babele

Archivi Febbraio 2009

Sta per partire dall'università di Slow Food il minitour italiano di Percy Schmeiser, agricoltore e sedicente castigatore di multinazionali. In questo periodo di crisi economica e di confusione politica il suo arrivo è una distrazione tanto futile quanto giornalisticamente divertente, per la quale possiamo ringraziare tra gli altri la Confederazione italiana agricoltori, la Coop e le aziende del biologico che hanno sponsorizzato le tappe italiane.

Se esistesse un album Panini degli eroi anti-Ogm, Schmeiser meriterebbe un posto d'onore. Il suo punto forte è la faccia tosta: proprio lui che in Canada è stato condannato in tutti i gradi di giudizio per aver piantato illegalmente degli Ogm, senza dimenticare di irrorarli di erbicidi, se ne va in giro per il mondo come un angioletto biodinamico. Sempre in coppia con la moglie Louise, con quell'aria un po' provinciale da nordamericani della middle class rurale, che rischia di trarre in inganno chi è abituato all'allure esotica di Vandana Shiva o ai baffi anti-imperialisti di José Bové. 

Faccia tosta, dicevamo: le cause con la Monsanto le ha perse tutte - le sentenze del 2001, 2002 e 2004 cantano - ma quando veste i panni di attivista-conferenziere Schmeiser preferisce far credere di aver coronato la sua battaglia legale con la vittoria. Il primo atto di questa farsa è ambientato in 3 acri ricoperti di colza resistente al Roundup, una varietà transgenica molto apprezzata dagli agricoltori canadesi. Infatti consente di applicare un unico erbicida ad azione totale capace di eliminare tutte le infestanti anziché molti prodotti diversi ad azione selettiva, con il vantaggio di ridurre i costi di produzione oltre che l'impatto sull'ambiente. Schmeiser, però, sostiene di essersi ritrovato con quei 3 acri Ogm suo malgrado. Colpa di qualche camion che passando di lì ha perso parte del suo carico di semi transgenici? Impossibile, visto che le piantine di colza spuntano perfettamente allineate. Colpa del polline Ogm giunto in volo dagli appezzamenti contigui? Impossibile anche questo, visto che la colza transgenica più vicina dista 8 chilometri. I fatti, ricostruiti già nella prima sentenza, raccontano una storia diversa: nel 1996 Schmeiser pianta dei semi dotati di tecnologia Monsanto prendendoli chissà dove, non certo dalla multinazionale di St. Louis che infatti lo denuncia per violazione dei diritti di proprietà intellettuale. Il nostro eroe oltretutto si comporta come a un coltivatore convenzionale non verrebbe mai in mente, se non in preda a una crisi masochistica: nel 1997 spruzza il suo campo con il Roundup, che ucciderebbe qualunque coltura non Ogm. Poi, avendo constatato che la sua colza resiste, Schmeiser ne raccoglie i semi e nella stagione successiva li pianta su oltre 1.000 acri (comprandoli regolarmente avrebbe speso 15.000 dollari). A questo punto la sua colza è Ogm al 95-98%, una percentuale tipica delle qualità commerciali. Se fosse possibile raggiungere una simile soglia per via accidentale, tanto varrebbe chiudere l'industria sementiera e mandare al macero i testi di biologia. Di fatti la corte sentenzia che Schmeiser "sapeva o avrebbe dovuto sapere" che stava coltivando colza Ogm, ma lui fa ricorso e perde ancora. La Corte suprema nella sostanza conferma le sentenze precedenti, anche se i giudici si dividono sull'interpretazione della legge canadese sulla brevettabilità degli organismi viventi. A questo punto Schmeiser è già una star: raccoglie donazioni su web e tiene conferenze su come l'industria simbolo degli Ogm prima gli ha contaminato il campo e poi ha cercato di ridurlo sul lastrico. La Monsanto si offre comunque di ripulirgli il terreno dalle piantine di colza rimaste, un trattamento standard che costa poche centinaia di dollari e viene garantito in tutti i casi di presenza non desiderata di Ogm, ma lui rifiuta e rilancia aprendo una vertenza minore. Il giorno prima del dibattimento i suoi legali offrono alla controparte un accordo extragiudiziario che ricalca l'offerta standard precedentemente respinta. E quando nel 2008 St. Louis accetta di versare questi 660 dollari, Schmeiser canta vittoria. Sul suo sito web dichiara di aver costretto la Monsanto a risarcirlo per tutti i danni provocati dalla contaminazione. Una contaminazione che in realtà non c'è mai stata. Come non c'è mai stata alcuna battaglia tra Davide e Golia, perché a fronteggiarsi in questo caso sono state una multinazionale delle sementi e una multinazionale della disinformazione. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 25 febbraio 2009)

