babele

Archivi Ottobre 2009

Cinque morti a Napoli. Una a Messina. Uno a Prato. Una a Cesena. Uno a Spoleto. Uno a Cernusco sul Naviglio. Uno a Ferrara. Una a Rimini. I piccoli numeri spesso ingannano ed è presto per azzardare bilanci, ma scorrendo l'elenco delle prime vittime italiane della pandemia, sembra che le grandi città del nord finora siano state graziate. Mentre nel mirino c'è Napoli, che negli ultimi due giorni ha registrato altri 3 decessi (un pensionato, un detenuto, il direttore di una clinica privata) e trattiene il fiato per una donna da poco sottoposta a parto cesareo. Di sicuro la variante pandemica di H1N1 è capricciosa: sceglie le sue vittime con criteri che ancora non comprendiamo appieno e si diffonde a macchia di leopardo. Non sappiamo se il virus abbia trovato in Campania condizioni particolarmente propizie, ma l'anomala concentrazione dei casi fatali autorizza a sollevare interrogativi scomodi. Siamo in grado di offrire un'assistenza sanitaria geograficamente omogenea per i casi gravi di nuova influenza? Trovarsi con una brutta polmonite a Milano è come ammalarsi nel sud del paese?

La risposta è no, o almeno non ancora. Per rimediare ieri il Ministero del welfare ha istituito una commissione nazionale con il compito di rafforzare e coordinare la rete delle unità di terapia intensiva sparse nella penisola. Il picco pandemico è vicino, perciò sarà una corsa contro il tempo. La nuova influenza scatena in una minoranza di pazienti una polmonite interstiziale con compromissione rapida e progressiva della funzione respiratoria. Spesso si tratta di giovani adulti in buona salute, i cui unici fattori di rischio sono il tabagismo, l'obesità o la gravidanza, e non tutti potranno o vorranno vaccinarsi. Per questo la battaglia contro H1N1 si vincerà o si perderà in buona misura nelle unità di terapia intensiva. L'arma più potente di cui disponiamo è una macchina per l'ossigenazione extracorporea del sangue (Ecmo, ovvero extracorporeal membrane oxygenation) presente in tutti i reparti di cardiochirurgia. Il problema però è che senza un training specifico non può essere utilizzata per mettere a riposo i polmoni delle persone in crisi respiratoria. Anche se di macchine ne abbiamo centinaia, i gruppi con il know-how necessario per impiegarle in chiave antipandemica si contano sulla punta delle dita. C'è il San Gerardo di Monza, che è la culla di questa tecnica, Bergamo per i casi pediatrici, Milano con il San Raffaele e il Policlinico, Torino con le Molinette, poi c'è il Sant'Orsola di Bologna, il San Matteo a Pavia, il Gemelli a Roma. Essere ricoverati in questi centri è una fortuna nella sfortuna, perché è solo qui che oggi può essere tentata la via dell'ossigenazione extracorporea, quando tutti gli altri interventi - ossigeno in maschera, ventilazione non invasiva, ventilazione meccanica - si sono dimostrati insufficienti. "C'è bisogno di altri centri di riferimento nella parte scoperta del paese. Vogliamo arrivare ad averne una dozzina in tutto, alcuni specializzati nel trattamento dell'insufficienza respiratoria acuta nel bambino", ci ha detto Alberto Zangrillo, il rianimatore intensivista del San Raffaele che Ferruccio Fazio ha insediato alla guida della nuova commissione. "Riusciremo a farlo a tempo di record. Partire prima sarebbe stato difficile perché i dati sull'efficacia dell'Ecmo sono recentissimi", ha aggiunto Zangrillo. A settembre su Lancet è stata descritta una sperimentazione multicentrica svolta in Gran Bretagna, che ha confrontato l'efficacia di Ecmo e ventilazione meccanica nei casi di grave crisi respiratoria. Ha dimostrato che l'esperienza dei centri incide in modo decisivo sui risultati, perciò la strada da seguire è quella della centralizzazione dei pazienti. Il 12 ottobre un'altra rivista medica, il Jama, ha illustrato l'utilità dell'ossigenazione extracorporea durante questa stagione influenzale in Australia e Nuova Zelanda. Sulla base di questi dati in Italia ci aspettiamo di dover fornire questo trattamento ad alcune centinaia di persone in un arco di tempo molto ridotto e con meno di 12 centri rischiamo la saturazione. Comprare nuove macchine non serve, ci vogliono nuovi specialisti in gradi di usarle e per questo il primo novembre partirà un corso ad hoc al Policlinico di Milano. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 30 ottobre)

