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Archivi Maggio 2009

José Saramago, per sua stessa ammissione, non sa niente di virus influenzali. Ma la "gripe suína" tira e anche il Nobel per la letteratura ha voluto dire la sua. Ha scelto una fonte, pessima, e l'ha copiata integralmente. Quindi è stato costretto a scusarsi. Ma il bello deve ancora arrivare: Repubblica non se n'è accorta e ci ha riproposto pari pari il testo incriminato sulla prima pagina di ieri. Titolo: "Quando le pandemie sono figlie del business". Firmato José Saramago.

Si tratta di una filippica contro l'allevamento industriale, di genere petriniano, condita con citazioni scientifiche opportunamente selezionate per puntellare la tesi. Una volta scoperto il copia-incolla l'incipit suona come una confessione: "Non conosco niente sull´argomento e l´esperienza diretta di aver convissuto durante l´infanzia con i maiali non mi serve a niente. Quella era più che altro una famiglia ibrida di umani e animali. Ma leggo con attenzione i giornali, ascolto e vedo i reportage della radio e della televisione, e alcune provvidenziali letture mi hanno aiutato a capire meglio i particolari delle cause all´origine dell´annunciata pandemia". La premessa è disarmante ed è anche l'unica parte originale del testo, che era stato postato in due puntate sul blog di Saramago il 29 e il 30 aprile prima di essere riproposto con quasi un mese di ritardo dal giornale italiano. E le successive 3.000 e passa battute da dove vengono? Lo scrittore portoghese le ha prese di peso da un'unica fonte non dichiarata: un articolo di Mike Davis pubblicato il 27 aprile dal Guardian. Le scuse di Saramago per la mancata citazione sono arrivate il 7 maggio, con una nota aggiunta in coda al primo post che, chissà come, è sfuggita a Repubblica. 

Ma almeno valeva la pena di calpestare il diritto d'autore? Cosa ha scritto di tanto interessante Davis, da convincere Saramago a copiarlo e Repubblica a ripubblicarlo? Davis insegna storia a Irvine e si autodefinisce un marxista-ambientalista. E' convinto che per comprendere le origini dell'incombente pandemia influenzale si debba partire dalla "catastrofe planetaria dell'allevamento industrializzato ed ecologicamente irresponsabile" oltre che dalla "morsa applicata dalle grandi multinazionali farmaceutiche". Le stesse che Ettori Livini, in un altro pezzo uscito ieri su Repubblica, chiama con disprezzo "Virus Spa". Per dimostrare la sua tesi, comunque, Davis alias Saramago cita un articolo pubblicato sei anni fa da Science sulla rapida evoluzione dei ceppi dell'influenza suina in Nord America. Questo articolo riconosce che l'alta concentrazione di capi tipica dell'allevamento industriale fornisce ai virus influenzali grandi chance dal punto di vista evolutivo, ma aggiunge anche considerazioni che per un marxista-ambientalista è comodo tacere. Gran parte degli animali degli allevamenti industriali infatti vengono vaccinati contro l'influenza. Questo può favorire i virus mutanti, ma nel complesso i benefici per l'uomo sono di gran lunga superiori rispetto agli effetti indesiderati. "Riducendo la presenza complessiva dei virus nei maiali - spiega il virologo Richard Webby - diminuiscono le probabilità di trasmissione interspecifica", ovvero dagli animali a noi. E' sempre Science a spiegare che l'alternativa delle piccole fattorie è tutt'altro che idilliaca. I maiali allevati all'aperto, infatti, sono esposti agli escrementi degli uccelli migratori, che possono contenere virus pericolosi. Davis e il suo copista però preferiscono descrivere inquietanti complotti da parte delle "corporazioni dell'allevamento" per insabbiare le colpe dell'agricoltura industrializzata. Se leggessero davvero Science, saprebbero che al momento non esistono prove che il contagio con H1N1 sia partito dall'allevamento di Veracruz. Apprenderebbero anche che non si può escludere che il virus si sia originato in Asia. Gli unici a pretendere di aver capito tutto, insomma, sono proprio quelli che ammettono di non sapere nulla. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 26 maggio 2009)  

 

 

Il consenso resta granitico e anch'io me lo chiedo. Perché mai la gente continua a fidarsi di Silvio Berlusconi? Vado a spulciare la letteratura scientifica e scopro che in materia di leadership non ci sono grandi novità dai tempi di Platone. Oggi imperversano i test psicologici, gli studi di imaging cerebrale, le ricerche sugli ormoni del comando (testosterone), dello stress (cortisolo), dell'empatia (ossitocina). Ma le conclusioni non sono molto diverse da quelle di 2400 anni fa. C'è chi leader ci nasce e chi, pur avendo grandi doti, non lo diventerà mai.

