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Archivi Settembre 2009

Sto seguendo scrupolosamente i consigli del Ministero del welfare. In realtà ho cominciato ancor prima delle comunicazioni ufficiali, dopo aver visto primi spot di educazione antipandemica messi in onda all'estero (a proposito, l'Italia è in forte ritardo, quando si comincia?). E così mi sono finalmente liberata della brutta abitudine di mettere in bocca penne e matite. Se tossisco o starnutisco ho imparato a coprirmi con il gomito tutte le volte che non ho un fazzoletto a portata di mano. Nei bagni pubblici mi è capitato di usare fantasiosi espedienti per non sporcarmi subito le mani dopo averle lavate. Poi ho deciso di risolvere il problema alla radice, mettendo l'Amuchina in borsetta. Il facsimile delle 5 regole ministeriali è passato direttamente dalla cartella stampa all'affissione domestica, affinché tutti in casa si ricordino di lavarsi le mani più volte al giorno per almeno 20 secondi. Sono persino tentata di comprare il dispenser con suoneria della Disney per trasformare questa seccatura in un gioco. Insomma: viva l'igiene. Ma tutto questo serve davvero a proteggersi dal virus H1N1?

In tempi di incertezze spiace seminare nuovi punti interrogativi, ma la risposta più onesta a questa domanda è: non lo sappiamo. Anche se le autorità sanitarie di tutto il mondo diffondono insistentemente il messaggio - lavatevi le mani, fatelo spesso, strofinate bene, non dimenticate i polsi - i dati scientifici scarseggiano. Intendiamoci, acqua e sapone sono utilissimi per difendersi da un nutrito campionario di germi (da molte infezioni respiratorie ai virus intestinali), ma non è detto che servano a molto in questo caso perché non è provato che la presenza del virus influenzale sulle mani sia una fonte efficiente di contagio. Newsweek ha riferito che Arthur Reingold, a capo della divisione di epidemiologia dell'università di Berkeley, ha scritto ai Cdc (i centri nevralgici della strategia antipandemica americana) lamentando lo scarso rigore delle notizie diffuse. E pare che il direttore dei Cdc Anne Schuchat non abbia trovato di meglio che citare uno studio svolto in Pakistan, secondo cui le misure per l'igiene delle mani dimezzerebbero la trasmissione della polmonite. Il fatto che l'argomento migliore della comunità scientifica internazionale sia una ricerca pakistana, con tutto il rispetto per i ricercatori di Islamabad, suona di per sé abbastanza sorprendente. Ma c'è di più. Michael Osterholm, che dirige il Centro di ricerca sule malattie infettive dell'università del Minnesota, ha dimostrato che H1N1 si trasmette efficientemente per via aerea e ha alimentato i dubbi sul contagio per contatto diretto. Lavorando con un altro ceppo influenzale, infatti, ha scoperto che non basta mettere una cavia in una gabbietta contaminata per farla ammalare. A complicare il quadro c'è un lavoro recente di Peter Palese della Mount Sinai School of Medicine di New York, secondo cui la trasmissione per contatto sarebbe più efficace ai tropici, mentre le condizioni di temperatura e umidità la renderebbero improbabile nelle zone temperate in cui viviamo anche noi. Peccato che proteggersi dalla contaminazione per via aerea sia ben più difficile di una lavata di mani. Sulle mascherine chirurgiche il dibattito è aperto, ma quanti sarebbero disposti a girare con il viso coperto per mesi? Tutti concordano, ovviamente, che la nostra migliore difesa è il vaccino, ma ancora non c'è e non ce ne sarà per tutti. Perciò non resta che accontentarci di disinfettare le mani: forse non fermeremo H1N1 ma almeno avremo la sensazione di fare qualcosa. Una sorta di effetto placebo, di confortante illusione di empowerment. Per i più scrupolosi c'è un ultimo consiglio: dopo il lavaggio, fate un pensierino anche sulle modalità dell'asciugatura. Secondo l'University of Westminster i getti di aria calda lascerebbero sulle mani una quantità di germi maggiori rispetto ai classici asciugamani di carta usa e getta (Anna Meldolesi dal Riformista del 22 settembre 2009).  

