babele

Archivi Dicembre 2009

Il Governo ha avviato l'iter per l'individuazione dei siti nucleari, ma la parte difficile comincia adesso. Ovunque si decida di costruire le centrali, sorgeranno comitati locali, arriveranno capipopolo, si faranno manifestazioni. Basteranno le compensazioni economiche previste dal decreto a scacciare il fantasma di Yucca Mountain?

Gli enti locali restano in attesa di conoscere la lista ufficiale, ma il movimento che soffia per gonfiare il fenomeno Nimby è già in subbuglio. Sono quelli che non si accontentano di dire: non costruite nel mio giardino (not in my back yard) ma dicono no e basta, ovunque e comunque. Gli americani li chiamano Banana (build absolutely nothing anywhere near anybody). I Verdi sono pochi e malconci ma in questa partita si giocano tutto. Resta da capire quanta sponda troveranno nel Pd, che per ora si colloca su posizioni diffidenti ma prive di acronimi. Basta leggere la voce Nimby nell'Enciclopedia della comunicazione della scienza e della tecnologia per riconoscerle e prevederne le future varianti. L'argomentazione più volte presentata da Pierluigi Bersani rientra in questa categoria: non ci piace il tipo di impianti che volete costruire. Ovvero, saremmo d'accordo sui reattori di quarta generazione ma non sulla terza, nemmeno se la chiamate 3+ per indicare che si tratta di tecnologie evolute. Il fatto che il quarto tipo sia ancora fantascienza, però, pone i democratici su un pendio scivoloso verso una destinazione quasi-Banana. Antonio di Pietro ha già eliminato il quasi, agitando lo strumento referendario. Dichiaratamente no-nuke è anche Ignazio Marino, che nella corsa alla segreteria ha sposato affascinanti e poco concrete alternative come gli aquiloni per l'eolico d'alta quota. Per chi non voglia apparire fondamentalista e nemmeno aprire al nucleare, comunque, si apre un ampio ventaglio di possibilità: non ci piace il percorso decisionale che avete intrapreso; non siamo d'accordo sulla tabella di marcia o sul numero dei reattori; avete scelto i posti sbagliati e via continuando.

Reattori e depositi per le scorie sono classici esempi di ciò che in letteratura è stato chiamato Lulu (locally unwanted land use). Categoria in continua espansione, perché la gente non gradisce discariche, rigassificatori, antenne, ma nemmeno macelli, prigioni, cliniche psichiatriche o locali notturni vicino a casa propria. In qualche condominio contestano persino gli asili nido privati. Ma di tutte queste cose c'è bisogno e un posto bisognerà pur trovarlo. In passato la regola era costruire e basta, preferibilmente nei pressi di comunità troppo deboli per protestare. Ma la coercizione oggi è improponibile, l'unica via praticabile è quella della persuasione. Che significa avviare una campagna di informazione pervasiva e ad alta intensità e coinvolgere nel processo decisionale enti locali e cittadini. Ben sapendo che in assenza di rigorosi paletti, per ciò che riguarda modalità e tempi, la democrazia partecipativa si trasforma in uno show di demagoghi e fondamentalisti. Alle compensazioni economiche spetta il compito di coagulare un fronte di stakeholders favorevole al nucleare in situ, con la prospettiva di rimpinguare le casse degli enti locali e attirare le industrie con l'elettricità a  basso costo. Ma qual è il prezzo giusto? Tra le opzioni discusse in letteratura ci sarebbe l'asta rovesciata: a decidere la somma non è il soggetto interessato a costruire, ma le comunità locali disponibili a ospitare il sito. Chi fa l'offerta più bassa ovviamente vince, ed è presumibile che sia la comunità più bisognosa di soldi. Il problema dell'equità dunque rimane, ma almeno è addolcito dalla compensazione. Un'opzione teorica più equa sarebbe quella degli scambi fra interventi indesiderati, secondo uno schema a punti: accettiamo l'aeroporto, ad esempio, se ci garantite di non costruire qui l'inceneritore. Ma si tratta di cose più facili da dire che da fare, soprattutto se in ballo c'è un tema tecnicamente complesso ed emotivamente incrostato come il nucleare. I siti con le caratteristiche adatte sono pochi e ci vuole una fervida fantasia per immaginare che si scateni una corsa ad assicurarsi il deposito nazionale delle scorie o i reattori. Non è un caso che gli Stati Uniti siano bloccati da vent'anni a litigare sul sito di Yucca Mountain, che dovrebbe ospitare i residui in modo permanente. Di quell'angolo del deserto del Nevada ormai sappiamo più cose che di qualsiasi altro posto al mondo, con tutti gli studi di geologia, idrologia, geochimica e paleoclimatologia che sono stati fatti. Ma nessun rapporto scientifico può soddisfare chi il nucleare non lo vuole per principio o perché non ha fiducia nelle istituzioni. E se questo vale per gli Usa, figuriamoci per l'Italia. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 23 dicembre 2009)

L'Istituto superiore di sanità ha documentato il primo caso mondiale di trasmissione della variante mutata del virus pandemico. Si tratta della famigerata mutazione D225G sul gene dell'emagglutinina, altresì detta D222G a seconda del sistema di numerazione adottato, sospettata di facilitare l'accesso del virus nella profondità dei polmoni. Non è stato ancora diramato alcun comunicato stampa e la notizia è stata confinata in una sezione poco visibile del sito dell'Iss. Ne ho appena scritto su DarwinFlu.

