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Archivi Gennaio 2009

Non bastava l'archivio Genchi. Sull'Italia si allunga l'ombra di un'altra oscura trama: la congiura del latte. A sostenerlo è Slow Food, che due giorni fa ha rivelato l'inquietante scenario in un convegno intitolato: "Latte: la cruda verità". Sottotitolo: Com'è nata la recente polemica a proposito dei distributori automatici di latte crudo e su quali basi si fonda.

 

Come sanno i lettori del Riformista, all'inizio di dicembre questo giornale è venuto in possesso di una nota ministeriale che parlava di alcuni casi umani di una grave infezione batterica (Seu) avvenuti in seguito al consumo di latte non pastorizzato ( latte crudo pagina 2 e 3 Rif 3 dic 08.pdf ). L'allarme che abbiamo lanciato era così fondato che il governo ha dovuto prendere un provvedimento d'urgenza, imponendo un giro di vite nei controlli veterinari e l'affissione sui distributori di una scritta rossa a caratteri cubitali: "prodotto da consumarsi solo dopo bollitura" . Ma nei commenti lasciati sul web dai produttori, come pure sul sito di Beppe Grillo che ha svolto un ruolo cruciale nel lanciare l'ecomoda del latte alla spina, circola un'altra ricostruzione dei fatti che, a quanto pare, ha ispirato anche il convegno di Slow Food. Il Golia del settore, ovvero l'industria del latte pastorizzato, ha operato per sbarazzarsi della concorrenza di un piccolo ma agguerrito Davide, gli allevatori che dal 2004 vendono il latte appena munto direttamente al pubblico saltando il passaggio della pastorizzazione. Il tutto sarebbe avvenuto con la complicità della stampa allarmista, pronta a diffondere notizie false e tendenziose su questo alimento incontaminato. E, presumiamo noi, con il benestare del sottosegretario alla salute Francesca Martini e del ministro all'agricoltura Luca Zaia, che pur essendo leghisti hanno voltato le spalle a un business che si concentra nel nord Italia.

L'onore di moderare il convegno è toccato alla direttrice del centro studi di Slow Food Cinzia Scaffidi, che si era già fatta notare il 14 dicembre per aver sostenuto sulla Stampa che 9 casi di Seu (una malattia che può portare in dialisi) sono una bazzecola, come se il sapore del latte fosse più importante dei reni dei bambini. Nel breve commento pubblicato ieri, Carlo Petrini invita le autorità sanitarie a prendersela piuttosto con i sushi bar e mette in dubbio il legame tra i casi italiani di Seu e il consumo di latte crudo. Forse allude al fatto che in qualche caso i successivi esami sul latte sono risultati negativi, ma dimentica di dire che i capi sono risultati positivi: il batterio infatti si annida nelle feci e la contaminazione fecale del latte è intermittente. E poi Petrini non era un sostenitore del principio di precauzione?    

Al convegno di Slow Food sono stati chiamati una biologa e un dietologo, gli unici due esperti che Repubblica si è data la pena di interpellare. Ma, a giudicare dalle dichiarazioni riportate, neppure loro sono in grado di puntellare le tesi cospirazioniste. Roberta Lodi giudica il provvedimento ministeriale eccessivo, perché il latte basta scaldarlo a 70 gradi senza portarlo al punto di ebollizione: ci penserà lei a fornire a ogni famiglia un adeguato termometro da usare la mattina? Giorgio Calabrese, invece, afferma che il latte è "un alimento vivo e integro che contiene elementi nutrizionali fondamentali per l´alimentazione umana". E certo che bere il latte fa bene, ma Calabrese lo consiglia anche quando contiene E. Coli O157, listeria, salmonella e via continuando?

