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Archivi Giugno 2009

Quando ieri il Riformista ha ripubblicando alcuni stralci del libro intervista che Antonio Polito ha scritto con Dahrendorf nel 2001 (Dopo la democrazia, Laterza) ha premesso che le posizioni espresse dal filosofo-sociologo tedesco sui rapporti tra scienza e morale avrebbero fatto discutere. Questa lettura in effetti è stata una specie di rivelazione: ho scoperto che l'Italia è da anni la patria del liberalismo in bioetica. E' evidente infatti che l'approccio alla bioetica auspicato da Dahrendorf qui è vicino a trovare pieno compimento.

Lui diffida degli scienziati proprio come gran parte dei politici italiani, mica come accade in Gran Bretagna dove Tony Blair invitava i giovani sognatori a cambiare il mondo dedicandosi alla scienza. Per Dahrendorf i ricercatori "hanno un modo tutto speciale di perseguire i propri interessi e di sostenere i propri convincimenti, che spesso sono dogmatici e talvolta possono essere sbagliati". Dogmatici e non infallibili, dunque, perché dovremmo lasciargli libertà di ricerca e starli pure a sentire? "Quando mi è capitato di chiedere loro qual è il momento della vita di una cellula oltre il quale essa diventa meno efficace ai fini terapeutici, ho ottenuto sempre risposte diverse e non univoche", prosegue Dahrendorf. Insomma sul più bello si dimostrano plurali e titubano. "E quando ho chiesto a ciascuno dei miei interlocutori se le sue affermazioni erano a prova di ogni ragionevole dubbio, spesso la risposta è stata che proprio sicuri non si poteva essere, ma che, da qualche parte del mondo, un collega era giunto a quella conclusione sulla base di un esperimento". Dunque ammettono i margini di incertezza delle proprie conoscenze. Notoriamente un vizio tipico di tutti i dogmatici. Ed ecco la conclusione: "La comunità scientifica, in certi casi, può comportarsi come un sindacato. Ma molto più pericoloso".

Per fortuna che in Italia questo sindacato degli scienziati dogmatici, plurali e indecisi è piuttosto silenzioso e quando si decide a parlare non ho mai visto i politici fare la fila per ascoltare. Dahrendorf dice anche di considerare inappropriata l'applicazione del principio di maggioranza alle questioni di natura bioetica. Secondo lui non basterebbe neanche una maggioranza del 75%. L'alternativa è quella del gruppo di saggi, anche se Dahrendorf non spiega come debba essere formato un simile organismo dotato del singolare potere di prendere decisioni contro la volontà dei cittadini. Mica penserete a qualcosa come la commissione Warnock e gli altri comitati scientificamente orientati che vanno di moda nel mondo anglosassone. Ci vorrebbe un bel consesso di umanisti, possibilmente sospettosi degli avanzamenti scientifici, che possano moraleggiare sulla scienza senza perdere tempo a capire se i rischi di cui parlano sono scientificamente fondati. Qualcosa come il Comitato nazionale di bioetica. Questo sarebbe il modello perfetto, perché anche se all'atto della nomina c'è sempre una quota rosa per gli scienziati, l'esperienza recente dimostra che basta infliggere loro qualche mese di mobbing per convincerli a tornare a tempo pieno in laboratorio. Insomma qui in Italia avevamo già la soluzione perfetta e non ce ne eravamo neanche accorti. Avremmo potuto risparmiarci le pene della legge 40, con tanto di referendum e bocciatura della Consulta, così come il decreto salva-Eluana e la passione del testamento biologico. Bastava prendere i documenti del Cnb e trasformarli in legge. 

 

H1N1 è ufficialmente un virus pandemico. Il primo dopo il 1968. L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) lo ha ammesso ieri, dopo una riunione del comitato di emergenza, innalzando l'allerta al livello 6. Lo scorso mese molti governi si erano dati da fare per ritardare l'annuncio, temendo contraccolpi economici. Ma il boom di casi in Australia ha spazzato via gli ultimi dubbi e se l'Oms si è presa ancora qualche giorno di tempo è stato per consentire ai paesi membri di prepararsi ad affrontare l'opinione pubblica.   