La selezione di un capo è un processo meno razionale di quanto vorremmo e l'allegoria di Platone è ancora attuale. Un marinaio può diventare capitano perché è più forte e più alto dei suoi compagni. Magari ci vede male, ci sente peggio e il mare lo conosce poco. L'importante è che abbia un'apparenza in grado di ingannare. La fisionomia manda segnali mendaci. Non la bellezza, quella non sembra avere presa al momento del voto, con buona pace delle veline. Ciò che conta è avere una faccia da leader o avere affianco la faccia del leader. Descrivere l'aspetto di un vincente è più difficile che riconoscerlo, perché è l'istinto a guidarci. Probabilmente bisogna apparire competenti ma non inarrivabili, intelligenti ma non tormentati. La psicologia cognitiva non ci illumina sull'effetto che possono avere per l'immagine di un leader le foto di gruppo in punta di piedi, la bandana, i tamponi di cipria nascosti sotto al fazzoletto. Ci dice però che i volti che ci guardano dai cartelloni elettorali sono stimoli potenti, che esistono regioni del cervello specializzate proprio nel riconoscimento delle facce, la valutazione dunque è una questione di frazioni di secondo. Contano le ideologie, le convenienze, i valori, il modo di parlare. Ma considerata la complessità delle posizioni politiche in campo e la mole di informazioni che ci bombardano, alla fine le strategie di decision-making più facili e veloci possono avere la meglio. Soprattutto tra coloro che leggono poco e guardano molta televisione. I tratti somatici stimolano giudizi rapidi sulla personalità dei candidati, che secondo molti studi consentono di prevedere gli esiti elettorali con una percentuale maggiore del caso. Ricerche del genere sono state fatte in Usa, Australia, Finlandia, Francia, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda e Regno Unito. La più recente è stata pubblicata su Science da John Antonakis e Olaf Dalgas dell'università di Losanna e dimostra che indovinare il successo di un candidato è, letteralmente, un gioco da ragazzi. I due studiosi hanno mostrato a bambini svizzeri dai 5 ai 13 anni di età delle coppie di foto di politici che si erano sfidati alle elezioni francesi (il primo e il secondo classificato) e 64 volte su 100 i bambini hanno indovinato il vincente. E' bastato trasformare il test in una specie di gioco: dovete andare alla conquista di Troia, chi scegliete per comandare la nave? A scanso di equivoci, non sto suggerendo di svolgere i prossimi casting elettorali nelle scuole elementari. Mi limito a constatare un fatto un po' deprimente: per dirla con Antonakis "gli elettori, che si presume siano sofisticati e prendano seriamente la responsabilità di votare, quando scelgono i leader politici usano criteri di selezione irrilevanti proprio come i bambini che hanno scarsa o nessuna esperienza in materia di voto e leadership politica".

Provo a far girare le fotografie della ricerca svizzera tra i bambini del mio palazzo, ci azzeccano. Provo con un test online che mi chiede di comporre il mio governo ideale a partire da un campionario di facce equamente suddivise tra politici e criminali. Per la maggior parte dei dicasteri faccio un buon lavoro, ma come presidente del consiglio piazzo un serial killer. Che sia il subconscio a parlare? Il problema è che le doti che servono a fare un leader non stanno scritte sulla faccia di nessuno. Come aveva già capito Platone, e come ribadisce la psicologia moderna, ci vogliono intelligenza e personalità. C'è chi dice che con cinque tratti, i big five, si può prevedere l'emergenza e l'efficacia di una leadership. Riassumendo ci vuole un basso tasso di nevrosi, una buona dose di estroversione, una mente aperta, un forte senso di responsabilità, la capacità di essere gradevoli senza pretendere di piacere a tutti. Chiedo lumi ad Antonakis in persona, ma su Berlusconi preferisce non commentare. "Leggendo i miei scritti - mi dice - puoi capire cosa ne penso". Forse allude al marinaio. Forse i nostri guai derivano davvero dal fatto che un politico può affermarsi grazie a caratteristiche che non gli saranno di alcun aiuto per il buon governo ma che agli osservatori e a lui stesso appaiono decisive. Cerco di tirarmi su pensando che anche chi è eletto sulla base di criteri irrilevanti alla fine può dimostrarsi un buon leader. Come consolazione non è un granché, ma è l'unica che gli specialisti del ramo al momento sono in grado di offrirmi. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 24 maggio 2009)