 

Quando si parla di lobby dei vaccini, in genere, ci si riferisce agli affari di big pharma. Pochi sembrano essersi accorti che altre lobbies, politiche e professionali, si sono date da fare per assicurarsi un posto in prima fila tra le categorie con accesso privilegiato alla vaccinazione contro l'influenza pandemica. A discapito dei soggetti che corrono il rischio di sviluppare gravi complicanze a causa del virus H1N1. Per fortuna però il Ministero del welfare si è finalmente deciso a porre un argine e nei prossimi giorni è atteso un nuovo provvedimento «di precisazione».

Lo stimolo non è arrivato dai vertici dei partiti di opposizione, che appaiono del tutto disinteressati alla più grande vaccinazione di massa della storia del paese. A far notare che il re era nudo sono state alcune regioni, benemerite, tra cui il Lazio. Martedì scorso la patata bollente è arrivata sul tavolo dell'unità di crisi nazionale, che ha constatato l'ovvio: non ha alcun senso relegare donne incinte e bambini a rischio in terza fascia - non solo dopo gli operatori sanitari, ma anche dopo i servizi cosiddetti essenziali - correndo il rischio di immunizzarli quando il picco influenzale è già arrivato. Anche perché i dati pubblicati in letteratura scientifica stanno delineando un quadro sempre più chiaro: la pandemia rappresenta una seria minaccia per alcuni sottogruppi di persone e sono questi che vanno tutelati per primi. Ad esempio dall'esperienza di Australia e Nuova Zelanda, che hanno già vissuto il clou della stagione influenzale, risulta che le donne incinta rappresentano solo l'1% della popolazione, ma il 9% dei casi ricoverati in terapia intensiva. E se i numeri appaiono freddi, consigliamo di leggere il racconto del calvario vissuto da una ventisettenne americana, precedentemente sana, pubblicato sul New York Times il 19 ottobre: per lei l'incontro con H1N1 ha significato "4 mesi in ospedale, 5 settimane di coma, 6 collassi polmonari e delle convulsioni quasi fatali", oltre alla perdita del bambino. Quanto ai bambini, vale l'allarme lanciato dalle autorità sanitarie americane, secondo cui il numero dei minorenni uccisi dalla nuova influenza in poche settimane ha superato quello imputabile all'influenza stagionale in un anno intero. L'ordine di vaccinazione, dunque, può diventare per qualcuno una questione di vita o di morte. Invece in Italia circolano in abbondanza storielle sul malcostume delle spintarelle in tempi pandemici, e seppure non si vuole dare credito ai rumour carta canta. La definizione di servizi essenziali adottata per la campagna di vaccinazione, al momento, è talmente larga che per mettere in fila le categorie interessate c'è voluto un allegato di 24 pagine, firmato da Ferruccio Fazio il 14 ottobre ( servizi essenziali.pdf). Si va dal personale impiegato per il pagamento degli stipendi ministeriali fino ai magistrati, che magari impiegano dieci anni per scrivere una sentenza ma non possono trascorrere una settimana a letto con l'influenza. Passando per giornalisti e tecnici Rai impegnati sul fronte del Festival di Sanremo. Probabilmente più che di una corsa alla vaccinazione, si tratta di una corsa all'affermazione dei propri privilegi. A spulciare i documenti ufficiali degli altri paesi, comunque, si ha la sensazione che da nessun'altra parte si sia arrivati a un simile degrado dell'etica pubblica. Che in Italia si siano aperte le maglie sui servizi essenziali, mentre si è tirata la cinghia per i soggetti a rischio appare evidente anche dal livello di tutela previsto per i neonati sotto i 6 mesi. Essendo troppo piccoli per ricevere il vaccino, la Francia ha deciso di immunizzare chi sta loro intorno, dando la massima priorità a genitori e fratelli. Sulla stessa lunghezza d'onda la Gran Bretagna, che parla di care givers al plurale. L'Italia invece prevede di vaccinare solo una persona. Se la mamma c'è, insomma, al resto della famiglia non resta che stare alla larga dal bebé o  correre il rischio. (Anna Meldolesi. Una versione accorciata di questo articolo è uscita il 25 ottobre sul Riformista. Nel testo online è stata apportata una correzione al testo, che conteneva un errore in riferimento alla paziente americana)