I funzionari di Ginevra continuano a certificare le cifre fornite dalle autorità nazionali e a fare le somme. Ad oggi contano 28.774 casi e 144 morti in 74 paesi. In Italia siamo a quota 56, nessun decesso. Ma ormai i conteggi ufficiali sono pressoché inutili. La sorveglianza è troppo focalizzata su una cerchia ristretta - le persone che rientrano da luoghi ad alto rischio - per offrire stime credibili e il numero di test eseguiti non è sufficiente a fotografare la progressione di H1N1. Il 9 giugno il viceministro Fazio ha detto di sperare che il vaccino consentirà al nostro paese di limitare i contagi a 1 o 2 milioni. Insomma, dobbiamo preoccuparci davvero?

Le parole d'ordine nell'immediato sono: niente panico, da ieri a oggi non è cambiato nulla. Il virus ha raggiunto una diffusione geografica globale ma non è diventato più aggressivo. Per il medio periodo, però, gli esperti indicano un pericolo simmetrico rispetto alla paura: l'assuefazione. La domanda calda di oggi è: le autorità sanitarie hanno fatto abbastanza per fermare la nuova influenza? La risposta è sì, più o meno, nel senso che contenere un virus del genere è praticamente impossibile. Ma se il numero delle vittime crescerà lentamente, come è probabile, fra non molto le autorità sanitarie potrebbero doversi difendere dall'accusa opposta, quella di aver ceduto all'allarmismo. Quando il copione non ha i tempi del thriller i media perdono fatalmente interesse. Lo abbiamo già visto anche con H1N1: da aprile a giugno la comunicazione è passata dal filone dell'apocalisse a quello della bufala e lo schema potrebbe ripetersi. Per gestire una pandemia, invece, ci vogliono pazienza e sangue freddo. H1N1 non è come ebola, che arriva e uccide tutti quelli che incontra, ma metà delle sue vittime erano giovani e in buona salute. Appare poco aggressivo ma può essere subdolo e non va sottovalutato. Peter Palese della Mount Sinai School of Medicine è un'autorità nel campo e ha elencato quattro ragioni per preoccuparsi e cinque per essere ottimisti. Cominciamo dalle brutte notizie: questo virus appartiene allo stesso gruppo della Spagnola, è altamente trasmissibile, continua a circolare nell'emisfero settentrionale anche se la stagione influenzale è finita, le mutazioni potrebbero renderlo più spietato. Ecco le buone notizie. Un altro virus suino di tipo H1N1 è emerso nel 1976 senza fare grandi danni. Il nuovo H1N1 per ora non è più aggressivo dell'influenza stagionale, che uccide fino a 500.000 persone l'anno. Questo ceppo appare privo di una caratteristica molecolare che potrebbe essere un marcatore di virulenza, perché era presente sia nel virus dell'aviaria (il letale ma poco trasmissibile H5N1) sia nella Spagnola. Essendo già stati esposti ad altri virus di tipo H1N1 potremmo avere una qualche immunità crociata, non tanto da evitare di ammalarci ma abbastanza per tenere a freno la mortalità. Le nostre armi per combattere l'influenza, infine, sono molto più affilate che in passato. Tutto sommato sarebbe da matti mettersi la mascherina, fare provviste e chiudersi in casa. Ma non possiamo nemmeno illuderci che sarà una passeggiata. I ricercatori dispongono di dati abbastanza buoni su 4 pandemie che si sono verificate a partire dal 1890 e ognuna di esse è stata diversa, per andamento stagionale e mortalità. Insomma ha ragione l'epidemiologo americano Arnold Monto quando socraticamente avverte: l'unica previsione sensata è che i virus influenzali sono imprevedibili. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 12 giugno 2009).

