babele

Archivi Novembre 2009

Tutti parlano dei ricercatori norvegesi che hanno identificato una mutazione potenzialmente pericolosa nel virus influenzale pandemico. A essere onesti, però, questo dovrebbe essere il momento dell'americano Henry Niman. E' lui infatti che per primo si è accorto della fatidica mutazione D225G, scrivendone per settimane, ogni giorno, sul sito della sua società di consulenza, quando ancora la notizia dei tre casi norvegesi non era stata diffusa e l'Oms preferiva non commentare l'anomala concentrazione di polmoniti in Ucraina. Nieman è un "flu tracker" e nell'ambiente lo conoscono tutti, anche se tutti storcono il naso. Perché è un allarmista per vocazione, nel senso che sta appostato per avvistare i pericoli che gli altri non vedono. Le sue intuizioni è bene dividerle per due e disseminarle di punti interrogativi, ma snobbarle è un errore. Nieman infatti è capace di seguire l'evoluzione di un focolaio epidemico negli angoli più remoti del globo standosene comodamente seduto al computer. Spulcia i giornali e i bollettini locali, anche se sono scritti in armeno. Mastica le sequenze virali depositate su Genbank come se fossero noccioline. Quando nota un puntino nero all'orizzonte comincia a gridare al lupo. A volte si sbaglia e il lupo non arriva, spesso è solo un cane. In questo caso però ha battuto tutti sul tempo e non è la prima volta che accade. Pochi se lo ricordano, ma è grazie a lui che qualche anno fa è stato identificato l'unico cluster di trasmissione uomo-uomo del virus dell'aviaria, in Turchia. Un lupo, mannaro per giunta, che per nostra fortuna è rimasto isolato. 

La mutazione D225G della nuova influenza potrebbe essere un lupo o un cane, ma ormai nessuno dubita che vada tenuta d'occhio attentamente. La più sincera, come al solito, è stata la direttrice dei Cdc di Atlanta Anne Schuchat: "Non vogliamo sminuire. E' troppo presto per capire cosa questa mutazione possa comportare". Nei resoconti ufficiali e in molti articoli la vedrete indicata con un'altra sigla (222), ma si tratta sempre di D225G, catalogata con un diverso sistema di numerazione. In Norvegia l'hanno trovata in 3 pazienti, due dei quali sono morti. I casi ucraini studiati invece sono 10, di cui 4 fatali, e il cambiamento di sequenza è stato riscontrato proprio in questi ultimi. Al momento non sembra che tutte le sequenze mutate identificate dal Brasile al Giappone, dalla Spagna agli Stati Uniti corrispondano a casi gravi. Comunque possiamo già dire che, potendo scegliere, preferiremmo di gran lunga contrarre la versione originaria. D225G infatti determina un cambiamento nell'emoagglutinina, che è la chiave di ingresso del virus per entrare nelle cellule dell'ospite. La chiave mutata gli consente di aprire la serratura in profondità nei polmoni, piuttosto che fermarsi a trachea e bronchi. Il solito Niman sospetta che per questo possa scatenare delle polmoniti emorragiche, come quelle riportate in Ucraina, ma non si può escludere che per arrivare a tanto il virus influenzale abbia bisogno di un complice (pneumococco? tubercolosi?). Sempre lui evidenzia qualcosa su cui le autorità sanitarie per ora preferiscono glissare: la stessa mutazione  è presente nel virus dell'influenza aviaria e persino nel ceppo che si è diffuso con la seconda ondata della famigerata Spagnola. Ovviamente una mutazione da sola non basta a trasformare un virus poco aggressivo in uno spietato killer seriale, ma è un campanello d'allarme che suona. Per fortuna, come hanno notato in molti, la mutazione appare circoscritta, seppure in diverse aree del globo. Ma la sua reale diffusione è ancora tutta da scoprire, perché per stanare il virus mutato non bastano i normali tamponi naso-faringei, ci vuole una biopsia polmonare. Quello che tutti si chiedono ora è di quanto tempo potrebbe avere bisogno la nuova variante per provare ad affermarsi su quella più mite. Ovvero quanto tempo ci vorrà per essere certi che il lupo non ci salterà addosso e si lascerà addomesticare. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 22 novembre 2009)

PS Per saperne di più sulla mutazione c'è DarwinFlu

Chi ha visto il secondo spot della campagna informativa da 2,5 milioni di euro sulla nuova influenza? (la cifra è stata data da Bonaiuti in conferenza stampa). Dalla Presidenza del Consiglio mi dicono che va in onda da una decina di giorni ma io non l'ho mai beccato. Per riuscire a visionarlo, dunque, sono andata sul sito del Governo. Inutile andare sul sito del Ministero della salute, lì non l'hanno messo. Probabilmente hanno fatto bene, perché lo spot non solo è bruttino ma è addirittura sbagliato. Infatti mentre le ordinanze di Fazio riconoscono le donne in gravidanza come una categoria prioritaria per l'immunizzazione, Topo Gigio ha dimenticato di includerle nella sua lista dei soggetti a rischio che devono vaccinarsi. Incredibile? Sì, ma vero.  