PS Per chi volesse saperne di più, consiglio il ricco blog di Dario Bressanini e Biotecnologie Basta Bugie

Ieri sera mi hanno chiamato a Ballarò per fare un po' di chiarezza sugli stati vegetativi, visto che in questi giorni se ne sono sentite di tutti i colori. A quanto pare però i sostenitori della vita a tutti i costi continuano a tirare la giacchetta alla scienza. Mi dicono che dopo che ho lasciato la trasmissione, Maurizio Belpietro ha sostenuto che il 50% delle persone nelle condizioni di Eluana Englaro si risveglia (dopo 17 anni?). Poi stamattina ho trovato su Repubblica un'intervista a Monsignor Fisichella, secondo cui ci sarebbe addirittura un caso di risveglio dopo 19 anni di stato vegetativo. Purtroppo non è vera né l'una né l'altra cosa. Siccome la mia l'ho già detta qui, preferisco che a rispondere siano altri. Darwinweb per la replica a monsignor Fisichella, il blog blog bioetica a proposito delle percentuali di risvegli. Chi vuole negare ai pazienti il diritto di rifiutare gli interventi medici indesiderati, invece di travisare i dati scientifici  farebbe bene a usare altri argomenti, magari filosofici, politici o religiosi. Sempre che riescano a trovarne di convincenti.

Sono passati dieci anni da quando il filosofo australiano Peter Singer ha esortato la sinistra a diventare darwiniana, tenendo un seminario alla London School of Economics che poi è confluito in un imperdibile pamphlet (A darwinian left, pubblicato in Italia da Einaudi). Nel frattempo nel nostro paese Darwin è diventato l'icona più bella della resistenza laica, tanto che a volte viene da chiedersi se finirà stampato sulle magliette come Che Guevara. Ma siamo sicuri che a 200 anni dalla sua nascita e a un secolo e mezzo dall'Origine delle specie, la sinistra abbia fatto davvero i conti con il grande Charles? Ne abbiamo parlato con alcuni studiosi - Gilberto Corbellini, Orlando Franceschelli, Giovanni Jervis, Michele Luzzatto e Simone Pollo - e la conclusione è che c'è ancora molta strada da fare.

Una premessa è necessaria: il darwinismo non è di destra né di sinistra. Tant'è vero che accanto alla sinistra darwiniana invocata da Singer c'è la destra darwiniana teorizzata dal filosofo americano Larry Arnhart. Ma l'empirismo darwiniano è un antidoto al velleitarismo e la sinistra apparirebbe meno marziana se iniziasse a considerare l'uomo per quello che è anziché per quello che vorremmo che fosse. A sentire il nome di Darwin affiancato alla parola politica qualche lettore avrà provato un brivido: le metafore della lotta per la sopravvivenza e della selezione del più adatto hanno trovato applicazioni aberranti e hanno finito per proiettare su Darwin un'ombra sinistra (anzi destra). Certi sospetti, però, sono ingenerosi - ad esempio quello di un legame diretto tra darwinismo ed eugenismo - e per rendersene conto non c'è bisogno di ricorrere a raffinate analisi storiche. La convinzione che tutti gli uomini sono uniti da una comune discendenza, tanto per cominciare, è intrinsecamente antirazzista. E poi qualcuno può davvero credere che i nazisti, impegnati com'erano a inseguire il loro ideale di purezza ariana, potessero vedere di buon occhio la parentela con le scimmie? Darwin è stato il primo a escludere che la sua teoria potesse essere usata per giustificare delle politiche sociali di sopraffazione e nel frattempo le nostre conoscenze in campo evoluzionistico sono diventate abbastanza solide da resistere meglio ai tentativi di strumentalizzazione. Cacciamo i fantasmi, dunque, e proviamo a misurarci con la sfida.