In "FAQ Italia" (Bompiani) Francesco Merlo spara su Slow Food. Repubblica ne sceglie alcuni brani e il 7 giugno li pubblica, ma solo dopo averli ripuliti dai riferimenti a Petrini e compagni.  A segnalarlo è Luca Mastrantonio sul Riformista di oggi, che riporta i brani originali. Il primo capoverso è rimasto intatto: . «Oggi quel che nella cultura italiana, ancora - o, forse, di nuovo - somiglia al fascismo selvaggio è l'arcaismo devozionale, quel simbolismo penitenziale che è sempre stucchevolmente alla moda recuperare, perché "vuoi mettere, quant'erano saporosi i sapori di una volta, oggi che il pane e il vino e l'olio e il latte non sanno più di pane, vino, olio e latte?"». Il secondo capoverso su Repubblica perde la prima frase e il riferimento a Slow food nella seconda. «C'è molto dello Strapaese fascista nella saccente, querula retorica del cibo povero che, per fortuna, è stato almeno trasformato in un impero internazionale, una potente holding, grazie all'intelligenza, all'intraprendenza e alla simpatia di un italiano di terra, Carlo Petrini. Ma il suo slow food è un'ideologia reazionaria e trasversale che si chiama anche pensiero meridiano e ambientalismo verde. Inoltre è il cuore della cultura leghista. Ed è incistata nel movimento populista del vaffanculo del comico Grillo, il tribuno che galleggia nel malumore strapaesano e riempie le piazze». Del terzo paragrafo salta l'ultima frase: «Lo Strapaese è infine l'estetica del Berlusconi costruttore edile e urbanista, il Berlusconi di "Milano 2". L'ispiratore è Pasolini. Il cantore è Celentano. L'idea di base è il ritorno alla cultura campagnola e contadina, la sua valorizzazione, il rilancio del genius loci, insomma lo Strapaese di Maccari dispiegato a destra e a sinistra ma con la stessa deprecatio temporum di allora, forse più moralista ancora. Al fondo c'è una falsificazione dell'Italia e soprattutto del contadino italiano, che non è Olmo-Depardieu, l'epico socialista del film Novecento di Bertolucci - forse mai esistito - né quello lirico, tutto bontà e amore cristiano, dell'Albero degli zoccoli, anch'esso un prodotto della fantasia. Né, tanto meno, è appunto il contadino descritto e celebrato da Petrini che ha almeno il merito di saper mangiare bene: lui, ovviamente, non il suo contadino metafisico».  Il paragrafo successivo è intitolato "I famosi compagni di merende si nutrono di slow food?". Su Repubblica il riferimento a Pacciani resta, ma ancora una volta manca il riferimento all'impero del gusto. Evidentemente a Merlo è concesso dire il peccato ma non il peccatore. Comunque che su Repubblica si parli di questo peccato è già un mezzo miracolo. Sperare che il miracolo lo facessero intero evidentemente era troppo...  Per inciso, non mi risulta che dopo aver pubblicato il plagio di Saramago si siano sentiti in dovere di chiedere scusa.

Non ho mai assaggiato la cucina molecolare, ma che prima o poi avrebbe suscitato un vespaio un po' me lo aspettavo. Non foss'altro che per l'impudenza di quell'aggettivo scientifico catapultato in un mondo antiscientifico come la gastronomia dei giorni nostri. Ciò che non mi sarei mai immaginata è che a difendere i cuochi molecolari dall'assalto di "Striscia la notizia" sarebbe scesa in campo Slow Food. Colpa mia, naturalmente. Frequento troppi scienziati e probabilmente è per questo che continuo a illudermi di trovare uno straccio di coerenza in tutti i miei interlocutori.