Si è molto scritto e molto fantasticato sulle lezioni di Corano impartite da Gheddafi alle 200 hostess italiane. Ma tra un salto alla Fao e i suoi bagni di ragazze, il colonnello ha trovato il tempo per altri sorprendenti incontri. Secondo il portale di news Afrique en ligne la Guida della rivoluzione libica ha incontrato uno dei leader della mancata rivoluzione italiana. Tal Mario Cabana, in realtà Mario Capanna. Dopo aver incassato un paio di generosi emendamenti ad personam nell'ultima finanziaria del morente governo Prodi ed essersi assicurato 400.000 euro dal sindaco Alemanno, pare che ora l'ex sessantottino folgorato dalla lotta agli Ogm abbia puntato gli occhi su Tripoli. Se Gheddafi dovesse abboccare, l'album delle figurine degli eroi antbiotech si arricchirà di una new entry impareggiabile, perfetta da inserire tra il sari di Vandana e i baffi di Bové. 

Anziché fare lo sciopero della fame per un giorno, probabilmente, Jacques Diouf avrebbe dovuto dimettersi. Il senegalese è diventato direttore generale della Fao nel 1994 ed è al suo terzo mandato. C'era già lui quando nel 2000 è stato annunciato l'obiettivo di dimezzare la percentuale degli affamati entro il 2015. C'è ancora lui oggi a fare il bilancio di un decennio disastroso sul fronte della sicurezza alimentare: il numero di persone che soffre la fame invece di diminuire ha superato la soglia del miliardo.

La Fao dunque ha fallito. Fare l'elenco dei bachi del sistema sarebbe un esercizio lungo e complicato. La scarsità di mezzi che Diouf ha lamentato chiedendo 44 miliardi di dollari è sicuramente uno di questi, perché non arriveremo da nessuna parte se l'assistenza internazionale e i governi non torneranno a investire pesantemente in agricoltura, invertendo una tendenza nefasta partita negli anni '80. Ma i soldi da soli non bastano se a mancare è la visione strategica. Diouf insomma non può cavarsela con l'ennesimo appello ai donatori e nemmeno dichiarando che "la fame non è un problema tecnico né economico, ma politico". Ha il dovere di fornire analisi e proposte convincenti. Anche perché sotto la parola hunger ce ne sta scritta un'altra: povertà rurale. E quest'ultima ha una molteplicità di cause che vanno dalla difficoltà di accedere ai mercati internazionali all'arretratezza tecnologica di coltivatori che spesso hanno come unico strumento una zappa.

Per costruire un mondo più giusto di questo, in cui si realizzino i Millennium Goal e si faccia persino di meglio, il primo passo è rifuggire dalle semplificazioni. La fame è politica, economia, tecnica e molto più di questo. Non è possibile sconfiggerla se non si piantano i semi della democrazia, perché ha ragione Amartya Sen quando nota che nessun governo democratico potrebbe sopravvivere affamando i suoi elettori. Ma accanto a questo insegnamento che piace a tutti, da destra a sinistra, dovremmo fare posto anche per l'eredità di una figura più scomoda, Norman Borlaug, in un senso che va al di là del solito riferimento all'utilità delle biotecnologie. La sua Rivoluzione verde, così tanto citata e così poco capita, ci parla dell'enorme potenziale umanitario che può avere la modernizzazione dell'agricoltura, mentre in occidente va di moda l'Arcadia. Ci ricorda che servono scuole, porti, strade, dighe, ma anche fertilizzanti e colture ad alta resa. C'è un filo rosso che lega tutte queste cose: studiare qualche anno può darti il coraggio di sfidare un destino di povertà già scritto e lo scetticismo di chi ti sta intorno. Puoi cominciare barattando tutto per un animale che tiri l'aratro, approdare a un trattore, osare con le sementi migliori, come ha fatto François Traore, che  oggi rappresenta i produttori di cotone del Burkina. Lo sviluppo ti fa volare se riesci a coglierlo, ma gli ultimi li lascia ai margini. Per questo non deve mai venire meno l'imperativo etico a ridurre le disuguaglianze, come ieri è tornato a ricordare Benedetto XVI. Alla sua analisi, però, mi permetterei di aggiungere almeno un pizzico di Thomas Malthus. Non certo per quel desiderio perverso di mettere le briglie alla demografia che andava di moda negli anni '70: Paul Ehrlich e i tardi epigoni di The Population Bomb possiamo lasciarli perdere. Come documenta una recente inchiesta dell'Economist, il benessere sa essere più potente dei condom e i paesi emergenti stanno vivendo una transizione demografica anticipata. Il tasso di natalità ha impiegato 130 anni a passare da 5 a 2 in Gran Bretagna, mentre in Corea del sud sono bastati 20 anni. Nei paesi in via di sviluppo oggi una donna può aspettarsi 3 figli, mentre sua madre ne metteva in conto 6. Se è vero che non esiste una relazione di causa-effetto tra la crescita della popolazione e la fame, come sostiene il papa, è anche vero che cancellare la demografia dall'equazione non si può. Nell'Africa sub-sahariana la produzione di cereali procapite oggi è del 19% inferiore a quella del 1970. Perché alle élite delle capitali importa poco e niente della povertà rurale, ma anche perché la Rivoluzione verde che ha sfamato centinaia di milioni di persone in Asia e America non è mai arrivata in Africa, mentre le bocche da nutrire hanno continuato a crescere. Il sistema alimentare globale si basa su un disequilibrio in perenne evoluzione, che può andare in crisi alla minima scossa, perché l'aumento delle rese non tiene il passo dell'aumento dei consumi. Ma in questo rapporto zoppicante è possibile leggere anche qualche ragione di ottimismo, se non per l'Africa sub-sahariana almeno per i paesi emergenti. I consumi crescono anche perché chi riesce a rompere il cerchio della povertà non si accontenta più di una ciotola di riso. In mezzo a tanti numeri drammatici, in fondo, questa è l'unica preoccupazione che siamo contenti di avere.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 17 novembre 2009)

