Il Governo ha avviato l'iter per l'individuazione dei siti nucleari, ma la parte difficile comincia adesso. Ovunque si decida di costruire le centrali, sorgeranno comitati locali, arriveranno capipopolo, si faranno manifestazioni. Basteranno le compensazioni economiche previste dal decreto a scacciare il fantasma di Yucca Mountain?
Gli enti locali restano in attesa di conoscere la lista ufficiale, ma il movimento che soffia per gonfiare il fenomeno Nimby è già in subbuglio. Sono quelli che non si accontentano di dire: non costruite nel mio giardino (not in my back yard) ma dicono no e basta, ovunque e comunque. Gli americani li chiamano Banana (build absolutely nothing anywhere near anybody). I Verdi sono pochi e malconci ma in questa partita si giocano tutto. Resta da capire quanta sponda troveranno nel Pd, che per ora si colloca su posizioni diffidenti ma prive di acronimi. Basta leggere la voce Nimby nell'Enciclopedia della comunicazione della scienza e della tecnologia per riconoscerle e prevederne le future varianti. L'argomentazione più volte presentata da Pierluigi Bersani rientra in questa categoria: non ci piace il tipo di impianti che volete costruire. Ovvero, saremmo d'accordo sui reattori di quarta generazione ma non sulla terza, nemmeno se la chiamate 3+ per indicare che si tratta di tecnologie evolute. Il fatto che il quarto tipo sia ancora fantascienza, però, pone i democratici su un pendio scivoloso verso una destinazione quasi-Banana. Antonio di Pietro ha già eliminato il quasi, agitando lo strumento referendario. Dichiaratamente no-nuke è anche Ignazio Marino, che nella corsa alla segreteria ha sposato affascinanti e poco concrete alternative come gli aquiloni per l'eolico d'alta quota. Per chi non voglia apparire fondamentalista e nemmeno aprire al nucleare, comunque, si apre un ampio ventaglio di possibilità: non ci piace il percorso decisionale che avete intrapreso; non siamo d'accordo sulla tabella di marcia o sul numero dei reattori; avete scelto i posti sbagliati e via continuando.
Reattori e depositi per le scorie sono classici esempi di ciò che in letteratura è stato chiamato Lulu (locally unwanted land use). Categoria in continua espansione, perché la gente non gradisce discariche, rigassificatori, antenne, ma nemmeno macelli, prigioni, cliniche psichiatriche o locali notturni vicino a casa propria. In qualche condominio contestano persino gli asili nido privati. Ma di tutte queste cose c'è bisogno e un posto bisognerà pur trovarlo. In passato la regola era costruire e basta, preferibilmente nei pressi di comunità troppo deboli per protestare. Ma la coercizione oggi è improponibile, l'unica via praticabile è quella della persuasione. Che significa avviare una campagna di informazione pervasiva e ad alta intensità e coinvolgere nel processo decisionale enti locali e cittadini. Ben sapendo che in assenza di rigorosi paletti, per ciò che riguarda modalità e tempi, la democrazia partecipativa si trasforma in uno show di demagoghi e fondamentalisti. Alle compensazioni economiche spetta il compito di coagulare un fronte di stakeholders favorevole al nucleare in situ, con la prospettiva di rimpinguare le casse degli enti locali e attirare le industrie con l'elettricità a basso costo. Ma qual è il prezzo giusto? Tra le opzioni discusse in letteratura ci sarebbe l'asta rovesciata: a decidere la somma non è il soggetto interessato a costruire, ma le comunità locali disponibili a ospitare il sito. Chi fa l'offerta più bassa ovviamente vince, ed è presumibile che sia la comunità più bisognosa di soldi. Il problema dell'equità dunque rimane, ma almeno è addolcito dalla compensazione. Un'opzione teorica più equa sarebbe quella degli scambi fra interventi indesiderati, secondo uno schema a punti: accettiamo l'aeroporto, ad esempio, se ci garantite di non costruire qui l'inceneritore. Ma si tratta di cose più facili da dire che da fare, soprattutto se in ballo c'è un tema tecnicamente complesso ed emotivamente incrostato come il nucleare. I siti con le caratteristiche adatte sono pochi e ci vuole una fervida fantasia per immaginare che si scateni una corsa ad assicurarsi il deposito nazionale delle scorie o i reattori. Non è un caso che gli Stati Uniti siano bloccati da vent'anni a litigare sul sito di Yucca Mountain, che dovrebbe ospitare i residui in modo permanente. Di quell'angolo del deserto del Nevada ormai sappiamo più cose che di qualsiasi altro posto al mondo, con tutti gli studi di geologia, idrologia, geochimica e paleoclimatologia che sono stati fatti. Ma nessun rapporto scientifico può soddisfare chi il nucleare non lo vuole per principio o perché non ha fiducia nelle istituzioni. E se questo vale per gli Usa, figuriamoci per l'Italia. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 23 dicembre 2009)

Sono uno dei (purtroppo) pochi che ogni tanto intervengono su questo blog. Non nascondo, dunque, di trovare nel pensiero di Anna Meldolesi una particolare sintonia con quanto personalmente, in totale autonomia, (ma ovviamente con molta meno raffinatezza culturale e dignità formale), sostengo da tempo.