 

 

 

Signore e signori ecco a voi Ida. Più che un fossile, una soubrette dell'evoluzione. Ieri la sua sagoma di primate, sdraiata di profilo, faceva bella mostra di sé al centro del logo di Google. Nelle stesse ore il suo scheletro in pietra e ossa veniva trasportato nello studio di Good Morning America, per dare il buongiorno agli Stati Uniti. Altre apparizioni seguiranno, sempre su ABC News che si è assicurata l'esclusiva. Ida ha già un sito web tutto per sé, un libro pronto a diventare un bestseller, un documentario di due ore che sarà trasmesso in anteprima da History Channel e poi dai più grandi network internazionali. Dimenticate la scienza-spettacolo, ormai siamo oltre. Questo è puro spettacolo.

"Lo fanno i gruppi pop. Lo fanno i campioni sportivi. Anche la scienza deve cominciare a ragionare così". L'ha detto al New York Times Jorn Hurum, il ricercatore norvegese che ha messo in piedi l'intera operazione, dopo aver comprato il fossile da un collezionista privato e aver ingaggiato alcuni noti specialisti per analizzarlo. Qualche blog di evoluzione ha già mostrato segni di nervosismo e c'è da sperare che anche i grandi nomi della paleontologia rispondano presto per le rime, perché Hurum e compagni hanno davvero passato il segno. Con la mano sinistra hanno firmato un'analisi scientifica frettolosa su una rivista (Plos One) nata per accorciare i tempi di pubblicazione delle testate scientifiche classiche. Con la mano destra hanno orchestrato, in contemporanea, una campagna mediatica che prende a cazzotti l'etica scientifica, facendo o lasciando fare affermazioni insostenibili. "Cambierà tutto", come con il primo passo dell'uomo sulla Luna, come con l'assassinio di Kennedy. "Impatterà sulla paleontologia come un asteroide che colpisce la Terra". "E' l'anello mancante dell'evoluzione umana". "La scoperta più rivoluzionaria dei tempi recenti". "Risponderà a tutte le domande di Darwin".

Già Darwin. Questo è l'anno del suo bicentenario e a lui è stata dedicata la nuova specie a cui Ida appartiene. Il nome completo è Darwinius masillae (da Messel, il sito tedesco in cui il fossile è venuto alla luce). Un'altra pensata di marketing, che probabilmente Darwin non avrebbe gradito. Lui che prima di pubblicare l'Origine delle specie ha aspettato quasi 20 anni, valutando ogni elemento, pesando ogni parola, dando una prova estrema di onestà intellettuale. In questo caso, invece, lo show è cominciato prima ancora che la comunità scientifica potesse avere il tempo di studiare il fossile e discutere sul suo significato. Ida è stata presentata da subito come la nostra antenata più antica, come se fosse scontato che gli scienziati si metteranno d'accordo facendole posto nel nostro album di famiglia. E invece no, alla fine potrebbe anche rivelarsi un antenato dei lemuri, anziché dell'uomo. Dire che questo fossile rappresenta "l'anello mancante nell'evoluzione umana" non ha senso, anche perché l'immagine dell'anello mancante è sempre stata un'invenzione giornalistica. L'evoluzione non è una catena lineare di cui stiamo ancora cercando un anello. Semmai è come un albero, con molti nodi, rami e ramoscelli, di cui non conosciamo bene la forma. Le specie mancanti, insomma, sono tante. Qualcuno suggerisce che siano migliaia, persino milioni.

Certo Ida avrebbe potuto fare la fine di Ardipithecus, rimanere per anni chiusa nello studio di un paleontologo troppo scrupoloso e geloso per mostrarla al mondo. Ma finire nel tritacarne dello show business non è una grande fortuna. Forse una volte spente le luci della ribalta la comunità scientifica potrà iniziare a lavorare seriamente su questo reperto. Dobbiamo augurarcelo perché Ida è uno splendido primate adolescente. Pressoché completo nonostante i suoi 47 milioni di anni, con uno stomaco che conserva ancora tracce dell'ultimo pasto, con il contorno delle masse muscolari miracolosamente conservato. Sarebbe stata il sogno di qualsiasi paleontologo, anche senza tutti questi lustrini. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 21 maggio 2009)

