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Avatar

Se Charles Darwin fosse allunato su Pandora, invece di sbarcare alle Galapagos, avrebbe trovato una meravigliosa biosfera da studiare. Questo mondo di fantasia sembra plasmato da un'evoluzione ipertrofica, che dovrebbe divertire anziché indispettire i naturalisti. Caso e necessità sembrano aver forgiato le combinazioni più disparate di creste e ali, tubercoli e orifizi, tessuti e pigmenti. E tutte le sue creature portano ben visibile il segno distintivo della discendenza da un antenato comune.

I protagonisti del film di Cameron ci somigliano troppo, come se l'emergenza di esseri umanoidi fosse la meta ultima dell'evoluzione. Invece la scienza ci dice che è vero il contrario. Che non eravamo destinati a diventare uomini e che la storia della vita non potrebbe ripetersi nello stesso modo, neppure se riavvolgessimo mille volte il film dell'evoluzione. Se saremo così fortunati da scoprire la vita su un altro pianeta, di certo non vedremo orecchie da elfo. Ma impuntarsi davanti alle licenze cinematografiche significherebbe sprecare una grande occasione. La giungla pandoriana infatti è un'esplosione di bellezza oltre che uno stimolo per l'intelletto e può restituire il senso della meraviglia a tante dotte disquisizioni sull'evoluzione. I suoi abitanti hanno colori rubati alle farfalle, alle rane velenose dei tropici, agli organismi bioluminescenti degli abissi. Ma sono affetti da un gigantismo che è in sintonia con la ridotta forza di gravità e respirano aprendo bio-valvole simili a branchie, forse perché l'atmosfera lì è densa e carica di anidride carbonica. Piante e animali si porgono al nostro sguardo come dei rompicapo evoluzionistici. Ad esempio ci sono i draghi volanti cavalcati da Jake e Neytiri, che sono un po' pterodattili, un po' uccelli, un po' pipistrelli. Uno spettatore darwinianamente alfabetizzato può chiedersi perché in un mondo popolato da esapodi come Pandora, queste creature siano diventate tetrapodi e perché la stessa cosa sia accaduta agli uomini blu. Può soffermarsi sui prolemuri arboricoli, anch'essi blu come i cugini "evoluti", e interrogarsi sulle zampe anteriori parzialmente fuse (rappresentano una forma di passaggio da sei a quattro arti?). Può divertirsi a notare come la lunga lingua degli xeno-cavalli sia perfettamente adattata alla forma dei fiori giganti da cui succhiano il nettare. 

Se prima di inforcare gli occhiali per la visione 3D si tolgono i paraocchi, anche l'anima politicamente corretta del film appare meno ingombrante. Le connessioni fra gli esseri viventi, che ricordano un sistema nervoso-digitale o un reticolo di micorrize fungine, evocano la Gaia ipotesi che tanto piace agli ecologisti. Ma nel super-organismo di Cameron trovano comodamente posto anche le invenzioni dell'ingegneria genetica accanto a quelle della natura. Nei laboratori terrestri abbiamo già creato fiori, pesci, persino scimmie con i geni per la bioluminescenza delle meduse. Potremmo inserire poesie in codice nel Dna dei batteri o creare alberi che tramandino segmenti genetici dei nostri cari. In fondo anche le biotecnologie hanno un cuore darwiniano e gli avatar ibridi costruiti dagli scienziati terrestri appaiono naturali proprio come i Nativi nello scenario di Pandora. Non è un caso che Sigourney Weaver ci abbia regalato una figura di scienziato finalmente positiva, liberata dai cliché alla Frankenstein. Un'altra buona ragione per rilanciare l'invito fatto da Carol Kaesuk Yoon sul New York Times: chi ama la biologia dovrebbe vedere Avatar e a maggior ragione dovrebbe farlo chi non la ama. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 22 gennaio 2010)

 

