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Rischio pandemia

Nonostante le rassicurazioni degli ultimi giorni, il virus H1N1 ha attraversato l'Atlantico. Ieri il presidente della Commissione europea José Barroso ha appena fatto in tempo a dichiarare "L'emergenza è limitata al continente americano", che da Spagna e Gran Bretagna sono arrivate le conferme dei primi casi nel vecchio continente. Altri casi sospetti sono stati segnalati in Italia, Svizzera, Germania e Francia, anche se è probabile che si tratti in buona parte di falsi allarmi come per la donna ricoverata a Venezia. La giornata è stata scandita dall'attesa che i laboratori comunicassero i risultati dei test e i centri nevralgici della governance internazionale annunciassero le contromisure per fermare l'avanzata del virus. H1N1 ha tenuto banco a Ginevra, dove il comitato di emergenza dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha alzato finalmente il livello di allerta. Ma anche a Bruxelles dove i ministri degli esteri hanno avviato un confronto che proseguirà giovedì con l'incontro dei ministri della salute.

Il precipitare degli eventi dà ragione agli specialisti che nei blog di epidemiologia hanno criticato la lentezza di riflessi dell'Oms, rimproverandole di non aver fatto scattare lo stato 4 di allerta pandemica già nel meeting del 25 aprile. Non si tratta di una questione burocratica, perché in assenza di un coordinamento internazionale ciascuno si muove come crede e non tutti hanno già provveduto a riorganizzare le proprie scorte di farmaci dislocandole laddove potrebbe essercene più bisogno. L'allerta di fase 3 è appropriata quando esistono casi sporadici o piccoli cluster di una nuova malattia, uno stadio che con oltre cento morti e migliaia di casi sospetti in almeno 5 paesi (Messico, Usa, Canada, Spagna e Gran Bretagna) è ampiamente superato dai fatti. La situazione era da giorni quella descritta dal quarto livello: trasmissione da uomo a uomo già verificata e focolai attivi a livello di comunità. E già si profilava chiaramente il livello successivo, quello che prevede una diffusione del virus in almeno due paesi della stessa regione. E' l'ultimo livello prima della pandemia conclamata, ma questo non significa che stia per abbattersi su di noi una tragedia paragonabile alla Spagnola. Significa che dobbiamo prepararci ad affrontare con armi che non esistevano ai tempi della prima guerra mondiale - gli antivirali e il vaccino che sarà pronto in sei mesi - un virus per il quale il nostro sistema immunitario è impreparato, di cui sappiamo ancora poco e del quale non possiamo prevedere l'evoluzione. H1N1 potrebbe diventare aggressivo e altamente contagioso, ma non è da escludere che alla fine il suo impatto si riveli simile a quello della comune influenza. Forse tenendo basso il livello di allerta ci si è illusi di contrastare la deriva allarmista, ma non è detto che abbia funzionato. Mentre l'Oms temporeggiava, gli Stati Uniti l'hanno scavalcata dichiarando lo stato di emergenza nazionale e lanciando una collaborazione trilaterale con Messico e Canada. Ora l'agenzia Onu è costretta a recuperare il tempo perduto e la gestione della crisi nell'epicentro dell'epidemia è passata concretamente in mano Usa. Segno, forse, che il ritardo nella nomina del nuovo Segretario alla salute Kathleen Sebelius non sta compromettendo la tradizionale efficienza americana.

Nel frattempo nessuno sembra aver raccolto l'appello lanciato dal più importante network di monitoraggio delle malattie emergenti, ProMed, che ha invitato a sostituire l'espressione "influenza suina" con "influenza umana H1N1". Pignoleria tassonomica? Tutt'altro. Il virus incriminato sembra dotato di un profilo genetico misto: umano, aviario e suino. Ma si trasmette da uomo a uomo e non sappiamo neppure se sia in corso un'epidemia nei maiali, in Messico o altrove. Perciò non basta affermare che mangiando carne di maiale non si corrono rischi. Bisogna dire che il nome dato alla malattia è sbagliato: comunica informazioni fuorvianti sulle modalità di trasmissione e rischia di complicare la gestione sanitaria. In qualche comunicato stampa del Ministero della salute sono comparse le virgolette attorno all'aggettivo "suina", ma tutti, anche l'Oms, continuano a collegare indebitamente H1N1 ai maiali. Evidentemente le autorità sanitarie internazionali faticano a trovare un registro di comunicazione credibile, così come a comprendere che il miglior antidoto al panico non sono le rassicurazioni di rito, ma la trasparenza e la tempestività con cui dimostrano di saper gestire le emergenze.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 28 aprile 2009) 

 

 

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2 Commenti

PAROLE IN LEGGEREZZA

Gentile Anna Meldolesi,

leggo i commenti delle nostre autorità di governo per la cosa sanitaria e rimango di stucco: dicevano che in Italia non si correva alcun rischio, non c'era di che preoccuparsi, e che se anche fosse (bontà loro) abbiamo scorte a milioni (quaranta milioni?) di vaccino in polvere (principio attivo) per ora stoccato in bidoni per poter affrontare e guarire quattro milioni di influenzati da virus H1N1 (ogni persona avrebbe bisogno di dieci dosi per la cura).

Notizie di questi ultimi minuti dicono che anche l'Italia, prima o dopo, avrà i suoi casi di influenzati dal nuovo virus.

Mi chiedo e chiedo ai lettori ed ad Anna Meldolesi: ma non si diceva che questo è un nuovissimo virus "mutante" che avrà tendenza a mutare la sua fisionomia strada facendo? Il tris (uomo-maiale-viario) di elementi fino ad oggi inedito non potrebbe aprire la strada a nuove forme di virus? In questo caso le grandi scorte che abbiamo pronte (?!) per l'incapsulamento (necessario per l'assunzione individuale) di preparati quali oseltamivir e zanamivir (testati?) saranno ancora efficaci per il virus H1N1?

Non si vuole fare del catastrofismo ma solo rimarcare le molte parole al vento, leggere e cariche di poca sostanza che si sentono dire in giro da esperti che davvero esperti non sembrano essere.

Marcolino

Grazie per le informazioni. Puntuale come sempre.

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