Si fa presto a dire mutazione. Dal condizionale si passa al gerundio quindi all'indicativo. Potrebbe mutare (6 novembre, Ferruccio Fazio), sta mutando (7 novembre, Giuseppe Mele), è mutato (8 novembre, Klaus Davi). Ma questo virus muta o non muta?
Il viceministro ha tirato in ballo la possibilità di un riassortimento con il virus dell'aviaria, per spiegare perché la campagna di vaccinazione deve proseguire anche dopo il picco pandemico. Il rappresentante dei pediatri ha evocato lo spettro della mutazione per spiegare la morte della bimba napoletana di 8 mesi (come se questo virus non fosse capace di fare questo e altro esattamente così com'è). Il tuttologo di Domenica In ha trasformato l'ipotesi in fatto compiuto. Ma è vero? Il virus potrebbe mutare, sta mutando, è mutato? Si e no, vediamo perché. La riposta è positiva se si intende dire che questo virus, come tutti gli altri, replicandosi commette degli errori che introducono piccoli cambiamenti nel suo genoma. L'ha già fatto, lo sta facendo e lo farà ancora, perché questo è il suo sporco lavoro. La risposta è negativa, invece, se si intende che una di queste innumerevoli versioni mutate ne ha aumentato la letalità, ha incontrato i favori della selezione naturale e si sta diffondendo nel globo.
I giornali italiani non ne hanno parlato, ma a settembre è stata identificata una variante mutata nel piccolo focolaio di un campeggio olandese. Si trattava di una mutazione potenzialmente pericolosa a carico di un gene che secondo alcuni studi è correlato alla patogenicità (PB2), ma siamo stati fortunati: questa volta non ha potenziato l'aggressività del virus e non si è nemmeno diffusa. In definitiva il ceppo pandemico in circolazione in Italia e nel resto nel mondo è sempre quello usato per la produzione del vaccino (A/California/7/2009 (H1N1)v) e si sta dimostrando piuttosto stabile dal punto di vista genetico. Ma siamo d'accordo con Fazio: ciò che non è accaduto finora potrebbe accadere in futuro. Sia il viceministro italiano che i vertici dell'Organizzazione mondiale della sanità hanno paventato lo scenario di un riassortimento con il ceppo responsabile dell'aviaria (H5N1). L'idea di trovare riunite in un solo microrganismo l'alta contagiosità del virus suino e l'alta patogenicità di quello aviario è inquietante e non si può escludere a priori, anche se è così poco probabile da suonare un po' fantascientifica. Gli esperti di evoluzione virale, infatti, notano che H1N1 non ha alcun bisogno di chiedere in prestito ad altri le armi per diventare più pericoloso, può arrangiarsi assai bene da solo. I virus del suo gruppo (quelli a Rna) possono manifestare una mutazione per genoma per replicazione, arrivando a produrre fino a 100.000 copie virali in 10 ore per un totale di oltre mille particelle virali in un organismo infetto. Calcolate voi quante strade evolutive possono sperimentare se arrivano a infettare decine, centinaia di milioni di persone come accade in una pandemia. Ma se il nostro virus dovesse imboccare qualche via pericolosa, come faremmo ad accorgercene? Probabilmente noteremmo un hot-spot di casi particolarmente gravi in un'area ristretta ed è per questo che gli specialisti stanno tenendo gli occhi puntati sull'Ucraina. Qui il virus si sta diffondendo alla velocità della luce, con quasi un milione di contagiati, 50.000 ospedalizzati, 155 morti. I danni peggiori li sta facendo ad est, nella regione di Lviv, e ad attirare l'attenzione è stata soprattutto la notizia (ufficiosa) di alcuni casi anomali, caratterizzati da manifestazioni emorragiche. Siamo di fronte a un capriccio del caso o a un indizio preoccupante? Gli ucraini hanno capacità diagnostiche sufficienti per accorgersi se oltre ad H1N1 è all'opera anche qualche altro microrganismo, responsabile di una coinfezione? Il 3 novembre l'Oms ha inviato a Kiev un team di specialisti, sottolineando che l'Ucraina rappresenta un modello utile per prevedere il comportamento di H1N1 nel contesto climatico e socio-sanitario dell'Europa nord-orientale. Lo stesso giorno alcuni campioni sono partiti alla volta del Regno Unito per il sequenziamento. E' passata una settimana, più che abbastanza per completare il lavoro, ma non conosciamo ancora il responso ufficiale. Più passa il tempo, più lievitano le fantasie nel mondo parallelo della rete. Finché non arriverà una parola ufficiale dall'Oms, comunque, sarà meglio concentrarsi sul virus che c'è, anziché su quello che potrebbe arrivare. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 10 novembre 2009)

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