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Archivi Luglio 2009

Il ministro Sacconi ha aggiornato il programma nazionale di vaccinazione contro il virus H1N1. Le prime partite andranno a 8,6 milioni di italiani: operatori sanitari e soggetti a rischio come donne incinte e malati cronici. Poi dal gennaio 2010 il governo vorrebbe vaccinare altri 15,4 milioni di giovani dai 2 ai 27 anni. Dunque rimarranno scoperti i trenta-quarantenni che, secondo alcuni dati, meriterebbero di essere conteggiati nella fascia di età più vulnerabile. Sempre ieri due società biotech australiane - CSL e Vaxine - hanno avviato le prime sperimentazioni cliniche. I test saranno eseguiti rispettivamente su 240 e 300 volontari sani e dureranno 7 mesi, anche se CSL spera di aver raccolto già per settembre una quantità di dati sufficiente per cominciare a distribuire il suo vaccino in ottobre. Ma è bene non correre troppo con la fantasia. I vaccini di cui tutti i governi del mondo stanno valutando la distribuzione sono ancora dei prodotti virtuali. E seppure tendiamo a dare per scontato che saranno la nostra arma decisiva contro la nuova influenza, non sappiamo ancora quanto siano efficaci o se ne avremo abbastanza in tempo utile.

La corsa al vaccino per la nuova influenza vede impegnati colossi del settore farmaceutico come Novartis, Sanofi e GSK, perciò ha destato stupore che due companies sconosciute ai più abbiano tagliato per prime il traguardo degli studi sull'uomo. Ma nelle prossime settimane prenderanno il via anche le sperimentazioni di big pharma e pochi giorni di vantaggio non saranno certo determinanti per stabilire chi vincerà la seconda parte della corsa, anche se garantiscono una buona dose di pubblicità. Per rendersene conto basta tornare con la memoria al 2005, quando l'emergenza si chiamava influenza aviaria e i titoli dei giornali festeggiavano l'arrivo del primo vaccino da un paese - l'Ungheria - che non è certo un punto di riferimento della vaccinologia globale. In generale è tutto il castello delle nostre certezze che poggia su fondamenta ancora instabili. La scorsa settimana i produttori hanno fatto sapere che la resa dei candidati vaccini per la nuova influenza, al momento, è soltanto una frazione di quella dei vaccini per l'influenza stagionale (da un quarto alla metà). I ceppi usati (i cosiddetti "seed strain") sono degli ibridi che esibiscono esternamente le proteine del virus da cui si cerca protezione e all'interno contengono proteine di un ceppo influenzale diverso, a crescita rapida. Il problema però è che i primi ibridi forniti dall'Oms si sono rivelati instabili e bisognerà produrne degli altri, con la speranza di essere più fortunati. Ci vorrà circa un mese, anche se questo ritardo non dovrebbe pesare sulla tabella di marcia complessiva perché nel frattempo le sperimentazioni partiranno con i vecchi ceppi.

La prima domanda a cui si cercherà di rispondere è se una singola dose sia sufficiente o se ce ne vogliono due, il che avrebbe ovvie ricadute sul numero totale delle persone immunizzabili. Probabilmente un aiuto arriverà dagli adiuvanti, delle sostanze così estranee al corpo umano da potenziare la risposta immunitaria anche con basse dosi di antigene. In Europa li usiamo già da anni con ottimi risultati, mentre gli Stati Uniti ne diffidano ancora perché non se ne conosce bene il meccanismo di azione ma potrebbero concedere un'autorizzazione di emergenza.

Seppure andasse tutto per il meglio, comunque, è evidente che non sarà possibile accontentare tutti subito. Nell'ipotesi in cui il virus diventi più aggressivo e i paesi si litighino le dosi disponibili, è un sollievo sapere di poter contare su un centro di produzione in territorio italiano, a Siena. Per fortuna nel 1992 ci ha pensato una company americana a salvare il glorioso istituto Sclavo dalla chiusura a cui lo aveva condannato la politica italiana, che voleva farne un'area residenziale, e oggi è uno dei fiori all'occhiello di Novartis. Ma ci sono almeno altre due incognite. La somministrazione congiunta del vaccino per la nuova influenza e di quello per l'influenza stagionale faciliterebbe la logistica, però dobbiamo ancora accertare che non comprometta l'efficacia dell'immunizzazione. Infine c'è il problema dell'allergia alle uova: l'impianto tedesco di Novartis produce già il suo candidato vaccino in colture cellulari, ma la gran parte della produzione globale avverrà nelle uova e non è ancora chiaro se gli allergici debbano essere esclusi in blocco dall'immunizzazione.