Già che Slow Food dispone di un centro studi, consigliamo loro di mettersi a studiare. Potrebbero cominciare con l'ultimo numero di Clinical Infectious Diseases, che a gennaio pubblica una rassegna intitolata "Latte non pastorizzato, una continua minaccia per la salute pubblica". Sostiene che neppure diligenti pratiche igieniche da parte degli allevatori possono azzerare i rischi microbiologici e che la pastorizzazione è il metodo più sicuro. Spiega che i presunti benefici nutritivi del latte crudo non sono dimostrati e che la pastorizzazione non cambia il valore nutrizionale del latte. Invita i medici a contrastare le informazioni pseudoscientifiche messe in circolazione da produttori e guru alternativi. Ma forse anche le riviste scientifiche partecipano alla congiura. Così come la Food and Drug Administration e l'Istituto superiore di sanità. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 30 gennaio 2009)      

 

A oltre dieci anni dall'isolamento delle prime staminali embrionali umane, per le cellule della discordia è scoccata l'ora X. Poche ore dopo il cambio della guardia alla Casa Bianca, la Food and Drug Administration (Fda) ha autorizzato la compagnia leader del settore a effettuare la prima sperimentazione sull'uomo, finalizzata al trattamento delle lesioni spinali acute.

I diretti interessati giurano che si tratta solo di una coincidenza e c'è da crederci. L'autorità americana competente ha impiegato quasi un anno per analizzare il dossier di 21.000 pagine presentato dalla Geron, che ha sede nel cuore della Silicon Valley. E per il momento la nuova amministrazione non ha potuto né voluto muovere un dito. Se l'effetto Obama c'è stato, dunque, ha agito solo a livello psicologico. Il presidente numero 44 non ha mai fatto mistero di voler cancellare le restrizioni imposte dal predecessore e la sua vittoria ha infiammato i sostenitori della medicina rigenerativa. Soprattutto i ricercatori dei laboratori pubblici, che finora hanno potuto utilizzare i fondi federali solo per lavorare con poche linee cellulari vecchie e inaffidabili - quelle prodotte prima dello spartiacque fissato da Bush il 9 agosto 2001 - e sono stati costretti a cercare altrove i finanziamenti per usare le quasi mille linee di migliore qualità sviluppate successivamente. L'atteso rilassamento delle regole, comunque, rappresenta un'iniezione di fiducia anche per il settore privato che, nonostante le illazioni sui giganteschi interessi economici in gioco, finora ha faticato a trovare investitori pronti a scommettere su un settore all'avanguardia - e dunque ad alto rischio - tenuto in ostaggio dalla politica. Non è un caso che le azioni di Geron, prima dell'impennata di ieri, avessero segnato un bel rialzo anche all'indomani delle elezioni. Nel suo discorso inaugurale Obama ha promesso di "restituire alla scienza il posto che merita" ma non sembra avere fretta: scartata l'ipotesi iniziale di un ordine esecutivo, probabilmente lascerà la materia nelle mani del Congresso. Ben sapendo che negli ultimi anni è maturata un'ampia convergenza fra democratici e repubblicani, tale da rendere necessario il ricorso al veto da parte di Bush. La via legislativa è più lunga, ma potrebbe servire a proteggere la Casa Bianca dalle critiche della lobby cristiana evangelica e del Vaticano - che ha già mandato chiari segnali al nuovo inquilino attraverso il cardinale Barragan - e sembra più opportuna ora che la crisi economica ha rivoluzionato la scala delle priorità.

In ogni caso la sperimentazione appena approvata è legale anche senza alcun intervento politico e se l'Fda ha aspettato tanto è soprattutto perché i trapianti cellulari richiedono valutazioni di sicurezza complesse, su cui nessuno può permettersi errori. La Geron ora potrà testare il suo trattamento più avanzato (Grnopc1), costituito da cellule ricavate da embrioni umani e avviate a differenziarsi in oligodendrociti (le cellule di sostegno dei neuroni). Chi ha festeggiato il debutto di Obama seduto sulla sedia a rotelle però farebbe bene a tenere a freno l'entusiasmo per almeno tre ragioni. Lo scopo della sperimentazione, che dovrebbe partire questa estate, è di valutare la sicurezza prima ancora che l'efficacia del trattamento, perciò si useranno dosi basse. Inoltre saranno arruolati al massimo 10 pazienti la cui paralisi sia sopravvenuta da meno di due settimane, dunque a seguito di incidenti che oggi non si sono ancora verificati. Infine è vero che i risultati sugli animali sono incoraggianti, altrimenti il via libera per l'uomo non sarebbe arrivato, ma la storia della medicina insegna che questa non è una garanzia di successo. (Anna meldolesi, dal Riformista del 24 gennaio 2009)    

