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Archivi Aprile 2009

Se si chiede a uno studente di medicina qual è il più importante vettore di malattie infettive, probabilmente indicherà la zanzara che veicola la malaria. Ma da quando c'è stata la Sars molti epidemiologi preferiscono una risposta più spiritosa: il Boeing 747. I mezzi di trasporto del mondo globalizzato, infatti, offrono crociere gratuite ai microrganismi patogeni, portandoli in tempi brevissimi nei quattro angoli del globo. Gli aerei oltretutto appaiono come un luogo ideale per contrarre infezioni, con tutte quelle persone provenienti da regioni geografiche diverse, sedute per ore in un ambiente chiuso, a respirare aria riciclata. Per questo ogni volta che si parla di malattie emergenti e di pandemie il dibattito si riaccende: bisogna bloccare il traffico aereo? Chiudere le frontiere? Sconsigliare i viaggi nelle aree colpite?

Finora l'Organizzazione mondiale della sanità non ha avallato interventi di questo tipo. Al termine dell'ultimo meeting del comitato di emergenza, quello che ha alzato il livello di allerta pandemica alla fase 4, il responsabile dell'Oms Keiji Fukuda ha raccomandato di non imporre restrizioni al traffico internazionale, perché per avere qualche effetto dovrebbero essere "draconiane". Quindi si è limitato a consigliare alle persone malate di non mettersi in viaggio e a quelle che sviluppano sintomi influenzali dopo un viaggio di cercare assistenza medica. La Farnesina si è spinta un po' più in là, sconsigliando agli italiani di recarsi in Messico, a meno che non sia strettamente necessario, e ha fatto sapere che sta valutando la possibilità di effettuare dei controlli alle frontiere. Anche gli americani hanno scoraggiato i viaggi in Messico, ma hanno protestato energicamente quando il commissario europeo alla salute Androulla Vassiliou ha invitato ad evitare anche parte degli Stati Uniti, tanto che l'Ue ha dovuto fare marcia indietro. Limitare gli spostamenti, ovviamente, significa assestare un duro colpo all'economia che è già sotto stress e H1N1 sta già facendo sentire i suoi effetti in borsa: su le case farmaceutiche, giù le compagnie aeree. Di quali elementi disponiamo per capire se il gioco vale la candela?

E' probabile che la diffusione di H1N1 in Messico sia stata facilitata dai flussi interni nel periodo pasquale. Da qui il virus è passato facilmente negli Stati Uniti e in Canada e ha trasvolato gli oceani comodamente seduto in aeroplano per atterrare in Nuova Zelanda, Israele, Gran Bretagna, Spagna e via continuando. Cosa succederebbe adesso se decidessimo di limitare il traffico internazionale? Qualche indicazione utile arriva dai dati sull'andamento della comune influenza raccolti in 121 città americane tra il 1996 e il 2005. Questo studio, pubblicato su Plos Medicine da un gruppo statunitense, ha evidenziato un chiaro effetto epidemiologico della caduta delle torri gemelle, in corrispondenza con la stagione 2001-2002 quando il traffico internazionale ha subito una riduzione del 27%. Anche se il bilancio annuale delle vittime della comune influenza è rimasto sulla media (circa 39.000 unità), la malattia ha impiegato 16 giorni in più a diffondersi nel paese e il picco della mortalità è arrivato con un ritardo di due settimane. Può sembrare poco ma quando scoppia una pandemia e si lotta contro il tempo due settimane possono essere preziose per distribuire farmaci e vaccini o applicare delle misure di quarantena. Nel caso dell'influenza messicana, però, sembra che sia troppo tardi per chiudere la stalla, i buoi sono già scappati. E probabilmente era inevitabile che le cose andassero così. Perché i casi di influenza si nascondono nel rumore di fondo delle malattie respiratorie, tanto più se si preferisce chiudere gli occhi di fronte a eventuali anomalie come ha fatto il governo messicano. E poi perché la sorveglianza epidemiologica globale è piena di buchi in corrispondenza dei paesi in via di sviluppo e il Messico non fa eccezione. I modelli matematici, comunque, portano acqua al mulino dell'Oms, che probabilmente si troverebbe nei guai dal punto di vista politico se decidesse di suggerire restrizioni di sorta. Un lavoro pubblicato su Nature, ad esempio, ha valutato l'efficacia di diversi interventi in America e Gran Bretagna, arrivando alla conclusione che i controlli alle frontiere e le limitazioni agli spostamenti interni potrebbero rallentare un virus pandemico per più di 2 o 3 settimane soltanto se raggiungessero un'efficacia del 99%.