 

L'Italia conta la terza vittima di H1N1, una donna di 57 anni di Cesena, che sembra fosse affetta da una patologia congenita. Ma i riflettori indugiano ancora sulla vittima di Messina, Giovanna Russo. Mentre la prima, quella di Napoli, sono in pochi a ricordarsela. Se gli avvenimenti di questi giorni sono un assaggio di ciò che ci aspetta con l'arrivo del picco epidemico, c'è di che preoccuparsi. Non tanto per il numero delle vittime, che è piuttosto contenuto. Ma perché la gestione di un pandemia, anche se "mite" come ama ripetere il viceministro Fazio, richiede nervi saldi e sangue freddo, per non sbandare continuamente fra banalizzazione e allarmismo. Il terreno sarebbe già abbastanza scivoloso, tra le difficoltà della politica, le incertezze della scienza, le paure dell'opinione pubblica. E invece adesso dobbiamo registrare l'ingresso in campo dell'autorità giudiziaria. Tutti i medici direttamente e indirettamente coinvolti nel caso di Messina, infatti, hanno ricevuto un avviso di garanzia firmato dal sostituto procuratore  Adriana Sciglio, dopo che il procuratore Guido Lo Forte ha deciso di aprire un fascicolo «per tutelare l'interesse della collettività per quello che potrebbe essere il primo caso in Italia di morte diretta da influenza A ma anche degli stessi familiari della vittima». Un atto dovuto, si dice, finalizzato all'esecuzione dell'autopsia. Ma quest'atto, che peraltro ha costretto i familiari a celebrare il funerale con la bara vuota, così dovuto non era. A detta della famiglia Russo i medici dell'ospedale Papardo hanno fatto tutto il possibile per cercare di salvare Giovanna. Che H1N1 possa uccidere anche persone giovani e sane (per fortuna in una minoranza di casi) è noto, anche se la comunità scientifica non riesce ancora a capire come e perché. Lo stesso viceministro Fazio ha detto di non essere sorpreso dall'accaduto, perché "un caso come questo ce lo aspettavamo". Altri casi del genere, purtroppo, dobbiamo metterli in conto per il futuro. Perché allora vengono indagati 20 operatori del reparto di malattie dell'apparato respiratorio e di quello di rianimazione? Da quando in qua è normale disporre un'autopsia giudiziaria in mancanza di una denuncia in un caso di morte naturale? Se proprio si volevano raccogliere maggiori elementi, secondo Gianni Arcudi che insegna medicina legale a Tor Vergata, si poteva procedere in altro modo. In gergo si chiama "riscontro diagnostico" e differisce dall'autopsia giudiziaria perché viene eseguito all'interno della struttura sanitaria da un anatomopatologo anziché da un medico legale. Invece si è deciso di usare la mano pesante, creando un caso mediatico, anche a costo di mettere i medici sul banco degli imputati nello stesso momento in cui il Ministero del welfare e la regione Sicilia inviano i loro ispettori nell'ospedale di Messina. Non è proprio un bell'inizio per questa stagione pandemica, che richiederà un grande impegno da parte del personale sanitario e la collaborazione fattiva e responsabile di tutti gli altri, dai politici ai comuni cittadini. Forse possiamo archiviare questa imprevedibile incursione giudiziaria nel cassetto degli eccessi di protagonismo. Ma il messaggio che veicola riflette e amplifica una difficoltà collettiva nei confronti di H1N1. Vorremmo poter dare la colpa di tutti i contagi ai viaggi all'estero, siamo tentati di spiegare tutti i casi gravi sulla base delle patologie pregresse, e ora facciamo aleggiare il fantasma della malasanità laddove non sembrano essercene i presupposti. Tutto pur di non vedere H1N1 per quello che è. Un virus influenzale diffuso su scala globale, meno aggressivo di quanto si temesse all'inizio ma ancora subdolo, che con molti si dimostrerà clemente, ma non con tutti. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 23 settembre 2009)