 PS Nel testo sopra riportato ho corretto un'imprecisione che mi è saltata agli occhi dopo che l'articolo è andato in stampa. Confermo che per lavorare sulle linee cellulari prodotte dopo l'agosto del 2001 non si possono usare fondi federali, ma l'alternativa non si limita solo ai fondi privati come avevo erroneamente scritto. Infatti per aggirare le limitazioni alcuni stati si sono mossi autonomamente per finanziare (tra mille difficoltà) la ricerca con le staminali embrionali. In testa c'è, ovviamente, la California ma l'elenco include anche New Jersey, New York, Wisconsin, Connecticut, Illinois, Maryland e da ultimo Massachusetts. 

 

C'è chi si è soffermato sui pettorali di Obama. Chi ha preso nota dei suoi pantaloni bucati. Chi legge il suo hamburger in chiave riformista. Tutti quanti stiamo all'erta, pronti a captare segnali rivelatori. Anche io ho settato i miei sensori per cercare di capire quanta sostanza si celi dietro a cotanta apparenza. Ma la domanda che mi assilla è ancora senza risposta. Quanto Al Gore c'è dentro a Obama? Ovvero, quale tasso di "militontismo" devo aspettarmi dalla prossima amministrazione?

Il neologismo si spiega da solo: indica la tendenza ad allinearsi su posizioni ideologiche. Certo la crisi economica impone pragmatismo e dovrebbe porre un argine a certe derive. Il paniere delle nomine obamiane, comunque, è abbastanza variegato da lasciare l'interrogativo aperto. Prendiamo Larry Summers. E' un economista con i fiocchi, ma quando è venuto fuori il suo nome come capo del National Economic Council della Casa Bianca ho fatto un salto sulla sedia. Infatti si tratta dello stesso Summers che quando era rettore ad Harvard ha mandato su tutte le furie ambientalisti, sostenitori di Affirmative Action e un gran numero di donne. L'esatto contrario di uno che vuole piacere a tutti. E' vero che aveva già fatto parte della squadra di Bill Clinton, ma è accaduto prima che scoppiasse lo scandalo. Cioè prima che finisse infilzato dai media di tutto il mondo con l'accusa di essere un determinista misogino per aver sostenuto che le differenze biologiche tra uomini e donne contribuiscono a spiegare perché la comunità scientifica è dominata dal sesso maschile. Un tema esplosivo su cui chiunque abbia ambizioni politiche farebbe bene a tacere. Per inciso Summers non ha escluso altre spiegazioni politicamente più digeribili: la minor disponibilità delle donne a dedicarsi interamente al lavoro e le discriminazioni. Ma ha anche passato in rassegna la diversa distribuzione statistica delle performance dei due sessi in campi come il ragionamento matematico. Nel mondo scientifico c'è chi lo ha criticato e chi lo ha difeso, come lo scienziato cognitivo Steven Pinker. Summers, comunque, ha pagato la rottura del tabù con le dimissioni e ora lo ritroviamo in un posto chiave. Segno che le competenze sono destinate a pesare più delle apparenze?