Quanto al rischio di contagio all'interno di un aeroplano, in letteratura è descritto almeno un focolaio epidemico di influenza in un velivolo carico di reclute militari, che è rimasto bloccato per tre ore con il sistema di ventilazione spento. Nel giro di 72 ore si è ammalato il 72% dei passeggeri. Si tratta di un caso eccezionale, forse perché il rischio di contagio in aereo non è poi così elevato, forse perché è difficile accorgersi di un cluster quando i passeggeri si disperdono. La morale della favola comunque potrebbe essere questa: quando il contenimento del virus è un miraggio, non resta che potenziare l'efficienza della rete epidemiologica e sanitaria per mitigarne l'impatto. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 29 aprile 2009)

PS Apprendo da un trafiletto di Repubblica che qualcuno (l'Ue) ha finalmente accolto l'appello di Promed di cui riferivo ieri a proposito del nome dato all'influenza messicana. Gli epidemiologi di Promed invitavano a non chiamarla "influenza suina", dal momento che è a tutti gli effetti infulenza umana e non si sa neppure se il virus stia infettando davvero i maiali. L'Oms però avrebbe risposto picche, perché non vuole che sia fatta confusione. Come se dare a una malattia un nome palesemente sbagliato, che suggerisce modalità errate di trasmissione, non fosse causa di confusione. .

Nonostante le rassicurazioni degli ultimi giorni, il virus H1N1 ha attraversato l'Atlantico. Ieri il presidente della Commissione europea José Barroso ha appena fatto in tempo a dichiarare "L'emergenza è limitata al continente americano", che da Spagna e Gran Bretagna sono arrivate le conferme dei primi casi nel vecchio continente. Altri casi sospetti sono stati segnalati in Italia, Svizzera, Germania e Francia, anche se è probabile che si tratti in buona parte di falsi allarmi come per la donna ricoverata a Venezia. La giornata è stata scandita dall'attesa che i laboratori comunicassero i risultati dei test e i centri nevralgici della governance internazionale annunciassero le contromisure per fermare l'avanzata del virus. H1N1 ha tenuto banco a Ginevra, dove il comitato di emergenza dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha alzato finalmente il livello di allerta. Ma anche a Bruxelles dove i ministri degli esteri hanno avviato un confronto che proseguirà giovedì con l'incontro dei ministri della salute.

Il precipitare degli eventi dà ragione agli specialisti che nei blog di epidemiologia hanno criticato la lentezza di riflessi dell'Oms, rimproverandole di non aver fatto scattare lo stato 4 di allerta pandemica già nel meeting del 25 aprile. Non si tratta di una questione burocratica, perché in assenza di un coordinamento internazionale ciascuno si muove come crede e non tutti hanno già provveduto a riorganizzare le proprie scorte di farmaci dislocandole laddove potrebbe essercene più bisogno. L'allerta di fase 3 è appropriata quando esistono casi sporadici o piccoli cluster di una nuova malattia, uno stadio che con oltre cento morti e migliaia di casi sospetti in almeno 5 paesi (Messico, Usa, Canada, Spagna e Gran Bretagna) è ampiamente superato dai fatti. La situazione era da giorni quella descritta dal quarto livello: trasmissione da uomo a uomo già verificata e focolai attivi a livello di comunità. E già si profilava chiaramente il livello successivo, quello che prevede una diffusione del virus in almeno due paesi della stessa regione. E' l'ultimo livello prima della pandemia conclamata, ma questo non significa che stia per abbattersi su di noi una tragedia paragonabile alla Spagnola. Significa che dobbiamo prepararci ad affrontare con armi che non esistevano ai tempi della prima guerra mondiale - gli antivirali e il vaccino che sarà pronto in sei mesi - un virus per il quale il nostro sistema immunitario è impreparato, di cui sappiamo ancora poco e del quale non possiamo prevedere l'evoluzione. H1N1 potrebbe diventare aggressivo e altamente contagioso, ma non è da escludere che alla fine il suo impatto si riveli simile a quello della comune influenza. Forse tenendo basso il livello di allerta ci si è illusi di contrastare la deriva allarmista, ma non è detto che abbia funzionato. Mentre l'Oms temporeggiava, gli Stati Uniti l'hanno scavalcata dichiarando lo stato di emergenza nazionale e lanciando una collaborazione trilaterale con Messico e Canada. Ora l'agenzia Onu è costretta a recuperare il tempo perduto e la gestione della crisi nell'epicentro dell'epidemia è passata concretamente in mano Usa. Segno, forse, che il ritardo nella nomina del nuovo Segretario alla salute Kathleen Sebelius non sta compromettendo la tradizionale efficienza americana.

