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Archivi Marzo 2009

Da quando è stato scoperto il virus Hiv sono passati 25 anni. Se c'è qualcosa che abbiamo imparato nel frattempo è che le armi per contrastarne l'avanzata non sono mai sufficienti, in particolar modo nei paesi poveri. Ci vuole determinazione politica, investimenti, un'attenta sorveglianza epidemiologica, il ricorso a ogni mezzo di prevenzione efficace (compresa la circoncisione maschile), libero accesso ai farmaci antiretrovirali. Ci vogliono soprattutto campagne di informazione adatte al contesto locale, intense e coerenti. Dietro alla diffusione del virus, infatti, c'è un complicato mix di fattori biologici e comportamentali che non lascia spazio a ricette semplicistiche. In definitiva non ci è dato il lusso di scegliere se distribuire condom o cercare di diffondere modelli di sessualità meno rischiosi, dobbiamo fare entrambe le cose. In gergo questo approccio si chiama Abc, che significa "Abstinence Before Condoms". Oppure "Abstinence, Be faithful, Correct and consistent condom use".

L'Africa sub-sahariana è l'unica regione al mondo in cui il tasso di prevalenza dell'Hiv raggiunge percentuali a due cifre. Il record nell'ultimo rapporto dell'Oms appartiene allo Swaziland, seguito da Botswana e Sud Africa. Ma c'è un altro luogo a cui la comunità internazionale guarda con particolare interesse: l'Uganda. I successi ottenuti da questo paese dalla fine degli anni '90 sono stati studiati in lungo e in largo dagli epidemiologi, alla ricerca della combinazione ottimale di interventi per combattere l'Hiv nel continente. Ma la fragilità di questi risultati è al tempo stesso un monito a restare con i piedi per terra, evitando le sbandate ideologiche. Il picco di diffusione del virus in Uganda è arrivato nel 1992 (18%), poi un ambizioso programma sostenuto con determinazione dal governo di Kampala e finanziato dagli Stati Uniti ha schiacciato l'Hiv sulla soglia del 5%. Si è parlato e ancora si parla di "miracolo Uganda". Anche se ormai la curva si è livellata, minaccia un'inversione di tendenza e con la complicità della crescita demografica fa presagire il peggio. Secondo le proiezioni pubblicate un anno fa dalla rivista dell'International Aids Society, già nel 2010 il numero dei sieropositivi ugandesi potrebbe superare il record storico. Ma in che modo il virus è stato costretto in ritirata e perché adesso guadagna terreno? La chiave del successo sta nell'ampio spettro di informazioni e opzioni fornite in origine dal programma ugandese, in accordo con il modello Abc. La parola astinenza è diventata uno stimolo a ritardare l'età del primo rapporto sessuale e il concetto di fedeltà è stato interpretato in chiave africana. Mentre in occidente prevale la monogamia seriale, per cui l'inizio di una nuova relazione coincide con la fine di quella precedente, nell'Africa sub sahariana sono diffuse le relazioni contemporanee di lungo periodo. Questa abitudine favorisce la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili ma è difficile da sradicare, perciò l'obiettivo è stato innanzitutto quello di scoraggiare gli incontri occasionali. Lo slogan è stato preso in prestito dal mondo pastorale: zero grazing. Significa che ognuno deve pascolare nel suo ambiente, come gli animali legati che brucano disegnando sul terreno uno zero. E i condom? All'inizio ne sono stati distribuiti pochi, ma nel 1996 si è arrivati quasi a 10 milioni. Se in seguito il successo si è appannato è ancora una volta per ragioni complesse. Quando diminuiscono i funerali scende anche la paura, le campagne informative generano assuefazione, l'arrivo degli antiretrovirali ha fatto sentire anche gli ugandesi più sicuri. Ha iniziato persino a diffondersi l'idea che l'Aids non fosse una malattia così eccezionale. Il calo di tensione è stato accompagnato anche da un minor uso dei preservativi, che sono scomparsi del tutto dai programmi di educazione nelle scuole. Qualcuno ha dato la colpa a Bush, ma la responsabilità ricade per lo più sul governo nazionale e sulla first lady Janet Musevi. Erroneamente convinta, come Benedetto XVI, che la formula Abc possa fare a meno dell'ultima lettera. Posizioni di questo tipo, purtroppo, fanno presto ad attecchire, anche perché in Africa circola ogni genere di pregiudizio sui preservativi. L'idea che abbiano favorito la diffusione dell'epidemia, per esempio, era già stata affermata in una cerimonia pubblica dalla moglie del presidente del Kenya, Lucy Kibaki, a sua volta presidentessa dell'organizzazione che riunisce la 40 first ladies africane. Ma se invece di guardare all'Uganda facciamo riferimento alla Nigeria? E' nel giusto chi dice che l'esperienza di questo paese dà ragione al Papa? Ci sono regioni dell'Africa in cui la religione (anche l'Islam) favorisce una sessualità più contenuta e l'Hiv ne risente. Ma i sieropositivi sono comunque un esercito, 2.600.000 solo in Nigeria. Spingerli a credere che i condom siano inutili significa rinunciare a proteggere i loro partner, soprattutto le donne che sono particolarmente vulnerabili all'infezione anche all'interno del matrimonio. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 20 marzo 2009)