La risposta è dubbia. Se nell'equazione obamiana si aggiunge il fattore John Holdren, il probabile tasso di "militontismo" sale e le incognite aumentano. Perché Holdren, che è stato nominato "science advisor", ha ricoperto cariche prestigiose come la direzione dell'American Association for the Advancement of Science ma forse è più famoso per le sue esagerazioni da attivista che per i suoi contributi da scienziato. Il fatto che Obama abbia scelto come consulente qualcuno noto per aver preso un clamoroso abbaglio su una questione centrale nel proprio settore di competenza è un campanello d'allarme. Soprattutto se si tratta di una questione cruciale per definire il nostro rapporto con la modernità, come la contrapposizione fra ottimisti e pessimisti sulla capacità umana di conciliare sviluppo e sostenibilità. Holdren è sempre stato dalla parte dei pessimisti e durante la crisi energetica degli anni '80 ha dato man forte a Paul Ehrlich - quello di The Population Bomb - profetizzando l'imminente arrivo dell'era della scarsità. Ehrlich lo ha persino coinvolto nella celebre scommessa contro il campione degli ottimisti, l'economista Julian Simon. Per farla breve hanno scelto alcune risorse naturali (5 metalli) che secondo loro erano destinate a diventare più scarse e dunque più care nell'arco di un decennio e si sono giocati mille dollari. I prezzi invece sono scesi e nel 1990 Simon è passato all'incasso. Secondo la firma scientifica più irriverente del New York Times, John Tierney, l'unica lezione che Holdren avrebbe imparato da allora è di non accettare altre scommesse. Per il resto ha continuato a fare fosche previsioni e milita tra le fila degli apocalittici del riscaldamento globale.

La designazione di Holdren per ora non ha accesso alcun dibattito nei fori ufficiali della comunità scientifica. A parlarne sono più che altro blog e testate schierate contro gli eccessi ambientalisti. Le riviste scientifiche sono impegnate a salutare senza nostalgia il presidente uscente e a commissionare lettere speranzose sulle sfide che aspettano quello entrante. Quanto a me, resto in attesa di vedere se Obama terrà fede alla promessa di "ascoltare gli scienziati anche quando dicono cose scomode. Soprattutto quando dicono cose scomode".  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 21 gennaio 2009)   

Notizia fresca di giornata: il decreto con cui Prodi aveva silurato la vicepresidenza del Comitato nazionale di bioetica è stato giudicato illegittimo dal Tar. Chi non si ricorda questa brutta storia può rinfrescarsi la memoria qui ( editoriale CNB Rif 1Dic 07.pdf ) e qui. Comunque per farla breve Cinzia Caporale e Luca Marini erano stati "dimessi" per cercare di togliere il presidente Casavola  dalle difficoltà in cui si era cacciato gestendo in modo autoritario e opaco il suo dissidio con la componente "laica" del comitato. L'altra vicepresidente Elena Cattaneo aveva abbandonato il CNB sbattendo la porta. Poi anche Gilberto Corbellini si è dimesso da membro. Si è trattato di una delle crisi più gravi della pur travagliata storia del CNB. Un organismo che andrebbe profondamente riformato oppure chiuso.      

Ce l'hanno raccontato come uno stupido e un bigotto e a volte ci è apparso davvero così. La lista delle malefatte e degli errori che possiamo rimproverargli è lunga. Ma qualcosa di buono l'ha fatto e ora che sta uscendo di scena sarebbe onesto riconoscerlo, anche a sinistra: George Bush ha aiutato, come nessun altro prima, i sieropositivi dei paesi più martoriati del mondo.

Chi sgrana gli occhi è giustificato: Bush è passato alla cronaca come un nemico dei condom e il suo rapporto con la scienza non è stato certo una luna di miele, come dimostra il lungo elenco di firme raccolte contro di lui nei laboratori da un noto gruppo di advocacy. La success story dell'impegno di Bush contro il virus Hiv, oltretutto, non ha mai sfondato sulle prime pagine. Neppure quando all'ultimo World Aids Day, il primo dicembre 2008, il presidente della guerra al terrore si è guadagnato la Medaglia internazionale per la pace per il progetto Pepfar (President's Emergency Plan for Aids Relief). In quell'occasione in tanti gli hanno reso omaggio per mezzo di tributi video: da Ban Ki-moon a Bono, da Bill Clinton a Obama. Ma il giorno dopo l'attenzione dei giornali era tutta per l'abbraccio di Hillary e Barack.