Nel frattempo nessuno sembra aver raccolto l'appello lanciato dal più importante network di monitoraggio delle malattie emergenti, ProMed, che ha invitato a sostituire l'espressione "influenza suina" con "influenza umana H1N1". Pignoleria tassonomica? Tutt'altro. Il virus incriminato sembra dotato di un profilo genetico misto: umano, aviario e suino. Ma si trasmette da uomo a uomo e non sappiamo neppure se sia in corso un'epidemia nei maiali, in Messico o altrove. Perciò non basta affermare che mangiando carne di maiale non si corrono rischi. Bisogna dire che il nome dato alla malattia è sbagliato: comunica informazioni fuorvianti sulle modalità di trasmissione e rischia di complicare la gestione sanitaria. In qualche comunicato stampa del Ministero della salute sono comparse le virgolette attorno all'aggettivo "suina", ma tutti, anche l'Oms, continuano a collegare indebitamente H1N1 ai maiali. Evidentemente le autorità sanitarie internazionali faticano a trovare un registro di comunicazione credibile, così come a comprendere che il miglior antidoto al panico non sono le rassicurazioni di rito, ma la trasparenza e la tempestività con cui dimostrano di saper gestire le emergenze.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 28 aprile 2009) 

 

 

Qualche anno fa Giuliano Ferrara prometteva: "Se clonano Eva mi faccio prete". Si riferiva all'annuncio di una setta che crede ai marziani e al libero amore - i Raeliani - sulla presunta nascita di baby Eva, la "prima" bambina clonata. Scrivendo "mi faccio prete" Ferrara intendeva dire che soltanto la Chiesa e le chiese avevano capito l'entità dell'attentato perpetrato contro il senso di umanità e di civiltà che ci siamo formati nei millenni. Quel titolo di Panorama mi è tornato in mente ieri, leggendo l'ultimo scoop dell'Independent sull'ultima bravata di Panos Zavos. Il controverso specialista di medicina della riproduzione, un greco cipriota naturalizzato americano, ha annunciato di aver clonato 14 embrioni e di averne trasferiti 11 nell'utero di 4 donne. Nessuno è riuscito a impiantarsi avviando una gravidanza, ma Zavos si dice pronto a riprovarci finché non raggiungerà il traguardo finale: la nascita del primo bambino clonato. Ecco, mentre leggevo ho pensato: "Se Zavos clona un bambino mi faccio suora". Ma l'ho pensato per ragioni diverse da quelle di Ferrara: io infatti non ritengo che "la riproduzione non naturale attacca il cuore di quel che siamo, il mondo che si fonda sul racconto, l'arte e l'amore". Credo che la clonazione riproduttiva umana sia una pessima idea perché è sostanzialmente inutile, scarica sul nascituro dei rischi inaccettabili sul piano della salute e offre a tutti i nemici della scienza un facile spauracchio da agitare. Ma se dico che sono disposta a farmi suora è perché mi rifiuto di prendere Zavos sul serio. Per capire il perché basta fare un ripassino su wikipedia. 2001: Zavos, Antinori e Ben-Abraham si dicono pronti a effettuare la clonazione umana terapeutica. 2002: Zavos dichiara l'"anno dei cloni umani". 2003: Zavos annuncia la creazione di un clone umano. 2004: E' sempre lui ad annunciare la creazione di un embrione clonato a partire da una bambina defunta. Non ha mai fornito uno straccio di prova a sostegno dei suoi proclami e ora, dopo qualche anno di silenzio, ci risiamo. E' vero che a forza di gridare al lupo al lupo nessuno ti crede più e invece il lupo qualche volta arriva. Ma nel caso della clonazione riproduttiva i numeri sono tutti contro Zavos. Nonostante i progressi del dopo Dolly, la percentuale di animali clonati che arriva a termine è ferma sull'1-2%, con un'elevata incidenza di interruzioni di gravidanza e di mortalità neonatale. Ragion per cui se Zavos ci stesse davvero provando non sarebbe solo uno scienziato da strapazzo ma anche un criminale. Il  problema è che trasferendo il nucleo nella cellula uovo per riportarlo a uno stadio di totipotenza, noi cerchiamo di fargli perdere memoria del suo stato differenziativo. Si tratta, ovviamente, di una memoria in senso lato, costituita da modificazioni molecolari che non cambiano la sequenza del Dna ma stabiliscono quali geni devono essere attivati o silenziati e quando. La maggior parte dei cloni però non le rimuove del tutto e queste alterazioni rappresentano il marchio molecolare del cupo destino che li attende durante e dopo la gravidanza.

