suicidi e quindi risolto i problemi degli agricoltori Indiani! Dipende da zona a zona, da stato a stato… Poi si confronta coltivazioni BT con non-BT, ma non ci sono dati o confronti fra BT e cotone da commercio equo o BT e cotone bio del commercio equo dal punto di vista dei suicidi e del benessere della popolazione. Traduco: il cotone BT da solo non risolve magicamente la situazione dei produttori Indiani, sono necessarie molte altre condizioni assieme al semplice cambiamento della tecnica di produzione. Cosa sia meglio o giusto: lasciamolo decidere a loro, in assoluta autonomia (se fosse possibile…).
Ovviamente dovrebbero essere lasciati liberi di decidere. Mi chiedo però come mai non ci si scandalizza per la disinvoltura della campagna di Shiva sui suicidi, che strumentalizza un dramma sociale per la sua politica anti-Ogm, a uso e consumo del pubblico occidentale e senza alcun rispetto per i dati. Mi chiedo anche perché i dati a favore degli Ogm non sembrano mai sufficienti, mentre i benefici del biologico, che dal punto di vista scientifico sono come minimo controversi, devono bastare a farlo passare come ecosolidale…
Chiariamo i termini: Equosolidale, biologico ed ecologico sono termini che indicano cose e procedure differenti. Un prodotto per essere sia equosolidale che biologico deve avere infatti due certificazioni. Per quanto riguarda il termine ecologico, lascio a voi, a me non piace usarlo senza alcun’altra specifica. Io conosco i vantaggi sociali ed economici dell’equosolidale. Sui vantaggi sociali del biologico non sono preparato.
Sul cotone Bt e suicidi mi sono trovato spesso a discutere su diversi blog. Ogni volta mi assale lo sconforto… Ci sono dei dati che mettono in evidenza, appunto, che non esiste alcuna correlazione tra superfici coltivate a cotone Bt e tasso di suicidi. Anzi, mentre gli ettari coltivati con OGM aumentano, il numero di suicidi resta piò o meno lì.Eppure non basta. Siccome Shiva sostiene che i suoi connazionali si ammazzano per colpa del cotone Bt (e delle multinazionali) bisogna indagare ancora. Ci vogliono altri dati, altri studi… Sembra quasi che quei contadini rappresentino delle informi popolazioni di insetti da studiare attraverso conteggi sommari, modelli statistici e quant’altro. Ma dico, ci saranno dei casi umani dietro quelle situazioni di miseria, no? Ci saranno delle testimonanzie del tipo “mio marito si ucciso per colpa del cotone che resiste agli insetti (per quale motivo? boh)”, “mio papà non sopportava di passare tutta la stagione senza doversi spaccare la schiena ed avvelenarsi a spruzzare insetticidi”, e via dicendo.Ora, appunto, se si scende tra quella gente si scopre che il cotone Bt ha permesso a molti di loro di ottenere dei buoni raccolti diminuendo nel contempo le spese per gli insetticidi e risparmiandosi fatiche immani a distribuirli, perché là, si ricordi, si va con la pompa a spalla, per ettari ed ettari, senza protezioni, senza precauzioni. Questi sono dati di fatto, reali, concreti. Non è progresso questo? Non è un episodio chiaro di evoluzione della condizione umana?Trovo anch’io scandaloso che nonostante queste evidenze ci sia gente che specula solo per il proprio successo personale, per essere invitato(a) alle conferenze, per raccogliere denaro da mettere in saccoccia.
Ti viene voglia di suicidarti se indossi una maglietta fatta con cotone BT? Ma va, non ci credo.
@Bacisllus Ma anche il cotone equosolidale (ComES) in India come in Bangladesh da dei risultati sociali rilevanti. “Non è progresso questo ?”. Comunque ne cotone BT ne commercio Equo al momento, hanno fatto DIMINUIRE i suicidi! Ma mentre il ComES e’ una nicchia (non per sua scelta..) il cotone BT è ben piu’ coltivato. Che conclusione traiamo da questi dati?