Secondo Singer una sinistra darwiniana, che sia capace di vedere l'uomo come un animale evoluto, dovrebbe ammettere innanzitutto che la natura umana non è necessariamente buona e neppure indefinitamente malleabile. Non dovrebbe illudersi che una migliore educazione, i cambiamenti sociali o le rivoluzioni politiche possano mettere fine a ogni conflitto e a ogni problema. Non dovrebbe assumere che tutte le disuguaglianze siano dovute a discriminazioni, pregiudizi, oppressione o condizionamento sociale. Una sinistra darwiniana, semmai, dovrebbe essere interessata a capire la nostra natura più profonda, quella biologicamente determinata, per mettere a punto politiche in grado di funzionare nel mondo reale. Respingere al mittente l'idea che naturale significhi giusto. Aspettarsi che la realizzazione degli obiettivi di giustizia sociale che si prefigge sarà ostacolata dalla tendenza degli uomini a competere, affermarsi individualmente, raggiungere il potere. Dunque dovrebbe provare a stimolare la nostra naturale tendenza a ingaggiare forme di cooperazione reciprocamente benefiche e incanalare la competizione verso obiettivi socialmente desiderabili.        

La psicologa inglese Anne Campbell è andata al cuore del problema con una dichiarazione rilasciata recentemente all'Economist: è come se tutti quanti pensassimo che l'evoluzione si è fermata all'altezza del collo, come se riguardasse la nostra anatomia ma non il nostro comportamento. Il filosofo Orlando Franceschelli - autore di Dio e Darwin e La natura dopo Darwin (entrambi pubblicati da Donzelli) - ci ricorda che si tratta di una deformazione antica, che possiamo far risalire agli albori del marxismo ed è particolarmente radicata a sinistra. L'idea che Darwin abbia scoperto le leggi della storia naturale mentre Marx ha spiegato la storia umana è già presente in Engels ma è una concezione che ritroviamo ancora oggi sottotraccia in parte della comunità scientifica e in Italia rischia di essere debordante. Chi parla di basi biologiche dei comportamenti umani (dagli orientamenti sessuali alle devianze sociali) infrange il sogno di perfettibilità dell'uomo e, in genere, la rottura del tabù è accompagnata da un coro di critiche. Eppure negare che abbiamo delle predisposizioni innate, cablate nel nostro cervello dalla selezione naturale, significa ragionare in termini antidarwiniani. Tanto più che persino la nostra libertà rispetto a questi vincoli biologici può essere letta in chiave darwiniana: se fare previsioni sul comportamento umano è tanto difficile è perché il nostro cervello usa le sue intuizioni per acquisire nuove strategie e la sua plasticità ne fa un sistema fondamentalmente evolutivo. A ricordarcelo è Gilberto Corbellini, che ha scritto un libro sull'evoluzionismo in medicina (Ebm. Evolution Based Medicine, Laterza) e ha curato l'edizione italiana di prossima uscita di La cattedrale di Darwin (Fioriti), il testo di riferimento sull'evoluzione della religione scritto da David Sloan Wilson.

Il cuore del darwinismo sta nel principio secondo cui ciò che funziona viene conservato e progredisce, ciò che non funziona va incontro all'estinzione. Vale per le congiunzioni sinaptiche tra i neuroni, per la produzioni di anticorpi da parte del sistema immunitario, per i comportamenti animali che possono essere più o meno adattativi. Ed è proprio questo principio di empirismo, basato su tentativi ed errori, che secondo lo psichiatra Giovanni Jervis, andrebbe esteso su scala universale. Anche per scegliere le regole di convivenza più funzionali, specialmente in un'epoca in cui nessuno sa bene a quali principi generali appellarsi. Essere darwiniani in politica significa anche smettere di ragionare per ordini tipologici e categorie immutabili, come sostiene Michele Luzzatto che ha scritto Preghiera darwiniana (Cortina). Un peccato in cui cade spesso la destra, ma anche la sinistra, ad esempio quando assume che gli oppressi siano buoni per definizione.   