In effetti ha ragione Lino Loi dell'università di Teramo quando ricorda che non dovremmo sorprenderci del fatto che la clonazione ha un'efficienza tanto bassa, bisognerebbe stupirsi del fatto che ogni tanto nasce un clone. Infatti "con il trapianto nucleare chiediamo a un ovocita di riepilogare in poche ore la complessità di modificazioni molecolari che avvengono separatamente nei due sessi nell'arco di settimane o di anni a seconda dell'animale, per conferire ai gameti maschili e femminili l'immortalità della specie, rappresentata dalla capacità di generare una nuova vita". Probabilmente Zavos e gli altri membri della banda dei cloni (i clowners, come qualcuno li ha ribattezzati) dovrebbero fare centinaia di tentativi per portare a compimento il loro folle progetto. E visto che si fa fatica persino a trovare degli ovociti umani per effettuare ricerche ben più sensate, è difficile immaginare che esista una nutrita schiera di donne pronte a farsi impiantare embrioni clonati. Davanti al Congresso americano il noto bioeticista Arthur Caplan ha detto di Zavos: "Penso che nel manipolo di sostenitori della clonazione lui sia il più pericoloso. Perché ha più conoscenze degli altri, distorce i fatti e sembra crogiolarsi in una miscela di pubblicità e fund-raising basata sull'esagerazione". Oltre a chiederci se Zavos mente, forse dovremmo domandarci perché continuiamo ad abboccare al suo amo. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 23 aprile 2009)    

Il 22 aprile compie 100 anni Rita Levi Montalcini. E' il primo Nobel al mondo a superare la soglia del secolo. Incomparabile. Intramontabile. Con la sua gracilità e il suo carisma, gli abiti che sembrano usciti da un film d'epoca, gli occhi stanchi che tutti immaginano ancora puntati sul microscopio, Rita è da tempo immemorabile l'imperatrice e l'immagine pubblica della scienza italiana. Nel bene e nel male.

Di ritratti celebratori ne sono stati scritti tanti nel corso degli anni, altri ancora usciranno nei prossimi giorni. Allison Abbott ha appena dedicato al suo compleanno quattro pagine su Nature e chi legge le riviste scientifiche sa che si tratta di un omaggio tutt'altro che rituale. Non ce ne voglia Rita se dopo averle fatto i nostri migliori auguri proviamo a uscire dal coro, almeno in parte. Il fatto è che la centralità che la sua figura continua ad avere in Italia non è soltanto la logica conseguenza di meriti scientifici indiscutibili. E' anche il sintomo di una patologia nazionale. Perché questo paese è più incline a erigere piedistalli che a costruire laboratori. Più interessato a celebrare i cento anni della sua figlia più illustre - sono previste iniziative al Quirinale e in Campidoglio - che a dare un futuro ai suoi giovani cervelli emigrati all'estero. Siamo portati a credere che Rita sia d'accordo con noi, perché lei stessa è stata un cervello in fuga, prima di tornare in patria negli anni '60 al Consiglio Nazionale delle Ricerche, con la doppia cittadinanza italiana e statunitense in tasca.

La Montalcini è amata da tutti o quasi. Certo non piace a Francesco Storace, che le ha promesso delle stampelle in regalo quando il governo Prodi si reggeva sul suo voto di senatrice a vita. Piace poco anche alla Lega, che preferirebbe dirottare sul San Raffaele di Milano i finanziamenti per l'European Brain Research Institute creato dalla neuroscienziata a Roma. Ma restare insensibili al suo fascino è davvero difficile. Perché viviamo in un paese conformista, semianalfabeta dal punto di vista scientifico e ancora piuttosto misogino, in cui il sottosegretario all'università e alla ricerca può dire che il basso tasso di occupazione femminile non è un problema: "E' una questione di cultura: in Sicilia le donne preferiscono stare a casa invece di andare a lavorare" (Giuseppe Pizza, gennaio 2009). Lei invece è stata ed è un simbolo del potere dell'intelligenza, dell'emancipazione femminile, della passione politica, della laicità. Non è difficile immaginarsela bambina, quando alle domande delle coetanee su quale fosse la sua religione rispondeva: "Sono una libera pensatrice". E neppure quando nel 1974 lei, la prima donna chiamata a fare parte dell'Accademia Pontificia delle Scienze, strinse anziché baciare la mano di Paolo VI. Suo padre, amatissimo, non voleva che andasse all'università, le leggi razziali l'hanno costretta a organizzare un laboratorio segreto in camera da letto, molti colleghi hanno dubitato che la sua molecola -  l'Ngf o nerve growth factor - esistesse davvero. E invece lei ha avuto ragione di tutto e di tutti, arrivando fino a Stoccolma. Ricordo che mia nonna, una maestra di campagna, leggeva le sue memorie. La vita di una donna che non si è mai voluta sposare, storie di guerra e di grandi intuizioni, di embrioni di pollo manipolati con l'ago e poi rimossi in modo che quelle stesse uova potessero diventare frittate. L'8 marzo di quest'anno è stata votata come la figura femminile più importante del secolo insieme a Maria Montessori e Oriana Fallaci. Qualche anno fa ha scavalcato Valentino Rossi in una classifica di gradimento tra i ragazzi. Una popolarità eccezionale per uno scienziato, che potrebbe sembrare una fortuna per il mondo scientifico, visto il disinteresse e i sospetti nutriti da tanti politici e intellettuali italiani nei confronti della ricerca. Ma potrebbe anche essere stata una trappola, perché la scienza non si regge sul principio di autorità, progredisce sulle gambe del ricambio generazionale, lasciando spazio ai nuovi talenti, nel rispetto delle diverse competenze.