@AlessandroIVDiamo un’occhiata a questo:http://www.who.int/mental_health/prevention/suicide_rates/en/index.htmlI dati sono disomogenei, ma significativi: notare il tasso di suicidi in paesi super-benestanti come il Giappone o i paesi scandinavi… dove non esiste il problema del cotone GM. A conferma, dunque, che collegare OGM e suicidi è pura strumentalizzazione. Ma davvero!Piuttosto, Alessandro, che ne pensi di questo?http://biotecnologiebastabugie.blogspot.com/2010/03/il-prezzo-amaro-dellideologia.html…ci sono cose che mi hanno sconvolto…
L’unica conclusione possibile è che i suicidi sono un fenomeno complesso che non andrebbe strumentalizzato politicamente. Il fatto che, pur conoscendo i dati dell’Ifpri, un operatore del settore equo e solidale continui a menare il can per l’aia invece di prendere le distanze da una simile strumentalizzazione condotta da una sedicente ecofemminista col sari mi dà parecchio da pensare.
Provo a fare un po’ di ordine sulle questioni sollevate da questo Blog (per altri blog portiamoci da quell’altra parte…).1) Il consumatore “eticamente soddisfatto” che, appagato in certi settori, fa disastri in altri. Qui dico il Consum-Attore critico deve essere colui che continuamente si forma e s’informa. Altrimenti chiamiamolo consumatore-consumato che si lascia convincere dalla pubblicità piu’ accativante momento per momento… (puo’ essere quella etica come quella della macchina piu’ potente ecc…).2) Gli OGM ed in particolare il cotone BT a confronto con cotone BIO in una regione specifica quale l’India. Il confronto si basa su parametri quali rendimento/ha, ricchezza prodotta, sfruttamento ambientale ecc… Dai documenti che ho visionato fin’ora si evince che il cotone BT (OGM) abbia una resa e dia una richezza immediata superiore al cotone Bio. Questo anche perche’ al momento la richiesta di cotone bio in occidente sembra bloccata (probabilmente anche a causa della crisi). Non possiedo pero’ un quadro esaustivo dei dati e mi prometto di cercarne altri.3) Cotone BT in India e suicidi – correlazione fatta da Vandana Shiva. Mi prometto di portare alla Dott.Sa Shiva la domanda del perche’ ha fatto questa correlazione, di quale zona dell’India stava parlando e quali dati aveva in mano. Non ho visto studi che mettano in correlazione i due avvenimenti (introduzione cotone BT e sucidi dei produttori indiani).
Caro Alessandro VI, se hai letto qualche libro di Shiva saprai che si tratta di lunghe prediche basate su ben pochi dati. Persino uno dei padri nobili della scienza di sinistra come Richard Lewontin – molto critico sui sistemi di produzione industrali e sicuramente non etichettabile tra i fan degli Ogm – ha dovuto stroncarla sulla New York Review of Books definendola una cheerleader e sfidandola a tirare fuori qualche dato a sostegno delle sue tesi. Ma se davvero credi di poter avere una risposta da lei, ti prego di andare avanti e farci conoscere la risposta!
“…Ma i consumatori etici li ho sempre guardati con simpatia, come delle anime belle perse in un mondo troppo complicato. Magari non si rendono conto delle contraddizioni in cui può inciampare un consumatore anticonsumista, che mangia cibo a chilometri zero credendo di aiutare lo sviluppo del sud del pianeta. Ma ho sempre pensato che fossero mossi da nobili sentimenti, che con i loro gesti dimostrassero di desiderare un mondo più bello, giusto e gentile. Come in quella pubblicità di Almaverde Bio in cui un sedano biologico (o un pomodoro, o un grappolo d’uva) donato da una sconosciuta allo stressato passante diventa un antidoto alla maleducazione metropolitana…”Non capisco cosa c’entri questo paragrafo introduttivo, se non ad inserire uno stereotipo che non pare supportato da dati (o almeno non vengono presentati dati), e che tra l’altro è piuttosto trito, e che suona come giustificazione per l’incipit. Se non acquista prodotti equo-solidali o biologici avrà le sue ragioni, ma esse non vengono portate a nostra conoscenza. Ci viene spiegato che lei ha una opinione sulla naivitè dei consumatori “green”, cosa che però da sola, anche se fosse un dato di fatto, non spiegherebbe perché è preferibile (o ininfluente) non acquistare certi prodotti. Ci viene offerta l’opinione che i consumatori “green” non siano dei santi, benefattori o altro, che siano persone, magari ancora più egoiste dei “non green”, ma naturalmente questo suggerimento, anche corrispondesse ad una realtà di fatto, non ci dice nulla sulla bontà o meno dei comportamenti, misurata sui risultati. Mi pare insomma che ci sia ben poco di polposo qui, e confondere il gruppo di persone che fanno certe scelte con dei cosiddetti guru, significa essere colpiti più dalle apparenze che dalla sostanza (pensare che chi è più visibile sia automaticamente un riferimento importante). Peccato, perché invece che parlare di anime belle si poteva parlare di come l’azione sul mercato possa (o non possa) influenzare la vita di altre persone.Saluti