 

La trasparenza e la tempestività con cui il potere politico sceglie di parlare dei rischi di un nuovo virus e delle possibili contromisure non sono solo indicatori dello stato di salute di una moderna democrazia. Sono prerequisiti fondamentali per la gestione di una pandemia. La comunicazione del rischio in tempi pandemici, infatti, influenza il comportamento delle persone, che a sua volta influenza la velocità di diffusione dei virus e il loro impatto sulla salute pubblica.

Fazio può non piacere e recentemente si è meritato qualche serio rimprovero dalla comunità scientifica. Il fatto che all'ultimo momento la ricerca con le cellule staminali embrionali sia scomparsa dal bando per i finanziamenti è grave e soprattutto lo è il fatto che Fazio non si sia assunto la responsabilità di questa decisione, né abbia offerto spiegazioni credibili su quanto è accaduto. Ma qui parliamo di altro: di una pandemia e della tentazione di vendere sicurezze fasulle in tempi incerti, pensando più alle convenienze politiche immediate che alle conseguenze per il paese. Dopo che Fazio ha ipotizzato un'apertura ritardata dell'anno scolastico, infatti, il ministro Gelmini ha preso le distanze, quindi è arrivata la sicumera di Brunetta, infine la proposta shock di Calderoli: su una materia così delicata dovrebbe parlare solo il premier. Ovviamente per rassicurare gli italiani.

Forse il metodo Berlusconi ha una logica in campo economico: spargendo ottimismo a piene mani, anche a dispetto delle evidenze, si può sperare di incoraggiare la ripresa. Ma con i virus non funziona. Gli esperti internazionali sono ancora in disaccordo su molte cose, ma sulla filosofia di fondo il consenso è chiaro: la sottovalutazione è pericolosa quanto l'allarmismo. I virus influenzali sono per natura imprevedibili, dunque ci troviamo potenzialmente di fronte a 3 scenari. Numero uno: la nuova influenza potrebbe rivelarsi così leggera che ci accorgeremo a malapena di vivere la prima pandemia del terzo millennio. Numero due: potrebbe avere un tasso di mortalità e delle manifestazioni cliniche simili all'influenza stagionale, che è una malattia tutt'altro che banale. Limitarsi a dire "tranquilli, è come una banale influenza" è fuorviante per diversi motivi. Se il numero delle persone destinate a contrarla è maggiore, perché la gran parte dell'umanità non ha mai incontrato un virus simile, lo sarà anche il numero assoluto delle vittime (spesso giovani e in buona salute). Per non contare il fatto che se il nuovo ceppo dovesse circolare insieme all'influenza stagionale anziché rimpiazzarla, ci troveremmo con il doppio dei problemi. Numero tre: il virus potrebbe diventare più aggressivo. Per dirla con Peter Sandman, noi dobbiamo temere il terzo scenario, prepararci per il secondo e sperare nel primo. Ed è bene chiarire che le misure di distanziamento sociale, a cominciare dalla chiusura temporanea delle scuole, possono essere utili anche nel secondo scenario. Si valuta che una sospensione delle attività scolastiche fino a 4 settimane sia un'opzione da tenere in considerazione per le pandemie la cui severità è di categoria 2 (mortalità da 0,1 a 0,5%). Con una percentuale di decessi ancora traballante ma vicina allo 0,1%, e la necessità di rallentare la corsa del virus in attesa di un vaccino, l'ipotesi di Fazio è tutt'altro che fantascientifica e la decisione per risultare efficace andrebbe presa prima che la diffusione si impenni. L'errore di Fazio non è stato neppure quello di aver parlato pubblicamente anziché nel chiuso di una riunione, perché preparare oggi le persone all'evoluzione futura delle emergenze è il miglior modo per evitare di scatenare il panico domani. I suoi problemi nascono dal fatto che si è comportato come un normale ministro della salute in un paese anormale, in cui le apparenze contano molto più della sostanza. Probabilmente Palazzo Chigi avrebbe preferito un comportamento alla Storace, che in pieno allarme influenza aviaria sorvolava le oasi in cui erano stati trovati i primi cigni infetti. Troppo interessato ad apparire padrone della situazione per preoccuparsi del fatto che il passaggio del suo elicottero avrebbe contribuito a disperdere gli uccelli favorendo la diffusione del virus. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 21 luglio 2009)

