A Roma si attende conferma della prima vittima della nuova influenza, un bambino di 10 anni morto per polmonite. Ma gli ultimi due decessi registrati ieri a Napoli confermano che il capoluogo campano rappresenta ormai un vero e proprio rebus epidemiologico. Il Ministero del welfare parla di 16 decessi sul territorio nazionale ma quelli di cui abbiamo notizie certe finora sono 14, di cui ben 8 sono concentrati nel capoluogo campano. Non avendo una spiegazione pronta all'uso, la tentazione è quella di addebitare interamente l'anomalia al caso. Ma non basta questo a cacciare il tarlo dalla testa. Tutti gli esperti in queste ore citano i dati di InfluNet, la rete di sorveglianza che segue l'andamento del contagio nelle regioni italiane. Si dice: la scorsa settimana la Campania ha registrato 12,37 casi di influenza ogni mille assistiti, mentre il Piemonte che è la seconda regione più colpita arriva alla metà e la media nazionale è meno di un terzo. Ergo, sta nell'ordine delle cose che in Campania ci siano più morti che altrove. Giusto, ma questa risposta non chiude il discorso. L'influenza stagionale generalmente si propaga dal nord e, per quanto il tempo possa aver fatto le bizze ultimamente a Napoli, resta sorprendente che l'epicentro italiano della pandemia influenzale sia lì. Otto su 14, poi, resta una percentuale sconcertante, perché non ci risulta che la città ospiti oltre la metà dei contagiati italiani.
Probabilmente Napoli sconta qualche debolezza particolare, in termini di condizioni ambientali, densità abitativa, qualità dell'assistenza sanitaria. O forse nel capoluogo campano sta andando in scena il trailer di un film che sarà proiettato in gran parte del paese nelle prossime settimane. I numeri napoletani, comunque, appaiono meno inspiegabili se si ammette che le cifre fornite dal Ministero sul tasso di mortalità della nuova influenza sono premature e in qualche modo fuorvianti. Una decina di giorni fa Ferruccio Fazio sosteneva che la nuova influenza uccide 4 volte meno della stagionale, poi che è 10 volte meno aggressiva. Ovviamente non c'è nulla di strano nel fatto che un tasso cambi valore nel corso di un'epidemia, man mano che si accumulano i dati, ma il problema è che per dimostrare la relativa benignità della nuova influenza rispetto alla stagionale bisognerebbe confrontare dati paragonabili e questo purtroppo non è ancora possibile. Il tasso di mortalità è una frazione che ha al numeratore il numero dei decessi e al denominatore il numero dei contagiati. Ma per l'influenza pandemica Fazio conta il numero dei decessi certificati, mentre per la stagionale usa una grandezza molto diversa. Si tratta di una stima indiretta, nota come "mortalità in eccesso", che si ottiene confrontando il picco di mortalità durante la stagione influenzale con la curva della mortalità nelle altre stagioni, senza distinguere tra le diverse cause di morte. Lo si fa per includere anche quei decessi a cui la stagionale ha contribuito anche se il suo ruolo non è stato confermato da un test né menzionato nei certificati di decesso. Non c'è bisogno di grandi competenze epidemiologiche per capire che mettere sullo stesso piano le prime 14 vittime certificate di H1N1 e le 8.000 vittime indirette della stagionale è come confrontare mele con pere. Insomma per poter fare un paragone scientificamente sensato sulla mortalità dei due tipi di influenza, bisognerà attendere chissà quanti mesi. Altrimenti, se autorizziamo un uso tanto disinvolto della statistica, possiamo calcolare una mortalità piuttosto preoccupante per la Campania. La scorsa settimana sono stati registrati 5 morti, mentre gli ammalati in sette giorni sono stati 74.000. Dividendo si ottiene un tasso di 0,07. Se la mortalità dell'influenza stagionale vale 0,02 - come dice il viceministro - allora a Napoli il virus H1N1 uccide tre volte e mezzo più della stagionale. O no? (Anna Meldolesi, dal Riformista del 3 novembre 09)

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