Una delle immagini simbolo del 2008 è stata quella degli orsi polari imprigionati su un lastrone di ghiaccio alla deriva al largo dell'Alaska. Era estate, il Wwf invocava un intervento della marina americana per salvare i naufraghi e i media recitavano in coro: colpa del global warming. Ora siamo in inverno, il 2009 è cominciato all'insegna del gelo e si affaccia la tentazione di un ribaltone: non sarà che arriva il global cooling?
A gettare il sasso ieri è stato il Corriere della sera e il dibattito imperversa anche all'estero. All'apparenza, infatti, ci troviamo di fronte a un'esplosione di evidenze aneddotiche di raffreddamento. Qualche esempio relativo al 2008? La Cina, si dice, ha registrato l'inverno più freddo degli ultimi 100 anni. Bagdad si è coperta di bianco per la prima volta a memoria d'uomo. In Nord America la neve non era mai caduta così abbondante negli ultimi 50 anni, mentre il ghiaccio in Antartide ha raggiunto livelli record. E ancora: ha fatto un freddo cane dalla Florida al Messico, dall'Iran alla Grecia, dall'Australia al Cile. Ma che significa?
Poco o niente, almeno dal punto di vista scientifico. L'analisi sistematica dei dati a livello globale, come ci conferma il climatologo Guido Visconti, non mette in discussione la tendenza al riscaldamento: il 2008 è stato il settimo anno più caldo dall'800 e nel 2009, secondo le previsioni di medio termine, non dovrebbero arrivare grandi sorprese. Dunque la morsa di gelo di questi giorni dice più cose sulla nostra psicologia e sulla politicizzazione del dibattito che sul clima. "Se si esagera con l'allarmismo, poi basta una nevicata per far passare l'idea che sia stata tutta una bufala". La pensa così Visconti, che insegna fisica dell'atmosfera e oceanografia all'università dell'Aquila, ed è difficile dargli torto. Attribuendo al global cooling il freddo di questi giorni, infatti, si commette lo stesso errore che si fa incolpando l'effetto serra per l'ondata di caldo torrido che ha colpito l'Europa nell'estate del 2003. Di questi cortocircuiti è piena la vulgata ambientalista, quella che è valsa un Nobel all'apocalittico documentario di Al Gore e ha dominato sui media di tutto il mondo, iscrivendo qualsiasi disastro - dall'uragano Katrina allo tsunami del 2004 - alla causa di Kyoto. L'antidoto è ricordarsi che c'è una bella differenza fra tempo e clima. Il padre della teoria del caos, Edward Lorenz, l'ha descritta così: climate è quello che ti aspetti, weather è quello che ti becchi. In poche parole non dobbiamo sorprenderci se arrivano annate più calde o più fredde, più secche o più bagnate della media: si tratta di deviazioni temporanee dai trend di lungo periodo, non della prova che le previsioni sui cambiamenti climatici sono da buttare. "Il segnale climatico esce dal rumore dopo almeno dieci anni di osservazione. - spiega Visconti - Perciò prima di iniziare a sospettare che qualcosa non torni, dovrei vedere una serie decennale di indicatori climatici in controtendenza".
La psicologia non ci aiuta, perché il nostro cervello funziona bene su scale temporali ridotte, al massimo generazionali, mentre il clima marcia sui tempi lunghi. Anche il focus antropocentrico del dibattito sul riscaldamento globale è una buccia di banana: ci siamo abituati a pensare che i cambiamenti climatici siano tutti conseguenza delle nostre emissioni di gas serra, rimuovendo il ruolo della variabilità naturale, che la scienza non è ancora in grado di quantificare. Attribuendoci in toto il riscaldamento del globo, probabilmente, ci siamo montati la testa e ora basta poco per minare le nostre certezze. Del resto l'enfasi è un'arma a doppio taglio, attira l'attenzione ma finisce per erodere la credibilità. Ricordate "L'alba del giorno dopo"? Un sondaggio condotto all'uscita dalle sale ha rivelato che le esagerazioni cinematografiche accrescevano i dubbi degli spettatori sulla veridicità dei cambiamenti climatici. Al gioco di sovrainterpretare i dati scientifici, comunque, hanno contribuito quasi tutti. Visconti lamenta il conformismo della comunità scientifica, in cui quasi nessuno osa discostarsi dalla linea dell'Ipcc, l'agenzia Onu sui cambiamenti climatici. Il resto lo ha fatto il triangolo di ferro descritto da Roger Pielke jr, dell'università di Boulder in Colorado. I politici hanno interesse a lavarsene le mani, prendendo decisioni che diventeranno effettive solo a mandato scaduto. Gli ambientalisti alzano i toni. Gli scienziati cavalcano l'allarmismo per assicurarsi più fondi. (Anna Meldolesi, Il Riformista, 7 gennaio 2009)

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