Dimenticate le candidature-ciarpame, i preliminari erotici con i filmini celebratori del grande leader, le orge di Palazzo Grazioli, le bugie del premier. Secondo Lucetta Scaraffia c'è un'altra anomalia italiana che merita la nostra attenzione: Ignazio Marino. Il suo camice bianco dovrebbe scandalizzarci più della bandana che ha messo in imbarazzo Tony Blair. Il suo lavoro di chirurgo destare più sospetti del conflitto di interessi.

Scaraffia è bravissima ma questo suo ultimo intervento è un numero di prestidigitazione troppo ardito per poter riuscire bene. Nemmeno il grande Danton ce l'avrebbe fatta a ipnotizzare il pubblico al punto da far passare inosservate tutte le sue capriole logiche. Scaraffia non sopporta l'idea che la formazione medico-scientifica possa essere considerata un plusvalore per un uomo politico, perché vorrebbe che la scienza fosse la retroguardia e l'antiscienza il futuro. Sostiene che le conoscenze di Marino non sono utili in politica, anzi che sono dannose, perché lui ha fiducia nel progresso tecnologico, ragiona come uno scienziato e questo, secondo Scaraffia, lo rende vecchio, addirittura molto vecchio. Invece di perdere tempo a leggere riviste scientifiche di frontiera (che applicando il suggestivo teorema Scaraffia appaiono per loro stessa natura obsolete), dovrebbe fare qualcosa di più originale: rispolverare Marx oppure scoprire i pamphlet tecnofobici di una femminista francese più nota per essere la moglie di Jospin e l'ex compagna di Derrida che per i suoi contributi filosofici. Nel surreale dibattito politico sul destino del Pd di queste settimane se ne sono sentite di tutti i colori e anche l'analisi di Scaraffia è destinata a finire nell'archivio delle provocazioni. Ma vale la pena lo stesso di dire chiaramente che se c'è qualcosa di ammuffito è questa campagna contro la scienza, partita tra i fuochi d'artificio con l'approvazione della legge 40  e smascherata nel suo cinismo dalla Corte Costituzionale. 

E' incredibile che persino il dibattito precongressuale del Pd debba diventare un espediente per riproporre scenari fantabioetici sulle minacce della tecnoscienza, con tanto di multinazionali del farmaco che complottano contro il benessere dell'umanità (a proposito, a chi li facciamo produrre i farmaci, a Sylviane Agacinski?). Senza dimenticare i riferimenti pulp alla compravendita di pezzi del corpo umano. Un marziano in visita sul nostro pianeta, dopo aver letto certe critiche, sarebbe legittimato a pensare che Marino sia uscito fuori da un romanzo di Michael Crichton, che voglia sbarazzarsi dei malati terminali, coltivare chimere parlanti nei sotterranei delle sue sale operatorie e affiancare ai suoi macchinari di laboratorio una collezione di uteri in affitto. Chi ha le idee confuse al riguardo dovrebbe rileggersi il suo Credere e curare (Einaudi), i suoi interventi su ItalianiEuropei, il bel dialogo con il Cardinal Martini pubblicato sull'Espresso. Scoprirà un Marino diversissimo da quello descritto da Scaraffia, prudentissimo e sempre dialogante. Solo in questo paese e in questa fase politica in cui la bioetica è diventata materia di scambio per la politica è possibile schiacciare questo chirurgo profondamente credente e sinceramente laico su posizioni radicali. Mettendo in ordine cronologico i suoi scritti si può notare una qualità imprescindibile nel mondo della scienza: Marino è allenato a resistere alla tentazione di piegare i fatti alle convenienze ideologiche e quando, con il passare del tempo, è venuto a conoscenza di elementi nuovi non ha mai esitato a riconsiderare le proprie posizioni. Probabilmente non gli basterà questo per guidare il Pd fuori dalla palude. Ma  la storia dimostra che la scienza è un motore di democratizzazione della società oltre che di progresso materiale e culturale. E saremmo fortunati se il futuro leader dei democratici - chiunque egli sia - avesse imparato qualcosa anche dal pensiero scientifico. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 18 luglio 2009)