PS Ieri Obama ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per avere le mani più libere nella gestione della nuova influenza, che in Usa le autorità definiscono molto grave ("very sobering"). E' singolare il fatto che il servizo del tg1 dagli Usa, invece di fornire i dati sull'epidemia in America, mostrasse ancora una volta Michelle con l'hula hoop. Comunque per la cronaca "The Centers for Disease Control and Prevention reported on Friday that the flu was spreading widely in at least 46 states and had already caused the hospitalization of at least 20,000 Americans. More than 1,000 deaths have been attributed to the virus and more than 2,400 additional deaths were probably associated with it, officials said. "

 

 

Delle due l'una. O la nuova influenza è un problema e allora si capisce perché ci stiamo imbarcando nella più grande vaccinazione di massa della storia. Oppure ha ragione Topo Gigio  quando dice che "è una normale influenza" e allora stiamo facendo un bel regalo a big pharma. Finora la strategia nazionale di comunicazione è stata: rassicurare, rassicurare, rassicurare. Ma mentre si diffonde l'idea che questo allarme sia una bufala, la gente inizia a chiedersi che senso abbia vaccinarsi e le teorie complottiste fanno breccia anche in ambienti insospettabili.

Ne abbiamo avuto un assaggio ieri con il titolo pubblicato in prima pagina dal Corriere della sera: "Influenza  A: il contratto per il vaccino è segreto".  Sulla base della delibera 16/2009/P della Corte dei Conti, l'articolo riferiva una serie di stranezze dell'accordo stretto dal Governo con Novartis, a cominciare dalla segretezza dell'importo pattuito con la multinazionale. Le indiscrezioni che circolano - si parla di 200 milioni di euro - appaiono realistiche, perché dividendo per 24 milioni di dosi si arriva a 8 euro per dose, un prezzo in linea con quelli degli altri produttori di vaccini (si dice che uno shot della GlaxoSmithKline costi 5 sterline). Ma Novartis, da noi interpellata, conferma di essere tenuta alla riservatezza per obblighi contrattuali, dunque sta al Governo parlare: se non vogliono erodere il  capitale di fiducia di cui la loro politica antipandemica gode presso l'opinione pubblica, farebbero bene a darci i numeri.     