 

Povero H1N1. Forse non è un virus carismatico come il penultimo indagato pandemico, l'ammazza-polli H5N1, ma meriterebbe ben altri riconoscimenti. E' stato confermato in oltre 3000 casi. Muta. Si prepara a giocare a nascondino tra emisfero nord e sud con l'alternarsi delle stagioni. I primi lavori scientifici pubblicati a tempo di record suggeriscono che potrebbe uguagliare le gesta dell'Asiatica, che nel 1957 ha fatto 2 milioni di morti. Insomma ha un curriculum serio e meriterebbe di essere preso sul serio. E invece quando arriva il telegiornale della sera H1N1 continua a fare una magra figura. Privato del diritto a un nome certo, come un trovatello. Schiacciato fra opposti stereotipi che lo costringono a un equilibrismo precario tra l'apocalisse e la bufala. Stretto fra servizi promozionali sulle salsicce e zoppicanti analisi scientifiche.

Ognuno ormai chiama questa influenza come gli pare. H1N1 suona troppo difficile, febbre suina è anti-economico, la Messicana politicamente scorretto, influenza A è troppo generico, nuova influenza è transitorio. L'ultima diceria che circola sul suo conto, comunque, è che questo virus non sia nemmeno un prodotto doc, come natura crea. Grazie al tg1, che ha riferito questa ipotesi con toni seri degni di miglior notizia, milioni di italiani hanno sentito che H1N1 potrebbe essere stato creato accidentalmente in qualche laboratorio. Possiamo fare spallucce e archiviarla come l'ennesima sciocchezza, ma stiamo parlando del primo virus che è riuscito a scalare i gradi di allerta pandemica dell'Oms fino al numero 5 e potrebbe ancora tentare di conquistare la vetta. Da una parte i tg parlano di "psicosi influenza" e mandano gli inviati a mangiare carne suina con Coldiretti, dall'altra diffondono notizie che sembrano confezionate apposta per insospettire i telespettatori. Eppure gli elementi per dubitare c'erano tutti. L'idea, tanto per cominciare, è venuta a uno scienziato australiano in pensione, specializzato in virus delle patate. Questo Adrian Gibbs in passato si è occupato anche di influenza, ma è noto soprattutto per le sue posizioni eretiche (ha negato l'origine aviaria della Spagnola). Gibbs non ha fornito alcuna prova a sostegno della sua ricostruzione di fantasia e i Cdc americani - in assoluto il centro di ricerca più importante in questa emergenza - sostengono che ha pure sbagliato i calcoli. Gibbs infatti ha analizzato le sequenze di H1N1 depositate nei database pubblici constatando ciò che già si sapeva: il virus deriva da due ceppi di influenza suina - uno nordamericano e uno asiatico - ma vanta anche lontani ascendenti aviari e umani. L'australiano però avrebbe calibrato male l'orologio molecolare trovando una velocità di mutazione troppo alta. Proprio questa apparente accelerazione artificiale lo ha spinto a ipotizzare lo zampino dell'uomo: qualche produttore di vaccini per l'influenza suina potrebbe aver coltivato i due ceppi virali nelle uova senza provvedere a inattivarli completamente, perciò i maiali vaccinati si sarebbero infettati consentendo la ricombinazione dei virus. In realtà non c'è alcun bisogno di tirare in campo scienziati pasticcioni né bioterroristi: la natura è perfettamente in grado di giocare con le sequenze virali ricombinandole a piacimento fino a raggiungere questo e altri risultati. La colpa comunque non è soltanto dei media che corrono dietro al solito iconoclasta a cui piace spararle grosse. Non si può non notare che alcuni specialisti italiani hanno commentato la notizia con dichiarazioni timide e confuse, che hanno lasciato adito al dubbio. Ben altra tempra ed efficacia comunicativa hanno dimostrato scienziati americani come Peter Palese, che interrogato da Science sull'ipotesi Gibbs ha replicato come avrebbe fatto Totò. Ma mi faccia il piacere!  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 15 maggio 2009)

Roxana Saberi ce l'ha fatta. Adesso bisogna tirare fuori anche i fratelli Alaei. Sono rinchiusi nella prigione di Evin da quasi un anno ormai. Anche loro dopo un processo farsa, come quello che aveva condannato in primo grado la giornalista iraniano-americana. Per Teheran sono spie della Cia. Per il resto del mondo sono "solo" due medici, due bravi medici, la cui unica colpa è stata quella di mantenere contatti con la comunità scientifica internazionale per fronteggiare al meglio la diffusione dell'Aids in Iran.