Forse era da mettere in conto che nel circuito petriniano fossero entrati anche cuochi "sperimentali" come Massimo Bottura. Essere dentro è sempre meglio che restare fuori dal giro. Ma nemmeno nelle mie fantasie più sfrenate avrei mai sognato che per difenderli Slow Food avrebbe detto cose che sembrano uscite da un manifesto probiotech. "Fino a 10.000 anni fa, quando si affermò l'agricoltura e la cucina del cotto, i sensi erano la guida per decidere cosa in natura poteva essere mangiato ed il cibo era molto poco manipolato dall'uomo. Da allora il cibo è sempre più stato elaborato e manipolato dall'uomo, utilizzando conoscenze e tecniche che si sono accumulate nei millenni, manipolando in molti modi i prodotti della natura...". Chiudiamo un occhio sulla sciatteria linguistica del comunicato e andiamo alla sostanza: la centrale torinese dell'eco-gastronomia globale sta affermando che gli uomini, da sempre, modificano legittimamente i prodotti della natura. Vado a rispolverare la bibbia petriniana, "Buono, pulito e giusto" (Einaudi) e leggo: "Naturale significa non utilizzare troppi elementi estranei e artificiali rispetto al sistema ambiente/uomo/materia prima/trasformazione: no agli additivi e ai conservanti chimici, agli aromi artificiali o cosiddetti naturali; no alle tecnologie che stravolgono la naturalità del processo di lavorazione, allevamento, coltivazione, cucina". Come conciliare le due posizioni? Il punto è stabilire quando troppo è troppo. Per "Striscia" i gelificanti della cucina molecolare sono troppo, per Slow Food no, tant'è vero che adesso a Torino scomodano addirittura Wittgenstein ("Etica ed estetica sono una cosa sola"). Il vero problema dunque è un altro: stabilire chi stabilisce quando troppo è troppo. I tossicologi non hanno nulla da ridire su questi additivi, che non sono più innaturali di molti ingredienti usati comunemente in cucina. Spiegano anche che naturale non significa sicuro: ricordate le tossine cancerogene nel mais biologico? E i germi patogeni nel latte non pastorizzato? Gli scienziati non sono buoni comunicatori, ma per fortuna ci sono anche i filosofi e insegnano che distinguere tra naturale e artificiale è un esercizio illusorio. Quel bel paesaggio lombardo fatto di stagni e pioppeti, rievocato da Giulio Giorello e Stefano Moriggi in un vecchio numero di "Darwin", per esempio, sembra così naturale e invece è stato plasmato da solerti monaci nel Medioevo. Discorsi del genere, però, non sono ammessi in tv nemmeno a notte fonda. Il bello è che dopo anni di dibattiti elitari, che hanno appassionato pochi cocciuti razionalisti, adesso possiamo sederci in poltrona e assistere allo spettacolo di queste contraddizioni che esplodono in uno dei programmi di massimo ascolto. Una guerra intestina fra tribunali della naturalità e del gusto, che per il solo fatto di essere in disaccordo fra loro si delegittimano a vicenda. Se vince "Striscia", l'estremismo antitecnologico avrà segnato un altro punto ma dopo anni di santificazioni televisive gli amici di Slow Food avranno imparato una lezione. A soffiare sul fuoco dell'ideologia c'è il rischio di scottarsi, perché può sempre arrivare qualcuno che soffia più forte.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 7 giugno 2007).

PS Per approfondire l'argomento consiglio un salto nel blog di Dario Bressanini http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/04/21/il-finto-scoop-di-striscia-la-notizia/

 

Anche se i nomi cambiano, le cose restano quello che sono. Una rosa è una rosa è una rosa (Gertrude Stein). Una pandemia è una pandemia è una pandemia. Tanto vale prenderne atto. La burocrazia internazionale ha fatto di tutto per allontanare il momento della verità, ma H1N1 è già a pieno titolo un virus influenzale pandemico. Il primo da 41 anni a questa parte. Aspettate, però, prima di arruolarci nel partito dei catastrofisti globali: se constatiamo questo fatto, riconosciuto sottovoce da molti specialisti, non è perché crediamo o ci divertiamo a far credere che H1N1 scatenerà l'apocalisse. Al contrario siamo convinti che la trasparenza sia la migliore ricetta contro la paura.