Il tema del nucleare è da sempre per me particolarmente interessante. Non tanto per il “nucleare” in sé, ma piuttosto per le sue implicazioni riguardo quello che è davvero il tema fondamentale che dovrebbe impegnarci più di ogni altro, ovvero quello dell'energia.
Non posso certo io dare lezioni, ma sono assolutamente convinto che il tema “energia” dovrebbe avere una posizione assolutamente preminente nella cultura dell'uomo moderno: non vi sono solo questioni pratiche (sparagnare), ma profondissime e fondamentali sono le implicazioni filosofiche e sociali. Basti pensare alle devastanti conclusioni che si possono trarre dalla comprensione del secondo principio della termidinamica.
I temi legati all'ambiente, poi, in particolare, non possono prescindere da una pur minima conoscenza in questo senso. Purtroppo dilaga la totale ignoranza (sto esagerando? no vero?).
Tornando al tema specifico, trovo che il pezzo di Anna (qui si va sul confidenziale...) sia particolarmente prezioso per rendersi conto della situazione. Un bell'articolo nel quale con ironia e serietà si evidenzia la situazione attuale, ma si mettono in luce anche le occasioni mancate. Per esempio sono perfettamente d'accordo quando lei dice che “[...] la coercizione oggi è improponibile, l'unica via praticabile è quella della persuasione”.
Credo infatti che si sarebbe dovuto intavolare un dibattito pubblico, anche se questo avesse comportato tempi più lunghi. Il modello, ancora una volta, è quello francese:
http://www.debatpublic-epr.org/
Solo attraverso un confronto di questo genere sarebbe possibile smantellare la cappa di ignoranza e disinformazione che da anni hanno costruito e consolidato ambientalisti reazionari, lobbisti antinuclearisti e mediocri politicanti. Solo così si può rendere trasparente nei confronti dell'opinione pubblica l'impegno (in termini di rischi e di risorse) che sta dietro a scelte del genere.
Non condivido la strada che questo governo ha deciso di intraprendere. Ma resto alla finestra. Perché il problema energetico ha un disperato bisogno di soluzioni.
Caro bacillus grazie per gli stimoli, credo proprio che passerò un po' di tempo a spulciare i documenti del dibattito francese. In realtà anche il governo italiano prevede un dibattito pubblico, ma il diavolo come si sa è nei dettagli...
Colgo l'occasione per segnalare questo articolo di Minopoli su Bersani e il nucleare http://rassegna.acegas-aps.net/dataload/rassegna_pdf/pdf_articoli/2009122414549087.pdf
Sì, volevo proprio tornare su Bersani. Grazie per il link all'articolo di Minopoli. E' vero, con Bersani le iniziative nei confronti del ritorno del nostro paese in questo importante settore sono state numerose e in numerosi casi hanno avuto concreta ed importante realizzazione. Al lungo elenco di Minopoli vorrei aggiungere anche la firma dell'accordo in cui si è sancita la partecipazione di Enel alla costruzione (ed alla relativa comproprietà) proprio del nuovo reattore di Flamanville.