In Italia invece la scienza si è incarnata in Rita. Renato Dulbecco ha condotto un festival di Sanremo, nel complesso però è rimasto più defilato. Il terzo Nobel dell'irripetibile nidiata torinese, allevata dal neuroistologo Giuseppe Levi, era Salvatore Luria. Ma è morto da tempo, dopo aver cambiato nome (Salvador Luria) e dopo aver ripudiato l'Italia. Fra tutti e tre è quello che gli italiani conoscono meno, anche se i suoi esperimenti hanno scritto una pagina fondamentale della genetica rivoluzionando la biologia moderna. Quando la matassa dei rapporti con la scienza si ingarbuglia, dunque, è a Rita che la politica si rivolge. Nel 2004 Letizia Moratti affida a lei il compito di ricucire lo strappo avvenuto con la riforma che voleva cancellare l'insegnamento dell'evoluzione nelle scuole primarie. E lei ricuce, sigillando con il suo Nobel una soluzione di compromesso scientificamente piuttosto discutibile. Nel 2000 è sempre lei a mediare tra il governo Amato e i ricercatori che si sono ribellati ad Alfonso Pecoraro Scanio, come racconta Gilberto Corbellini nel suo ultimo libro ("Perché gli scienziati non sono pericolosi" , Longanesi) . L'appello contro il ministro verde che ha ridotto in brandelli la ricerca pubblica in campo biotecnologico è partito dal basso arrivando a raccogliere firme prestigiose in Italia e all'estero. L'assemblea dei rivoltosi a San Macuto finisce sulle prime pagine dei giornali e ad ascoltare gli scienziati vengono politici di prima grandezza. Con grande sorpresa degli organizzatori si presenta anche Rita, fuori programma perché il suo nome non compare nella lista dei firmatari. Lei comunque si siede direttamente al tavolo dei relatori e conduce l'incontro come se fosse la cosa più naturale del mondo. "Non si può mettere il lucchetto al cervello" dice per spiegare il suo sostegno alla ricerca sugli Ogm. Qualche giorno dopo Giuliano Amato chiamerà lei e pochi altri a discutere una soluzione di compromesso. E sarà ancora lei ad essere convocata dal successivo ministro dell'agricoltura, Gianni Alemanno, per sancire una tregua (poi tradita) con la comunità scientifica.

Gran parte del suo successo Rita lo deve al carattere dominante. L'altra parte la deve al fortunato incontro con un embriologo tedesco approdato negli Usa e costretto dal regime nazista a rimanervi: Viktor Hamburger. La Montalcini è interessata a indagare lo sviluppo del sistema nervoso: nessuno a quei tempi immagina che un segnale  proveniente dai tessuti circostanti - il fattore Ngf - indirizzi la crescita delle fibre nervose e l'innervazione degli organi. La fonte di ispirazione di Rita è uno studio sugli embrioni di pollo pubblicato qualche anno prima da Hamburger, che lei decide di replicare con l'aiuto del suo maestro Levi, amputando gli abbozzi d'ala e osservando al microscopio le conseguenze di questa operazione sui gangli nervosi. Arriva a conclusioni diverse, ma il lavoro esce su una rivista poco conosciuta e, in tempo di guerra, rischia di passare inosservato. Per fortuna Viktor lo nota e invita l'italiana alla Washington University di St Louis, dove lavoreranno per molti anni insieme. Per mettere a posto gli ultimi elementi del puzzle Hamburger recluta anche il biochimico Stanley Cohen, che scoprirà anche un altro fattore di crescita (quello dell'epidermide, Egf) e nel 1986 condividerà con la Montalcini il Nobel. Qualcuno ha detto che la più grande scoperta di Viktor è stata Rita. Comunque nella comunità scientifica internazionale sono in molti a credere che anche lui, soprattutto lui, meritasse quel riconoscimento. Hamburger inizialmente l'ha presa con ironia: "Mi sento come Giuseppe nella capanna, sta sempre sullo sfondo e il suo ruolo nel miracolo è un po' dubbio". Poi alcune dichiarazioni rilasciate dalla Montalcini hanno incrinato il loro rapporto di amicizia. In Italia in pochi hanno osato criticare l'assegnazione. Un paio di commentatori hanno avanzato delle riserve sul funzionamento del premio, non molto diverse da quelle che lo scorso ottobre hanno accompagnato l'esclusione di Robert Gallo dal Nobel per la scoperta del virus Hiv. Qualche faccendiere ha millantato di essersi dato da fare per influenzare la scelta. Da Bolzano a Lampedusa, comunque, Rita Levi Montalcini era ormai un'icona, una ragione di orgoglio nazionale. E anche oggi la sua stella brilla troppo intensamente per credere che possa essere scalfita da queste polemiche. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 12 aprile 2009)

