Il Governo ha avviato l'iter per l'individuazione dei siti nucleari, ma la parte difficile comincia adesso. Ovunque si decida di costruire le centrali, sorgeranno comitati locali, arriveranno capipopolo, si faranno manifestazioni. Basteranno le compensazioni economiche previste dal decreto a scacciare il fantasma di Yucca Mountain?
Gli enti locali restano in attesa di conoscere la lista ufficiale, ma il movimento che soffia per gonfiare il fenomeno Nimby è già in subbuglio. Sono quelli che non si accontentano di dire: non costruite nel mio giardino (not in my back yard) ma dicono no e basta, ovunque e comunque. Gli americani li chiamano Banana (build absolutely nothing anywhere near anybody). I Verdi sono pochi e malconci ma in questa partita si giocano tutto. Resta da capire quanta sponda troveranno nel Pd, che per ora si colloca su posizioni diffidenti ma prive di acronimi. Basta leggere la voce Nimby nell'Enciclopedia della comunicazione della scienza e della tecnologia per riconoscerle e prevederne le future varianti. L'argomentazione più volte presentata da Pierluigi Bersani rientra in questa categoria: non ci piace il tipo di impianti che volete costruire. Ovvero, saremmo d'accordo sui reattori di quarta generazione ma non sulla terza, nemmeno se la chiamate 3+ per indicare che si tratta di tecnologie evolute. Il fatto che il quarto tipo sia ancora fantascienza, però, pone i democratici su un pendio scivoloso verso una destinazione quasi-Banana. Antonio di Pietro ha già eliminato il quasi, agitando lo strumento referendario. Dichiaratamente no-nuke è anche Ignazio Marino, che nella corsa alla segreteria ha sposato affascinanti e poco concrete alternative come gli aquiloni per l'eolico d'alta quota. Per chi non voglia apparire fondamentalista e nemmeno aprire al nucleare, comunque, si apre un ampio ventaglio di possibilità: non ci piace il percorso decisionale che avete intrapreso; non siamo d'accordo sulla tabella di marcia o sul numero dei reattori; avete scelto i posti sbagliati e via continuando.
Reattori e depositi per le scorie sono classici esempi di ciò che in letteratura è stato chiamato Lulu (locally unwanted land use). Categoria in continua espansione, perché la gente non gradisce discariche, rigassificatori, antenne, ma nemmeno macelli, prigioni, cliniche psichiatriche o locali notturni vicino a casa propria. In qualche condominio contestano persino gli asili nido privati. Ma di tutte queste cose c'è bisogno e un posto bisognerà pur trovarlo. In passato la regola era costruire e basta, preferibilmente nei pressi di comunità troppo deboli per protestare. Ma la coercizione oggi è improponibile, l'unica via praticabile è quella della persuasione. Che significa avviare una campagna di informazione pervasiva e ad alta intensità e coinvolgere nel processo decisionale enti locali e cittadini. Ben sapendo che in assenza di rigorosi paletti, per ciò che riguarda modalità e tempi, la democrazia partecipativa si trasforma in uno show di demagoghi e fondamentalisti. Alle compensazioni economiche spetta il compito di coagulare un fronte di stakeholders favorevole al nucleare in situ, con la prospettiva di rimpinguare le casse degli enti locali e attirare le industrie con l'elettricità a basso costo. Ma qual è il prezzo giusto? Tra le opzioni discusse in letteratura ci sarebbe l'asta rovesciata: a decidere la somma non è il soggetto interessato a costruire, ma le comunità locali disponibili a ospitare il sito. Chi fa l'offerta più bassa ovviamente vince, ed è presumibile che sia la comunità più bisognosa di soldi. Il problema dell'equità dunque rimane, ma almeno è addolcito dalla compensazione. Un'opzione teorica più equa sarebbe quella degli scambi fra interventi indesiderati, secondo uno schema a punti: accettiamo l'aeroporto, ad esempio, se ci garantite di non costruire qui l'inceneritore. Ma si tratta di cose più facili da dire che da fare, soprattutto se in ballo c'è un tema tecnicamente complesso ed emotivamente incrostato come il nucleare. I siti con le caratteristiche adatte sono pochi e ci vuole una fervida fantasia per immaginare che si scateni una corsa ad assicurarsi il deposito nazionale delle scorie o i reattori. Non è un caso che gli Stati Uniti siano bloccati da vent'anni a litigare sul sito di Yucca Mountain, che dovrebbe ospitare i residui in modo permanente. Di quell'angolo del deserto del Nevada ormai sappiamo più cose che di qualsiasi altro posto al mondo, con tutti gli studi di geologia, idrologia, geochimica e paleoclimatologia che sono stati fatti. Ma nessun rapporto scientifico può soddisfare chi il nucleare non lo vuole per principio o perché non ha fiducia nelle istituzioni. E se questo vale per gli Usa, figuriamoci per l'Italia. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 23 dicembre 2009)

Commenti recenti