Cinque morti a Napoli. Una a Messina. Uno a Prato. Una a Cesena. Uno a Spoleto. Uno a Cernusco sul Naviglio. Uno a Ferrara. Una a Rimini. I piccoli numeri spesso ingannano ed è presto per azzardare bilanci, ma scorrendo l'elenco delle prime vittime italiane della pandemia, sembra che le grandi città del nord finora siano state graziate. Mentre nel mirino c'è Napoli, che negli ultimi due giorni ha registrato altri 3 decessi (un pensionato, un detenuto, il direttore di una clinica privata) e trattiene il fiato per una donna da poco sottoposta a parto cesareo. Di sicuro la variante pandemica di H1N1 è capricciosa: sceglie le sue vittime con criteri che ancora non comprendiamo appieno e si diffonde a macchia di leopardo. Non sappiamo se il virus abbia trovato in Campania condizioni particolarmente propizie, ma l'anomala concentrazione dei casi fatali autorizza a sollevare interrogativi scomodi. Siamo in grado di offrire un'assistenza sanitaria geograficamente omogenea per i casi gravi di nuova influenza? Trovarsi con una brutta polmonite a Milano è come ammalarsi nel sud del paese?
La risposta è no, o almeno non ancora. Per rimediare ieri il Ministero del welfare ha istituito una commissione nazionale con il compito di rafforzare e coordinare la rete delle unità di terapia intensiva sparse nella penisola. Il picco pandemico è vicino, perciò sarà una corsa contro il tempo. La nuova influenza scatena in una minoranza di pazienti una polmonite interstiziale con compromissione rapida e progressiva della funzione respiratoria. Spesso si tratta di giovani adulti in buona salute, i cui unici fattori di rischio sono il tabagismo, l'obesità o la gravidanza, e non tutti potranno o vorranno vaccinarsi. Per questo la battaglia contro H1N1 si vincerà o si perderà in buona misura nelle unità di terapia intensiva. L'arma più potente di cui disponiamo è una macchina per l'ossigenazione extracorporea del sangue (Ecmo, ovvero extracorporeal membrane oxygenation) presente in tutti i reparti di cardiochirurgia. Il problema però è che senza un training specifico non può essere utilizzata per mettere a riposo i polmoni delle persone in crisi respiratoria. Anche se di macchine ne abbiamo centinaia, i gruppi con il know-how necessario per impiegarle in chiave antipandemica si contano sulla punta delle dita. C'è il San Gerardo di Monza, che è la culla di questa tecnica, Bergamo per i casi pediatrici, Milano con il San Raffaele e il Policlinico, Torino con le Molinette, poi c'è il Sant'Orsola di Bologna, il San Matteo a Pavia, il Gemelli a Roma. Essere ricoverati in questi centri è una fortuna nella sfortuna, perché è solo qui che oggi può essere tentata la via dell'ossigenazione extracorporea, quando tutti gli altri interventi - ossigeno in maschera, ventilazione non invasiva, ventilazione meccanica - si sono dimostrati insufficienti. "C'è bisogno di altri centri di riferimento nella parte scoperta del paese. Vogliamo arrivare ad averne una dozzina in tutto, alcuni specializzati nel trattamento dell'insufficienza respiratoria acuta nel bambino", ci ha detto Alberto Zangrillo, il rianimatore intensivista del San Raffaele che Ferruccio Fazio ha insediato alla guida della nuova commissione. "Riusciremo a farlo a tempo di record. Partire prima sarebbe stato difficile perché i dati sull'efficacia dell'Ecmo sono recentissimi", ha aggiunto Zangrillo. A settembre su Lancet è stata descritta una sperimentazione multicentrica svolta in Gran Bretagna, che ha confrontato l'efficacia di Ecmo e ventilazione meccanica nei casi di grave crisi respiratoria. Ha dimostrato che l'esperienza dei centri incide in modo decisivo sui risultati, perciò la strada da seguire è quella della centralizzazione dei pazienti. Il 12 ottobre un'altra rivista medica, il Jama, ha illustrato l'utilità dell'ossigenazione extracorporea durante questa stagione influenzale in Australia e Nuova Zelanda. Sulla base di questi dati in Italia ci aspettiamo di dover fornire questo trattamento ad alcune centinaia di persone in un arco di tempo molto ridotto e con meno di 12 centri rischiamo la saturazione. Comprare nuove macchine non serve, ci vogliono nuovi specialisti in gradi di usarle e per questo il primo novembre partirà un corso ad hoc al Policlinico di Milano. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 30 ottobre)

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