Essendo questo un corsivo, francamente mi sembrava che potesse essere più che sufficiente il riferimento al cibo a chilometri zero (come minimo controverso dal punto di vista ambientale e indifendibile sul piano dello sviluppo del sud del mondo, chi vuole può trovare molti dati in rete, ad esempio le analisi di Defra e Oxfam). Un altro esempio di come le scelte che vengono presentate come etiche possono non esserlo affatto (l’ostilità al cotone Ogm) è venuto fuori nei commenti. Potrei continuare ricordando quanti hanno l’assurda pretesa di nutrire 6 miliardi di persone con l’agricoltura biologica (consiglio la review della letteratura scientifica in materia fatta da Tony Trewavas). Mi fa piacere rivendicare persino che stasera non spegnerò la luce per un’ora per mandare un segnale ai leader del mondo sull’urgenza di agire contro i cambiamenti climatici come mi invita a fare uno spot. Infatti sono convinta che si possa essere contrari al modello Kyoto sulla base di considerazioni etiche diverse da quelle dell’ambientalismo classico, perché i tagli drastici delle emissioni sono una strategia onerosissima e le nostre risorse economiche non sono infinite, perciò potremmo investirle diversamente con maggiori benefici per il sud del mondo (acqua potabile? zanzariere? medicine? infrastrutture? ) invece che per abbassare la temperatura fra un secolo di qualche frazione di grado. Se non fosse chiaro lo chiarisco: non ce l’ho con i consumatori verdi, ce l’ho con certe pretese di superiorità etica. Quanto al “come l’azione sul mercato possa influenzare la vita di altre persone”, non mi stancherò mai di suggerire a tutti di seguire il lavoro di Robert Paarlberg.
Comprendo perfettamente i limiti di spazio e stilistici imposti ad un corsivo, e non mi aspettavo certo una disamina esaustiva degli argomenti presentati. Diciamo che nell’impossibilità di fare giustizia della complessità degli argomenti, si poteva forse essere più cauti nella definizione di un gruppo composito di persone come “anime belle perse in un mondo troppo complicato”. Sarò forse pedante, ma c’è una bella differenza tra il criticare, anche duramente, l’insostenibilità di certe opinioni alla luce della corrente evidenza scientifica, e l’utilizzare epiteti che appiattiscono completamente (suggerendo non solo l’insostenibilità dei comportamenti passati, ma anche di quelli futuri, in quanto epiteti che descrivono un tipo di personalità). Perché un soggetto che ha una diversa opinione dalla nostra può averla per diverse ragioni, perché è una anima bella, antiscientifica e innamorata di un irrazionalismo di facciata, oppure perché non perfettamente aggiornata ma non in principio contraria al cambiare idea, oppure perché, pur informata, differisce nell’articolazione tra evidenza scientifica e politiche ambientali (oppure perché segue una moda). E credo sia evidente anche a lei che proprio su questi argomenti, ovvero su come si debba tradurre una evidenza scientifica (più o meno fortemente consolidata) in politiche (scientifiche, sanitarie, ambientali, ecc.), sia difficile dichiarare di avere la verità, e la soluzione, in mano.Ad esempio, parando dei dati presentati da Trewavas (non dalla sua opinione di cosa questi dati indichino o suggeriscano di fare), dubito che si possa dichiarare che essi indichino, da soli, l’unica via possibile per la miglior agricoltura (o la migliore possibile), non fosse altro perché vi sono opinioni differenti su come definire la migliore agricoltura o anche su come tradurre i dati in azioni (ad esempio, senza pensare che abbiano ragione, Ronald e Adamchak di Tomorrow’s Table sembrano differire da Trewavas proprio su questi punti).Concludo prima di diventare noioso, dicendo che in un campo nel quale la polarizzazione delle argomentazioni è solo negativa perché non permette uno scambio sereno, un confronto pacato e razionale, la possibilità di vedere le posizioni degli altri non come degli stereotipi, il suo corsivo mi pare una occasione persa (venendo da una giornalista che apprezzo molto, naturalmente) perchè le assicuro che ci sono molti che ragionando sul, o lavorando nel campo degli scambi con il “sud del mondo” e con le politiche di salute umana e di politica ambientale, sono ben consci delle argomentazioni da lei portate, non sono pregiudizialmente anti-OGM, non hanno una idea ingenua della “natura” e della “tradizione” (magari conoscono De Martino), e neppure dei meccanismi politico-economici, eppure differiscono (di più o di meno) nelle scelte finali. Come accomodiamo questo fatto? Farlo dicendo che sono anime belle è una finta soluzione, mi pare.Con stimaSaluti
Caro Silphion, la mia definizione evidentemente non la comprende e non rende ragione della complessità del suo pensiero. Posso solo augurarmi di aver sottostimato finora la presenza delle persone come lei nel mondo verde e sperare di vedere il giorno in cui certi approcci ideologici diventeranno minoritari.