Secondo fonti vicine all'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) lo stato pandemico potrebbe essere decretato ufficialmente nel giro di una settimana. Pur di evitare questa escalation molti governi avrebbero preferito cambiare il sistema di allerta, ma per l'Oms la situazione si è fatta di giorno in giorno più imbarazzante. Dal 29 aprile le lancette sono ferme sul numero 5 - il penultimo livello della scala, che corrisponde alla diffusione in una regione geografica - mentre H1N1 si è già propagato massicciamente al di fuori dall'epicentro americano. La fase 6, quella della pandemia conclamata, prevede che il virus si sia diffuso in almeno due regioni, una condizione che è ampiamente soddisfatta. Solo nell'ultima settimana i casi in Australia sono schizzati da 17 a 501, poco prima si è registrato un boom in Giappone, ma anche Gran Bretagna e Spagna contano centinaia di casi confermati, solo in parte riconducibili a viaggi nelle zone più a rischio. E allora, perché negare l'evidenza?

Il ragionamento di molti - da Pechino a Londra - è stato: la parola pandemia scatenerà il panico e il panico porta solo problemi. Il mondo non è più quello del 1918, abbiamo sistemi sanitari efficienti, antivirali, antibiotici per le complicanze, un vaccino in preparazione. Il nuovo virus poi non è aggressivo come quello del 1918. Per quanto i tassi di mortalità e di trasmissione siano ancora incerti, al momento appaiono moderati. Tutto considerato, chi se la sente di esporre il mondo a un altro shock mentre siamo ancora alle prese con la crisi economica? Per evitarlo - ragionano i fautori della realpolitik - basterebbe rivedere alcuni criteri, rendendo la definizione di pandemia dipendente non solo dalla diffusione geografica del virus, ma anche della severità delle sue manifestazioni cliniche. Scendendo per questa china, però, arriveremmo all'assurdo. Se negassimo che questa è una pandemia, saremmo obbligati ad affermare che nemmeno quelle del 1957 e del 1968 erano pandemie. Hanno fatto rispettivamente 2 e 1 milione di morti, ma è facile dipingerle come delle febbriciattole in confronto alla Spagnola. In definitiva, come hanno scritto i due specialisti di comunicazione del rischio Jody Lanard e Peter Sandman, "dovremmo concludere che l'ultima pandemia influenzale è stata quella del 1918", "dovremmo rivedere l'elenco delle pandemie precedenti al 1918" e "stabilire che sono eventi molto più rari del previsto". Insomma dovremmo riscrivere i libri di medicina. Se questo non è piegare la scienza alle necessità della politica, diteci voi cos'è.

Dichiarando la fase 6 l'Oms eviterebbe di coprirsi di ridicolo. La via d'uscita, sul piano politico, potrebbe essere quella di mantenere la scala geografica, aggiungendo una scala di severità. Si potrebbe dire che siamo nella fase 6.1, perché la diffusione è pandemica ma la gravità modesta, e non dobbiamo preoccuparci troppo finché non saremo alla fase 6.2 o 6.3. Paesi diversi, inoltre, potrebbero arrivare a punteggi diversi. Molti specialisti ritengono che questo, tutto sommato, potrebbe essere un compromesso accettabile. Sarebbe un bel controsenso, però, se mentre ci preoccupiamo di prevenire gli eccessi di panico, lasciassimo che a ispirare le nostre politiche pubbliche sia la "paura della paura". Sarebbe una beffa se mentre ci affanniamo a dire che la situazione è diversa da quella del 1918, ripetessimo gli stessi errori di allora. John Barry ha ricordato su Nature i memo preparati per il Presidente Woodrow Wilson da Arthur Bullard e Walter Lippman, che erano gli architetti della strategia di comunicazione del governo americano. Sostenevano che "vero e falso sono termini arbitrari", che i cittadini sono dei "bambini a livello mentale", che il loro diritto all'autodeterminazione deve essere subordinato all'ordine e alla prosperità. Le rassicurazioni e il silenzio sulla Spagnola, invece, hanno finito per seminare sfiducia e paura. A Washington sembrano aver imparato la lezione e quest'anno, quando ancora non era stata registrata alcuna vittima in Usa, hanno preparato la popolazione all'idea che ci sarebbero stati dei decessi. In Italia però sarà difficile imboccare questa strada. Gli aggiornamenti nazionali del contagio arrivano con il lieto fine assicurato. "Scoperto un nuovo caso ma è già guarito". Paura della paura? (Anna Meldolesi, dal Riformista del 4 giugno 2009)