In questa situazione sono diverse le riflessioni che si possono fare. La principale sensazione è comunque quella che l'Italia abbia davvero ripreso con intensità il cammino sul nucleare. Non c'è dubbio, come risulta evidente dal post di Anna, che ci troviamo in una situazione confusa e poco chiara. Ma nella sostanza qualcosa c'è. Enel sul nucleare è ormai un operatore di primo piano in Europa ed in generale non mancano importanti ricadute per la nostra industria. Tanto per dire, proprio per Flamanville, non sono riuscito a trovare un elenco dei contractors, ma credo che quelli italiani siano più di una decina, alcuni dei quali anche con ruoli piuttosto impegnativi. E' un aspetto importante ed è sicuramente solo l'inizio. Certo, il “core” del know-how è tutto francese, ma nel tempo le partnerships non potranno che far evolvere competenze anche nel nostro paese. Il quale, come sappiamo, già possiede una storia molto importante in questo campo. Teniamo conto, inoltre, che progetti così complessi ormai sono profondamente calati in uno schema di competenze ampiamente globalizzato. Per ogni componente si cercano regolarmente le eccellenze tecnologiche al di fuori dei confini nazionali: tanto per dire, la fusione di un “vessel” di un EPR attualmente non viene fatta in Francia, ma in Giappone, dove solo la Nippon Steel possiede la tecnologia per realizzare una struttura di così particolare fattura.
Bene, questo è lo stato dell'arte. E la IV generazione? Com'è stato già sottolineato, oggi come oggi in pratica non esiste e non esisterà in modo utile per ancora molte decine d'anni. Tuttavia si tratta di una prospettiva per la quale ci sono solide motivazioni per una concreta realizzabilità. Tanto che ci crede anche Bersani.
Reattori che implementano il principio fondamentale alla base della IV Generazione sono già stati realizzati da tempo. Funzionano, hanno avuto applicazioni pratiche, hanno dimostrato che la nuova generazione è possibile. Tuttavia c'è ancora molta strada da fare. In Giappone, Cina, Sudafrica sono stati realizzati prototipi rivolti allo studio delle problematiche relative a quelle che sono le nuove esigenze. Sì, perché la IV Generazione non è solo “bruciare plutonio ed altri rifiuti di alta attività” - come scrive troppo sinteticamente Minopoli (gli attuali reattori possono bruciare plutonio, gli EPR saranno alimentati anche con “MOX”) - ma è molto altro. E' fin troppo evidente che a fronte di premesse certe che derivano da teoria ed esperienza pratica, quello di cui abbiamo bisogno è un lungo percorso di ricerca nella messa a punto di procedure, materiali, software, strumenti di analisi, che ci portino a realizzare appunto gli obiettivi della IVGen. Il problema in questo settore è che un percorso del genere non si può fare totalmente grazie a simulazioni al computer, laboratori, piccoli impianti dimostrativi. Bisogna essere “dentro” la tecnologia su larga scala. Bisogna dunque essere protagonisti di ogni “passaggio”.
La generazione III+ è il passaggio dell'immediato futuro. Siamo solo all'inizio (esistono pochi reattori di quel genere in funzione). Ma è l'anello di congiunzione con la prossima generazione. Bisogna ricordare, infatti, che un EPR è progettato per funzionare 60 anni (anche se poi sarà possibile allungare ancora il periodo di funzionamento, così come sta succedendo a moltissimi reattori di II generazione che dai 20 anni previsti sono stati autorizzati per 40-60 anni - si prevede anche a 80).
L'acronimo BANANA non lo conoscevo, è fantastico nella sua formulazione e nella sintesi del significato che vuole esprimere. Ora, l'atteggiamento che esso rappresenta certamente non lo accetto, ma lo comprendo. Ci sono delle legittime preoccupazioni, c'è un'aspirazione che credo comune a tutti (chi non vorrebbe vivere circondato solo da prati, boschi, colline, piccoli villaggi, piuttosto che da strade, ferrovie, impianti industriali?).
Alla luce di tutto ciò, porsi in una condizione di “quasi-BANANA”, non vuol dire trovarsi in una condizione migliore. Anzi, si tratta evidentemente di una posizione ambigua, che non contribuisce a chiarire la situazione, che aggiunge caos al caos.
