Mani pulite

Sto seguendo scrupolosamente i consigli del Ministero del welfare. In realtà ho cominciato ancor prima delle comunicazioni ufficiali, dopo aver visto primi spot di educazione antipandemica messi in onda all’estero (a proposito, l’Italia è in forte ritardo, quando si comincia?). E così mi sono finalmente liberata della brutta abitudine di mettere in bocca penne e matite. Se tossisco o starnutisco ho imparato a coprirmi con il gomito tutte le volte che non ho un fazzoletto a portata di mano. Nei bagni pubblici mi è capitato di usare fantasiosi espedienti per non sporcarmi subito le mani dopo averle lavate. Poi ho deciso di risolvere il problema alla radice, mettendo l’Amuchina in borsetta. Il facsimile delle 5 regole ministeriali è passato direttamente dalla cartella stampa all’affissione domestica, affinché tutti in casa si ricordino di lavarsi le mani più volte al giorno per almeno 20 secondi. Sono persino tentata di comprare il dispenser con suoneria della Disney per trasformare questa seccatura in un gioco. Insomma: viva l’igiene. Ma tutto questo serve davvero a proteggersi dal virus H1N1?

In tempi di incertezze spiace seminare nuovi punti interrogativi, ma la risposta più onesta a questa domanda è: non lo sappiamo. Anche se le autorità sanitarie di tutto il mondo diffondono insistentemente il messaggio – lavatevi le mani, fatelo spesso, strofinate bene, non dimenticate i polsi – i dati scientifici scarseggiano. Intendiamoci, acqua e sapone sono utilissimi per difendersi da un nutrito campionario di germi (da molte infezioni respiratorie ai virus intestinali), ma non è detto che servano a molto in questo caso perché non è provato che la presenza del virus influenzale sulle mani sia una fonte efficiente di contagio. Newsweek ha riferito che Arthur Reingold, a capo della divisione di epidemiologia dell’università di Berkeley, ha scritto ai Cdc (i centri nevralgici della strategia antipandemica americana) lamentando lo scarso rigore delle notizie diffuse. E pare che il direttore dei Cdc Anne Schuchat non abbia trovato di meglio che citare uno studio svolto in Pakistan, secondo cui le misure per l’igiene delle mani dimezzerebbero la trasmissione della polmonite. Il fatto che l’argomento migliore della comunità scientifica internazionale sia una ricerca pakistana, con tutto il rispetto per i ricercatori di Islamabad, suona di per sé abbastanza sorprendente. Ma c’è di più. Michael Osterholm, che dirige il Centro di ricerca sule malattie infettive dell’università del Minnesota, ha dimostrato che H1N1 si trasmette efficientemente per via aerea e ha alimentato i dubbi sul contagio per contatto diretto. Lavorando con un altro ceppo influenzale, infatti, ha scoperto che non basta mettere una cavia in una gabbietta contaminata per farla ammalare. A complicare il quadro c’è un lavoro recente di Peter Palese della Mount Sinai School of Medicine di New York, secondo cui la trasmissione per contatto sarebbe più efficace ai tropici, mentre le condizioni di temperatura e umidità la renderebbero improbabile nelle zone temperate in cui viviamo anche noi. Peccato che proteggersi dalla contaminazione per via aerea sia ben più difficile di una lavata di mani. Sulle mascherine chirurgiche il dibattito è aperto, ma quanti sarebbero disposti a girare con il viso coperto per mesi? Tutti concordano, ovviamente, che la nostra migliore difesa è il vaccino, ma ancora non c’è e non ce ne sarà per tutti. Perciò non resta che accontentarci di disinfettare le mani: forse non fermeremo H1N1 ma almeno avremo la sensazione di fare qualcosa. Una sorta di effetto placebo, di confortante illusione di empowerment. Per i più scrupolosi c’è un ultimo consiglio: dopo il lavaggio, fate un pensierino anche sulle modalità dell’asciugatura. Secondo l’University of Westminster i getti di aria calda lascerebbero sulle mani una quantità di germi maggiori rispetto ai classici asciugamani di carta usa e getta (Anna Meldolesi dal Riformista del 22 settembre 2009).  

 

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