La crisi che sta mettendo in ginocchio il biotech internazionale colpisce duramente l'Italia. Tanto che i suoi effetti hanno fatto invecchiare di colpo il rapporto sullo stato di salute del comparto nazionale, presentato ieri a Milano nell'ambito della conferenza internazionale Bio-Europe Spring 2009. Se per tutto il 2008 si erano andati accumulando segnali di cauto ottimismo, oggi è tempo di fosche previsioni e di scongiuri. Secondo Leonardo Vingiani, direttore dell'associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie (Assobiotec), ci sarebbero 500-700 posti di lavoro a rischio. Tutto personale altamente qualificato, composto per il 90% di ricercatori.

A questa cifra si arriva sommando i tagli già annunciati a quelli attesi per le prossime settimane. Il 27 febbraio si è saputo che a Bresso, vicino a Milano, chiuderà il centro di ricerca ex Novuspharma. Questa company specializzata in trattamenti antitumorali era stata la prima biotech a quotarsi sulla borsa italiana prima di essere assorbita dall'americana Cell Therapeutics e cambiare nome. Qualche mese fa Schering Plough ha annunciato la chiusura del suo centro di ricerca presso il parco San Raffaele di Milano, focalizzato sul dolore cronico. Mentre Merck ha deciso di rinunciare all'Istituto di ricerca di biologia molecolare di Pomezia in provincia di Roma. I tagli di entrambe le multinazionali sono destinati a diventare ancora più pesanti, da quando la scorsa settimana Merck si è fusa con Schering calcolando 16.000 esuberi a livello globale. Molte piccole società stanno già riducendo qua e là gli organici e, secondo indiscrezioni, la lista dei prossimi ridimensionamenti potrebbe includere anche il maggior centro di ricerca biomedica in Italia, Nerviano Medical Sciences. Questo gruppo, nato nei pressi di Milano da uno spin-off industriale, rappresenta uno dei punti di riferimento europei in campo oncologico e dal 2004 è interamente posseduto dalla Curia Generalizia della Congregazione dei figli dell'Immacolata Concezione. E dire che il 2008 era stato un anno fortunato per le biotecnologie nostrane: il rapporto Blossom-Assobiotec conta 40 società in più rispetto al 2007, segnando un totale di 260. Con un giro d'affari complessivo di 15,3 miliardi (+18%), investimenti in ricerca e sviluppo per un miliardo e mezzo (+15%), 41.000 addetti di cui quasi 9.000 impegnati in ricerca e sviluppo, una pipeline di oltre 200 prodotti in fase preclinica e clinica.