Fare i conti con Darwin vuol dire anche modificare l'approccio classico alla bioetica, perché la psicologia morale e le neuroscienze hanno dimostrato che i nostri giudizi morali si basano più sulle intuizioni innate che ci portiamo dietro come retaggio evolutivo che su calcoli razionali di danni e benefici. Se il nostro obiettivo politico è massimizzare i secondi e minimizzare i primi, dobbiamo diffidare delle emozioni. Una sinistra darwiniana, infine, dovrebbe ripensare profondamente il proprio rapporto con l'ambiente. Singer, che è considerato uno dei padri del movimento di liberazione degli animali, mette nel suo decalogo il riconoscimento di maggiori diritti per gli altri esseri senzienti e il raggiungimento di una visione meno antropocentrica della natura. Sicuramente nei dieci anni trascorsi dalla pubblicazione del suo libro molte parole d'ordine ecologiste sono entrate nel vocabolario politico di sinistra, ma ha ragione Simone Pollo - autore di La morale della natura (Laterza) - quando nota che questo ambientalismo sacralizzante non è lo stesso invocato da Singer e in un certo senso è persino antidarwiniano.

In definitiva se potessimo mettere un po' più di Darwin nel nostro Dna, probabilmente ci troveremmo con una sinistra migliore. Anche su questo Corbellini, Franceschelli, Jervis, Luzzatto e Pollo sono d'accordo: il padre dell'evoluzione ha dimostrato un'onestà intellettuale quasi eroica, grandi capacità di analizzare le ragioni degli avversari, attenzione per le evidenze empiriche prima che per le interpretazioni ideologiche, instancabile dedizione. Tutte qualità senza le quali una sinistra non può considerarsi evoluta. (Anna Meldolesi, Il Riformista, 8/2/2009)      

 

 

 

Eluana è in preda a terribili sofferenze. Niente affatto: non può provare dolore. Deglutisce e sorride. Non è vero, non reagisce agli stimoli. Potrebbe risvegliarsi. Anzi no, non può riemergere dal limbo dello stato vegetativo. E' come un neonato. No, è morta 17 anni fa. A chi dobbiamo credere?

Lo schema è il solito: in campagna elettorale si parla di par condicio, nei tg si chiama panino. Qualche volta è una garanzia di pluralismo, ma più spesso è un motore di confusione. Invece di aiutare la gente a fare una scelta di campo consapevole, si abdica al dovere di fornire una corretta informazione. Soprattutto per le controversie di natura scientifica, perché la democraticità della scienza si basa su altre fondamenta: tutti hanno diritto di parola, ma le opinioni valgono nella misura in cui vengono sostanziate con i fatti. Per ciò che riguarda l'attuale dibattito ci sono cose che alla scienza possiamo chiedere, a patto di accettare che le risposte comportano un margine di incertezza. Ci sono domande per le quali non possiamo pretendere risposte univoche. E ci sono domande a cui la scienza ha risposto, anche se molti preferiscono non tenerne conto. Nella prima categoria rientra l'irreversibilità dello stato vegetativo di Eluana Englaro, che dopo 17 anni non lascia speranze realistiche. Nessuno dei risvegli miracolosi che di tanto in tanto ci racconta la stampa ha mai retto a un'analisi accurata: si tratta di episodi aneddotici per i quali non esiste una documentazione adeguata, oppure di diagnosi sbagliate o di confusione da parte dei mezzi di informazione, che non fanno le dovute differenze tra disturbi della coscienza diversi anche per quanto riguarda la prognosi. Gli stati vegetativi sono considerati potenzialmente reversibili finché restano al di sotto delle soglie indicate da diverse task force e accademie scientifiche: un anno per i casi post-traumatici, sei mesi per i non traumatici. Si tratta di valutazioni probabilistiche, ma questa è la regola non certo l'eccezione in medicina. Sta al diretto interessato, o alle persone a lui più vicine, decidere che valore dare a queste probabilità.