Finora in Italia la campagna di vaccinazione ha registrato pochi "incidenti" di lieve entità. L'Aifa parla di 198 segnalazioni per problemi minori come arrossamenti o prurito, oltre a 5 casi di allergia trattati con il cortisone. Ma sarebbe sciocco illudersi che da noi non accadrà ciò che è successo in Germania e in Francia. Le malattie, i decessi improvvisi, gli aborti spontanei avvengono normalmente, tutti i giorni, con o senza vaccini. Quando viene avviata una campagna di vaccinazione, però, questi eventi vengono annotati tutte le volte che riguardano persone che si sono immunizzate, anche se si sono verificati diverse settimane dopo l'inoculo. Perciò seppure il vaccino fosse il più sicuro della storia, le autorità competenti registreranno come sospetti anche decessi e malattie che rientrano nella normale incidenza e qualcuno cederà alla tentazione di leggere un nesso causale dietro a una semplice correlazione. Per prepararci a questo scenario faremmo bene a dire sin da ora che anche qui qualcuno morirà improvvisamente il giorno dopo l'immunizzazione, come è accaduto in Germania. Anche qui qualcuno resterà paralizzato per la Sindrome di Guillain-Barré, come è capitato in Francia. Un lavoro pubblicato alla fine di ottobre su Lancet ci consente addirittura di fare qualche previsione. Se la campagna vaccinale dovesse raggiungere i risultati che Ferruccio Fazio si era prefisso in origine, immunizzando 24 milioni di persone, ci dovremmo aspettare oltre 40 casi di Guillain-Barré, una dozzina di morti improvvise, centinaia di aborti spontanei in persone immunizzate di fresco. Difficilmente però raggiungeremo questi numeri: con oltre 2 milioni di dosi distribuite, i vaccinati sono stati appena 150.000 e sarebbe sorprendente se il ritmo aumentasse proprio ora che la pandemia è scomparsa dalle prime pagine. Dunque conteremo meno "eventi avversi", ma non sarà per la superiore sicurezza dei vaccini italiani, né per la nostra buona stella. Se a vaccinarsi saranno in pochi, solo in pochissimi casi potremo correlare questi drammatici incidenti della vita all'assunzione del vaccino. Il basso tasso di immunizzazione aumenterà certamente il bilancio delle vittime dell'influenza, certificate e non, e paradossalmente potrebbe accrescere anche i casi di Guillain-Barré. Seppure in rete si trova di tutto e di più sul presunto legame tra la sindrome e i vaccini, in realtà sembra che questa malattia sia più frequente proprio tra le persone colpite da influenza. Ma neppure la contabilità epidemiologica sfugge alla regola dell'occhio non vede, cuore non duole. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 15 novembre 2009)

PS1 Aggiornamento: secondo i giornali del 17 novembre l'Italia avrebbe due decessi sospetti: un operatore sanitario a Bari per il quale sarebbe stato escluso il nesso con il vaccino e un malato cronico a Salerno per cui sono ancora in corso le indagini.

PS 2 Per chi vuole sapere tutto sulla pandemia influenzale, e magari ha voglia di qualche affondo scientifico sulle questioni più controverse, segnalo un nuovo sito web, interamente dedicato al tema. Lo ha creato darwin (rivista per cui lavoro) e si chiama darwinFlu.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si fa presto a dire mutazione. Dal condizionale si passa al gerundio quindi all'indicativo. Potrebbe mutare (6 novembre, Ferruccio Fazio), sta mutando (7 novembre, Giuseppe Mele), è mutato (8 novembre, Klaus Davi). Ma questo virus muta o non muta?

Il viceministro ha tirato in ballo la possibilità di un riassortimento con il virus dell'aviaria, per spiegare perché la campagna di vaccinazione deve proseguire anche dopo il picco pandemico. Il rappresentante dei pediatri ha evocato lo spettro della mutazione per spiegare la morte della bimba napoletana di 8 mesi (come se questo virus non fosse capace di fare questo e altro esattamente così com'è). Il tuttologo di Domenica In ha trasformato l'ipotesi in fatto compiuto. Ma è vero? Il virus potrebbe mutare, sta mutando, è mutato? Si e no, vediamo perché. La riposta è positiva se si intende dire che questo virus, come tutti gli altri, replicandosi commette degli errori che introducono piccoli cambiamenti nel suo genoma. L'ha già fatto, lo sta facendo e lo farà ancora, perché questo è il suo sporco lavoro. La risposta è negativa, invece, se si intende che una di queste innumerevoli versioni mutate ne ha aumentato la letalità, ha incontrato i favori della selezione naturale e si sta diffondendo nel globo.