Finalmente ci stavamo lasciando alle spalle alcune anomalie nazionali, a cominciare dal nostro vizio di origine: le biotech italiane tipicamente gemmavano dai centri di ricerca di big pharma, ereditandone progetti rodati e personale esperto, anziché nascere da nuove idee e farsi le gambe da sole. Tra i segnali positivi c'era anche l'intensificarsi delle offerte pubbliche di acquisto - 7 dal 2004 a oggi - per lo più sui listini di Zurigo e Milano. Nel 2008 a fare il grande passo è stata MolMed, costola del San Raffaele specializzata in nuove terapie per la cura del cancro, e il rapporto Blossom-Assobiotec prevedeva altri 7 debutti in borsa nei prossimi 5 anni. Cosa succederà, invece? Il tasso di natalità è destinato a crollare, i progetti di quotazione resteranno nel cassetto e c'è il rischio che le realtà più promettenti siano schiacciate dalla crisi. Alcuni analisti sostengono che l'Europa soffrirà più degli Usa, che possiedono un comparto più maturo. Ma dalla Norvegia alla Germania, passando per la Gran Bretagna, i governi hanno approvato o stanno valutando diverse forme di sostegno per un settore che è considerato un pilastro per il futuro dell'economia e della salute umana. In Italia invece è tutto fermo. Eppure Assobiotec non chiede la luna. Festeggerebbe se fossero approvati benefici fiscali per le giovani imprese innovative sul modello francese. Ma si accontenterebbe anche di veder funzionare gli strumenti che già esistono. Come il credito di imposta che, da quando prevede un plafond e un meccanismo di prenotazione, per molti è diventato un miraggio. "Alle imprese ad alto tasso di innovazione dovrebbe essere riservato almeno il 10% degli stanziamenti", dice Vingiani sottolineando che si tratta di cifre modeste ma in grado di fare la differenza. Poi c'è il programma Industria 2015 voluto da Bersani e confermato dall'attuale governo. Inserisce tra le priorità le scienze della vita, ma il suo stato di attuazione è una fotografia impietosa del modello italiano: i bandi non sono mai stati emanati e nel frattempo abbiamo attinto al fondo per salvare Alitalia. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 17 marzo 2009)

P.S. Per un quadro della crisi internazionale del biotech si veda l'altro mio pezzo uscito in contemporanea sul Riformista (Crisi biotech - taglio basso)

Ci sono parole che quando le scrivi devi stare attento a ogni possibile interpretazione. Razza rientra sicuramente in questa categoria. Scrivendo etnia si può stare più tranquilli, ma solo un po', perché chi legge può sempre sospettare un'ipocrisia linguistica. Se poi nella stessa frase si inserisce anche un termine che rimanda alla genetica (gene, cromosoma, Dna) lo spettro del razzismo si materializza di colpo. In una certa misura è bene: significa che la nostra società ha elaborato un rifiuto categorico dell'idea politicamente aberrante e scientificamente infondata che l'umanità sia suddivisa in gruppi nettamente separati tra loro e omogenei al loro interno. Ma in una certa misura è male, perché insieme al razzismo rifiutiamo un ambito di indagine che non solo è scientificamente legittimo ma è anche in ascesa: lo studio della variazione genetica umana.

La polemica innescata dallo stupro di San Valentino è un'occasione utile per rompere il tabù ma se non facciamo attenzione rischia di portarci fuori strada. E' possibile, infatti, che le indagini sul Dna degli stupratori siano frutto di un approccio semplicistico. Seguendo la pista del cromosoma Y fino al detenuto della prigione di Bucarest e ai suoi familiari di sesso maschile, infatti, gli investigatori potrebbero essere caduti nel classico errore di prospettiva dell'ubriaco che non sa dove ha perso le chiavi e le cerca sotto al lampione perché altrove è buio. Probabilmente sono andati a spulciare il database romeno del Dna perché i sospettati erano romeni e la confessione ritrattata induceva a sospettare che volessero coprire altri romeni. Ma quanti altri uomini condividono quegli stessi loci sul cromosoma Y al di fuori dalla Romania? Se il numero dei marcatori studiati è basso, è probabile che questi individui siano molti. Perciò la sintesi giornalistica usata in perfetta buona fede da molte testate - "Dna romeno" - è fuorviante.