"Mamma, non so decidermi se Babbo Natale esiste oppure no". La bomba viene sganciata senza preavviso durante la cena e il boccone va di traverso. Accidenti, penso, è uno dei momenti di svolta nella vita di mia figlia e non sono preparata, mi tocca improvvisare. Le parole giuste arrivano in poche frazioni di secondo, lei esibisce una smorfietta di disappunto e scoppia subito a ridere. E' andata. Prova superata, niente traumi. E se spiffera la verità ai compagni della scuola materna? Meglio farsi promettere che terrà la bocca chiusa, le altre mamme potrebbero prenderla male.

L'anno scorso è successo con un sacerdote di Garlasco che, nel bel mezzo della messa, se n'è uscito con una rivelazione  - "Babbo Natale è una favola" - poco gradita ai fedeli con figli al seguito. Nel 2005 ha fatto notizia un'omelia del Vescovo di Como che avvertiva i bambini: "a portare i doni sono papà e mamma rintronati dalla pubblicità". Nel 2008 una supplente inglese è stata allontanata dopo aver detto la scandalosa verità agli alunni. Tutti i genitori, ovviamente, vorrebbero poter scegliere il momento giusto, senza essere smascherati da altri. Ma sul come e sul quando, in genere, hanno le idee piuttosto confuse.  Devo dirlo? Se lo faccio gli rovino la magia? Se lo scopre da solo si sentirà tradito? La rete ci consegna pareri discordi. «Finché è possibile lasciamogli vivere questo sogno», consiglia il neuropsichiatra infantile Giovanni Bollea. Dal pulpito di S.O.S Tata, invece, Adriana invita a preparare il terreno oggi per la delusione che arriverà domani, dicendo ai bambini: "Babbo Natale esiste se tu ci credi. Quando smetterai di crederci, non esisterà più". Ma i bambini non sono tutti uguali e nemmeno i genitori. Se si è religiosi Babbo Natale può apparire come un intruso che occulta il vero significato della festività. Se si è atei ci si può sentire in imbarazzo a spiegare ai pargoli che non tutti credono in Dio ma la notte del 24 dicembre dal camino scende Babbo Natale. In ogni caso non c'è ragione di drammatizzare. Con i bambini spesso le cose sono più facili di quel che sembra e il dilemma natalizio non fa eccezione, come confermano diversi studi. Qualche tempo fa due psicologi canadesi - Serge Larivée e Carole Sénéchal - hanno fatto il punto concludendo che oltre il 40% dei bambini capiscono gradualmente la verità da soli e ai genitori tocca soltanto confermare. In genere la scoperta non è traumatica. Nel comunicato stampa della loro università si legge che nel 1896 il 22% dei bambini ammetteva di provare disappunto, nel 1979 sono arrivati al 39%. Solo una sparuta minoranza - dal 2 al 6% rispettivamente - si è sentito tradito. Nel giro di un secolo sono aumentati coloro che lo vengono a sapere dai genitori, passando dal 25 al 40%, agli altri ci pensano i coetanei. Da una ricerca del 1980 comunque è emerso che all'età di 7 anni la metà dei bambini ci crede ancora. Un'ultima infornata di cifre: nel 1896 il 54% dei genitori diceva di perpetuare il mito di Santa Claus per rendere i bambini più felici, nel 2000 lo ha detto l'80%.  Chissà perché siamo tanto convinti che questo genere di credenze dia la felicità. Di sicuro credere in cose che non esistono ci viene naturale, perché la credulità ha basi cognitive ed evoluzionistiche di cui si trova conferma persino nel comportamento degli animali. Il nostro cervello è una macchina che trasforma le correlazioni in causalità. Perciò credere che esista un grande elfo buono non è tanto difficile, se ogni anno la mattina del 25 dicembre troviamo i pacchi infiocchettati sotto l'albero. Alcune false credenze ce le portiamo dietro per il resto della vita, questa invece ce la lasciamo alle spalle quando ci rendiamo conto che nessuno potrebbe recapitare milioni di regali in tutto il mondo nell'arco di una notte. Una volta scoperta la verità i bambini accettano le nuove regole come se fosse un rito di passaggio e danno volentieri manforte ai genitori mantenendo il segreto con i fratelli più piccoli. Perdono un po' di magia? Sì certo, ma non sarà una rivelazione su Babbo Natale ad azzoppargli la fantasia. In compenso capire qualcosa di nuovo può dare una grande soddisfazione, forse persino un lampo di felicità. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 17 dicembre 09)

Chi cerca trova. Infatti non appena l'Istituto superiore di sanità (Iss) ha iniziato a cercarla, è subito saltata fuori. Parliamo della mutazione D225G. Quella che sembra favorire l'ingresso del virus dell'influenza pandemica in profondità nei polmoni, facilitando (forse) l'insorgenza di polmoniti acute.