I giornali italiani non ne hanno parlato, ma a settembre è stata identificata una variante mutata nel piccolo focolaio di un campeggio olandese. Si trattava di una mutazione potenzialmente pericolosa a carico di un gene che secondo alcuni studi è correlato alla patogenicità (PB2), ma siamo stati fortunati: questa volta non ha potenziato l'aggressività del virus e non si è nemmeno diffusa. In definitiva il ceppo pandemico in circolazione in Italia e nel resto nel mondo è sempre quello usato per la produzione del vaccino (A/California/7/2009 (H1N1)v) e si sta dimostrando piuttosto stabile dal punto di vista genetico. Ma siamo d'accordo con Fazio: ciò che non è accaduto finora potrebbe accadere in futuro. Sia il viceministro italiano che i vertici dell'Organizzazione mondiale della sanità hanno paventato lo scenario di un riassortimento con il ceppo responsabile dell'aviaria (H5N1). L'idea di trovare riunite in un solo microrganismo l'alta contagiosità del virus suino e l'alta patogenicità di quello aviario è inquietante e non si può escludere a priori, anche se è così poco probabile da suonare un po' fantascientifica. Gli esperti di evoluzione virale, infatti, notano che H1N1 non ha alcun bisogno di chiedere in prestito ad altri le armi per diventare più pericoloso, può arrangiarsi assai bene da solo. I virus del suo gruppo (quelli a Rna) possono manifestare una mutazione per genoma per replicazione, arrivando a produrre fino a 100.000 copie virali in 10 ore per un totale di oltre mille particelle virali in un organismo infetto. Calcolate voi quante strade evolutive possono sperimentare se arrivano a infettare decine, centinaia di milioni di persone come accade in una pandemia. Ma se il nostro virus dovesse imboccare qualche via pericolosa, come faremmo ad accorgercene? Probabilmente noteremmo un hot-spot di casi particolarmente gravi in un'area ristretta ed è per questo che gli specialisti stanno tenendo gli occhi puntati sull'Ucraina. Qui il virus si sta diffondendo alla velocità della luce, con quasi un milione di contagiati, 50.000 ospedalizzati, 155 morti. I danni peggiori li sta facendo ad est, nella regione di Lviv, e ad attirare l'attenzione è stata soprattutto la notizia (ufficiosa) di alcuni casi anomali, caratterizzati da manifestazioni emorragiche. Siamo di fronte a un capriccio del caso o a un indizio preoccupante? Gli ucraini hanno capacità diagnostiche sufficienti per accorgersi se oltre ad H1N1 è all'opera anche qualche altro microrganismo, responsabile di una coinfezione? Il 3 novembre l'Oms ha inviato a Kiev un team di specialisti, sottolineando che l'Ucraina rappresenta un modello utile per prevedere il comportamento di H1N1 nel contesto climatico e socio-sanitario dell'Europa nord-orientale. Lo stesso giorno alcuni campioni sono partiti alla volta del Regno Unito per il sequenziamento. E' passata una settimana, più che abbastanza per completare il lavoro, ma non conosciamo ancora il responso ufficiale. Più passa il tempo, più lievitano le fantasie nel mondo parallelo della rete. Finché non arriverà una parola ufficiale dall'Oms, comunque, sarà meglio concentrarsi sul virus che c'è, anziché su quello che potrebbe arrivare. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 10 novembre 2009)       

 

Commentando la scarsa adesione dei medici alla campagna di vaccinazione, il viceministro Fazio ha detto "Non mi straccio le vesti". Noi invece non riusciamo a farcene una ragione. Perché tutti questi medici che vanno spiegando la propria contrarietà al vaccino a giornalisti e pazienti sono dei pessimi medici. Non solo dimostrano la propria ignoranza in materia di virus e vaccini, ma quel che è peggio è che non appaiono per nulla turbati dall'idea di mettere in pericolo la salute dei propri pazienti. Proprio perché abbiamo il massimo rispetto per la nobiltà della professione medica, ci risulta difficile capire come possano andare a cuor leggero in sala operatoria durante una pandemia senza essersi vaccinati, con il rischio di aver contratto il virus, magari in modo asintomatico, e di contagiare chi ha messo la propria vita nelle loro mani. Non capiamo come possano stare a contatto con pazienti immunodepressi senza sentirsi in obbligo di proteggerli dal virus proteggendo sé stessi. Sarà la magistratura a stabilire se Chantal Carleo, la ballerina di 18 anni ricoverata al Bambin Gesù per le cure periodiche richieste dalla sua fibrosi cistica, abbia veramente contratto il virus in ospedale come sostiene sua madre. Ma è certo che in quell'ospedale, come negli altri, lavorano persone che hanno scelto di non vaccinarsi. Tra i pazienti uccisi dall'influenza negli ultimi giorni ce ne sono diversi che erano in chemioterapia, e altri malati oncologici stanno lottando contro l'influenza in terapia intensiva. Eppure il professor Umberto Tirelli dell'Istituto nazionale dei tumori di Aviano ha dovuto fare un comunicato stampa per esortare "ancora una volta tutto il personale sanitario, gli oncologi e gli infermieri che seguono i malati oncologici in trattamento a vaccinarsi, come atto di responsabilità per evitare il rischio di contagio". L'esortazione a non nuocere contenuta nel giuramento di Ippocrate, forse, pesa meno della seccatura di uno shot. E anche la comprensione del metodo scientifico sembra essere cosa rara tra i medici. Altrimenti non si spiegano storie come quella di Giulia, il giovane medico che ha raccontato alla Stampa la sua decisione di non vaccinarsi pur essendo incinta. Ha chiesto in giro ad amici e parenti, letto un po'di articoli, fatto un giro sui forum online. Non si è fidata dell'Oms né del Ministero del welfare. E se ha letto la letteratura medica, non l'ha proprio capita. (Anna Meldolesi, dal Riformista dell'8 novembre 2009)   