Il terremoto dell'Aquila non si poteva prevedere e di fatti nessuno l'aveva previsto. Neppure Giampaolo Giuliani, il tecnico del Gran Sasso che qualche giorno fa ha mandato in tilt la città di Sulmona con i presagi funesti dei suoi rilevatori radon e per questo si è beccato una denuncia per procurato allarme. La sua è stata una previsione "quasi azzeccata" con la complicità del caso e dunque sostanzialmente inutile.

A dimostrarlo è anche l'esperienza dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: "Abbiamo una nutrita casistica non pubblicata sul radon e nella maggioranza dei casi alle anomalie non è seguito alcun evento. Invece di scatenare il panico, in questi casi bisogna contattare la Protezione civile", ci ha detto Fedora Quattrocchi. Prima di affermare che siamo in grado di prevedere i terremoti, infatti, dovremmo imparare a specificarne tempo, luogo e magnitudo. E dovremmo poterlo fare in modo abbastanza affidabile da limitare al massimo i falsi allarmi, giustificando così disagi e costi di eventuali evacuazioni. Purtroppo non sappiamo farlo. A dispetto dei lanci stampa di Codacons e Italia dei valori, dunque, la storia del ricercatore incompreso (Giuliani) e dell'establishment sordo e cattivo (Bertolaso e Boschi) è una favoletta. E non è certo la prima volta che viene raccontata, visto che Charles Richter, il sismologo che ha creato l'omonima scala, nel 1977 dichiarava: "I giornalisti e il pubblico si buttano dietro a ogni suggestione di previsione sismica nello stesso modo in cui i maiali corrono verso una mangiatoia piena. Quello delle previsioni è un terreno di caccia ideale per dilettanti, svitati e gente in cerca di pubblicità".

La rete dei rilevatori sul territorio italiano è sporadica e seppure decidessimo di estenderla, come si augurano i pochi specialisti del settore rimasti, il radon resterebbe comunque un indicatore la cui affidabilità è tutta da verificare. Si tratterebbe sempre e comunque di attività di ricerca, che è cosa ben diversa dalla sorveglianza. La concentrazione di questo gas, che può essere rilasciato dalla crosta terrestre a causa delle onde sismiche, oggi non consente e forse non consentirà mai di fare previsioni deterministiche. La stessa cosa vale per gli altri precursori che potrebbe valere la pena di monitorare, come il livello dell'acqua nei pozzi e il comportamento degli animali. Perché il fatto che una piccola scossa possa trasformarsi in un forte terremoto dipende da una miriade di fattori che ne limitano in modo intrinseco la prevedibilità. Ad esempio non conosciamo la geometria delle faglie, le variazioni di resistenza dei materiali interessati, lo stato di stress.

E dire che a partire dagli anni '70 questo settore di ricerca appariva in pieno boom a livello internazionale. Il culmine in Italia è arrivato nel 1989 con la scuola ad hoc finanziata da Boschi a Erice. Ma proprio le cassandre improvvisate e i falsi allarmi hanno decretato la perdita di credibilità (e di finanziamenti) che ora ha costretto anche Quattrocchi a mettere in un cantuccio il radon per occuparsi di cambiamenti climatici. Il de profundis l'ha suonato un intervento pubblicato da Science nel 1997 da un italiano insieme a colleghi americani e giapponesi. "Ogni tentativo di previsione fallito abbassa a priori la probabilità di quello successivo" scrivevano Francesco Mulargia e compagni. E poi: "La probabilità attuale di successo è estremamente bassa, visto che le idee ovvie sono state messe alla prova e sono state respinte per oltre 100 anni". Questo articolo, intitolato apoditticamente "I terremoti non si possono prevedere", ha anche insinuato dei dubbi sulla veridicità del più grande successo della storia delle previsioni sismiche. Era il 4 febbraio del 1975 quando il terremoto di Haicheng fece tremare la Manciuria con magnitudo 7.3 e i sismologi cinesi annunciarono di aver limitato drasticamente il numero delle vittime. Una pubblicazione ufficiale del 1988 però riferisce di 1.328 morti e 16.980 feriti, e in tempi di Rivoluzione culturale la tentazione di esagerare il successo potrebbe essere stata irresistibile. La conclusione di Mulargia e colleghi è semplice: invece di investire sul monitoraggio dei possibili indicatori, meglio usare le conoscenze sismiche per contribuire alla mitigazione dei danni dei terremoti. In realtà non è detto che una cosa debba escludere l'altra e se dopo il terremoto dell'Aquila l'Italia deciderà di tornare a investire almeno un po' sulla ricerca predittiva non sarà certo un male. Sempre che non si confondano aruspici con scienziati e si tenga a mente che la priorità è un'altra: progettare e realizzare strutture antisismiche nelle zone a rischio. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 7 aprile 2009)

