babele

Per una sinistra darwiniana

Sono passati dieci anni da quando il filosofo australiano Peter Singer ha esortato la sinistra a diventare darwiniana, tenendo un seminario alla London School of Economics che poi è confluito in un imperdibile pamphlet (A darwinian left, pubblicato in Italia da Einaudi). Nel frattempo nel nostro paese Darwin è diventato l'icona più bella della resistenza laica, tanto che a volte viene da chiedersi se finirà stampato sulle magliette come Che Guevara. Ma siamo sicuri che a 200 anni dalla sua nascita e a un secolo e mezzo dall'Origine delle specie, la sinistra abbia fatto davvero i conti con il grande Charles? Ne abbiamo parlato con alcuni studiosi - Gilberto Corbellini, Orlando Franceschelli, Giovanni Jervis, Michele Luzzatto e Simone Pollo - e la conclusione è che c'è ancora molta strada da fare.

Una premessa è necessaria: il darwinismo non è di destra né di sinistra. Tant'è vero che accanto alla sinistra darwiniana invocata da Singer c'è la destra darwiniana teorizzata dal filosofo americano Larry Arnhart. Ma l'empirismo darwiniano è un antidoto al velleitarismo e la sinistra apparirebbe meno marziana se iniziasse a considerare l'uomo per quello che è anziché per quello che vorremmo che fosse. A sentire il nome di Darwin affiancato alla parola politica qualche lettore avrà provato un brivido: le metafore della lotta per la sopravvivenza e della selezione del più adatto hanno trovato applicazioni aberranti e hanno finito per proiettare su Darwin un'ombra sinistra (anzi destra). Certi sospetti, però, sono ingenerosi - ad esempio quello di un legame diretto tra darwinismo ed eugenismo - e per rendersene conto non c'è bisogno di ricorrere a raffinate analisi storiche. La convinzione che tutti gli uomini sono uniti da una comune discendenza, tanto per cominciare, è intrinsecamente antirazzista. E poi qualcuno può davvero credere che i nazisti, impegnati com'erano a inseguire il loro ideale di purezza ariana, potessero vedere di buon occhio la parentela con le scimmie? Darwin è stato il primo a escludere che la sua teoria potesse essere usata per giustificare delle politiche sociali di sopraffazione e nel frattempo le nostre conoscenze in campo evoluzionistico sono diventate abbastanza solide da resistere meglio ai tentativi di strumentalizzazione. Cacciamo i fantasmi, dunque, e proviamo a misurarci con la sfida.

Secondo Singer una sinistra darwiniana, che sia capace di vedere l'uomo come un animale evoluto, dovrebbe ammettere innanzitutto che la natura umana non è necessariamente buona e neppure indefinitamente malleabile. Non dovrebbe illudersi che una migliore educazione, i cambiamenti sociali o le rivoluzioni politiche possano mettere fine a ogni conflitto e a ogni problema. Non dovrebbe assumere che tutte le disuguaglianze siano dovute a discriminazioni, pregiudizi, oppressione o condizionamento sociale. Una sinistra darwiniana, semmai, dovrebbe essere interessata a capire la nostra natura più profonda, quella biologicamente determinata, per mettere a punto politiche in grado di funzionare nel mondo reale. Respingere al mittente l'idea che naturale significhi giusto. Aspettarsi che la realizzazione degli obiettivi di giustizia sociale che si prefigge sarà ostacolata dalla tendenza degli uomini a competere, affermarsi individualmente, raggiungere il potere. Dunque dovrebbe provare a stimolare la nostra naturale tendenza a ingaggiare forme di cooperazione reciprocamente benefiche e incanalare la competizione verso obiettivi socialmente desiderabili.        

La psicologa inglese Anne Campbell è andata al cuore del problema con una dichiarazione rilasciata recentemente all'Economist: è come se tutti quanti pensassimo che l'evoluzione si è fermata all'altezza del collo, come se riguardasse la nostra anatomia ma non il nostro comportamento. Il filosofo Orlando Franceschelli - autore di Dio e Darwin e La natura dopo Darwin (entrambi pubblicati da Donzelli) - ci ricorda che si tratta di una deformazione antica, che possiamo far risalire agli albori del marxismo ed è particolarmente radicata a sinistra. L'idea che Darwin abbia scoperto le leggi della storia naturale mentre Marx ha spiegato la storia umana è già presente in Engels ma è una concezione che ritroviamo ancora oggi sottotraccia in parte della comunità scientifica e in Italia rischia di essere debordante. Chi parla di basi biologiche dei comportamenti umani (dagli orientamenti sessuali alle devianze sociali) infrange il sogno di perfettibilità dell'uomo e, in genere, la rottura del tabù è accompagnata da un coro di critiche. Eppure negare che abbiamo delle predisposizioni innate, cablate nel nostro cervello dalla selezione naturale, significa ragionare in termini antidarwiniani. Tanto più che persino la nostra libertà rispetto a questi vincoli biologici può essere letta in chiave darwiniana: se fare previsioni sul comportamento umano è tanto difficile è perché il nostro cervello usa le sue intuizioni per acquisire nuove strategie e la sua plasticità ne fa un sistema fondamentalmente evolutivo. A ricordarcelo è Gilberto Corbellini, che ha scritto un libro sull'evoluzionismo in medicina (Ebm. Evolution Based Medicine, Laterza) e ha curato l'edizione italiana di prossima uscita di La cattedrale di Darwin (Fioriti), il testo di riferimento sull'evoluzione della religione scritto da David Sloan Wilson.