 

 

Chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane. Il vecchio adagio è perfetto per fotografare la campagna di vaccinazione in corso contro la nuova influenza: troppo spesso chi avrebbe diritto a una dose non vuole vaccinarsi, mentre chi vorrebbe non può.  E così i bambini sani vengono tenuti in panchina ad aspettare il loro turno, correndo un rischio sempre più alto di ammalarsi prima di ricevere l'agognato shot, mentre i gruppi con accesso prioritario stanno snobbando la vaccinazione. Per questo ci rivolgiamo all'unità di crisi che si riunisce ogni settimana al Ministero del welfare: perché non seguiamo l'esempio degli Stati Uniti rendendo più elastici i criteri per l'immunizzazione?

Ecco cosa succede oltreoceano. Anche gli Usa dispongono di meno dosi di quelle previste sulla carta, a causa dei ritardi di produzione. Le case farmaceutiche hanno promesso più di quanto siano in grado di mantenere, perché i ceppi ibridi usati per fabbricare il vaccino hanno una resa scarsa, intorno al 20% di quella attesa. Di fronte a questo imprevisto e al dilagare del virus, gli americani hanno optato per un approccio pragmatico. L'obiettivo non è vaccinare in ordine medici, donne incinte, malati cronici e bambini, come da noi, perché un'organizzazione così rigida fa perdere tempo. Le parole d'ordine sono: vaccinare anche le persone sane fino ai 24 anni di età, anzi vaccinare il maggior numero possibile di persone prima che i casi si impennino. Un vaccinato in più vuol dire un portatore di influenza in meno, indipendentemente dal suo rischio individuale. E ridurre il serbatoio di persone suscettibili è una strategia di salute pubblica più sensata che andare a rincorrere le persone a rischio ostili al vaccino, soprattutto ora che il picco pandemico è alle porte. Le nostre autorità sanitarie danno indicazioni variabili, le più ottimistiche parlano dell'inizio del 2010, ma in Spagna il ministro della salute ha fatto sapere che l'apice arriverà entro la fine di novembre. Calcolando che la piena protezione viene raggiunta 2-3 settimane dopo l'inoculo, se avessero ragione gli spagnoli, il tempo utile per vaccinarsi starebbe per scadere. Ecco perché fanno bene gli americani ad allargare le maglie: chiunque può presentarsi davanti a una delle cliniche autorizzate e mettersi in fila. Un gruppo di volontari - per i quali il New York Times ha coniato l'espressione "flu police" - fa avanti e indietro per individuare i casi più urgenti e farli accomodare in testa. Ma chi è determinato a vaccinarsi, anche se non presenta gravi patologie pregresse, può armarsi di pazienza e aspettare. Il risultato è che negli Stati Uniti in questi giorni si sono formate code di centinaia di persone, mentre da noi la sala di attesa del centro di via Plinio a Roma ieri era semideserta. Ma gli Usa fanno anche di meglio: le scuole forniscono ai bambini il modulo del consenso informato da restituire firmato. Quindi gli scolari vengono prelevati a gruppi, classe per classe, e portati nella clinica più vicina senza interrompere le lezioni. Da noi invece ai genitori favorevoli alla vaccinazione viene chiesto di pazientare ancora un paio di settimane e forse più.

Un pizzico di elasticità farebbe bene anche qui. Quanto tempo abbiamo perso aspettando che i medici decidessero se immunizzarsi o meno, prima di prendere atto che tanti non volevano farlo? Quanto tempo dobbiamo accordare alle categorie con accesso prioritario, prima di passare alla voce successiva sulla lista dell'ordinanza ministeriale? La cronaca di questi giorni ci dice che né le donne in gravidanza né i minorenni con malattie croniche si stanno presentando in massa nei luoghi indicati. A volte chi avrebbe diritto non sa dove andare e non ha la tenacia dimostrata dalla nostra Anna Momigliano. Più spesso i cittadini scelgono di non cogliere l'opportunità, a causa di una campagna di disinformazione capillare che li ha raggiunti fin dentro gli studi medici. Così ci tocca leggere che "a Napoli in fila per immunizzarsi ci sono solo rom e detenuti" e che "in alcuni ospedali del Cen­tro sud, Roma davanti a tut­ti e scendendo più giù in un'altra città campione, Pa­lermo, l'adesione è stata dav­vero bassa tanto che le dosi sono state restituite alle ri­spettive Asl e verranno ridistribuite" (Corriere della sera di ieri). Martedì scorso l'unità di crisi ha sancito che il tempo accordato ai medici per immunizzarsi era scaduto. Adesso bisognerebbe fare un altro passo avanti, dando il via libera alla vaccinazione volontaria dei bambini sani. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 6 novembre 2009) 