Più che dispiacersi di una situazione come questa non si può. Il dramma, secondo me, non è tanto rilevare di tali posizioni, ma piuttosto constatare che non esiste all'interno del PD un dibattito su questo argomento (come su altri, del resto, tipo gli OGM – che mi stanno, sigh, così tanto a cuore!).
Non mi stupisco di niente. Da anni la politica ama discutere di se stessa ed i risultati si vedono. Confido in chi ha il coraggio di smuovere le acque...
Il percorso indicato da Bacillus è abbastanza condivisibile, soprattutto per quel che riguarda un punto centrale: per essere pronti per i reattori di IV bisogna accumulare competenze e know how lavorando sulla III+. Non si può star fuori dal circuito per i prossimi venti anni e pretendere di entrarci senza avere titoli (scientifici, tecnologici e industriali). Al momento i fornitori italiani coinvolti in Flamaville III sono 32: 18 in Lombardia, 4 in Friuli, 1 in Piemonte e Umbria, 4 in Veneto e in Emilia e Romagna. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di sub fornitori di Areva e di Alstom (isola nucleare e gruppo turboalternatore). Si tratta di aziende che forniscono soprattutto forgiati, apparecchiature meccaniche e materiali bulk. Insomma meccanica fine. Altre 20 aziende italiane sono coinvolte come contractors per l'unita EPR di Olkiluoto, in Finlandia. Ricordo che che nella costruzione di quattro AP-1000 Westinghouse a Sanmen e Zhejiang, in Cina, è coinvolta Ansaldo Nucleare. Gli asset nucleari di Enel in Slovacchia, Romania, Spagna e Francia riguardano 11 unità in servizio (5.500 MWe) e 5 in costruzione. Ora c'è da decidere se per rispettare BANANA dobbiamo costruire o operare solo centrali all'estero oppure se vogliamo essere della partita. Se poi guardiamo ai nostri confini settentrionali abbiamo 27 unità nucleari in un raggio di 200 km. E' difficile far finta di essere un'isola felice senza nucleare.
Grazie per i dettagli, Roberto. Davvero significativi (le mie erano banali sensazioni, chiedo scusa). Ah, tra l'altro, credo di aver individuato una delle quattro ditte che operano nel mio Friuli, per puro caso: ci sono passato davanti più volte con il mio trattore l'autunno scorso, mi incuriosivano quelle insegne, ho visto su internette che l'azienda aveva know-how nel settore... sia vero o meno che quell'azienda partecipa a quel progetto, tutto ciò è significativo riguardo al fatto che il settore smuove competenze eccellenti, cariche di valore aggiunto, in una miriade di contesti.
Riflessione semplice semplice. Bruciando petrolio o gas trasferiamo enormi quantità della nostra ricchezza verso paesi terzi; diciamo che su 100 euro spesi al consumo, 70-80 vanno a Russia, Algeria, Libia, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Venezuela? Ebbene, costruendo impianti nucleari, mediamente su 100 euro di corrente che io pago, diciamo che 80 sono serviti per pagare acciaio, cemento, software, progetti, esperti, strumenti, nonché interessi per il sistema bancario, tutti prodotti in gran parte qui in Europa, dove ci sono le competenze, dando lavoro e distribuendo ricchezza alle eccellenze che lo meritano.
Valutazione troppo cinica? Eppure la storia ci insegna che gli investimenti nell'eccellenza scientifica e tecnologica hanno sempre portato a dei vantaggi concreti. Sfido chiunque a dimostrare il contrario (ehm, non mi rivolgo certo a te, Roberto).
P.S. Roberto, senza alcuna tensione intellettuale... ma l'espressione "abbastanza condivisibile" meriterebbe ulteriori precisazioni. Grazie.