 

Il copione vuole che sul campo si fronteggino due schieramenti. Da una parte gli scienziati dell'Ipcc e gli amici dell'ambiente, che invocano riduzioni draconiane delle emissioni per evitare la catastrofe climatica. Dall'altra un manipolo di negazionisti, svitati o foraggiati dai poteri economici, interessati più al Pil che al destino del pianeta. Ma questa caricatura appare sempre meno credibile, come dimostra l'incontro organizzato per oggi dalla Fondazione sigma-tau nell'ambito di Spoletoscienza. Nella città del Festival dei due mondi arriva infatti un tridente pronto a demolire gli stereotipi di questo dibattito che si trascina da troppo tempo senza progressi sostanziali. Giocatori liberi, scientificamente inattaccabili, insensibili al potere ipnotico dell'ambientalismo politicamente corretto.

Roger Pielke insegna studi ambientali all'Università del Colorado. E' un obamiano e un inguaribile pragmatico. Tira ganci da ko ma sempre con i guanti di velluto, come quando ha messo in imbarazzo Al Gore. Potere di uno dei blog più influenti nel dibattito sui cambiamenti climatici. Ecco com'è andata: il 15 febbraio Pielke posta un commento sul discorso tenuto davanti all'American Association for the Advancement of Science dall'ex vicepresidente consacrato con il Nobel. Gore fa una lunga lista di eventi meteorologici estremi puntando il dito sui cambiamenti climatici causati dall'uomo: dall'alluvione in Iowa, all'uragano Ike, agli incendi in Australia. La prova del nesso causale? Sarebbe un grafico basato sui dati di un centro di ricerca belga che illustra l'impennarsi dei disastri negli ultimi decenni. Lo stesso istituto belga invita a non sovrainterpretare i propri dati, ma Gore sorvola. Tocca a Pielke, dunque, spiegare che il ruolo dei cambiamenti climatici nell'incidenza dei disastri è limitato. La nostra vulnerabilità dipende da altri fattori, come la crescente urbanizzazione delle coste, mentre la percezione pubblica è influenzata dalla maggior quantità di informazioni diffuse rispetto al passato. Anziché prendere di mira Gore, comunque, Pielke si sofferma sulla mancata reazione degli scienziati che hanno assistito al suo discorso: "La rappresentazione distorta della scienza del clima per obiettivi politici può contare su molti silenziosi collaboratori". Il colpo va a segno e dopo qualche giorno il New York Times riferisce che il grafico è scomparso dal powerpoint che Gore si porta in giro per il mondo. Le interazioni spesso perverse tra scienziati, politici e gruppi di pressione sono il cavallo di battaglia di Pielke, che sul tema ha pubblicato analisi raffinate. Quanto alle politiche per il clima, lui e gli altri relatori di Spoleto non sono mai saliti sul carrozzone di Kyoto e invitano il mondo a scenderne. Nessuno di loro dubita che il riscaldamento globale sia reale e richieda interventi concreti, ma tagliare le emissioni significa pagare subito un conto salato per benefici modesti che non arriveranno in tempi ragionevoli. Una strategia destinata a fallire, perché politicamente insostenibile. Non a caso mentre i governi organizzano un summit dietro l'altro promettendo nuovi tagli, le emissioni continuano a crescere. Meglio concentrarsi, allora, sulle politiche di efficienza energetica e sulla ricerca di opzioni tecnologiche. Un approccio trasparente e realistico che è agli antipodi del piano europeo 20-20-20 e della proposta bocciata dalla Cina all'Aquila, ma è lontano anche dalla legge Waxman approvata di recente dal Congresso americano.