Caro Fazio, oggi le scrivo perché è un uomo seduto sul ciglio di un vulcano. Se lo è cercato, almeno in parte, quando ha lasciato che Topo Gigio le saltellasse sulle spalle cantando le ciribiricoccole, pur sapendo che la pandemia avrebbe fatto dei morti, più o meno dell'influenza stagionale in questo momento non importa. Ha fatto un passo verso il cratere ogni volta che ha definito lieve e normale questa influenza, che non è la peste ma è subdola e contagiosa, mentre negli Stati Uniti la sua omologa Kathleen Sebelius usava l'aggettivo "grave". Un lungo balzo l'ha fatto quando, pur conoscendo le difficoltà di una campagna di immunizzazione su larga scala in un paese a velocità geograficamente variabile come l'Italia, ha commentato l'emergenza nazionale decretata da Obama dicendo che noi potevamo contare su un'organizzazione migliore. Ma fra le mille critiche che adesso le vengono mosse, ce ne sono anche di ingenerose. Chi oggi intinge la penna nel vetriolo fatica a capire che questa è la prima volta nella storia in cui proviamo a gestire scientificamente una pandemia influenzale cercando di modificarne il corso e non è detto che ne saremo capaci. Il bello è che se ci riusciremo e il bilancio delle vittime alla fine sarà circoscritto, invece di sentirsi dire "bravi", i politici e i tecnici in prima linea verranno rimproverati per aver esagerato con le precauzioni. Mentre se i morti saranno numerosi, bisognerà pur addossare la colpa a qualcuno. Chi sta a guardare finisce facilmente per sottovalutare l'entità della sfida, l'imprevedibilità dei virus, la difficoltà di preparare l'opinione pubblica a un futuro incerto e luttuoso senza scatenare il panico. Magari fino a ieri criticavano medici e scienziati, ma di punto in bianco pretendono che si risolva ogni problema, che i vaccini siano belli e pronti senza avere la più pallida idea dei problemi tecnici della produzione vaccinale. Chi sta sul ponte di comando delle politiche sanitarie in tempi pandemici dovrebbe riuscire a camminare sulla sottile linea rossa che separa sottovalutazione e allarmismo, la linea dell'allerta. Sbandando ci si tira addosso l'accusa di aver preso il pericolo sotto gamba o quella uguale e opposta di aver alimentato paure infondate. Gli altri governi occidentali hanno preferito correre questo secondo rischio, diffondendo stime preoccupanti sul potenziale impatto del nuovo virus, per riguadagnare l'attenzione di una popolazione ormai disattenta, a cui troppi grilli parlanti elencavano la lista dei pericoli già scongiurati chiamandole bufale: l'influenza aviaria, la Bse, la Sars. Con quella frase pronunciata a luglio sulla chiusura delle scuole, caro Fazio, ci ha provato anche lei, poi dopo le polemiche dell'Avvenire e le battutacce di Gelmini e Brunetta si è buttato dall'altra parte. Ma con il contagio che si allarga e il bilancio dei morti che sale, non è questo il momento giusto per impugnare le baionette mediatiche. Ci vorrebbe senso di responsabilità da parte di tutti e scrivendole, caro viceministro, provo a fare la mia parte anch'io.

Il consiglio è: scriva ai pediatri, ai medici di base, ai ginecologi. Convochi i loro rappresentanti al Ministero a porte chiuse, faccia loro una lavata di capo perché si diano da fare di più con i loro iscritti. Devono capire che seppure l'obiettivo della campagna istituzionale è stato quello di rassicurare i cittadini, loro non possono permettersi il lusso di sottovalutare il problema. La peggior grana che abbiamo oggi, infatti, è la confusione che regna nelle categorie che dovrebbero consigliare i pazienti. Lo dicono a microfoni spenti gli specialisti migliori dell'Istituto superiore di sanità e ho dovuto constatarlo anch'io, quando ho parlato con il pediatra di mia figlia. L'avevo scelto accuratamente eppure mi sono sentita dire che lui, come medico, è disposto a tutto pur di non vaccinarsi, perché "il vaccino è più pericoloso del virus". Conosco persone con problemi neurologici e respiratori che dovrebbero correre a immunizzarsi, ma il medico di fiducia li ha scoraggiati inventandosi che il rischio di sviluppare la sindrome di Guillain-Barré in seguito al vaccino sarebbe maggiore del rischio di sviluppare le complicanze influenzali. Dio solo sa cosa i ginecologi consigliano in queste ore alle donne incinte, che in assoluto sono il gruppo più vulnerabile ma culturalmente sono state abituate a temere i farmaci più delle malattie. Alla fine di una giornata di lavoro i nostri medici si affidano alla televisione o a internet, non vanno a leggere la letteratura scientifica. Nel mio piccolo censimento, promuovo solo il mio medico di base che invece di propinarmi un indigesto frullato di leggende metropolitane ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere: "Non ho strumenti per orientarmi né per dare consigli".