Mi scuso con Bacillus di cui ho letto molti post in questo sito e mi sento in dovere di aggiungere la mia piena sintonia con le cose che scrive. Ognuno, purtroppo, ha le sue fome di understatement che spesso sfuggono alle regole del comune buonsenso: "abbastanza condivisibile" per me vale come "pienamente condivisibile" nel linguaggio comune. Detto questo posso solo aggiungere una chiosa al suo ultimo commento. In tema di indipendenza energetica trovo abbastanza rischioso aver a che fare con il cartello russo-algerino del gas e forse nell'immediato futuro anche con la Libia con cui abbiamo firmato degli accordi di prospezione (ma da questo paese importiamo anche un bel po' di greggio). Forse bisogna precisare che dipendere da questi paesi limita fortemente la nostra politica estera. Abbiamo eclatanti esempi di comportamenti "timidi" - per usare un eufemismo - nei confronti dei paesi da cui dipendiamo per l'energia. Come se non bastasse bisognerebbe anche riflettere sulle regole del gioco a cui dobbiamo sottostare (qualcuno ricorda l'affare Eni-Petronim?). Avendo a che fare con regimi instabili si rischia qualche guaio di tipo istituzionale e magari un "buco" nelle forniture come è già accaduto nel '79. Non è forse per questo che passiamo sopra a qualsiasi stramberia Muammar Gheddafi faccia a casa nostra dove è ospite? Gli lascerebbero fare le stesse cose a Parigi o a Londra? Le bizzarrie di qualche capo di stato in visita in Italia sono il meno, ma rappresentano una cartina di tornasole di problemi molto più seri.
Grazie Roberto. Infatti mi sembrava ci fosse una certa identità di vedute. Nonché una tua competenza senza dubbio più ampia della mia. Non può che farmi piacere un interlocutore così prezioso.
Vorrei aggiungere alla tua riflessione (mi permetto “blogghisticamente” di darti del tu) che qualcuno potrebbe obiettare che anche per l'uranio saremo costretti ad approvvigionarci all'estero e quindi ad instaurare un forma di dipendenza. Non c'è dubbio. Ma è pur vero che tra i paesi che dispongono delle maggiori riserve di questo elemento ci sono Canada e Australia, con i quali esiste in qualche modo un qualche legame storico e culturale che non può non essere tenuto in considerazione.
P.S.: alle volte, Roberto, si finisce per “raccontarsela” fra gente che la pensa allo stesso modo. Su altri blog in cui ho portato avanti discussioni accese, in questi casi arrivava regolarmente la strana accusa per cui quando ci si trovava in due o tre a pensarla allo stesso modo, si era responsabili di una sorta di disegno premeditato, di un complotto, di una macchinazione. Sfuggiva a questi maldestri analisti l'impegno con il quale si cercava di proporre e riflettere su argomenti documentati o dimostrabili, piuttosto che rifarsi a dicerie, pregiudizi e luoghi comuni. Di nuovo grazie, quindi, per la tua attenzione.
Ringrazio Anna per l'articolo, come sempre preciso e documentato, e bacillus per i commenti, che seguo anche sui vari blog de Le scienze: hai pienamente ragione a dire che alle volte "si finisce per “raccontarsela” fra gente che la pensa allo stesso modo"; il problema è che di gente che, non dico la pensi allo stesso modo, ma che "ragioni" allo stesso modo, ce n'è molto poca. Per esempio leggi cosa scrive un mio "collega" (studente di ingegneria!!) sul suo blog:
http://mondoaparte.wordpress.com/2009/12/30/centrale-nucleare-donde-esta/
Io sono rimasto sconcertato dopo averlo letto; questo fa parte delle conseguenze del virus mediatico-populista diffuso da Grillo & C. in larga parte della popolazione, soprattutto tra i più giovani ed istruiti (la maggioranza dei lettori del suo blog), proprio coloro i quali dovrebbero portare un po' di modernità e pensiero scientifico-tecnologico in Italia... sconfortante.
Ciao
PERCHE' FOTOVOLTAICO e NUCLEARE SONO UNO SPRECO E NON BASTERANNO A NIENTE
SOLO l'ENERGIA EOLICA d'ALTA QUOTA avra' rendimenti tali da sostituire il petrolio come energia della civilta' moderna
All’università di Sidney hanno comparato la resa energetica di diversi tipi di fonti per capire se all’Australia convenisse o no costruire delle centrali nucleari. In pratica hanno misurato quanta energia serve a progettare, costruire, mantenere e alimentare una centrale e l’hanno rapportata alla quantità di energia che la centrale produce nel suo ciclo di vita.
Aspo ha tradotto i risultati del dossier di Sidney usando l’EROEI (Energy Returned On Energy Invested).