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2 Commenti

Non vado mai al cinema. Quella forma d'arte non mi attira, anche se la ritengo comunque degna di ogni attenzione (tanto per dire seguo quasi ogni sera "Hollywood party" su Radio 3).
Una settimana fa, a pranzo, ho detto alle due mie figlie (15 & 7): "Anna Meldolesi ha detto che bisogna andare a vedere Avatar, quindi organizzatevi". La figlia grande era sorpresa ed incuriosita, mi ha chiesto spiegazioni, ha approvato; la piccola invece era perplessa, sul momento ha fatto finta di niente, poi ha espresso qualche diniego perché sapeva già che la proiezione non le sarebbe piaciuta (ehi, oggi a sette anni sanno già tutto (tv) ed hanno le idee chiare).
Sabato sera la figlia grande dice: "domani potremmo andare a vedere Avatar". Perfetto, fatta. La piccola non era d'accordo, abbiamo insistito, riottosa ha ceduto.
Nel frattempo faccio leggere alla grande il tuo articolo: doveroso, viste le premesse. Inutile dire che noi due eravamo in qualche modo condizionati; la piccola, però, no.
Domenica mattina prenotiamo via Internet, ma ne combiniamo una dietro l'altra. Andiamo al cinema e da autentici provinciali, al ritiro dei biglietti, diamo atto a scenate penose: non scendo nei dettagli, ma al colmo della nostra rozzezza, per fortuna, decidiamo di abbandonare l'impresa. Torniamo a casa, con la piccola sempre più perplessa.
Per fortuna gli animi non erano al limite, ne discutiamo, riusciamo a trovare un accordo. Proviamo con uno spettacolo verso sera: tu ci sei, vero, "Meghi"? (Margherita, la piccola, N.d.r.). "Noooo!" è stata la risposta. Ma alla fine c'era.
Tutto "regular": popcorn, occhialini, per fortuna ho anche trovato nel posto accanto a me una simpatica ragazza al tempo stesso discreta ed intelligentemente ironica.
Sì, il film mi è piaciuto. Mi sono ovviamente anche emozionato. Confermo la meraviglia e lo stupore per le proporzioni e le fatture degli organismi di Pandora. Sì, fatto bene, verosimile, aiuta a proiettare in avanti l'idea di evoluzione. Non è cosa da poco, direi. Collocare la fantascienza in un ambito con (più o meno) solidi fondamenti scientifici è impresa virtuosa, bisogna darne atto (a questo proposito come non ricordare Isaac Asimov?).
Anche mia figlia maggiore ha apprezzato (anche se, da vera intelletuale, ha detto che la seconda parte è stata una vera "americanata", giusto).
La più piccola, invece, non ne poteva più: "ti è piaciuto, vero? Meghi?". "Nooo, che schifo!" è stata la risposta. Beata sincerità.

Anna, sciocchezze a parte, grazie per lo spunto di riflessione. Il film ci è piaciuto davvero. James Cameron ci ha guadagnato, tu no, ma non importa, che dici?

Mi dispiace per la piccola Margherita! IO ero indecisa se portare Stella (quasi 6 anni) perché in molti paesi sconsigliavano la visione ai bambini, ma la maestra della materna mi ha dato il via libera e così ho rotto gli indugi. E così adesso è in piena avtar-mania (ho persino cucito orecchie blu a punta e collane di piume per le sue feste di Carnevale). Quello che mi ha colpito è che Avatar abbia spaccato la critica secondo una faglia politica molto precisa destra-sinistra. La vena panteista ha irritato parte della stampa cattolica, e anche le visioni da futuro post-umano alla fukuyama (per una volta presentate come affascinanti e positive anziché come degradanti e distruttive) hanno dato fastidio. Qualche voce critica vagamente luddista c'è stata anche a sinistra: della serie è tutta tecnologia e niente emozioni. Forse non si sono commossi neppure per quell'"io ti vedo" che racconta l'amore oltre la diversità, tra una Neytiri blu di 3 metri e il piccolo umanissimo Jake...

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