Invece c'è un altro consiglio che potrebbe essere utile a lei. In Italia non esiste neppure questa disciplina, ma nel mondo anglosassone la comunicazione del rischio è materia accademica. Metta i suoi collaboratori a studiare, cominci dal sito di Peter Sandman, uno che va a parlare della comunicazione del rischio pandemico ai congressi di virologi e pneumologi. Scoprirà che una decina di giorni fa ha commentato la campagna di comunicazione italiana, anticipando i prevedibili contraccolpi dei suoi errori.  L'idea di "normalizzare" l'influenza pandemica, non solo è scientificamente opinabile ma è anche ingenua. E' opinabile perché questa è una pandemia perciò farà ammalare molte più persone, prenderà di mira classi di età risparmiate dalla stagionale e in una minoranza di casi porterà in terapia intensiva anche persone giovani e sane. L'idea di normalizzarla è ingenua perché mentre si dice che è tutto normale, si varano misure sanitarie straordinarie e questa schizofrenia disorienta la gente e anche i medici. Alcuni crederanno troppo alle rassicurazioni e decideranno di non proteggersi. Altri non ci crederanno e, pur prendendo delle precauzioni, perderanno fiducia nel Governo. Altri ancora  saranno spinti a cercare fonti alternative di informazione ( o dis-informazione), magari nel mare in tempesta della rete. Le rassicurazioni eccessive, oltretutto, renderanno l'impatto delle brutte notizie più forte, alimentando un allarmismo di ritorno. E' quello che sta accadendo in queste ore e se vorrà evitare oscillazioni tanto violente in futuro dovrà trovare un modo diverso di comunicare. E magari fare a meno di Bonaiuti. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 4 Nov 09)    

 

 

A Roma si attende conferma della prima vittima della nuova influenza, un bambino di 10 anni morto per polmonite. Ma gli ultimi due decessi registrati ieri a Napoli confermano che il capoluogo campano rappresenta ormai un vero e proprio rebus epidemiologico. Il Ministero del welfare parla di 16 decessi sul territorio nazionale ma quelli di cui abbiamo notizie certe finora sono 14, di cui ben 8 sono concentrati nel capoluogo campano. Non avendo una spiegazione pronta all'uso, la tentazione è quella di addebitare interamente l'anomalia al caso. Ma non basta questo a cacciare il tarlo dalla testa. Tutti gli esperti in queste ore citano i dati di InfluNet, la rete di sorveglianza che segue l'andamento del contagio nelle regioni italiane. Si dice: la scorsa settimana la Campania ha registrato 12,37 casi di influenza ogni mille assistiti, mentre il Piemonte che è la seconda regione più colpita arriva alla metà e la media nazionale è meno di un terzo. Ergo, sta nell'ordine delle cose che in Campania ci siano più morti che altrove. Giusto, ma questa risposta non chiude il discorso. L'influenza stagionale generalmente si propaga dal nord e, per quanto il tempo possa aver fatto le bizze ultimamente a Napoli, resta sorprendente che l'epicentro italiano della pandemia influenzale sia lì. Otto su 14, poi, resta una percentuale sconcertante, perché non ci risulta che la città ospiti oltre la metà dei contagiati italiani.

Probabilmente Napoli sconta qualche debolezza particolare, in termini di condizioni ambientali, densità abitativa, qualità dell'assistenza sanitaria. O forse nel capoluogo campano sta andando in scena il trailer di un film che sarà proiettato in gran parte del paese nelle prossime settimane. I numeri napoletani, comunque, appaiono meno inspiegabili se si ammette che le cifre fornite dal Ministero sul tasso di mortalità della nuova influenza sono premature e in qualche modo fuorvianti. Una decina di giorni fa Ferruccio Fazio sosteneva che la nuova influenza uccide 4 volte meno della stagionale, poi che è 10 volte meno aggressiva. Ovviamente non c'è nulla di strano nel fatto che un tasso cambi valore nel corso di un'epidemia, man mano che si accumulano i dati, ma il problema è che per dimostrare la relativa benignità della nuova influenza rispetto alla stagionale bisognerebbe confrontare dati paragonabili e questo purtroppo non è ancora possibile. Il tasso di mortalità è una frazione che ha al numeratore il numero dei decessi e al denominatore il numero dei contagiati. Ma per l'influenza pandemica Fazio conta il numero dei decessi certificati, mentre per la stagionale usa una grandezza molto diversa. Si tratta di una stima indiretta, nota come "mortalità in eccesso", che si ottiene confrontando il picco di mortalità durante la stagione influenzale con la curva della mortalità nelle altre stagioni, senza distinguere tra le diverse cause di morte. Lo si fa per includere anche quei decessi a cui la stagionale ha contribuito anche se il suo ruolo non è stato confermato da un test né menzionato nei certificati di decesso. Non c'è bisogno di grandi competenze epidemiologiche per capire che mettere sullo stesso piano le prime 14 vittime certificate di H1N1 e le 8.000 vittime indirette della stagionale è come confrontare mele con pere. Insomma per poter fare un paragone scientificamente sensato sulla mortalità dei due tipi di influenza, bisognerà attendere chissà quanti mesi. Altrimenti, se autorizziamo un uso tanto disinvolto della statistica, possiamo calcolare una mortalità piuttosto preoccupante per la Campania. La scorsa settimana sono stati registrati 5 morti, mentre gli ammalati in sette giorni sono stati 74.000. Dividendo si ottiene un tasso di 0,07. Se la mortalità dell'influenza stagionale vale 0,02 - come dice il viceministro - allora a Napoli il virus H1N1 uccide tre volte e mezzo più della stagionale. O no? (Anna Meldolesi, dal Riformista del 3 novembre 09)