Ma il famoso rapporto Stern non aveva finalmente messo d'accordo le ragioni dell'ambiente con quelle dell'economia, dimostrando che il costo dei tagli è inferiore ai danni economici del riscaldamento globale? Non proprio. Qualcuno ne resterà stupito, visto l'impressionante curriculum dell'economista che ha guidato il gruppo di lavoro per conto del governo britannico. I numeri di Sir Nicholas Stern, però, hanno fatto sollevare più di un sopracciglio nella comunità scientifica. Le critiche più esplicite sono arrivate dall'olandese Richard Tol, anche lui presente a Spoleto. A dispetto dei suoi 40 anni e della sua capigliatura funky, Tol è uno dei maggiori economisti specializzati in cambiamenti climatici ed è stato reclutato anche dall'Ipcc, l'agenzia Onu che ha condiviso il Nobel con Gore. La sua stroncatura si condensa in due aggettivi: "allarmista e incompetente". In sostanza per tutta una serie di settori - dall'acqua all'agricoltura, dalla salute alle assicurazioni - il rapporto britannico "seleziona in modo consistente gli studi più pessimisti presenti in letteratura", omettendo i dati rassicuranti che contraddicono la propria tesi. Con il risultato di sovrastimare l'impatto dei cambiamenti climatici e i benefici dei tagli alle emissioni. Qualcuno potrebbe obiettare che per accendere i riflettori su un problema può essere necessario forzare la mano. Ma la paura è una cattiva consigliera e la gente si stufa in fretta quando l'apocalisse annunciata non arriva. "Quello di cui abbiamo bisogno è una politica graduale per i prossimi 100 anni" non di azioni risolutive da mettere in campo domani.

Il terzo uomo chiamato a Spoletoscienza è John Tierney, columnist del New York Times. Spesso in controtendenza rispetto alla linea del suo giornale, Tierney è convinto che la creatività e lo spirito di adattamento della nostra specie ci aiuteranno a confutare le previsioni dei profeti di sventura. Il suo motto è: "Il fatto che un'idea piaccia a molte persone non significa che sia sbagliata, ma questa è una buona ipotesi su cui lavorare". I dati empirici possono essere rivoluzionari e lui li usa con destrezza per affossare le mitologie dilaganti, senza fare sconti a nessuno. "La politicizzazione della scienza è bipartisan", dice riferendosi a Repubblicani e Democratici. Ma dà l'impressione di divertirsi particolarmente a smascherare le malefatte in campo democratico, perché le simpatie degli scienziati vanno per lo più al partito dell'asinello e "il problema è più difficile da sollevare quando quest'ultimo è al potere". Tierney è uno a cui piace dare buone notizie sull'ambiente nella Giornata della terra, scusandosi se così facendo rovina l'atmosfera della festa. Uno degli ultimi post del suo blog smonta il rapporto sui cambiamenti climatici preparato da 13 agenzie e dalla Casa Bianca, lodato a sproposito dal chief scientist di Obama. Proprio John Holdren è il bersaglio preferito di Tierney, che ne ha contestato vigorosamente la nomina, rimproverandogli la carriera disseminata di foschi presagi puntualmente smentiti dai fatti e la tendenza alle recidive.

E' facile prevedere che tutti e tre offriranno stimoli in quantità a Chicco Testa, Luigi Paganetto (presidente dell'Enea) e Alessandro Lanza (chief economist dell'Eni), che sono stati chiamati a discutere nella tavola rotonda finale le opzioni per un'Italia stretta fra impegni internazionali, tabù politici e dipendenza energetica. Un'altra missione per pragmatici con il dono dell'ottimismo.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 12 luglio 2009) 

 

 

La figura (e le figuracce) di Silvio Berlusconi sono ormai stabilmente sotto la lente d'ingrandimento e mezzo mondo si aspetta nuove scosse per l'apertura del G8. E' possibile tracciare un profilo psicologico del Presidente del consiglio tra la camera da letto di Palazzo Grazioli e il parco giochi di Villa Certosa? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Amadori, psicologo e direttore di Coesis Research. Wikipedia ricorda che nel 1985 ha vinto una somma record presentandosi davanti a Mike Bongiorno con la vita e le opere di Sigmund Freud, ma si è fatto notare soprattutto come esperto di psicopolitica. Autore di "Mi consenta" (Scheiwiller, 2002) e "Silvio tu uccidi una sinistra morta" (Aliberti, 2009).