Nella notte fra il 3 e il 4 settembre la nuova influenza ha mietuto la sua prima vittima in Italia, a Napoli. Il 19 settembre è arrivata la seconda, a Messina. Ma per qualche singolare ragione in Italia abbiamo deciso che, dopo aver sommato i decessi, potevamo fare la tara e ripartire da 1. Le agenzie di ieri infatti recitavano "Influenza A: Fazio, paziente Messina probabile prima vittima italiana virus H1N1". Tra i due casi ci sono delle differenze: l'uno era cardiopatico e diabetico, l'altra apparentemente era sana come un pesce. Nel primo caso H1N1 avrebbe fatto degenerare una situazione già precaria, nel secondo caso avrebbe scatenato una polmonite acuta letale. Ma per quanto la distinzione sia degna di interesse dal punto di vista scientifico, uno più uno continua a fare due. O almeno dovrebbe, perché da nessuna parte del mondo i morti di H1N1 si contano così, scontando i decessi se il malcapitato appartiene a una categoria particolarmente a rischio. Anche nel modo di comunicare i casi gravi, viene da pensare che abbiamo sviluppato uno stile tutto particolare. Mettiamo in risalto eventuali concause come se la responsabilità delle ospedalizzazioni non fosse di H1N1 ma di qualche altro fattore, di quelli con cui siamo abituati a convivere e che ci fanno meno paura. Un'altra costante è che cerchiamo le prove  di un viaggio all'estero, come se il virus non circolasse anche in Italia, come se non ci trovassimo già in una situazione pandemica. E' anche per questo che il caso di Messina alla fine ha creato tanto sconcerto: credevamo che il contagio fosse avvenuto in Gran Bretagna e che la donna fosse già indebolita, perché adesso si scopre che è vero il contrario? Quanto alla prima vittima, quella napoletana, dopo una vita e una morte difficile, dopo un funerale celebrato in una chiesa deserta con gli addetti delle pompe funebri dotati di mascherina, sarebbe davvero una beffa considerare quest'uomo come una mezza vittima, un morto di una patologia minore. (dal Riformista del 22 settembre 2009)

Norman Borlaug, abituato com'era a sporcarsi le mani di terra nei posti meno ospitali del mondo, avrebbe sorriso davanti ai fiumi di inchiostro che sono stati versati questa settimana in suo onore. Da Obama a Kofi Annan, in tanti hanno ricordato come un eroe l'agronomo americano che si è spento il 12 settembre, creatore delle varietà di grano ad alta resa che nella seconda metà del secolo scorso hanno innescato la Rivoluzione verde, vincitore del Nobel per la pace del 1970. "Il più grande guerriero nella battaglia contro la fame". "L'uomo che da solo ha salvato il maggior numero di vite umane". "Una delle figure più importanti del XX secolo". Dall'Hindu al New York Times i giornali di tutto il mondo hanno dato la notizia della sua scomparsa, a 95 anni, raccontando la sua rivoluzione per quello che è stata realmente: uno straordinario successo scientifico e umanitario che ha consentito a centinaia di milioni di persone di non andare a letto con la pancia vuota. Con buona pace dei suoi critici, tanto gettonati nei salotti buoni, da San Rossore alla scuola estiva del Pd. Dopo i tributi, però, è arrivato il tempo delle domande: c'è qualcuno pronto a raccogliere il testimone? Chi ci aiuterà a sfamare gli affamati del XXI secolo?  