I numeri comunque parlano chiaro. Prima del lancio di Pepfar, nel 2003, nei paesi poveri solo 400.000 sieropositivi avevano accesso al trattamento antiretrovirale, oggi sono oltre 2 milioni. Si stima che finora il programma voluto da Bush abbia protetto dall'Hiv 240.000 bambini, contrastando la trasmissione materna del virus, e abbia dato assistenza a quasi 10 milioni di persone in 15 paesi tra Africa, Asia e Caraibi. Per riuscirci sono stati adottati standard stringenti di trasparenza e gli investimenti americani sono  passati dalla scala dei milioni a quella dei miliardi di dollari: 18,8 già spesi, altri 48 approvati per i prossimi 5 anni e non ancora distribuiti. Questo infatti è considerato il più esteso programma bilaterale di aiuti per l'estero mai varato per cercare di trattare una malattia cronica su larga scala. Così lo descrive anche Nature, che su Bush ha speso molte parole al vetriolo negli ultimi 8 anni, ma nel numero del 15 gennaio ha sorpreso i suoi lettori con uno speciale di commiato quasi benevolo. Uno dei titoli scelti (An unlikely champion) appare particolarmente  azzeccato, perché Bush è stato davvero un paladino improbabile della lotta all'Aids. Per garantire l'approvazione del suo progetto a Capitol Hill, la Casa Bianca ha puntato su un compromesso che sembra pensato apposta per irritare la platea laica. Parliamo della strategia ABC, ovvero "Abstinence, Be faithful, Correct and consistent condom use". Il Congresso ha contribuito a peggiorare le cose deliberando che ai programmi di educazione all'astinenza fosse destinato un terzo del budget previsto per la prevenzione ed escludendo le organizzazioni che non si oppongono alla prostituzione. Così facendo gli Stati Uniti sono apparsi bigotti, persino ridicoli per la pretesa di applicare un approccio sessuofobico a una malattia a trasmissione sessuale, e le polemiche hanno contribuito a oscurare i risultati. Il programma, comunque, ha distribuito lo stesso oltre 2 miliardi di condom e nel 2008, quando il Congresso ha rinnovato l'autorizzazione, i requisiti in materia di astinenza sono stati ammorbiditi. Quanto alla lettera B dell'acronimo, è stata sdoganata da alcuni specialisti di politiche sanitarie: come dire che i preservativi vanno bene ma non bastano, che il virus si combatte anche incoraggiando un cambiamento dei comportamenti sessuali.

Ora la palla passa a Obama ed è probabile che la politica americana per l'Aids si spoglierà di ciò che resta della componente ideologica originaria. Ma per il presidente dei sogni non sarà facile surclassare Bush. L'Oms stima che nei paesi in via di sviluppo 10 milioni di persone abbiano bisogno di antiretrovirali e che due terzi siano ancora tagliati fuori. Ma a differenza dei vaccini per polio o vaiolo, in questo caso non bastano poche dosi: gli antiretrovirali sono un trattamento costoso che va garantito a vita, anche se arriva il meltdown economico. Per avvicinarci al traguardo ci vorrà la buona volontà di tutti e sarebbe di buon auspicio iniziare a riconoscere i meriti dei nostri avversari. Magari prendendo in prestito le parole di uno degli attivisti anti-Aids più noti, Gregg Gonsalves. "Bush? Non lo sopporto, ma ha fatto grandi cose". Se non altro per i sieropositivi del mondo. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 17 gennaio)

 

Una delle immagini simbolo del 2008 è stata quella degli orsi polari imprigionati su un lastrone di ghiaccio alla deriva al largo dell'Alaska. Era estate, il Wwf invocava un intervento della marina americana per salvare i naufraghi e i media recitavano in coro: colpa del global warming. Ora siamo in inverno, il 2009 è cominciato all'insegna del gelo e si affaccia la tentazione di un ribaltone: non sarà che arriva il global cooling?