In pratica, tanto maggiore il valore di EROEI, tanto più conviene usare quel tipo di centrale.
tecnologia Rendimento Energia Resa su Energia Investita (EROEI)
Fotovoltaico rendimento in media 3.0 (da minimo 1.5 a massimo 6.2)
Nucleare, acqua pesante rendimento in media 5.0 (da minimo 2,8 a massimo 5.5)
Nucleare, acqua leggera rendimento in media 5.5 (da minimo 2.5 a massimo 6.2)
Turbine eoliche a terra
rendimento in media 15.1 (da minimo 8.3 a massimo 24)
Mini-idro centrali elettriche
rendimento in media 21.7 (da minimo 7.3 a massimo 50)
Il fotovoltaico che si vede in tabella e’ quello oggi disponibile sul mercato e fintanto che non saranno disponibili i prototipi alle alghe, ai frutti di bosco o a chissà che altro, resta poco efficiente. Le prestazioni migliori a parte l'eolico d'alta quota (Kitegen) si ottengono dall’eolico e dai piccoli impianti idroelettrici.
» Life-Cycle Energy Balance and Greenhouse Gas Emissions of Nuclear Energy in Australia
1° POSTO tecnologia Kitegen RENDIMENTO EROEI medio 375 (minimo 200 massimo 550)
(per approfondimentisulla tecnologia kitegen leggere questo link)
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=9340
==========================================
Dal Corriere di Chieri 16/02/2010 oppure 17/02/2010
Berzano: via libera al mega aquilone che produrrà energia
Inizieranno entro una decina di giorni i lavori per costruire il Kite gen stem a Berzano, in cima a una collinetta di 400 metri d'altezza. L'impianto ideato da Massimo Ippolito, che farà volare gli aquiloni ad alta quota per produrre energia elettrica, ha incassato infatti l'ultimo "sì "necessario, quello del Consiglio comunale .
Scientific American aveva stilato una classifica sulla praticabilità e concretezza dei vari tipi di fonti di energia per il nostro futuro, All'eolico di alta quota era stato assegnato il punteggio più alto,
Ben superiore al nucleare di fusione e a quello di IV Generazione.
Mi chiedo da quale studio, o fondata comprensione derivi il giudizio di "poca concretezza" espresso dalla irresponsabile giornalista.
Le centrali nucleari di III Gen, inoltre, hanno un costo energetico realizzativo e di decommissionamento bilanciabile solo con alcuni decenni di piena produzione, quando l'uranio fissile è una risorsa sempre più rara, in via di esaurimento. Vi è il rischio concreto che tali centali non riusciranno nemmeno a restituire l'energia che sarà servita per costruirle.
Complimenti per la cocncretezza!!
Ammesso e non concesso che una classifica di Sciam del 2006 debba essere un punto di riferimento, noto che all'eolico di alta quota viene dato lo stesso punteggio dei microrganismi sintetici. Se Ignazio Marino (che stimo molto) avesse proposto di risolvere i problemi energetici italiani con i microbi sintetici avrei usato lo stesso giudizio: filone di ricerca affascinante ma proposta poco concreta. Il che non significa che non bisogna investire in questi filoni (ci mancherebbe!) ma non mi aspetto che nessuna di queste fonti possa risolvere i nostri attuali problemi. Il giudizio sulla scarsa concretezza del nucleare di IV dovrebbe spingere la III. Massimo non è d'accordo, se ha ragione lui allora Obama ha toppato tutti i calcoli...