Il Corriere riporta anche altre perplessità, ma basta arrivare in fondo alla delibera per accorgersi che la Corte dei Conti aveva già risposto a quasi tutte le domande. Il contratto è stato siglato prima ancora che l'Ue approvasse il vaccino? Per forza, anche all'estero hanno fatto così e non si poteva fare diversamente, visto che il nostro obiettivo era riuscire ad averlo prima del picco epidemico e in questi casi l'autorità europea competente segue la via delle pre-registrazioni. Chi sospetta un salto nel buio è in errore, anche perché si usano metodi di produzione già testati per gli altri vaccini influenzali. Il contratto non prevede penalizzazioni per Novartis in caso di ritardo nella consegna del prodotto? Per forza, visto che i tempi dipendono da fattori esterni, come l'efficienza di replicazione dei ceppi forniti dall'Oms. Novartis risponde solo dei danni a terzi causati da difetti di fabbricazione? Per forza, visto che qualsiasi vaccino può causare effetti collaterali di qualche gravità in una minoranza di casi, dunque se il sistema pubblico non si facesse carico della liability le industrie starebbero alla larga dalla vaccinologia. Non a caso per anni il settore si è andato svuotando finché i produttori si sono ridotti a una manciata: i vaccini garantiscono margini di profitto inferiori rispetto ai farmaci per le malattie croniche, negli anni '80 i costi di produzione sono schizzati per l'adozione di standard più stringenti, le cause milionarie sono uno spettro che fa paura. Poi l'influenza aviaria e l'odierna pandemia hanno rivitalizzato il settore. Ora Novartis e le altre faranno ottimi affari: GSK, ad esempio, prevede di incassare 2 miliardi di sterline nel 2010 con i vaccini per la nuova influenza. Ma se non ci fosse il business non ci sarebbero neanche i vaccini e noi ci troveremmo indifesi di fronte all'esuberanza del mondo microbico. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 16 ottobre 2009) 

 

Barack Obama ha detto che si farà uno shot antipandemico non appena arriverà il suo turno, rispettando la scala di priorità stabilita dal Dipartimento della salute. Lo stesso faranno Michelle, Malia e Sasha. Ferruccio Fazio invece ha annunciato che si vaccinerà solo per l'influenza stagionale: avendo compiuto 65 anni non rientra fra le categorie ad accesso privilegiato previste dalla circolare sulla nuova influenza che lui stesso ha emanato, mentre fa parte della fascia di età per cui una dose di vaccino stagionale è sempre consigliata. E noi? Ci dobbiamo vaccinare o no? Per la solita influenza, per la nuova o per entrambe?

In Italia la campagna di vaccinazione antipandemica dovrebbe cominciare entro due settimane e procederà a scaglioni. Ma l'immunizzazione contro l'influenza stagionale è già ai nastri di partenza e le autorità sanitarie sperano di completare il lavoro entro un mese, perciò l'amletica domanda si pone da subito. To vaccinate or not to vaccinate? Lasciamo stare i complottisti, convinti che i vaccini servano solo ad arricchire big pharma e la pandemia sia l'ultima trovata per sostenere il business. Lasciamo da parte anche le persone ad alto rischio, che si vaccinano ogni anno e non devono smettere. Per chi resta rispondere non è facile. Le valutazioni infatti sono di tipo probabilistico e in questi casi la psicologia fa la parte del leone.