 "Trattare l'Aids non è un crimine. Liberate Arash e Kamiar". Oggi con questo slogan esuli e attivisti dei diritti umani manifesteranno in diversi paesi del mondo davanti alle sedi diplomatiche iraniane, ma la campagna internazionale a favore dei due fratelli dovrà fare un salto di qualità perché si possa ripetere il miracolo di Roxana. Innanzitutto bisognerà dare un volto ad Arash e a suo fratello minore Kamiar, affinché non restino soltanto due nomi fra i tanti che si sono perduti nelle celle della Repubblica Islamica dell'Iran. Questo comunque non è difficile, basta  ripescare su YouTube un vecchio documentario trasmesso dalla BBC nel 2004. Il titolo è "Mohammad and the matchmaker" e racconta la storia di un sieropositivo iraniano, di come i fratelli Alaei lo hanno aiutato a rifarsi una vita e a trovare moglie. Fa uno strano effetto vedere due medici così laici per le strade di Teheran, pensarli a contatto con tossicodipendenti e sbandati in un paese teocratico dove sesso e droga sono un tabù. Ma fino al giugno del 2008, quando Arash e Kamiar sono stati prelevati dalle loro case senza un capo d'accusa preciso, i fratelli Alaei avevano sempre operato con il pieno sostegno delle autorità politiche e religiose. L'Iran si trova sul corridoio della droga che parte dall'Afghanistan per arrivare in Europa e presenta una delle massime concentrazioni di eroinomani su scala globale. Per questo sotto la presidenza Khatami è stato varato un programma nazionale per il contenimento dell'Hiv incentrato sulla riduzione del danno, uno dei pochi al mondo che preveda la distribuzione di siringhe sterili anche ai detenuti. La comunità scientifica internazionale ha espresso apprezzamento per questo programma e i fratelli Alaei sono andati varie volte all'estero per illustrarlo. Al momento dell'arresto Kamiar si trovava a Teheran per la pausa estiva, in attesa di tornare alla State University of New York di Albany per la specializzazione. Arash era atteso in agosto in Messico per la Conferenza Internazionale sull'Aids.

A scatenare i sospetti del regime sembra sia stata proprio la partecipazione dei due fratelli ad alcune tavole rotonde sulla sanità pubblica, in particolare quelle organizzate dall'Aspen Institute tra il 2006 e il 2007. Dovevano rappresentare uno dei primi tentativi formali di dialogo tra Iran e Stati Uniti e invece la fantasia paranoide del regime le ha trasformate in occasioni di complotto. Come ha spiegato il capo del controspionaggio iraniano all'agenzia Fars, gli Alaei avrebbero fatto parte di una cellula di insospettabili reclutati dalla Cia per innescare una rivoluzione di velluto. L'International Campaign for Human Rights ha riferito che contro gli Alaei sarebbe stata usata una confessione estorta a una specialista di medicina della riproduzione di origini armene anch'essa detenuta. Jonathan Hutson, portavoce di Physicians for Human Rights, ha dichiarato che uno dei due fratelli potrebbe essere stato convinto a confessare davanti a una telecamera con la promessa che entrambi sarebbero stati rilasciati. Sta di fatto che dopo un processo durato mezza giornata, lo scorso 31 dicembre, la Corte Rivoluzionaria di Teheran ha condannato Arash e Kamiar rispettivamente a 6 e 3 anni in nome dell'articolo 508 del Codice penale islamico, secondo cui: "Qualsiasi persona o gruppo che collabora in qualunque modo con potenze straniere ostili contro la Repubblica Islamica dell'Iran, qualora non venga riconosciuto come nemico di Dio, sarà punito con la detenzione da 1 a 10 anni". In campo sono scese organizzazioni scientifiche come l'American Association for the Advancement of Science, l'International Aids Society, la Foundation for Aids Research, migliaia di scienziati e medici hanno firmato un appello online ( www.iranfreethedocs.org ). Ma il 18 marzo le due condanne sono state confermate in appello. Nel frattempo si è fatta sentire l'Unione europea, per bocca della presidenza ceca, e il 6 maggio è stato presentato un nuovo appello. Ora la speranza è che la liberazione di Roxana non basti a soddisfare la voglia di giustizia della comunità internazionale e le energie catalizzate intorno al suo caso vadano ad alimentare una nuova mobilitazione. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 12 maggio 2009)