Non capisco perchè una classifica del 2006 non dovrebbe essere punto di riferimento, gli EROEI non cambiano con gli anni. Voglio aggiungere che il nucleare è quasi universalmente considerato poco più di una scarpa vecchia, magari da rifilare a tordi quali noi siamo per svuotare i magazzini.Infatti nessuno più costruisce centrali a parte rarissime eccezioni, e l'apertura di Obama sembra più una concessione a lobbies che altro. Le centrali di IV generazione sono attualmente solo un sogno, come molte altre tecnologie, e penso se si destinassero anche solo un decimo delle risorse previste per il nuovo nucleare italiano ad energie rinnovabili si potrebbero ottenere rapidamente risultati sorprendenti: abbiamo visto come utilizzando pochi spiccioli (il 2% della voce in bolletta per le rinnovabili) in poco più di una anno si è realizzata in Italia 1 gigawatt di potenza fotovoltaica diffusa sul territorio), mettendo in moto un meccanismo di responsabilizzazione sul problema energetico e anche, perchè no, di remunerazione per chi ha installato impianti, oltre ad avviare una filiera che speriamo non venga interrotta da inprovvide modifiche del meccanismo di incentivazione. è vero, il fotovoltaico è per ora poco efficente, ma vale lo stesso discorso: per avanzare bisogna sperimentare sul campo. Infine, se kitegen, progetto italiano all'avanguardia ammirato e considerato in tutto il MONDO (suggerisco di fare una piccola ricerca), fosse stato MINIMAMENTE finanziato dai nostri governi forse si sarebbe risparmiato qualche anno e avremmo bella che pronta una tecnologia fenomenale da vendere agli altri paesi. Saluti a tutti
Strano questo Obama, sfida le lobby e sacrifica la propria popolarità per dare agli americani una copertura sanitaria, ma poi sul nucleare si inginocchia. Caro Roberto, lei potrà anche non essere d'accordo, ma molti sono convinti che il nucleare sia una parte irrinunciabile della green economy. Liquidare la nuova politica americana con l'argomento delle lobby non le rende onore.
Per il resto mi dispiace se il settore di ricerca che le sta tanto a cuore non è adeguatramente sostenuto. Purtroppo è in buona compagnia.
E allora, cara Anna, entriamo un po nel merito: il nostro governo vorrebbe costruire in dieci anni 4 centrali presumibilmente da 1 Giga watt o giù di lì, quindi un totale di 4 Gw di potenza, con una spesa di diversi miliardi di euro, con un infinito contenzioso sociale, un'eredità piuttosto scomoda da sistemare non si sa bene dove (gli stati uniti con i loro immensi territori deserti devono ancora trovare una soluzione definitiva) e conseguenti enormi costi "nascosti" e, fatto non trascurabile, una nuova dipendenza energetica da combustibile in rapidao esaurimento. Al contrario e con grande stupore di tutti, grazie al meccanismo del conto energia varato nel 2007 dal governo berlusconi in una forma molto farraginosa e modificato profondamente da Pecoraro-Scano nel governo Prodi (Onore al merito), e nel solo biennio 2009-2010 è stato installato in italia 1Gw di potenza fotovoltaica, con una performance adirittura superiore a quella della germania nel biennio. Con questi ritmi nei dieci anni previsti per l'avvio delle centrali (ma Lei scommetterebbe sui tempi?), si potrebbe tranquillamente raggiungere la stessa potenza prodotta, SENZA conflitti sociali, SENZA mega investimenti di cui sembra che a giovarsi sarebbero principalmente i cugini francesi, SENZA problemi di smaltimento, SENZA dipendenza da altri paesi, CREANDO molti posti di lavoro, e, grazie al conto energia, assicurando un ottimo (rendita calcolata intorno all'8%) e sicuro investimento per 20 anni a chi vuole investire in questo campo, piuttosto che perdere soldi giocando magari in borsa. Tutto ciò non considerando la altre fonti rinnovabili, come il vento, che potrebbe andare anche molto meglio del fotovoltaico. Sempre che il meccanismo che ha prodotto tale miracolo (l'incentivo in conto energia) non venga abolito o reso molto poco conveniente come sembrerebbe. E allora, non è che i mega progetti (tipo ponte sullo stretto) facciano comodo per la loro spettacolarità e morta là?
Riguardo Obama penso che anche Lei abbia seguito l'evoluzione della riforma sanitaria, e a quali conpromessi il Presidente dia dovuto scendere per farla passare. O no? Grazie per l'ospitalità e saluti, roberto
Qualche cifra sul modello tedesco: http://www.newclear.it/?p=1524
Posto quest'interessante analisi pubblicata dal sole 24 ore sugli sviluppi e i costi del fotovoltaico, sottolineando che incentivare 15 gigawatt da qui al 2020, pari al 5% della produzione totale avrebbe costi molto bassi(stime Boccon, non di qualche pericoloso ecologista sognatore), creando la bellezza di 90000 posti di lavoro qualificati:
L’Italia è al quinto posto mondiale per potenza complessivamente installata nel fotovoltaico, avendo superato il Gw alla fine del 2009, ma non può dormire sugli allori. Il recente convegno organizzato dal Gifi (Gruppo imprese fotovoltaiche italiane) sulle prospettive del settore ha esaminato questi punti di forza e debolezza per il solare nel nostro Paese.