Il 24 marzo del 1882 una piccola platea di medici e ricercatori riunita presso la Physiological Society di Berlino ebbe il privilegio di ascoltare una lettura magistrale storica. Robert Koch era già abbastanza famoso e quel giorno correva voce che avrebbe fatto un annuncio sensazionale. Le aspettative non andarono deluse. Si racconta che il medico tedesco non fosse un grande oratore e cominciò a parlare nervosamente, ma quando finì di esporre le sue evidenze sperimentali i partecipanti erano così sbigottiti da dimenticarsi di applaudire. Koch aveva spazzato via tutte le ipotesi fantasiose avanzate per spiegare la malattia più importante del tempo, la tubercolosi, dimostrando che era causata da un batterio. Il Mycobacterium tuberculosis o bacillo di Koch.

L'evento viene rievocato nel libro appena pubblicato da Pensiero Scientifico Editore con il titolo "L'ospite indesiderato", firmato dal giornalista di Repubblica Salute Maurizio Paganelli insieme a Ottaviano Serlupi Crescenzi, responsabile del laboratorio di biologia molecolare della Sigma-Tau. Leggere la ricostruzione di quel giorno ora che è riesplosa l'emergenza tubercolosi fa una certa impressione. Perché sono passati 127 anni da allora, un'eternità dal punto di vista del progresso medico. Eppure oggi per combattere la tubercolosi disponiamo di un armamentario che è grosso modo lo stesso dei tempi di Koch. Siamo nel pieno dell'era post-genomica, ma i ceppi ultra-resistenti ai farmaci minacciano di riportarci all'era pre-antibiotica. La tubercolosi, insomma, è di nuovo una minaccia. Una bomba a orologeria, come ha detto il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità Margaret Chan, in occasione della conferenza organizzata questa settimana a Pechino insieme al Ministero della sanità cinese e alla Bill & Melinda Gates Foundation.

La "peste bianca" colpisce oltre 9 milioni di persone l'anno, uccidendone 5.000 al giorno. Nella classifica dei killer dell'umanità si piazza al secondo posto, dietro all'Aids. Ma questi numeri suonano come una beffa quando si considera che la tubercolosi, se trattata correttamente, è guaribile nel 95% dei casi e a un costo bassissimo. Appena una ventina di euro per i sei mesi di trattamento necessari. Proprio per questo ci eravamo illusi di poterla archiviare come una malattia del passato. Un "morbo da Opera italiana", "finale tragico di vite di genio e sregolatezza, come quella di Amedeo Modigliani nella Parigi d'inizi Novecento", scrivono Paganelli e Crescenzi. E invece negli anni '80 è arrivato l'Aids, a fiaccare le difese immunitarie di tanta parte dell'umanità e a spalancare un'autostrada davanti al bacillo di Koch.

La storia si ripete e si reinventa. Nel medioevo era la lebbra a fare coppia con la tubercolosi, oggi è l'Hiv. Nell'800 il motore dell'epidemia è stata la rivoluzione industriale con lo spostamento delle popolazioni rurali nelle grandi città, oggi sono le migrazioni causate dalla povertà e dalle guerre. Ora come allora il batterio prolifera tra le folle debilitate e malnutrite, negli spazi ristretti e poco areati, in condizioni igienico-sanitarie precarie. Quelle descritte nelle pagine di Charles Dickens o Victor Hugo, oppure quelle delle baraccopoli e delle carceri dei giorni nostri. Questa malattia, le cui tracce più antiche compaiono in reperti fossili vecchi di 9.000 anni, ha saputo viaggiare nel tempo, perché è insieme arcaica ed evoluta. Si diffonde con i burqa scambiati dalle donne in Afghanistan, dove il sesso femminile è il più colpito, ma si trova perfettamente a suo agio anche sui mezzi di trasporto del mondo globalizzato. Può arrivarci vicino nei panni di una prostituta nigeriana, come quella morta a Bari il mese scorso. Possiamo prendercela viaggiando in Russia, dove ha saputo sfruttare l'alcolismo dilagante e la crisi del sistema sanitario. Può sederci a fianco in aeroplano nel corpo di un avvocato americano, come quell'Andrew Speaker che due anni fa ha messo in allarme mezza Europa con la sua fuga rocambolesca per sfuggire alle autorità sanitarie. 

