Povero H1N1. Forse non è un virus carismatico come il penultimo indagato pandemico, l'ammazza-polli H5N1, ma meriterebbe ben altri riconoscimenti. E' stato confermato in oltre 3000 casi. Muta. Si prepara a giocare a nascondino tra emisfero nord e sud con l'alternarsi delle stagioni. I primi lavori scientifici pubblicati a tempo di record suggeriscono che potrebbe uguagliare le gesta dell'Asiatica, che nel 1957 ha fatto 2 milioni di morti. Insomma ha un curriculum serio e meriterebbe di essere preso sul serio. E invece quando arriva il telegiornale della sera H1N1 continua a fare una magra figura. Privato del diritto a un nome certo, come un trovatello. Schiacciato fra opposti stereotipi che lo costringono a un equilibrismo precario tra l'apocalisse e la bufala. Stretto fra servizi promozionali sulle salsicce e zoppicanti analisi scientifiche.
Ognuno ormai chiama questa influenza come gli pare. H1N1 suona troppo difficile, febbre suina è anti-economico, la Messicana politicamente scorretto, influenza A è troppo generico, nuova influenza è transitorio. L'ultima diceria che circola sul suo conto, comunque, è che questo virus non sia nemmeno un prodotto doc, come natura crea. Grazie al tg1, che ha riferito questa ipotesi con toni seri degni di miglior notizia, milioni di italiani hanno sentito che H1N1 potrebbe essere stato creato accidentalmente in qualche laboratorio. Possiamo fare spallucce e archiviarla come l'ennesima sciocchezza, ma stiamo parlando del primo virus che è riuscito a scalare i gradi di allerta pandemica dell'Oms fino al numero 5 e potrebbe ancora tentare di conquistare la vetta. Da una parte i tg parlano di "psicosi influenza" e mandano gli inviati a mangiare carne suina con Coldiretti, dall'altra diffondono notizie che sembrano confezionate apposta per insospettire i telespettatori. Eppure gli elementi per dubitare c'erano tutti. L'idea, tanto per cominciare, è venuta a uno scienziato australiano in pensione, specializzato in virus delle patate. Questo Adrian Gibbs in passato si è occupato anche di influenza, ma è noto soprattutto per le sue posizioni eretiche (ha negato l'origine aviaria della Spagnola). Gibbs non ha fornito alcuna prova a sostegno della sua ricostruzione di fantasia e i Cdc americani - in assoluto il centro di ricerca più importante in questa emergenza - sostengono che ha pure sbagliato i calcoli. Gibbs infatti ha analizzato le sequenze di H1N1 depositate nei database pubblici constatando ciò che già si sapeva: il virus deriva da due ceppi di influenza suina - uno nordamericano e uno asiatico - ma vanta anche lontani ascendenti aviari e umani. L'australiano però avrebbe calibrato male l'orologio molecolare trovando una velocità di mutazione troppo alta. Proprio questa apparente accelerazione artificiale lo ha spinto a ipotizzare lo zampino dell'uomo: qualche produttore di vaccini per l'influenza suina potrebbe aver coltivato i due ceppi virali nelle uova senza provvedere a inattivarli completamente, perciò i maiali vaccinati si sarebbero infettati consentendo la ricombinazione dei virus. In realtà non c'è alcun bisogno di tirare in campo scienziati pasticcioni né bioterroristi: la natura è perfettamente in grado di giocare con le sequenze virali ricombinandole a piacimento fino a raggiungere questo e altri risultati. La colpa comunque non è soltanto dei media che corrono dietro al solito iconoclasta a cui piace spararle grosse. Non si può non notare che alcuni specialisti italiani hanno commentato la notizia con dichiarazioni timide e confuse, che hanno lasciato adito al dubbio. Ben altra tempra ed efficacia comunicativa hanno dimostrato scienziati americani come Peter Palese, che interrogato da Science sull'ipotesi Gibbs ha replicato come avrebbe fatto Totò. Ma mi faccia il piacere! (Anna Meldolesi, dal Riformista del 15 maggio 2009)

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