I test per stimare le origini biogeografiche degli individui, comunque, esistono davvero. Come funzionano? E a cosa servono? Le variazioni genetiche ovviamente non rispettano i confini degli Stati. Quanto alle razze - se con questa parola ci riferiamo a popolazioni di origine continentale differente, che discendono da gruppi di antenati parzialmente isolati dal punto di vista geografico - risultano abbastanza distinguibili dal punto di vista genetico, anche se le migrazioni hanno rimescolato le carte creando numerosi gruppi borderline. I test, dunque, hanno delle limitazioni intrinseche e non sono neppure tutti uguali. Oltre al cromosoma Y, che passa esclusivamente di padre in figlio, si può usare il Dna mitocondriale, che passa dalla madre ai figli di entrambi i sessi. Poi ci sono i cosiddetti Ancestry Informative Markers, la cui frequenza varia tra le popolazioni più di quanto non accada mediamente con il resto del Dna. E ci sono i polimorfismi dei singoli nucleotidi (si scrive SNPs e si legge snips) sparsi per tutto il genoma. L'affidabilità dei risultati dipende da molti fattori: dal tipo e dal numero dei marcatori usati, dalle popolazioni di riferimento, dai metodi statistici. In ogni caso si tratta di valutazioni probabilistiche, in cui l'errore è sempre in agguato. A ricordarcelo c'è anche un documento pubblicato nel novembre del 2008 dall'American Society of Human Genetics, che ha promesso di tornare sull'argomento in primavera. Perché se in ambito forense siamo ancora ai primi tentativi, questi test dilagano già in ambito ricreativo soprattutto negli Usa. Si calcola che le company specializzate siano una trentina e oltre 500.000 persone se ne siano già servite per cercare di scoprire le proprie radici.

Quello che conta di più, però, è che le categorie biogeografiche possono essere utili in campo epidemiologico, per mappare le predisposizioni genetiche a determinate malattie e spiegare le diverse risposte ai farmaci in gruppi etnici differenti. Anche in questo caso il dibattito è infuocato, come dimostra il fascicolo di Nature Genetics del 2004: c'è chi teme che puntando i riflettori sui fattori genetici si metta in ombra il ruolo delle disparità socioeconomiche e c'è chi sostiene che negando le differenze biologiche si finirà con il danneggiare proprio le minoranze, che sono sottorappresentate negli studi clinici. Resta il fatto che in letteratura sono già descritte decine di farmaci etnico-selettivi - il più noto è l'anti-ipertensivo BiDil - e per alcuni di questi sembrano esistere delle basi genetiche o fisiologiche convincenti. Se le differenze di efficacia o tollerabilità per gruppi etnici diversi ci sono, per quanto piccole, non possiamo restare prigionieri del tabù. Nascondendoci dietro alla rassicurante affermazione che gli uomini sono tutti uguali, faremmo la fine del paziente afroamericano cardiopatico del Dr House. Quello che rifiuta il farmaco più adatto a lui sbraitando: "Questo non lo voglio, è un farmaco razzista. Datemi la stessa medicina che prendono i bianchi". (Anna Meldolesi, dal Riformista dell'11 marzo 2009)

Angelo Vescovi è lo scienziato che ha prestato la propria faccia alla campagna per l'astensione nel referendum sulla fecondazione assistita. Va in giro sostenendo che la ricerca sulle cellule staminali embrionali è inutile. Se si limitasse a dire che lui preferisce percorrere altre strade, o che per la sua coscienza è inammissibile sacrificare degli embrioni umani (anche se sono comunque destinati a spegnersi nel congelatore di una clinica), non ci sarebbe nulla da obiettare. Invece sostiene proprio che le staminali embrionali sono inutili, che le adulte o meglio ancora le staminali pluripotenti indotte (iPS) sono la soluzione a tutti i nostri problemi. Mentre la verità è che nella medicina rigenerativa non esistono compartimenti stagni ma una rete di conoscenze incrociate. Quello che scopriamo studiando le embrionali, ad esempio, ci aiuta a capire le iPS e il primo ad ammetterlo è stato proprio il padre dell iPS, il giapponese Yamanaka. Ieri sera comunque Vescovi ha fatto capolino al Tg1 per commentare la decisione di Obama di allentare le restrizioni alla ricerca volute 8 anni fa da Bush (ne ho scritto sul Riformista di oggi La svolta di Obama Rif 8 marzo 09.pdf). E ha sostenuto che Obama è antistorico. Nel momento in cui predispone l'apertura che la comunità scientifica americana (la più avanzata del mondo) chiede alla Casa Bianca da 8 anni (un'apertura che sarebbe già avvenuta se Bush non avesse ripetutamente bloccato con il veto presidenziale le leggi approvate dal Congresso in materia) Obama è antistorico. Evidentemente la comunità scientifica americana e internazionale non hanno capito nulla, mentre Vescovi (beato lui) sa dove va la ricerca e dove va il mondo.