Amadori premette che non intende giudicare nessuno né azzardare diagnosi a distanza. Poi va dritto al punto: "Sono pronto a scommettere che quella del sexygate è una falsa pista". Ma come, la festa di Casoria, l'harem, le farfalline, le registrazioni di Patrizia? Amadori è convinto che non ci sia nulla di clintoniano in questa storia, che il meccanismo psicologico sia un altro. "Clinton smetteva di essere il Presidente e tirava fuori la scimmia di Desmond Morris. Si trattava di situazioni occulte basate sulla simmetria dei rapporti. Con Berlusconi invece è il contrario: c'è una situazione palese basata sull'asimmetria". Tornano in mente i megaparty, le pose pubbliche da seduttore, meno-male-che-silvio-c'è, i filmini con Bush proiettati per le sue speciali platee femminili. Sarebbero tutti segnali di un forte bisogno di affetto più che di gratificazioni hard. E' per via di quel desiderio di sentirsi ammirato, persino adorato, che Silvio si sarebbe trasformato in Papi, costruendo intorno a sé una corte dei miracoli. Basta un'infarinatura di psicologia e si pensa subito al rapporto con la madre, Amadori conferma: "Tendo a prendere sul serio le dichiarazioni intime di Berlusconi su mamma Rosa, che sembra essere stata il suo principale riferimento. Forse non è secondario che abbia perso lei e anche la sorella in tempi recenti, che da tempo avesse un rapporto inaridito con la moglie. Potrebbe spiegare la sua ricerca di amore femminile. La forza primordiale di eros c'è ma è sublimata". Si aggiunga il fatto che "l'unica vera prostituzione esistente è quella maschile, quella del potere" e che il premier è circondato da persone sempre interessate a qualcosa. Nel mondo sottosopra tratteggiato da Amadori le escort diventano figure "naif, innocenti e un po' vergini" in cui cercare una sensazione di autenticità. Una sorta di autoterapia, per liberare la parte ludica del sé e trovare una ricarica emotiva. Ma c'è qualcosa di patologico? "Il narcisismo è la malattia del nostro tempo e come tutti i leader Berlusconi ha una distorsione narcisistica della personalità. Ma non credo si possa dire che soffre di una sindrome della personalità narcisistica in senso proprio, quella descritta nel manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali". Chi ne è affetto, secondo Amadori, tende a distruggere gli altri, la figura di Berlusconi invece "trasforma il narcisismo in un ritorno collettivo, crea una community, incontra un popolo di innamorati. Lui non ripercorre la parabola classica del narcisista patologico e non resterà solo con un'Eva Braun". Se per gioco dovesse attribuirgli una sindrome, Amadori sceglierebbe quella del comportamento istrionico, più tipica degli uomini di spettacolo che dei leader politici. Non è invalidante come una psicosi o una nevrosi - spiega - si tratta di un disturbo egosintonico, nel senso che chi ce l'ha non vede il problema. Il pensiero vola al cucù, alle barzellette, alle continue battute sulle veline. "Questo può renderlo distonico rispetto all'ambiente", ammette Amadori. Ma per gli italiani non sembra un gran problema: Silvio istrione appare come una caricatura dei nostri difetti nazionali agli osservatori stranieri, ma qui riceve riconoscimenti come "napoletano nato a Milano". Proviamo a insistere: si parla di patologia quando un comportamento diventa dannoso per l'individuo e nessuno può negare che il premier stia rischiando grosso. "Ma ha fatto male solo a sé, non agli altri. L'istrione è agli antipodi del predatore sessuale che agisce nel retrobottega, sta acquattato nella savana, nascondendo le tracce. Porta le vittime nella caverna solitaria, si crea un secondo mondo, il mondo dell'ombra. Se Berlusconi riunisse in sé entrambe queste caratteristiche sarebbe il primo caso nella storia". Forse c'è una decadenza senile in tutto questo? "Sembra aver perso la sensibilità per il feedback che era uno dei suoi punti di forza. E' un processo che fa parte del ciclo della vita, anche se Berlusconi dà l'impressione di rifiutare il tempo che passa". E invece dovrebbe capire che la vecchiaia è fonte di saggezza e che alla gente piacerebbe ancora di più con qualche capello in meno o senza abbronzatura. "Inseguire l'eterna giovinezza è una trappola e gli scandali sessuali sono il prezzo che sta pagando". (Anna Meldolesi, dal Rif ormista dell'8 luglio 2009)

Lo scandalo sessuale che coinvolge il Presidente del consiglio sta suscitando grande interesse in tutto il mondo.  Nelle cancellerie e nelle redazioni, innanzitutto. Ma è molto probabile che anche in qualche laboratorio stiano prendendo nota. Berlusconi infatti sembra il soggetto ideale per mettere alla prova due filoni di indagine che da tempo sono in cerca di sinergie e contaminazioni. Le ricerche sui comportamenti sessuali e quelle sulla leadership.