Il cuore del darwinismo sta nel principio secondo cui ciò che funziona viene conservato e progredisce, ciò che non funziona va incontro all'estinzione. Vale per le congiunzioni sinaptiche tra i neuroni, per la produzioni di anticorpi da parte del sistema immunitario, per i comportamenti animali che possono essere più o meno adattativi. Ed è proprio questo principio di empirismo, basato su tentativi ed errori, che secondo lo psichiatra Giovanni Jervis, andrebbe esteso su scala universale. Anche per scegliere le regole di convivenza più funzionali, specialmente in un'epoca in cui nessuno sa bene a quali principi generali appellarsi. Essere darwiniani in politica significa anche smettere di ragionare per ordini tipologici e categorie immutabili, come sostiene Michele Luzzatto che ha scritto Preghiera darwiniana (Cortina). Un peccato in cui cade spesso la destra, ma anche la sinistra, ad esempio quando assume che gli oppressi siano buoni per definizione.   

Fare i conti con Darwin vuol dire anche modificare l'approccio classico alla bioetica, perché la psicologia morale e le neuroscienze hanno dimostrato che i nostri giudizi morali si basano più sulle intuizioni innate che ci portiamo dietro come retaggio evolutivo che su calcoli razionali di danni e benefici. Se il nostro obiettivo politico è massimizzare i secondi e minimizzare i primi, dobbiamo diffidare delle emozioni. Una sinistra darwiniana, infine, dovrebbe ripensare profondamente il proprio rapporto con l'ambiente. Singer, che è considerato uno dei padri del movimento di liberazione degli animali, mette nel suo decalogo il riconoscimento di maggiori diritti per gli altri esseri senzienti e il raggiungimento di una visione meno antropocentrica della natura. Sicuramente nei dieci anni trascorsi dalla pubblicazione del suo libro molte parole d'ordine ecologiste sono entrate nel vocabolario politico di sinistra, ma ha ragione Simone Pollo - autore di La morale della natura (Laterza) - quando nota che questo ambientalismo sacralizzante non è lo stesso invocato da Singer e in un certo senso è persino antidarwiniano.

In definitiva se potessimo mettere un po' più di Darwin nel nostro Dna, probabilmente ci troveremmo con una sinistra migliore. Anche su questo Corbellini, Franceschelli, Jervis, Luzzatto e Pollo sono d'accordo: il padre dell'evoluzione ha dimostrato un'onestà intellettuale quasi eroica, grandi capacità di analizzare le ragioni degli avversari, attenzione per le evidenze empiriche prima che per le interpretazioni ideologiche, instancabile dedizione. Tutte qualità senza le quali una sinistra non può considerarsi evoluta. (Anna Meldolesi, Il Riformista, 8/2/2009)      

 

 

 

0 TrackBack

Quelli che seguono sono collegamenti ai blog che hanno fatto riferimenti a questo articoli: Per una sinistra darwiniana.

URL per TrackBack per questo articolo: http://babele.italianieuropei.it/mt-tb.cgi/496

4 Commenti

Concordo perfettamente, Meldolesi. La sua è una sintesi perfetta della carenza di fondo che personalmente ho sempre trovato nella sinistra. E diciamo pure che è proprio questo l'ambito in cui la sinistra stessa può trovare motivo di rinnovamento. Solo adottando una visione darwiniana dell'uomo e della natura quel movimento politico, dopo la caduta delle ideologie, riuscirà a riavvicinarsi all'uomo comune e riacquistare consenso.

Non c'è dubbio che la sinistra (spero che in questa accezione non si intenda il PD) abbia bisogno di rinnovamento e di nuovi paradigmi sui quali basarlo. Ripensare il contributo di Darwin può essere utile, soprattutto per riscoprire una laicità scientifica che sembra essersi assopita dopo che fino a cent'anni fa era un patrimonio condiviso con il pensiero liberale. Non posso non riportare la citazione dello scienziato inglese fatta oggi da Piergiorgio Odifreddi in un articolo su Repubblica: "Non dobbiamo trascurare la probabilità che il costante inculcare la credenza in Dio nelle menti dei bambini possa produrre un effetto così forte e duraturo sui loro cervelli non ancora completamente sviluppati, da diventare per loro tanto difficile sbarazzarsene, quanto per una scimmia disfarsi della sua istintiva paura o ripugnanza del serpente".
Non condivido però l'approccio-ratatoille dell'articolo, che mescola indebitamente considerazioni filosofiche, politiche e biologiche. Non mi ritrovo nella caricatura della sinistra che considererebbe l'uomo un'animale intrinsecamente buono, probabilmente confondendo Marx con Rousseau. Non c'è un giudizio di valore nelle considerazioni marxiane sull'uomo, e una rilettura del filosofo tedesco non farebbe male alla Meldolesi. Buoni o cattivi che siano, gli oppressi vanno liberati in quanto oppressi.


Caro Popinga, se avessi voluto riferirmi al PD l’avrei scritto. Intendevo la sinistra, compreso il PD. Sono tentata di leggere il suo intervento come la dimostrazione della mia tesi: secondo me chi riconduce il valore di Darwin alla sola laicità e rifiuta il fatto che si possa discutere insieme di biologia, filosofia e politica non ha fatto fino in fondo i conti con Darwin.

Sarà, ma quando sento odor di sociobiologia metto mano alla fondina della pistola. E non vorrei che le basi azotate diventassero anch'esse categorie immutabili del pensiero politico. Ciò che mi ha sempre fatto paura del programma dei Gruenen tedeschi era proprio il voler anteporre la natura all'uomo, prospettando una società di divieti e di proibizioni (comunque sempre meglio in nome dell'ambiente che in nome di una divinità). Non vorrei tuttavia darle l'idea di pormi in contrapposizione frontale con le sue idee. A parte questo articolo, dove emergono storie e vissuti differenti, sugli altri che ho letto concordo pienamente.
Faccia una capatina al mio blog di poesia umoristica e scientifica!
Saluti.

Lascia un commento