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Caccia alle streghe in ospedale

I medici possono sbagliare e spesso sbagliano. Hanno scelto un mestiere difficile di cui non tutti sono all'altezza. Possono peccare di incuria, superficialità, arroganza. O lavorare in strutture lottizzate e carenti, che non consentono di mantenere standard qualitativi accettabili. Chi sbaglia, ovviamente, deve pagare e chi è stato danneggiato ha diritto di essere risarcito. Ma inaugurare una stagione di caccia mediatica e giudiziaria all'errore medico sarebbe controproducente. Perché invece di sfogare la rabbia cercando un colpevole, bisognerebbe individuare i punti di criticità su cui intervenire per migliorare il sistema. E perché quando gli operatori sanitari si sentono sotto attacco, tendono a praticare una medicina difensiva che non è nell'interesse dei pazienti.

La malasanità esiste ma non dovrebbe diventare un cliché. Come ha scritto Rodolfo Vincenti, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri, "oggi viviamo una dicotomia profonda fra l'apprezzamento motivato dell'Oms, che inserisce per efficienza il nostro sistema sanitario al secondo posto nella graduatoria mondiale, e la qualità percepita dai cittadini che si dichiarano soddisfatti solo nel 9% dei casi" (darwin, nov-dic 2009). L'insoddisfazione si traduce sempre più spesso in contenziosi medico-legali, ecco qualche cifra: i sinistri denunciati alle imprese di assicurazione in Italia, nel campo della responsabilità civile nel settore sanitario, sono passati da 17.000 a oltre 28.000 nel giro di un decennio. Secondo un'indagine dell'Ordine dei medici della provincia di Roma, intitolata "Medici in difesa", l'87,6% dei camici bianchi considera molto realistico il rischio di ricevere un esposto o una denuncia da parte dei pazienti. La percentuale sale tra chirurghi ed anestesisti, che si sentono sotto tiro rispettivamente per il 98,9% e il 96,8%. La vulnerabilità dei chirurghi è confermata da Vincenti, secondo cui in Italia l'80% di questa categoria riceve almeno una richiesta di risarcimento danni e i denunciati trascorrono un terzo della loro carriera sotto processo. In definitiva, solo il 6,7% dei medici si dichiara assolutamente tranquillo e i contraccolpi si sentono perché la pratica medica si modifica di conseguenza. Prima ancora di pensare alla salute del paziente che hanno di fronte, i camici bianchi sono portati a minimizzare il proprio rischio legale e non sempre i due obiettivi vanno d'accordo. Nella maggior parte dei casi tendono a eccedere: richiedono esami diagnostici superflui, fanno ricorso alle tecnologie più avanzate, esagerano con le ricette, prescrivono visite specialistiche di dubbia utilità. Il risultato è che i costi lievitano, le liste di attesa si allungano, la vita dei pazienti si complica. E' questa la medicina difensiva positiva. La negativa, invece, si manifesta quando il medico invece di esagerare si tira indietro, stando alla larga dai pazienti più difficili e dalle procedure ad alto rischio. Due comportamenti eguali ed opposti, che secondo una ricerca della Harvard Medical School interessano ormai la maggioranza degli specialisti di diverse aree.

L'approccio accusatorio è controproducente anche per un altro motivo: anche in medicina vale la regola secondo cui sbagliando si impara. Tra i successi della buona pratica medica e i disastri della malpractice c'è tutta una zona grigia di fallimenti che si verificano senza che siano ravvisabili delle vere e proprie colpe. Si tratta di incidenti e mancati incidenti di cui sarebbe bene che gli operatori potessero parlare liberamente per migliorare gli standard di sicurezza, ma che invece in questo clima sono portati a nascondere per scongiurare il pericolo di iniziative giudiziarie a volte arbitrarie e ingiuste. Mentre le procure si attivano e gli ispettori ministeriali vengono inviati negli ospedali incriminati, non bisognerebbe perdere di vista il fatto che la miglior difesa dei pazienti è la prevenzione dei mali del sistema sanitario. In quest'ottica andrebbe considerato anche un intervento legislativo per bilanciare meglio i diritti dei pazienti e quelli degli operatori sanitari, come suggerisce Vincenti. Prevenire è meglio che accusare. 

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