La scivolosa questione si è affacciata sul Financial Times  con un commento di Luke Johnson intitolato "Trappola sessuale per i top manager", ispirato dalle battute di Vittorio Sgarbi sul Berlusconi a luci rosse ("Se non ottiene soddisfazione sessuale, governa male"). Quindi è rimbalzata sui giornali italiani, il Corriere ad esempio ha titolato: "Il potere? E' un vero afrodisiaco".  Da Johnson, comunque, è partita un'interessante sollecitazione: "Sociologi, antropologi e biologi dovrebbero fare più studi sulle motivazioni di imprenditori e politici, per aiutarci a capire meglio i segreti del potere. Gli scienziati dovrebbero indagare l'interazione fra adrenalina e testosterone e svelare come questa combinazione possa creare un cocktail pericoloso per gli uomini di successo". Convincere psicologi e sessuologi a commentare le notti bollenti di Palazzo Grazioli è un'impresa ardua se non impossibile. Le indiscrezioni giornalistiche, anche se numerose e convergenti, non valgono come dati empirici e la deontologia professionale rappresenta un ostacolo quasi insormontabile. Questo comunque non ci impedisce di passare in rassegna un po' per gioco e un po' sul serio le conoscenze scientifiche sulla relazione pericolosa che esiste fra ormoni, comportamenti sessuali e successo. I principali sospetti si concentrano sul testosterone, l'androgeno prodotto nei testicoli e in misura minore nelle ovaie oltre che dalle ghiandole surrenali. Tutti sanno che raggiunge il picco nella tarda adolescenza e diminuisce con l'età, ma il suo livello varia anche nell'arco della giornata e con le stagioni. Che abbia uno stretto legame con il sesso è un fatto incontrovertibile, ma più complesso di quanto si creda: se scarseggia anche l'impulso sessuale è basso, ma se abbonda non è detto che il sexual drive si impenni. Non tutte le persone affette da ipersessualità, dunque, presentano livelli esagerati di testosterone. Una certa vulgata vuole che questo ormone sia sinonimo di aggressività e qualcuno ha parlato addirittura di "testosterone poisoning" per evidenziarne il lato oscuro. Ma non tutto il testosterone viene per nuocere. La letteratura scientifica, in particolare, suggerisce un legame con la propensione al rischio e con la perseveranza. La tendenza a buttarsi in imprese pericolose è un tratto psicologico più diffuso nel sesso maschile, anche se nessuna statistica potrà mai cancellare l'esistenza di uomini pavidi e donne con il gusto per la sfida. Emergono anche correlazioni con gli impieghi occupazionali. Scopriamo che i militari ne hanno in gran quantità, gli operai sono più attrezzati dei colletti bianchi, gli agricoltori si piazzano a fondo classifica. Ben provvisti risultano atleti, attori maschi e lavoratori edili. Le avvocatesse ne hanno più delle infermiere. E i politici? Non avendo accesso a campioni biologici di Bush o di Obama, di Berlusconi o di Putin, dobbiamo fare affidamento sul fatto che - secondo gli esperti - per sfondare in politica e negli affari sarebbero vantaggiosi tratti psicologici simili. Torna utile ricordare, allora, una ricerca sugli studenti di business administration del 2006, che ha trovato un nesso fra il livello di testosterone, la propensione al rischio misurata con un test psicologico e la biografia imprenditoriale dei soggetti. Nel gennaio di quest'anno, invece, hanno occupato la scena gli operatori della borsa di Londra: pare che quelli che guadagnano di più presentino una particolare proporzione tra la lunghezza delle dita, che indica un'elevata esposizione prenatale al testosterone. Ma a forza di rischiare a volte ci si lasciano le penne e dopo lo scoppio della crisi qualche commentatore ha invocato una maggior presenza femminile, puntando il dito contro l'eccesso di testosterone in circolo nel mondo finanziario. A nessuno, comunque, può sfuggire il fatto che per raggiungere e mantenere il successo bisogna saper fare uso anche della prudenza e di chissà quante altre doti che con i testicoli non hanno nulla a che spartire. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 4 luglio 2009)