Quello che un giorno identificheremo come l'erede di Borlaug forse sta già studiando genetica vegetale a Pechino o a Nuova Delhi, piuttosto che in un campus americano. E' quasi impossibile che il suo talento sbocci in Europa. La Cina, in particolare, ha un tasso di crescita degli stanziamenti per ricerca e sviluppo in agricoltura a due cifre, mentre gli Usa rallentano e il vecchio continente resta a guardare. "Io il prossimo Borlaug non posso fare a meno di immaginarlo con gli occhi a mandorla", ci dice Stefano Padulosi, senior scientist di Biodiversity International, organizzazione no profit per la conservazione e l'utilizzo dell'agrobiodiversità. Come il vecchio che ci ha appena lasciato, anche il nuovo Borlaug non dovrà essere solo un grande scienziato, ma anche un campione di tenacia, capace di trovare alleati potenti nello scacchiere internazionale. Il percorso che lo aspetta, infatti, è tutto in salita. Lo stesso padre della Rivoluzione verde, nato in America da una famiglia di origine norvegese, ha raccontato di aver incontrato ogni tipo di ostacoli negli anni '50 e '60 per far accettare le sue innovazioni dal Messico al Pakistan all'India: "Il caos burocratico, la resistenza dei sementieri locali, secoli di tradizioni e superstizioni da parte degli agricoltori". Nel mondo di oggi forse non ce l'avrebbe fatta: "Se le nostre nuove varietà fossero state soggette alle restrizioni regolatorie che sono inflitte alle nuove biotecnologie, non sarebbero mai state disponibili". Non è un caso che Borlaug sia sempre stato in prima linea per difendere gli Ogm dagli attacchi di quelli che chiamava ironicamente i "greenies". Perché il vero ambientalismo è ben altra cosa, e perché secondo il grande agronomo se non aumentiamo le rese saremo costretti a deforestare ancora, sacrificando altri ecosistemi naturali per ampliare la superficie agricola.

Quando arriverà il prossimo hunger-fighter, non è detto che lo riconosceremo subito. Non verrà porgendoci i semi di una superpianta capace di risolvere in un colpo solo tutti i nostri problemi come in certe fantasie giornalistiche. Dovrà aprire un nuovo varco, che molti contribuiranno ad allargare, mettendo alla prova le sue intuizioni in specie e aree geografiche diverse. "Le frontiere su cui scommetterei sono quelle della resistenza alla scarsità d'acqua, alle temperature alte e anche a quelle basse. Se ne parla poco in tempi di riscaldamento globale, ma con un mais capace di crescere a meno di 10 gradi, ad esempio, potremmo sfruttare nuove latitudini", ci dice Norberto Pogna del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura. Spesso i grandi cambiamenti sono fatti di piccoli passi incrementali anziché di balzi improvvisi. La stessa Rivoluzione verde, in realtà, la si può descrivere come una lunga poderosa ondata di miglioramento genetico le cui propaggini ci toccano ancora oggi. Probabilmente gli eredi di Borlaug rimarranno sconosciuti al grande pubblico, proprio come lui. Gli specialisti del miglioramento genetico, i cosiddetti breeder, non sono figure da prime time. Eccone alcuni, vincitori del premio creato dallo stesso Borlaug, il World Food Prize. Quello del 2009 sarà assegnato il 15 ottobre all'etiope Gebisa Ejeta, che negli anni '80 e '90 ha creato varietà di sorgo resistenti alla siccità e alla striga, una pianta infestante dagli effetti devastanti. Chissà che il suo successo non ispiri una nuova generazione di scienziati in Africa, dove la Rivoluzione verde non è ancora arrivata. Poi ci sono il cinese Yuan Longping e Monty Jones della Sierra Leone con le loro varietà di riso, la messicana Evangelina Villegas e l'indiano Surinder Vasal per il mais ad alto contenuto proteico, l'americano Henry Beachell e l'indiano Gurdev Khush ancora per il riso, l'americano John Niederhauser per le patate resistenti ai patogeni. Il primo vincitore nel 1987 è stato M. S. Swaminathan. Tra gli addetti ai lavori è una stella perché è stato l'architetto della Rivoluzione verde in India, ma quanti conoscono lui e quanti la sua arcinemica, l'affabulatrice Vandana Shiva?   