La lunga battaglia contro la tubercolosi avevamo iniziato a volgerla a nostro vantaggio nella seconda metà dell'800, prima ancora dell'avvento degli antibiotici. Quando sono migliorate le condizioni socioeconomiche, sono state applicate le prime misure sanitarie pubbliche, è maturata la consapevolezza che la tubercolosi è una malattia infettiva. Nella celebre conferenza del 1882, comunque, Koch poteva ancora descrivere il suo bacillo come il peggiore dei killer: "Se il numero delle vittime causate da una malattia è una misura della sua importanza, allora tutte le principali malattie, dalla peste bubbonica al colera asiatico, non possono che essere classificate molto indietro rispetto alla tubercolosi". Con questa premessa il futuro Nobel aveva introdotto le sue osservazioni al microscopio e la descrizione dell'esperimento con cui era riuscito a riprodurre i sintomi della malattia infettando degli animali di laboratorio. L'arma risolutiva capace di farci vincere la guerra, però, non l'ha trovata e noi la stiamo ancora aspettando. Il medico tedesco pensò che potesse essere la tubercolina, una sostanza estratta dal batterio che iniettò su se stesso senza ammalarsi. Ma questo secondo grande annuncio, fatto nell'agosto del 1980, fu smentito ben presto dai fatti. La tubercolina è usata ancora oggi come metodo diagnostico e non certo come vaccino. Per averne uno bisognerà aspettare il 1924 e purtroppo non si rivelerà all'altezza della sfida. 

Il guaio è che oggi, dopo decenni di abbandono della ricerca, non siamo combinati molto meglio di allora. Disponiamo di test obsoleti lontanissimi dai livelli ottimali di sensibilità e specificità, oppure troppo costosi per essere utilizzati in gran parte del mondo. Abbiamo un vaccino a efficacia limitatissima. E anche per quanto riguarda i farmaci siamo rimasti fermi alla metà del secolo scorso. Ad esempio usiamo la rifampicina, che nel nome ricorda la protagonista di un vecchio film francese (Rififì) perché Piero Sensi e Giancarlo Lancini l'hanno scoperta in un campione di terreno raccolto durante una vacanza in Costa Azzurra. Deve essere assunta in combinazione con altre molecole e non c'è da stupirsi se molti pazienti si stancano di assumere 13 pillole al giorno per sei mesi di fila. Interrompendo il trattamento anzitempo, non appena si crede di stare un po' meglio, si fa scattare la trappola. Molti batteri sono ancora vivi, proprio quelli che la selezione naturale ha reso insensibili agli antibiotici. E' così che dalla tubercolosi comune si passa a quella multi-resistente (in gergo MDR), che costringe a ripiegare su farmaci vecchi e tossici che allungano ulteriormente la terapia (450.000 casi l'anno). Dalla multi-resistenza si passa facilmente alla resistenza estrema (XDR), per cui risultano inutili anche i più potenti farmaci di seconda linea (40.000 casi l'anno). Qualcuno usa anche la sigla XXDR per i casi disperati, in cui il bacillo è ormai invulnerabile.

Il campanello d'allarme è suonato nel settembre del 2006 quando l'Oms ha annunciato la scoperta di un ceppo ultra-resistente vicino a Kwazulu-Natal, nell'epicentro dell'epidemia sudafricana di Aids. Poi si sono scoperti super-ceppi un po' dappertutto, anche in Italia. Si ricorda in particolare la donna veneta ricoverata a Sondalo nel 2007: era stata contagiata dalla propria madre, contagiò a sua volta la figlia e nessuna delle tre ce la fece. La tubercolosi resistente sta diventando un'emergenza in Cina ed è per questo che la Gates Foundation il primo aprile ha stanziato 33 milioni di dollari per dei progetti pilota nel paese asiatico. I delegati dei 27 paesi in via di sviluppo presenti al meeting, inoltre, hanno aderito a un ambizioso piano quinquennale di prevenzione e controllo. Ma ci vorrà anche un rinnovato impegno sul fronte della ricerca per sviluppare un nuovo vaccino, nuovi farmaci, nuovi test se vogliamo portare finalmente a termine il lavoro iniziato da Koch oltre un secolo fa.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 5 aprile 2009)

 

 

        

 

D'accordo, gli ultimi sviluppi sulla legge 40 dimostrano che il modo migliore per cambiare una legge anticostituzionale è aspettare che la Corte Costituzionale faccia il suo lavoro, anziché promuovere referendum (Ceccanti docet). Continuo a irritarmi, però, quando in giro sento ripetere che il referendum sulla fecondazione assistita fallito per il mancato raggiungimento del quorum dimostra che gli italiani sarebbero a favore della legge 40. Non è affatto vero, come a suo tempo abbiamo dimostrato Gianfranco Bangone ed io  ( analisi.pdf ) sulla rivista darwin, confrontando i risultati di analoghe consultazioni svolte in Svizzera e California.