 

Per spiegare le difficoltà della campagna di vaccinazione, che in Italia sta procedendo a singhiozzo, si è parlato di ritardi nella produzione e inefficienze della devolution. Ma c'è un altro elemento che sembra aver spinto qualche regione, come il Lazio, a ritardare intenzionalmente l'avvio del piano di immunizzazione. Una scelta che è stata fatta in buona fede e potrebbe persino essere applaudita dai fan del principio di precauzione, ma è scientificamente infondata e rischia di costarci cara.

Il nocciolo della questione sta nella differenza fra vaccini monodose e decadose. I primi sono confezionati singolarmente, perciò non contengono un conservante chiamato tiomersale e costano di più. Gli altri sono in confezioni da dieci, che una volta aperte vanno consumate in giornata, e contengono tiomersale. Il tiomersale contiene a sua volta mercurio e le leggende metropolitane in circolazione vogliono che sia pericoloso, addirittura responsabile della presunta impennata di casi di autismo nei bambini. Anche se tutti gli studi seri le hanno confutate, queste idee continuano a essere propagandate da un manipolo di persone convinte che la medicina ufficiale trami con la lobby farmaceutica e i governi mondiali alle spalle degli inermi cittadini. E' difficile credere che anche i funzionari della regione Lazio ci siano cascati. E' più probabile che sia stato il timore di uno scandalo mediatico a far decidere di riservare i vaccini monodose (quelli senza mercurio) alle donne incinte e ai bambini con problemi di salute. Ma il diavolo ci ha messo lo zampino, perché i vaccini monodose sono stati distribuiti con la prima tranche, quella destinata al personale sanitario. Dunque prima di avviare l'immunizzazione dei medici si è deciso di aspettare le confezioni decadose della seconda tranche. L'ufficio stampa della regione si è giustificato con noi citando anche il ritardo di alcune informazioni ministeriali sui protocolli operativi, il risultato comunque è che il Lazio è partito due settimane dopo la Lombardia. E poiché la piena protezione si ottiene solo una ventina di giorni dopo l'inoculo, chi vive in Lazio rischia di essere sorpreso dal picco pandemico con le difese abbassate.

Confessiamo di essere venuti a conoscenza di questa notizia prima che scoppiasse l'affair Marrazzo e di averla tenuta nel cassetto finora. Perché? Non volevamo contribuire a diffondere un inutile allarme sul tiomersale nei vaccini, magari innescando uno scandalo simile a quello che ha tenuto banco in Germania dopo che Bild e Der Spiegel hanno messo in giro la voce che esistono vaccini di serie A e di serie B. I primi (senza adiuvante e senza mercurio) riservati a politici, medici e militari. I secondi (con adiuvante e mercurio) destinati ai comuni cittadini. Se fosse successo qualcosa del genere anche in Italia, questa campagna di vaccinazione da problematica avrebbe potuto trasformarsi in caotica. Prima di decidere, comunque, abbiamo consultato uno dei massimi esperti mondiali, Paul Offit del Children's Hospital di Philadelphia, chiedendogli se in via precauzionale aveva senso tenere i vaccini monodose per i gruppi a rischio. Ecco come ci ha risposto: "Dato che le donne gravide e i bambini con problemi neurologici sono esposti al metilmercurio ogni giorno, quando bevono qualunque cosa contenga acqua, l'esposizione a 25 microgrammi di etilmercurio (che viene escreto dal corpo circa 10 volte più velocemente del metilmercurio ambientale) è trascurabile. Quindi anche se evitare il tiomersale creerebbe una percezione di maggior sicurezza, i vaccini non sarebbero più sicuri". Perché allora adesso ne stiamo scrivendo? Perché ieri abbiamo letto sulla prima pagina del Corriere della sera che "secondo alcuni" gli adiuvanti presenti anche nei vaccini italiani sarebbero pericolosi per le donne incinte e la Svizzera non ne consente l'uso in gravidanza. Il riferimento qui è a un'altra sostanza (lo squalene) che leggenda vuole sia legata alla sindrome del Golfo ma sulla cui sicurezza non possono essere avanzati dubbi legittimi, visto che è già stata assunta da milioni di europei con i normali vaccini contro l'influenza stagionale. Se alcuni paesi preferiscono evitarla è per un malinteso senso di precauzione che non ha il merito di accrescere la sicurezza e ha il difetto di alimentare la girandola dei sospetti. Gli adiuvanti, al contrario, hanno il vantaggio di potenziare l'effetto protettivo anche a basse dosi e dunque consentono di immunizzare un maggior numero di persone. Il fatto che nel mondo si utilizzino vaccini antipandemici prodotti in modo leggermente diverso da industrie diverse non significa affatto che esistano prodotti di serie A e di serie B né in Germania, né in Svizzera, né tanto meno in Italia. (Anna Meldolesi, dal Riformista dell'1 Nov 09)