La partita è difficile, dicevamo, perché è cambiato lo spirito del tempo. Oggi l'Occidente invece di investire in ricerca elargisce sussidi, insegue il sogno romantico dell'agricoltura organica, sostiene un sistema di controlli politicamente orientato e ostile alle innovazioni. La struttura della governance globale è tutta da reinventare, perché il cuore delle attività di miglioramento genetico si è spostato dal pubblico al privato, la globalizzazione ha riscritto i rapporti di forza lanciando alcune potenze e lasciando troppi paesi nelle condizioni di orfani tecnologici. Che il mondo abbia disperatamente bisogno di portare avanti il lavoro di Norman Borlaug non c'è dubbio, visto che un miliardo di persone soffre ancora la fame e gli allarmi si susseguono. Ora c'è il Guatemala che ha decretato lo stato di emergenza, ma anche il Kenia è in ginocchio a causa di siccità e carocibo. Le rivolte del pane del 2008 sembrano un vecchio ricordo, anche perché la crisi economica ha fermato l'inflazione dei generi alimentari, ma l'indice dei prezzi del cibo dell'Economist segnala nuovamente una tendenza all'aumento e nel frattempo ben poco è stato fatto per intervenire sulle cause della crisi. Oltre al peso di speculazioni e biocarburanti, c'è un sostanziale squilibrio tra la crescita demografica, i consumi nei paesi emergenti e le rese agricole. "E' difficile dire quando, ma vedremo ancora gli assalti ai forni", dice Pogna.          

Nel 1968 Paul Ehrlich proclamava l'imminente strage per fame della popolazione indiana in "The Population Bomb", senza accorgersi che la Rivoluzione verde stava raddoppiando le rese dei cereali e lo avrebbe smentito. Anche per questo il Wall Street Journal ha scritto che nessuno ha dimostrato meglio di Borlaug che l'intelligenza umana può superare i limiti allo sviluppo imposti dalla natura. Forse è il caso di aggiungere che i limiti imposti dalla politica - che si tratti del cinismo di qualche dittatore africano o della beata incoscienza degli europei - possono essere più ardui ma non tanto da concederci il lusso di abbandonare la sfida.     

(Anna Meldolesi, dal Riformista del 20 settembre 2009)

PS Per gli ammiratori di Borlaug: imperdibile la serenata rap dedicata a Norman in occasione del suo novantesimo compleanno da Rohan Prakash, figlio del biotecnologo indiano che guida il gruppo più influente di scienziati impegnati a promuovere le biotecnologie nel mondo, C. S. Prakash 

La notizia riportata ieri da tutti i mezzi di informazione è bella: in Italia avremo solo poche centinaia di casi gravi di H1N1. Purtroppo però è falsa. L'equivoco è nato da un errore di comunicazione nella conferenza stampa congiunta che Ferruccio Fazio e Mariastella Gelmini hanno tenuto due giorni fa insieme a Paolo Bonaiuti e al pneumologo del San Raffaele Alberto Zangrillo. Poi il malinteso è peggiorato come nel gioco del telefono senza fili, fino ad arrivare ingigantito sulle prime pagine dei giornali. Il Corriere della sera di ieri, ad esempio, titolava: "Virus A, i casi gravi saranno solo duecento".

