Quando ieri il Riformista ha ripubblicando alcuni stralci del libro intervista che Antonio Polito ha scritto con Dahrendorf nel 2001 (Dopo la democrazia, Laterza) ha premesso che le posizioni espresse dal filosofo-sociologo tedesco sui rapporti tra scienza e morale avrebbero fatto discutere. Questa lettura in effetti è stata una specie di rivelazione: ho scoperto che l'Italia è da anni la patria del liberalismo in bioetica. E' evidente infatti che l'approccio alla bioetica auspicato da Dahrendorf qui è vicino a trovare pieno compimento.
Lui diffida degli scienziati proprio come gran parte dei politici italiani, mica come accade in Gran Bretagna dove Tony Blair invitava i giovani sognatori a cambiare il mondo dedicandosi alla scienza. Per Dahrendorf i ricercatori "hanno un modo tutto speciale di perseguire i propri interessi e di sostenere i propri convincimenti, che spesso sono dogmatici e talvolta possono essere sbagliati". Dogmatici e non infallibili, dunque, perché dovremmo lasciargli libertà di ricerca e starli pure a sentire? "Quando mi è capitato di chiedere loro qual è il momento della vita di una cellula oltre il quale essa diventa meno efficace ai fini terapeutici, ho ottenuto sempre risposte diverse e non univoche", prosegue Dahrendorf. Insomma sul più bello si dimostrano plurali e titubano. "E quando ho chiesto a ciascuno dei miei interlocutori se le sue affermazioni erano a prova di ogni ragionevole dubbio, spesso la risposta è stata che proprio sicuri non si poteva essere, ma che, da qualche parte del mondo, un collega era giunto a quella conclusione sulla base di un esperimento". Dunque ammettono i margini di incertezza delle proprie conoscenze. Notoriamente un vizio tipico di tutti i dogmatici. Ed ecco la conclusione: "La comunità scientifica, in certi casi, può comportarsi come un sindacato. Ma molto più pericoloso".
Per fortuna che in Italia questo sindacato degli scienziati dogmatici, plurali e indecisi è piuttosto silenzioso e quando si decide a parlare non ho mai visto i politici fare la fila per ascoltare. Dahrendorf dice anche di considerare inappropriata l'applicazione del principio di maggioranza alle questioni di natura bioetica. Secondo lui non basterebbe neanche una maggioranza del 75%. L'alternativa è quella del gruppo di saggi, anche se Dahrendorf non spiega come debba essere formato un simile organismo dotato del singolare potere di prendere decisioni contro la volontà dei cittadini. Mica penserete a qualcosa come la commissione Warnock e gli altri comitati scientificamente orientati che vanno di moda nel mondo anglosassone. Ci vorrebbe un bel consesso di umanisti, possibilmente sospettosi degli avanzamenti scientifici, che possano moraleggiare sulla scienza senza perdere tempo a capire se i rischi di cui parlano sono scientificamente fondati. Qualcosa come il Comitato nazionale di bioetica. Questo sarebbe il modello perfetto, perché anche se all'atto della nomina c'è sempre una quota rosa per gli scienziati, l'esperienza recente dimostra che basta infliggere loro qualche mese di mobbing per convincerli a tornare a tempo pieno in laboratorio. Insomma qui in Italia avevamo già la soluzione perfetta e non ce ne eravamo neanche accorti. Avremmo potuto risparmiarci le pene della legge 40, con tanto di referendum e bocciatura della Consulta, così come il decreto salva-Eluana e la passione del testamento biologico. Bastava prendere i documenti del Cnb e trasformarli in legge.

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