Alla domanda sulla percezione del dolore la scienza può rispondere solo in modo approssimativo: la compromissione della corteccia cerebrale impedisce di provare l'esperienza della fame e della sete così come noi la conosciamo, ma nessuno può sapere con certezza cosa sente una persona in questo stato. La letteratura scientifica comunque smentisce l'ipotesi che si tratti di atroci sofferenze. La morte a cui si va incontro interrompendo la nutrizione artificiale non ha nulla di disumano, è umanissima: è la stessa morte che accomuna da centinaia di migliaia di anni tutti coloro che lasciano questo mondo in età avanzata, smettendo volontariamente di alimentarsi perché non hanno più la forza di vivere.

Veniamo alle domande a cui la scienza non può in tutta onestà rispondere: rientra in questa categoria quella sulla collocazione del confine tra la vita e la morte. Lo spiega bene Carlo Alberto Defanti nel suo libro: il morire è un processo e la morte cerebrale individuata dai criteri di Harvard non è l'unica possibile. C'è chi preferisce il criterio della morte cardiaca e c'è chi fa riferimento alla morte corticale. Come ha scritto il bioeticista Sandro Spinsanti sulla rivista Janus, l'estensione del confine tra la vita e la morte è una variabile soggettiva. Può suonare sconvolgente, ma prima o poi dovremo rassegnarci al fatto che i decessi non si possono annotare come nelle serie televisive ambientate in ospedale, quando il medico si toglie guanti e mascherina segnando l'ora esatta.

Ma c'è anche una terza categoria di domande per le quali è facile trovare una risposta ferma a patto di seguire un ragionamento di tipo scientifico, che si affida alla logica anziché alle emozioni. La nutrizione artificiale è un trattamento medico, perché richiede competenze medico-farmaceutiche ed infermieristiche specializzate, tanto più se per infilare la cannula è necessario un intervento chirurgico. Possiamo scegliere di non tenerne conto, ma hanno ragione Giuseppe Gristina, Manrico Gianolio, Davide Mazzon e gli altri medici che hanno firmato la lettera aperta "L'etica, la politica e la libertà della scienza": in questo caso dobbiamo assumerci la responsabilità di argomentare le nostre posizioni sul piano politico, religioso, filosofico, senza pretendere di avere l'avvallo della scienza. Non basta trovare un neurologo pronto a farsi intervistare e a darci ragione per sostenere che la scienza sta dalla nostra parte. E non basta neppure un parere emesso da qualche organo ad alto tasso di politicizzazione come il Comitato nazionale di bioetica (per altro in presenza di una spaccatura tra membri laici e cattolici) per essere legittimati a tirare la giacchetta alla scienza.
(Anna Meldolesi, dal Riformista del 7/2/2009)

Il caso Englaro ormai ha ben poco a che vedere con la scienza e persino con la bioetica. In gioco ci sono le regole fondanti di uno stato democratico. Michele Ainis lo spiega sulla Stampa di oggi molto meglio di come potrei fare io. 

Sgreccia, intervistato oggi dal Riformista invita Fini ad ascoltare la scienza sul caso Englaro. Peccato che la scienza o non dice quello che Sgreccia le attribuisce o non può rispondere alle domande che sua eccellenza pretende siano scientificamente risolte in linea con le certezze vaticane. La morte è un processo e il mondo scientifico non ha mai smesso di discutere su come vada definita la soglia tra la vita e la morte. Comunque non è spostando la definizione un po' più in qua o un po' più in là che si può pretendere di risolvere il caso Englaro. Il cuore del problema infatti non è se Eluana sia morta o viva, ma se debba essere costretta a subire dei trattamenti (medici e non) contro la sua volontà.