E' vero che rispetto al suo debutto messicano, il virus appare meno minaccioso. Ed è vero anche che si è dimostrato piuttosto stabile dal punto di vista genetico (per ora). Ma i numerosi casi a lieto fine non dovrebbero oscurare il fatto che questa infezione può manifestarsi in forme sorprendentemente aggressive. I patologi che hanno esaminato i polmoni delle sue vittime, per esempio, hanno notato più somiglianze con i danni causati dal virus dell'aviaria che con quelli della stagionale. I conti comunque non tornano neppure se ci accontentiamo della vulgata secondo cui la nuova influenza non è molto diversa da quella stagionale. Per capire che 200 è una stima del tutto inverosimile dei casi gravi che dobbiamo aspettarci nel nostro paese a causa di H1N1 basta un dato: ogni anno in Italia l'influenza stagionale uccide in media 9.000 persone. Un lavoro dell'Istituto superiore di sanità (Iss), pubblicato su Emerging Infectious Diseases, ha passato in rassegna i dati sulla mortalità di 32 stagioni influenzali ed è arrivato a questa stima: in media la polmonite associata all'influenza fa 1789 vittime e se si mettono insieme tutte le cause di morte attribuibili al virus si arriva a 9963. Per non parlare dell'ultima pandemia, che nella stagione fra il 1969 e il 1970 ha causato in questo paese 57.000 decessi (20.000 per polmonite).

Come può H1N1 limitarsi a causare meno di 200 casi gravi e dunque un numero di decessi uguale o inferiore a questa cifra? La chiave del rebus ce l'ha data Gianni Rezza, epidemiologo di punta dell'Iss: il fantomatico numero "dovrebbe essere riferito al calcolo dei casi in cui verrebbe usata l'ossigenazione extracorporea", che è qualcosa di più della normale ventilazione assistita. La conferma ci viene da Antonio Pesenti, del San Gerardo di Monza dove è ricoverato il 24enne di Parma, ancora in prognosi riservata. "Siamo partiti dai casi di supporto extracorporeo nel Nuovo Galles del sud, lo stato australiano dove si trova Sidney, che nel corso di due mesi e mezzo sono stati 25 e abbiamo aggiustato la stima per la popolazione italiana arrivando a 200", spiega. Dunque le poche centinaia riferite nella conferenza stampa rappresentano un sottogruppo dei casi di polmonite primaria, che a sua volta è un sottogruppo delle cause di morte della nuova influenza. Per farla breve sono solo una frazione dei casi gravi che ci si possono attendere nella stagione autunnale e invernale. Pesenti aggiunge che potrebbero finire in terapia intensiva 3 persone ogni 100.000 abitanti, che significa all'incirca 1800 italiani. Il timore è che questi casi si verifichino in un arco di tempo ristretto, mettendo a dura prova la tenuta del sistema.

Ma aggiustare i numeri non basta. Bisogna dire chiaramente che gli epidemiologi non sono oracoli e i modelli matematici macinano previsioni radicalmente diverse a seconda del valore che viene attribuito arbitrariamente ai diversi parametri. Insomma questi strumenti sono utili per vagliare una serie di scenari, ma non vanno scambiati per sfere di cristallo. Un gruppo di ricerca americano, ad esempio, ha provato a fare un po' di conti su Plos Currents. Per una popolazione di 300 milioni di abitanti, hanno stimato una media di 46 milioni di contagi, 2,8 milioni di ospedalizzazioni, 132.000 pazienti assistiti con ventilatori e 192.000 morti. Ma altre stime valutano i decessi statunitensi in un intervallo fra 3600 (probabilmente troppo pochi) e 400.000 (troppi).

Lo stesso vale per le previsioni temporali sul picco epidemico. In Italia il Ministero del welfare ha fatto sapere che il peggio arriverà tra il 18 dicembre e il 18 gennaio, ma basterebbe ammettere la possibilità (più che verosimile) che il numero dei casi registrati sinora sia sottostimato per trovarsi con un picco anticipato e parecchie grane in più per la nostra strategia di vaccinazione. La matematica pandemica insomma è complicata e le incognite sul comportamento di H1N1 ancora numerose. Semplificare troppo il quadro espone al rischio di scivolare su una buccia di banana e non è detto che sia la strategia migliore per preservare il capitale di fiducia di cui le autorità godono presso un'opinione pubblica già disorientata. (Anna Meldolesi, dal Riformista dell11 settembre 2009)