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Virus in tour

Se si chiede a uno studente di medicina qual è il più importante vettore di malattie infettive, probabilmente indicherà la zanzara che veicola la malaria. Ma da quando c'è stata la Sars molti epidemiologi preferiscono una risposta più spiritosa: il Boeing 747. I mezzi di trasporto del mondo globalizzato, infatti, offrono crociere gratuite ai microrganismi patogeni, portandoli in tempi brevissimi nei quattro angoli del globo. Gli aerei oltretutto appaiono come un luogo ideale per contrarre infezioni, con tutte quelle persone provenienti da regioni geografiche diverse, sedute per ore in un ambiente chiuso, a respirare aria riciclata. Per questo ogni volta che si parla di malattie emergenti e di pandemie il dibattito si riaccende: bisogna bloccare il traffico aereo? Chiudere le frontiere? Sconsigliare i viaggi nelle aree colpite?

Finora l'Organizzazione mondiale della sanità non ha avallato interventi di questo tipo. Al termine dell'ultimo meeting del comitato di emergenza, quello che ha alzato il livello di allerta pandemica alla fase 4, il responsabile dell'Oms Keiji Fukuda ha raccomandato di non imporre restrizioni al traffico internazionale, perché per avere qualche effetto dovrebbero essere "draconiane". Quindi si è limitato a consigliare alle persone malate di non mettersi in viaggio e a quelle che sviluppano sintomi influenzali dopo un viaggio di cercare assistenza medica. La Farnesina si è spinta un po' più in là, sconsigliando agli italiani di recarsi in Messico, a meno che non sia strettamente necessario, e ha fatto sapere che sta valutando la possibilità di effettuare dei controlli alle frontiere. Anche gli americani hanno scoraggiato i viaggi in Messico, ma hanno protestato energicamente quando il commissario europeo alla salute Androulla Vassiliou ha invitato ad evitare anche parte degli Stati Uniti, tanto che l'Ue ha dovuto fare marcia indietro. Limitare gli spostamenti, ovviamente, significa assestare un duro colpo all'economia che è già sotto stress e H1N1 sta già facendo sentire i suoi effetti in borsa: su le case farmaceutiche, giù le compagnie aeree. Di quali elementi disponiamo per capire se il gioco vale la candela?

E' probabile che la diffusione di H1N1 in Messico sia stata facilitata dai flussi interni nel periodo pasquale. Da qui il virus è passato facilmente negli Stati Uniti e in Canada e ha trasvolato gli oceani comodamente seduto in aeroplano per atterrare in Nuova Zelanda, Israele, Gran Bretagna, Spagna e via continuando. Cosa succederebbe adesso se decidessimo di limitare il traffico internazionale? Qualche indicazione utile arriva dai dati sull'andamento della comune influenza raccolti in 121 città americane tra il 1996 e il 2005. Questo studio, pubblicato su Plos Medicine da un gruppo statunitense, ha evidenziato un chiaro effetto epidemiologico della caduta delle torri gemelle, in corrispondenza con la stagione 2001-2002 quando il traffico internazionale ha subito una riduzione del 27%. Anche se il bilancio annuale delle vittime della comune influenza è rimasto sulla media (circa 39.000 unità), la malattia ha impiegato 16 giorni in più a diffondersi nel paese e il picco della mortalità è arrivato con un ritardo di due settimane. Può sembrare poco ma quando scoppia una pandemia e si lotta contro il tempo due settimane possono essere preziose per distribuire farmaci e vaccini o applicare delle misure di quarantena. Nel caso dell'influenza messicana, però, sembra che sia troppo tardi per chiudere la stalla, i buoi sono già scappati. E probabilmente era inevitabile che le cose andassero così. Perché i casi di influenza si nascondono nel rumore di fondo delle malattie respiratorie, tanto più se si preferisce chiudere gli occhi di fronte a eventuali anomalie come ha fatto il governo messicano. E poi perché la sorveglianza epidemiologica globale è piena di buchi in corrispondenza dei paesi in via di sviluppo e il Messico non fa eccezione. I modelli matematici, comunque, portano acqua al mulino dell'Oms, che probabilmente si troverebbe nei guai dal punto di vista politico se decidesse di suggerire restrizioni di sorta. Un lavoro pubblicato su Nature, ad esempio, ha valutato l'efficacia di diversi interventi in America e Gran Bretagna, arrivando alla conclusione che i controlli alle frontiere e le limitazioni agli spostamenti interni potrebbero rallentare un virus pandemico per più di 2 o 3 settimane soltanto se raggiungessero un'efficacia del 99%.

Quanto al rischio di contagio all'interno di un aeroplano, in letteratura è descritto almeno un focolaio epidemico di influenza in un velivolo carico di reclute militari, che è rimasto bloccato per tre ore con il sistema di ventilazione spento. Nel giro di 72 ore si è ammalato il 72% dei passeggeri. Si tratta di un caso eccezionale, forse perché il rischio di contagio in aereo non è poi così elevato, forse perché è difficile accorgersi di un cluster quando i passeggeri si disperdono. La morale della favola comunque potrebbe essere questa: quando il contenimento del virus è un miraggio, non resta che potenziare l'efficienza della rete epidemiologica e sanitaria per mitigarne l'impatto. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 29 aprile 2009)

PS Apprendo da un trafiletto di Repubblica che qualcuno (l'Ue) ha finalmente accolto l'appello di Promed di cui riferivo ieri a proposito del nome dato all'influenza messicana. Gli epidemiologi di Promed invitavano a non chiamarla "influenza suina", dal momento che è a tutti gli effetti infulenza umana e non si sa neppure se il virus stia infettando davvero i maiali. L'Oms però avrebbe risposto picche, perché non vuole che sia fatta confusione. Come se dare a una malattia un nome palesemente sbagliato, che suggerisce modalità errate di trasmissione, non fosse causa di confusione. .

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1 Commenti

Mi hanno sorpreso molto gli attacchi agli allevamenti intensivi da parte di Slow Food, perchè ritenuti incubatoi di virus, quando lo stesso movimento è in prima linea nella difesa del latte crudo distribuito alla spina, contro l'obbligo della bollitura, quando è noto che tale latte proviene esclusivamente da allevamenti intensivi.

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