A gettare il sasso ieri è stato il Corriere della sera e il dibattito imperversa anche all'estero. All'apparenza, infatti, ci troviamo di fronte a un'esplosione di evidenze aneddotiche di raffreddamento. Qualche esempio relativo al 2008? La Cina, si dice, ha registrato l'inverno più freddo degli ultimi 100 anni. Bagdad si è coperta di bianco per la prima volta a memoria d'uomo. In Nord America la neve non era mai caduta così abbondante negli ultimi 50 anni, mentre il ghiaccio in Antartide ha raggiunto livelli record. E ancora: ha fatto un freddo cane dalla Florida al Messico, dall'Iran alla Grecia, dall'Australia al Cile. Ma che significa?

Poco o niente, almeno dal punto di vista scientifico. L'analisi sistematica dei dati a livello globale, come ci conferma il climatologo Guido Visconti, non mette in discussione la tendenza al riscaldamento: il 2008 è stato il settimo anno più caldo dall'800 e nel 2009, secondo le previsioni di medio termine, non dovrebbero arrivare grandi sorprese. Dunque la morsa di gelo di questi giorni dice più cose sulla nostra psicologia e sulla politicizzazione del dibattito che sul clima. "Se si esagera con l'allarmismo, poi basta una nevicata per far passare l'idea che sia stata tutta una bufala". La pensa così Visconti, che insegna fisica dell'atmosfera e oceanografia all'università dell'Aquila, ed è difficile dargli torto. Attribuendo al global cooling il freddo di questi giorni, infatti, si commette lo stesso errore che si fa incolpando l'effetto serra per l'ondata di caldo torrido che ha colpito l'Europa nell'estate del 2003. Di questi cortocircuiti è piena la vulgata ambientalista, quella che è valsa un Nobel all'apocalittico documentario di Al Gore e ha dominato sui media di tutto il mondo, iscrivendo qualsiasi disastro - dall'uragano Katrina allo tsunami del 2004 - alla causa di Kyoto. L'antidoto è ricordarsi che c'è una bella differenza fra tempo e clima. Il padre della teoria del caos, Edward Lorenz, l'ha descritta così: climate è quello che ti aspetti, weather è quello che ti becchi. In poche parole non dobbiamo sorprenderci se arrivano annate più calde o più fredde, più secche o più bagnate della media: si tratta di deviazioni temporanee dai trend di lungo periodo, non della prova che le previsioni sui cambiamenti climatici sono da buttare. "Il segnale climatico esce dal rumore dopo almeno dieci anni di osservazione. - spiega Visconti - Perciò prima di iniziare a sospettare che qualcosa non torni, dovrei vedere una serie decennale di indicatori climatici in controtendenza".

La psicologia non ci aiuta, perché il nostro cervello funziona bene su scale temporali ridotte, al massimo generazionali, mentre il clima marcia sui tempi lunghi. Anche il focus antropocentrico del dibattito sul riscaldamento globale è una buccia di banana: ci siamo abituati a pensare che i cambiamenti climatici siano tutti conseguenza delle nostre emissioni di gas serra, rimuovendo il ruolo della variabilità naturale, che la scienza non è ancora in grado di quantificare. Attribuendoci in toto il riscaldamento del globo, probabilmente, ci siamo montati la testa e ora basta poco per minare le nostre certezze. Del resto l'enfasi è un'arma a doppio taglio, attira l'attenzione ma finisce per erodere la credibilità. Ricordate "L'alba del giorno dopo"? Un sondaggio condotto all'uscita dalle sale ha rivelato che le esagerazioni cinematografiche accrescevano i dubbi degli spettatori sulla veridicità dei cambiamenti climatici. Al gioco di sovrainterpretare i dati scientifici, comunque, hanno contribuito quasi tutti. Visconti lamenta il conformismo della comunità scientifica, in cui quasi nessuno osa discostarsi dalla linea dell'Ipcc, l'agenzia Onu sui cambiamenti climatici. Il resto lo ha fatto il triangolo di ferro descritto da Roger Pielke jr, dell'università di Boulder in Colorado. I politici hanno interesse a lavarsene le mani, prendendo decisioni che diventeranno effettive solo a mandato scaduto. Gli ambientalisti alzano i toni. Gli scienziati cavalcano l'allarmismo per assicurarsi più fondi. (Anna Meldolesi, Il Riformista, 7 gennaio 2009)