Per ora in Italia è stata identificata in un solo caso, un ragazzo, tra i primi a finire in terapia intensiva con prognosi riservata. Se il paziente si è salvato è grazie alla macchina per l'ossigenazione extracorporea del sangue a cui è stato collegato per un paio di settimane. Dal ministero del welfare ora arrivano le rassicurazioni di rito, ma lo scenario che abbiamo davanti è un chiaroscuro pieno di incognite. Per farci coraggio possiamo dire: è stato trovato un solo caso su oltre 100 sequenze esaminate, segno che la mutazione è rarissima. Giusto, ma in Norvegia sospettano che per stanarla siano necessarie delle biopsie polmonari, mentre le nostre sequenze provengono da campioni naso-faringei o bronchiali. Se nello stesso ospite convivessero ceppi diversi, potremmo trovare l'uno o l'altro a seconda della profondità a cui si spinge il prelievo. Dopo che la mutazione è stata notata in Ucraina, i norvegesi hanno rotto il silenzio, seguiti dai francesi e poi da noi, mentre l'Oms conferma qualche caso anche in Asia e in America. Dunque la diffusione è geograficamente ubiquitaria, per quanto sporadica, e l'effettiva frequenza è ancora da determinare. Un'altra ragione di ottimismo: la mutazione è stata trovata anche in qualche caso leggero. Così sembra, ma la gran parte dei casi sono severi o letali e per saperne di più dovremo attendere i risultati degli esperimenti di infezione sul modello animale, una ricerca che l'Iss non può fare perché non ha laboratori con un livello di biosicurezza adeguato. Ancora una nota positiva: la mutazione riguarda i primi casi perciò è vecchia, se fosse stata una bomba sarebbe già deflagrata. Vero. Ma è più facile accorgersi della mutazione nei campioni vecchi che in quelli recenti, perché all'inizio la sorveglianza si fa su piccoli numeri, dunque è più serrata. E' possibile, inoltre, che l'innesco avvenga per gradi, che richieda qualche altro passaggio. Se questo cambiamento puntiforme della sequenza sbilanciasse la prognosi sul versante infausto ma al tempo stesso riducesse l'infettività del virus, potrebbe avere bisogno di un'altra mutazione per propagarsi e le occasioni non mancheranno. La storia delle ultime pandemie, infatti, suggerisce che dopo il primo picco potrebbe arrivarne un secondo, se non quest'anno il prossimo. Ecco infine l'ultima freccia all'arco degli ottimisti: la letteratura porta a credere che un cambiamento in posizione 225 sulle proteine di superficie del virus (emoagglutinina) non riduca l'efficacia del vaccino. Peccato che almeno uno dei ceppi mutati in Ucraina sia già stato classificato come un "low reactor", espressione che indica una bassa risposta al vaccino. Dunque è lecito sospettare che a seconda del background genetico in cui si colloca, questa mutazione possa avere o meno ripercussioni sull'immunogenicità. Vaccinarsi comunque è sempre utile, perché una copertura parziale è meglio di niente e perché la presenza del tanto vituperato squalene ci garantisce almeno qualche rinforzo. In Francia, anzi, stanno utilizzando le incognite della mutazione come stimolo per la campagna vaccinale e pur essendo partiti dopo di noi hanno già un numero di vaccinati doppio rispetto all'Italia. E l'altra mutazione, quella che conferisce resistenza al Tamiflu ed è stata confermata anch'essa nel nostro paese almeno in un caso? Probabilmente l'insorgenza è stata facilitata dall'immunodepressione della paziente, una bambina leucemica di due anni, e in qualche misura si tratta di un fenomeno atteso. Sarebbe peggio se fosse accaduto con una persona "sana" mai trattata con il farmaco, perché significherebbe che in circolazione ci sono ceppi resistenti abbastanza competitivi da avere un'efficiente trasmissione interumana. Uno scenario che comunque non può essere escluso da quando sono venuti alla luce dei cluster di resistenza in Usa e Gran Bretagna. Le indagini sono in corso e la morale non cambia. Dopo l'allarmismo è subentrata l'assuefazione, ma non è davvero il caso di sottovalutare. (Anna Meldolesi, dal Riformista dell'1 dicembre 2009)