Nessun vaccino influenzale può garantire un'efficacia assoluta. Diciamo che quando la composizione del vaccino è azzeccata, chi si immunizza e viene esposto al virus in quantità sufficiente per causare un contagio, ha il 70-80% di possibilità di sfangarla. Un risultato niente male. Ma in Italia non siamo abituati a proteggerci dalla stagionale: l'anno scorso si è vaccinato il 19% della popolazione e in gran parte si è trattato di ultrasessantenni. La percentuale sale per il personale sanitario (30%), ma non tanto quanto dovrebbe, se si pensa che medici e infermieri proteggendo sé stessi proteggono anche i pazienti con cui sono in contatto. Ai soliti dubbi, poi, quest'anno se ne aggiungono di nuovi. Ogni pandemia è una storia a sé e quando arriva un nuovo virus non siamo in grado di prevedere se soppianterà i ceppi già circolanti o si unirà semplicemente alla compagnia di giro. Qualche dato sull'attuale pandemia però cominciamo ad averlo, perché mentre qui era estate l'emisfero sud era nel pieno della stagione influenzale. Ebbene in Australia il nuovo H1N1, quello di origine suina, ha avuto la meglio, arrivando a rappresentare oltre il 90% dei ceppi influenzali in circolazione. Questo significa che la probabilità di contrarre l'influenza pandemica potrebbe essere molto più alta di quella di beccarsi la stagionale. Dunque il vaccino stagionale potrebbe rivelarsi poco utile. Quel poco di stagionale che circola, a quanto pare, è ascrivibile al sottotipo H3N2. Ma sfortuna vuole che la corrispondenza tra la variante di H3N2 usata per il vaccino stagionale e quelle effettivamente circolanti non sia perfetta. I dati sono in evoluzione, perciò non sono risolutivi per la nostra domanda, ma se il mismatch fosse confermato il vaccino stagionale risulterebbe ancora meno utile. A confondere le idee ci si sono messi anche gli epidemiologi canadesi, sostenendo che chi si immunizza per la stagionale è più vulnerabile alla pandemica. Poi però sono arrivati i messicani a dire l'esatto contrario. Ma almeno questa incognita possiamo cancellarla dall'equazione, affidandoci alla scuola più autorevole, quella americana, secondo cui il vaccino stagionale non ha alcuna influenza sulla probabilità di contrarre la pandemica.

E il vaccino per quest'ultima? Alla fine potrebbe succedere che non tutti quelli che sulla carta hanno diritto a riceverlo lo vorranno, anche perché la campagna di educazione nazionale ha scelto toni rassicuranti. Mentre nel gruppo degli esclusi ci sono persone più che interessate ad avere un'iniezione antipandemica. Forse in corso d'opera troveremo un meccanismo abbastanza elastico da far incontrare domanda e offerta. Ma in caso contrario i "desiderosi frustrati" potrebbero decidere di tutelarsi dal male minore, ripiegando sul vaccino contro la stagionale. L'unico su possono esercitare una libera scelta. (Anna Meldolesi, dal Riformista dell'11 ottobre 2009)

PS In attesa di sapere se potrò avere la mia dose antipandemica, io mi vaccinerò per la stagionale (come ogni anno)

