Roxana Saberi ce l'ha fatta. Adesso bisogna tirare fuori anche i fratelli Alaei. Sono rinchiusi nella prigione di Evin da quasi un anno ormai. Anche loro dopo un processo farsa, come quello che aveva condannato in primo grado la giornalista iraniano-americana. Per Teheran sono spie della Cia. Per il resto del mondo sono "solo" due medici, due bravi medici, la cui unica colpa è stata quella di mantenere contatti con la comunità scientifica internazionale per fronteggiare al meglio la diffusione dell'Aids in Iran.
"Trattare l'Aids non è un crimine. Liberate Arash e Kamiar". Oggi con questo slogan esuli e attivisti dei diritti umani manifesteranno in diversi paesi del mondo davanti alle sedi diplomatiche iraniane, ma la campagna internazionale a favore dei due fratelli dovrà fare un salto di qualità perché si possa ripetere il miracolo di Roxana. Innanzitutto bisognerà dare un volto ad Arash e a suo fratello minore Kamiar, affinché non restino soltanto due nomi fra i tanti che si sono perduti nelle celle della Repubblica Islamica dell'Iran. Questo comunque non è difficile, basta ripescare su YouTube un vecchio documentario trasmesso dalla BBC nel 2004. Il titolo è "Mohammad and the matchmaker" e racconta la storia di un sieropositivo iraniano, di come i fratelli Alaei lo hanno aiutato a rifarsi una vita e a trovare moglie. Fa uno strano effetto vedere due medici così laici per le strade di Teheran, pensarli a contatto con tossicodipendenti e sbandati in un paese teocratico dove sesso e droga sono un tabù. Ma fino al giugno del 2008, quando Arash e Kamiar sono stati prelevati dalle loro case senza un capo d'accusa preciso, i fratelli Alaei avevano sempre operato con il pieno sostegno delle autorità politiche e religiose. L'Iran si trova sul corridoio della droga che parte dall'Afghanistan per arrivare in Europa e presenta una delle massime concentrazioni di eroinomani su scala globale. Per questo sotto la presidenza Khatami è stato varato un programma nazionale per il contenimento dell'Hiv incentrato sulla riduzione del danno, uno dei pochi al mondo che preveda la distribuzione di siringhe sterili anche ai detenuti. La comunità scientifica internazionale ha espresso apprezzamento per questo programma e i fratelli Alaei sono andati varie volte all'estero per illustrarlo. Al momento dell'arresto Kamiar si trovava a Teheran per la pausa estiva, in attesa di tornare alla State University of New York di Albany per la specializzazione. Arash era atteso in agosto in Messico per la Conferenza Internazionale sull'Aids.
A scatenare i sospetti del regime sembra sia stata proprio la partecipazione dei due fratelli ad alcune tavole rotonde sulla sanità pubblica, in particolare quelle organizzate dall'Aspen Institute tra il 2006 e il 2007. Dovevano rappresentare uno dei primi tentativi formali di dialogo tra Iran e Stati Uniti e invece la fantasia paranoide del regime le ha trasformate in occasioni di complotto. Come ha spiegato il capo del controspionaggio iraniano all'agenzia Fars, gli Alaei avrebbero fatto parte di una cellula di insospettabili reclutati dalla Cia per innescare una rivoluzione di velluto. L'International Campaign for Human Rights ha riferito che contro gli Alaei sarebbe stata usata una confessione estorta a una specialista di medicina della riproduzione di origini armene anch'essa detenuta. Jonathan Hutson, portavoce di Physicians for Human Rights, ha dichiarato che uno dei due fratelli potrebbe essere stato convinto a confessare davanti a una telecamera con la promessa che entrambi sarebbero stati rilasciati. Sta di fatto che dopo un processo durato mezza giornata, lo scorso 31 dicembre, la Corte Rivoluzionaria di Teheran ha condannato Arash e Kamiar rispettivamente a 6 e 3 anni in nome dell'articolo 508 del Codice penale islamico, secondo cui: "Qualsiasi persona o gruppo che collabora in qualunque modo con potenze straniere ostili contro la Repubblica Islamica dell'Iran, qualora non venga riconosciuto come nemico di Dio, sarà punito con la detenzione da 1 a 10 anni". In campo sono scese organizzazioni scientifiche come l'American Association for the Advancement of Science, l'International Aids Society, la Foundation for Aids Research, migliaia di scienziati e medici hanno firmato un appello online ( www.iranfreethedocs.org ). Ma il 18 marzo le due condanne sono state confermate in appello. Nel frattempo si è fatta sentire l'Unione europea, per bocca della presidenza ceca, e il 6 maggio è stato presentato un nuovo appello. Ora la speranza è che la liberazione di Roxana non basti a soddisfare la voglia di giustizia della comunità internazionale e le energie catalizzate intorno al suo caso vadano ad alimentare una nuova mobilitazione. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 12 maggio 2009)
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