Il ministro Sacconi ha aggiornato il programma nazionale di vaccinazione contro il virus H1N1. Le prime partite andranno a 8,6 milioni di italiani: operatori sanitari e soggetti a rischio come donne incinte e malati cronici. Poi dal gennaio 2010 il governo vorrebbe vaccinare altri 15,4 milioni di giovani dai 2 ai 27 anni. Dunque rimarranno scoperti i trenta-quarantenni che, secondo alcuni dati, meriterebbero di essere conteggiati nella fascia di età più vulnerabile. Sempre ieri due società biotech australiane - CSL e Vaxine - hanno avviato le prime sperimentazioni cliniche. I test saranno eseguiti rispettivamente su 240 e 300 volontari sani e dureranno 7 mesi, anche se CSL spera di aver raccolto già per settembre una quantità di dati sufficiente per cominciare a distribuire il suo vaccino in ottobre. Ma è bene non correre troppo con la fantasia. I vaccini di cui tutti i governi del mondo stanno valutando la distribuzione sono ancora dei prodotti virtuali. E seppure tendiamo a dare per scontato che saranno la nostra arma decisiva contro la nuova influenza, non sappiamo ancora quanto siano efficaci o se ne avremo abbastanza in tempo utile.
La corsa al vaccino per la nuova influenza vede impegnati colossi del settore farmaceutico come Novartis, Sanofi e GSK, perciò ha destato stupore che due companies sconosciute ai più abbiano tagliato per prime il traguardo degli studi sull'uomo. Ma nelle prossime settimane prenderanno il via anche le sperimentazioni di big pharma e pochi giorni di vantaggio non saranno certo determinanti per stabilire chi vincerà la seconda parte della corsa, anche se garantiscono una buona dose di pubblicità. Per rendersene conto basta tornare con la memoria al 2005, quando l'emergenza si chiamava influenza aviaria e i titoli dei giornali festeggiavano l'arrivo del primo vaccino da un paese - l'Ungheria - che non è certo un punto di riferimento della vaccinologia globale. In generale è tutto il castello delle nostre certezze che poggia su fondamenta ancora instabili. La scorsa settimana i produttori hanno fatto sapere che la resa dei candidati vaccini per la nuova influenza, al momento, è soltanto una frazione di quella dei vaccini per l'influenza stagionale (da un quarto alla metà). I ceppi usati (i cosiddetti "seed strain") sono degli ibridi che esibiscono esternamente le proteine del virus da cui si cerca protezione e all'interno contengono proteine di un ceppo influenzale diverso, a crescita rapida. Il problema però è che i primi ibridi forniti dall'Oms si sono rivelati instabili e bisognerà produrne degli altri, con la speranza di essere più fortunati. Ci vorrà circa un mese, anche se questo ritardo non dovrebbe pesare sulla tabella di marcia complessiva perché nel frattempo le sperimentazioni partiranno con i vecchi ceppi.
La prima domanda a cui si cercherà di rispondere è se una singola dose sia sufficiente o se ce ne vogliono due, il che avrebbe ovvie ricadute sul numero totale delle persone immunizzabili. Probabilmente un aiuto arriverà dagli adiuvanti, delle sostanze così estranee al corpo umano da potenziare la risposta immunitaria anche con basse dosi di antigene. In Europa li usiamo già da anni con ottimi risultati, mentre gli Stati Uniti ne diffidano ancora perché non se ne conosce bene il meccanismo di azione ma potrebbero concedere un'autorizzazione di emergenza.
Seppure andasse tutto per il meglio, comunque, è evidente che non sarà possibile accontentare tutti subito. Nell'ipotesi in cui il virus diventi più aggressivo e i paesi si litighino le dosi disponibili, è un sollievo sapere di poter contare su un centro di produzione in territorio italiano, a Siena. Per fortuna nel 1992 ci ha pensato una company americana a salvare il glorioso istituto Sclavo dalla chiusura a cui lo aveva condannato la politica italiana, che voleva farne un'area residenziale, e oggi è uno dei fiori all'occhiello di Novartis. Ma ci sono almeno altre due incognite. La somministrazione congiunta del vaccino per la nuova influenza e di quello per l'influenza stagionale faciliterebbe la logistica, però dobbiamo ancora accertare che non comprometta l'efficacia dell'immunizzazione. Infine c'è il problema dell'allergia alle uova: l'impianto tedesco di Novartis produce già il suo candidato vaccino in colture cellulari, ma la gran parte della produzione globale avverrà nelle uova e non è ancora chiaro se gli allergici debbano essere esclusi in blocco dall'immunizzazione.

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