1/Dove potremmo arrivare nel 2020
Le previsioni per il 2020 sono di 15 Gw di capacità totale in Italia, con una crescita media del 15,6% l’anno nella potenza installata e un investimento complessivo pari a oltre cinque miliardi di euro. Ciò consentirebbe, secondo Arturo Lorenzoni (Università Bocconi) di soddisfare circa il 5% dei consumi elettrici. Gli incentivi sono il primo e indispensabile ingrediente per questa lievitazione del fotovoltaico. Purtroppo l’incertezza regna ancora sovrana, aspettando il nuovo conto energia e le linee guida per le rinnovabili, che dovrebbero stabilire finalmente un po’ d’ordine nel guazzabuglio di regole regionali. Tariffe allineate all’evolversi dei prezzi di mercato, stabilità degli incentivi e, come ciliegina sulla torta, nessun tetto massimo alla potenza premiata dal conto energia: così il fotovoltaico italiano potrebbe creare quasi 90mila nuovi posti di lavoro al 2020, di cui circa 83mila per la costruzione degli impianti e 4.400 (al netto di quelli persi nel settore del gas) per la successiva manutenzione.
2/E a che prezzo
Quanto peseranno gli incentivi sulle nostre bollette? Per produrre quel 5% di energia solare sul totale della domanda elettrica (quasi venti TWh su 373), dovremo pagare due miliardi di euro in più rispetto al prezzo di mercato dell’energia elettrica al 2020, vale a dire il 3,7% del costo del singolo kWh. Tuttavia, sempre secondo le stime della Bocconi, l’esborso netto per l’Italia dovrebbe ridursi in modo rilevante da qui al 2020: considerando l’Iva sugli investimenti industriali per il fotovoltaico, il valore delle emissioni di Co2 risparmiate oltre alla minor quantità di energia importata dall’estero, lo Stato potrebbe quasi annullare i costi degli incentivi tra dieci anni.
Che il fotovoltaico richieda investimenti stabili e duraturi, lo confermano i progetti per le linee elettriche di Enel e Terna. Le reti esistenti sono in grado di assorbire una quota consistente di energia proveniente dalle rinnovabili, a patto di saperla gestire in modo corretto. Perciò servono dispositivi “intelligenti” per integrare il mondo dell’elettronica con quello dell’energia, partendo dai contatori di ultima generazione: tutti i nodi della rete devono comunicare tra loro in tempo reale, per distribuire l’energia solare (così come quella eolica o di altre fonti rinnovabili) quando questa è disponibile, seguendo i flussi della domanda. Senza dimenticare le nuove stazioni per convogliare il surplus di energia; Terna, per esempio, possiede cantieri aperti per circa un miliardo di euro dovuti a investimenti per potenziare le reti in questa direzione.
3/Oltre l’80% degli italiani promuove il fotovoltaico
Stabilità degli incentivi e chiarezza delle regole sono i punti critici del solare italiano anche secondo un sondaggio Ispo commentato da Renato Mannheimer. Oltre l’80% del campione promuove questa tecnologia, ritenendo che sia davvero rispettosa dell’ambiente e che produca energia in modo molto efficiente. Inoltre, più del 70% degli intervistati non pensa che i pannelli siano brutti e rovinino il paesaggio né che un impianto solare installato in casa possa nuocere alla salute. Queste percentuali bulgare incontrano qualche limite sul fronte dei costi e della burocrazia: il 79% del campione pensa che i costi di un impianto siano troppo gravosi per un singolo individuo, mentre quasi metà (45%) avrebbe paura di perdere gli incentivi con qualche cambiamento nelle leggi future; l’80% degli intervistati, inoltre, sarebbe meno interessato a installare un impianto fotovoltaico se sparissero gli incentivi.