Rieccolo Topo Gigio. L'antenato di Geronimo Stilton è stato mandato in pensione dallo Zecchino d'oro ma sta per tornare a reti unificate (anche in radio e sulla carta stampata) come testimonial della campagna nazionale di prevenzione antipandemica. Ha 50 anni e li dimostra, anche se per l'occasione gli hanno infilato camice bianco e stetoscopio. A pensarci bene è nato subito dopo la terzultima pandemia (Asiatica 1957) e avrebbe potuto insegnarci le regole igieniche già ai tempi della penultima (Hong Kong 1968). I nuovisti leggeranno il fattore nostalgia della campagna di educazione sanitaria come l'ennesima prova del passatismo che ci affligge. Ma la scelta di Palazzo Chigi di puntare sul pupazzo che ha debuttato a Canzonissima nel 1959 con Delia Scala e Nino Manfredi ha superato brillantemente il test della conferenza stampa di presentazione. E non poteva andare diversamente, visto che Topo Gigio in carne e moltoprene si è messo a saltellare sulle spalle di Paolo Bonaiuti e Ferruccio Fazio canticchiando "Lascia stare, non drammatizzare ma strapazzami di coccole". Il claim dello spot è ispirato all'understatement: "L'influenza A è una normale influenza". Tra virologi ed epidemiologi qualcuno potrebbe avanzare obiezioni su quell'aggettivo (normale), ma tant'è. Quanto al girato, si vede il topolino che si lava le mani, starnutisce e butta il fazzoletto, ci dice di non toccarci naso, bocca e occhi con le mani sporche, apre la finestra e consiglia di starsene a casa se si è malati. Presto arriverà anche un secondo spot, questa volta sulla vaccinazione. La campagna è fatta in casa, nel senso che è stata ideata all'interno del Dipartimento informazione ed editoria, e la mamma di Topo Gigio (Maria Perego) non ha voluto un centesimo, ma con gli spazi pubblicitari ci costerà la bellezza di 2,5 milioni di euro. Ben spesi, per carità, anche perché l'influenza si mangerà un budget assai superiore fra ricoveri ospedalieri e giornate lavorative perse. Ma resta un ma. Siamo sicuri che le ciribiricoccole siano un buon fondamento su cui costruire una campagna informativa di educazione sanitaria? Forse sì, se è vero che 257 stazioni televisive in Sud America sono interessate a mandare in onda i nostri spot come ha annunciato Bonaiuti. O forse no, visto che i siti web stranieri dedicati alla nuova influenza esibiscono strategie comunicative molto diverse dalla nostra. Lo spot più cool è quello americano. Costo 2.500 dollari (per il primo di Topo Gigio noi ne abbiamo spesi 40.000). Il Dipartimento della salute Usa ha indetto un concorso pubblico a premio, ricevendo oltre 200 video. I migliori 10 sono stati selezionati da esperti di salute pubblica e di comunicazione e poi sottoposti al voto popolare su YouTube. A stracciare tutti è stato il mitico Doctor Hip hop, alias John Clarke. Un vero medico, afroamericano e trentottenne, responsabile sanitario della metropolitana «leggera» Long Island Rail Road. Si è trasformato in rapper per divulgare le regole igieniche contro H1N1 e il risultato è il Swine Flu Rap, notevole. Scientificamente ineccepibile, effetto tormentone garantito (il testo completo su darwinweb). Gli svizzeri invece hanno puntato su Marie-Thérèse Porchet, la cinquantenne pettegola e politicamente scorretta creata dal comico Joseph Gorgoni. Il messaggio è divertente ma preoccupato: «Ce n'est pas une plaisanterie, la pandémie de grippe arrive" (non è uno scherzo, arriva la pandemia influenzale). Diretti e funzionali i britannici, come al solito, con tanto di scena di contagio in ascensore. Slogan: « Catch it, bin it, kill it » (ovvero cattura il virus nel fazzoletto, buttalo nel cestino e uccidilo lavandoti le mani il prima possibile). Meritano una menzione anche gli australiani, con la loro campagna basata sul fattore disgusto. Primi piani di starnuti al rallenty, con gocce di muco che colonizzano l'aria, raffinata la colonna sonora. E' l'aria « Ebben? Ne andrò lontana » (lontana dal virus, si intende), dall'opera La Wally di Alfredo Catalani. A ciascuno il suo stile.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 7 ottobre 2009)

 

 

Il suo nome circolava da anni e finalmente Elizabeth Blackburn ce l'ha fatta. Il Nobel per la medicina del 2009 lo dividerà (volentieri) con Carol Greider a Jack Szostak, che hanno lavorato con lei contribuendo a fondare la biologia dei telomeri. E' probabile però che il premio sarà ricordato soprattutto come il Nobel di Elizabeth. Perché la Blackburn è una scienziata di prima grandezza, ma non solo. E' una figura di riferimento per le ragazze che decidono di mettere il camice bianco cercando di coniugare ambizioni e famiglia. Ed è anche una combattente, conosciuta fuori dall'accademia per aver contrastato le derive antiscientifiche della bioetica conservatrice ai tempi di Bush.

