Da quando è stato scoperto il virus Hiv sono passati 25 anni. Se c'è qualcosa che abbiamo imparato nel frattempo è che le armi per contrastarne l'avanzata non sono mai sufficienti, in particolar modo nei paesi poveri. Ci vuole determinazione politica, investimenti, un'attenta sorveglianza epidemiologica, il ricorso a ogni mezzo di prevenzione efficace (compresa la circoncisione maschile), libero accesso ai farmaci antiretrovirali. Ci vogliono soprattutto campagne di informazione adatte al contesto locale, intense e coerenti. Dietro alla diffusione del virus, infatti, c'è un complicato mix di fattori biologici e comportamentali che non lascia spazio a ricette semplicistiche. In definitiva non ci è dato il lusso di scegliere se distribuire condom o cercare di diffondere modelli di sessualità meno rischiosi, dobbiamo fare entrambe le cose. In gergo questo approccio si chiama Abc, che significa "Abstinence Before Condoms". Oppure "Abstinence, Be faithful, Correct and consistent condom use".
L'Africa sub-sahariana è l'unica regione al mondo in cui il tasso di prevalenza dell'Hiv raggiunge percentuali a due cifre. Il record nell'ultimo rapporto dell'Oms appartiene allo Swaziland, seguito da Botswana e Sud Africa. Ma c'è un altro luogo a cui la comunità internazionale guarda con particolare interesse: l'Uganda. I successi ottenuti da questo paese dalla fine degli anni '90 sono stati studiati in lungo e in largo dagli epidemiologi, alla ricerca della combinazione ottimale di interventi per combattere l'Hiv nel continente. Ma la fragilità di questi risultati è al tempo stesso un monito a restare con i piedi per terra, evitando le sbandate ideologiche. Il picco di diffusione del virus in Uganda è arrivato nel 1992 (18%), poi un ambizioso programma sostenuto con determinazione dal governo di Kampala e finanziato dagli Stati Uniti ha schiacciato l'Hiv sulla soglia del 5%. Si è parlato e ancora si parla di "miracolo Uganda". Anche se ormai la curva si è livellata, minaccia un'inversione di tendenza e con la complicità della crescita demografica fa presagire il peggio. Secondo le proiezioni pubblicate un anno fa dalla rivista dell'International Aids Society, già nel 2010 il numero dei sieropositivi ugandesi potrebbe superare il record storico. Ma in che modo il virus è stato costretto in ritirata e perché adesso guadagna terreno? La chiave del successo sta nell'ampio spettro di informazioni e opzioni fornite in origine dal programma ugandese, in accordo con il modello Abc. La parola astinenza è diventata uno stimolo a ritardare l'età del primo rapporto sessuale e il concetto di fedeltà è stato interpretato in chiave africana. Mentre in occidente prevale la monogamia seriale, per cui l'inizio di una nuova relazione coincide con la fine di quella precedente, nell'Africa sub sahariana sono diffuse le relazioni contemporanee di lungo periodo. Questa abitudine favorisce la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili ma è difficile da sradicare, perciò l'obiettivo è stato innanzitutto quello di scoraggiare gli incontri occasionali. Lo slogan è stato preso in prestito dal mondo pastorale: zero grazing. Significa che ognuno deve pascolare nel suo ambiente, come gli animali legati che brucano disegnando sul terreno uno zero. E i condom? All'inizio ne sono stati distribuiti pochi, ma nel 1996 si è arrivati quasi a 10 milioni. Se in seguito il successo si è appannato è ancora una volta per ragioni complesse. Quando diminuiscono i funerali scende anche la paura, le campagne informative generano assuefazione, l'arrivo degli antiretrovirali ha fatto sentire anche gli ugandesi più sicuri. Ha iniziato persino a diffondersi l'idea che l'Aids non fosse una malattia così eccezionale. Il calo di tensione è stato accompagnato anche da un minor uso dei preservativi, che sono scomparsi del tutto dai programmi di educazione nelle scuole. Qualcuno ha dato la colpa a Bush, ma la responsabilità ricade per lo più sul governo nazionale e sulla first lady Janet Musevi. Erroneamente convinta, come Benedetto XVI, che la formula Abc possa fare a meno dell'ultima lettera. Posizioni di questo tipo, purtroppo, fanno presto ad attecchire, anche perché in Africa circola ogni genere di pregiudizio sui preservativi. L'idea che abbiano favorito la diffusione dell'epidemia, per esempio, era già stata affermata in una cerimonia pubblica dalla moglie del presidente del Kenya, Lucy Kibaki, a sua volta presidentessa dell'organizzazione che riunisce la 40 first ladies africane. Ma se invece di guardare all'Uganda facciamo riferimento alla Nigeria? E' nel giusto chi dice che l'esperienza di questo paese dà ragione al Papa? Ci sono regioni dell'Africa in cui la religione (anche l'Islam) favorisce una sessualità più contenuta e l'Hiv ne risente. Ma i sieropositivi sono comunque un esercito, 2.600.000 solo in Nigeria. Spingerli a credere che i condom siano inutili significa rinunciare a proteggere i loro partner, soprattutto le donne che sono particolarmente vulnerabili all'infezione anche all'interno del matrimonio. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 20 marzo 2009)

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