E su questo possiamo dire di essere d’accordo
Grazie per le risposte e saluti
@SilphionDal punto di osservazione di chi l’agricoltura si trova a farla, però, certi esercizi intellettuali lasciano perplessi. Si buò benissimo essere aperti verso le più svariate “concezioni” di agricolura, ma poi c’è anche bisogno di arrivare a delle conclusioni, perché con la bella stagione c’è terra la da seminare, il vigneto da curare, l’orto da preparare.Ed allora non sarebbe male accennare a quali sono le agricolture “possibili” ed “accettabili” dal punto di vista tecnico, ambientale, economico, etico, spirituale e così via.L’agricoltura oggi è chiamata a rispondere di esigenze complesse che vanno oltre alla sola produzione di cibo. Proprio per questo, però, essa non può essere oggetto di riflessioni teoriche, ma va aiutata con soluzioni concrete. Che spesso non sono facili da trovare.
Non vorrei entrare a gamba tesa – si fa per dire – in un confronto che negli ultimi commenti sembra aver trovato un punto di equilibrio. Apprezzo l’argomentare di Silphion perché in fondo le scelte di consumo possono essere molto diverse da una persona a un’altra e quindi è difficile generalizzare. Però resta il fatto che il dibattito su “quale” agricoltura è lontano anni luce dalle sue posizioni (che posso anche apprezzare). Non vedo distinguo, razionalità, ancora meno comune buonsenso per non parlare di onestà intellettuale. Le dichiarazioni si fanno roboanti e le ricette (Petrini docet) talmente contradittorie che si fa fatica a calarle in un mondo reale. Non sono contrario alle agricolture “di nicchia”, ma farne una religione mi sembra un inno all’irrazionalità. Per cui l’incipit della Meldolesi sulle “belle anime perse in un mondo troppo complicato” non mi è sembrata una definizione offensiva, anzi, un’immagine tutto sommato bonaria. Io rispetto le etiche “personali” – ognuno ha le sue – ma non necessariamente sono una ricetta perché tutto funzioni meglio e men che mai perché riducano le ingiustizie sociali. Il dibattito su “quale agricoltura” si nutre di feticci e di cortocircuiti e non mi si venga a dire che chi propugna il biologico si interessi realmente ai problemi alimentari del terzo mondo di cui non credo sappia granché. Molti, troppi, conoscono le tesi della Shiva ma dubito fortemente che abbiano la più pallida idea di come vive e di quali problemi abbia un contadino indiano e se sono andati in quel paese hanno fatto i turisti. Convengo sul fatto che le argomentazioni di Silphion non abbiano nulla a che fare con tutto questo, ma questo non toglie che il fenomeno di cui si parlava sia un altro. Basta citare la faccenda dei suicidi dei contadini indiani.
gentile signora,sono degni di qualche considerazione questi studi?i cristiani sono razzisti?http://www.uaar.it/news/2010/04/12/studio-i-concetti-cristiani-rendono-piu-razzisti/La ringrazio!
La letteratura in merito agli effetti degli stimoli relligiosi sul comportamento è vasta e in alcuni casi mette in luce effetti positivi. Il paper linkato nella segnalazione dell’Uaar (paragrafo “Christian Concepts, Racial Prejudice and Possible Mediators Between the Two”) fornisce un contesto di riferimento e prova ad avanzare qualche ipotesi. In sostanza la religione potrebbe allo stesso tempo rafforzare i legami fra i membri dello stesso gruppo e i pregiudizi verso gruppi diversi. Le limitazioni dello studio vengono esplicitate nella sezione Caveats: gli effetti sono piccoli e non automaticamente generalizzabili a tutte le religioni in tutti i contesti culturali.