Blackburn lascia l'Australia nel 1971 per il laboratorio di Fred Sanger a Cambridge, vera e propria fucina della biologia molecolare mondiale. Ma la fortuna la bacia a Yale e a Berkeley. La dea bendata ha le sembianze microscopiche di un oscuro organismo unicellulare che nuota disegnando graziose spirali (Tetrahymena thermophila). All'apparenza la scienziata ha scelto una nicchia tranquilla e riparata nel bel mezzo di un ambiente tumultuoso e competitivo, dominato dal sesso maschile. Ma ciò che scopre le consentirà di fare luce su aspetti cruciali del meccanismo con cui il Dna viene copiato e protetto nella sua integrità, regalandole un posto fra i grandi. La doppia elica è già una vecchia conoscenza quando Blackburn entra in campo, ma i punti interrogativi sono ancora molti. In particolare ci si chiede come facciano entrambi i filamenti dell'elica a essere replicati da cima a fondo, senza perdere ogni volta il pezzetto finale. La risposta arriva quando Blackburn si accorge che i cromosomi del suo microrganismo ciliato presentano una sequenza di sei lettere ripetuta in corrispondenza delle estremità. All'inizio degli anni '80, insieme a Jack Szostak, dimostra che questa ripetizione serve a proteggere il Dna dalla degradazione e che questo meccanismo non rappresenta un'eccezione ma la regola anche negli altri esseri viventi. Poi insieme alla sua studentessa Carol Greider trova l'enzima (telomerasi) che fornisce lo stampo per le ripetizioni, allungando la parte finale dei cromosomi (i telomeri, appunto). Si tratta di scoperte sorprendenti per le conoscenze dell'epoca e con il passare del tempo il loro potenziale applicativo appare sempre più promettente. La biologia dei telomeri - per usare le parole del genetista Giuseppe Novelli - lancia un ponte tra due campi di battaglia cruciali per la medicina odierna: l'invecchiamento cellulare e il cancro. Le cellule senescenti, infatti, presentano telomeri consumati, come lacci di scarpe che hanno perso le guaine protettive posizionate alle estremità. Nelle cellule tumorali, invece, la telomerasi che ripara le sequenze terminali può essere fin troppo attiva. La piccola nicchia di Elizabeth, dunque, esplode e continua a regalare filoni di indagine emergenti. 

Elizabeth Blackburn è uno spirito libero. Se ne è accorto George Bush, che nel 2001 l'ha reclutata nel Comitato di bioetica della Casa Bianca e poi nel 2004 non le ha rinnovato il mandato attirandosi aspre critiche da parte della comunità scientifica. Blackburn aveva cercato, invano, di tenere il comitato ancorato ai dati empirici, opponendosi alla descrizione della ricerca biomedica di frontiera come un settore post-umano dominato da deliranti desideri di immortalità. Intervistata sull'accaduto, a distanza di tempo, ha raccontato di considerare quell'allontanamento come una medaglia d'onore anziché una punizione, ma immaginarsela come un Michael Moore con microscopio e pipette sarebbe un terribile errore. L'indipendenza è anche la prima cosa che cerca nei suoi studenti all'Università della California a San Francisco. "Buttatevi, non esitate a chiedere consigli ma poi sentitevi libere di ignorarli", suggerisce alle ragazze tentate dalle scienze della vita. In molti hanno notato che la biologia dei telomeri può vantare una presenza femminile insolitamente consistente, ma Blackburn ama precisare che nel suo laboratorio il rapporto numerico fra i due sessi è fluttuante e non si allontana mai molto da quello della popolazione generale. Come dire che invece di stupirsi della presenza di tante donne nel suo campo, bisognerebbe chiedersi come mai altrove questo rapporto sia lontano dalla parità. Nella biografia scritta da Catherine Brady si legge che Blackburn ha una mente "genderless", né maschile né femminile. Ma in un'intervista rilasciata quest'anno Elizabeth dice di aver imparato a considerare la diversità come una ricchezza, anche per la scienza. Gli ultimi dati che arrivano dall'America suggeriscono che il soffitto di cristallo che blocca l'ascesa delle donne nella carriera scientifica si stia finalmente infrangendo (citiamo ad esempio il rapporto del National Research Council di giugno). Ma il conteggio dei vincitori del Nobel per la medicina è ancora impietoso: fino a ieri le scienziate premiate erano solo 8 su 192. Oggi, grazie a Elizabeth, ce ne sono due in più. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 6 ottobre 2009)