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allarmi e allarmismi

La mia inchiesta sul latte non pastorizzato ha generato reazioni scomposte da parte di alcuni allevatori, che mi hanno accusato di fare terrorismo. Chi mi conosce, professionalmente o personalmente, sa che l'allarmismo non mi appartiene: io sono vegetariana, ma sulla tavola di casa mia, nonostante lo scandalo dei suini alla diossina, non è scomparsa la carne di maiale; durante l'emergenza dell'influenza aviaria non ho mai smesso di dare a mia figlia uova e pollo, e ricordo ancora bene con che sguardo di rimprovero mi guardava allora la sua tata; ai tempi della Bse avrei fatto lo stesso. La sicurezza alimentare è uno dei miei pallini, ma ho sempre puntato sui dati e sull'analisi scientifica del rischio, non certo sulle fobie o sulle tendenze culturali del momento. Ho fatto così anche per il latte non pastorizzato, solo che in questo caso tutti gli altri (o quasi) avevano preferito chiudere gli occhi (chi per fare un favore agli allevatori, chi per moda) e quindi è toccato a me mettere in evidenza i rischi del consumo senza bollitura. L'ordinanza firmata ieri dal sottosegretario alla salute Francesca Martini dimostra che avevo ragione (chi vuole saperne di più, può leggere il mio pezzo sul Riformista di oggi). Mi auguro, comunque, che quest'ordinanza venga rispettata in pieno e in tempi rapidi, sia per quanto riguarda le informazioni sui rischi dirette ai consumatori, sia per l'armonizzazione dei controlli che finora differivano da una regione all'altra. Mi auguro anche che a sinistra le lodi aprioristiche sulla filiera corta e sul ritorno ai vecchi sistemi produttivi lascino spazio ad analisi meno ideologiche. 

Un'annotazione finale. Carlo Petrini, che è considerato uno dei cantori del latte crudo, non ha commentato. In compenso ha colto l'occasione dell'allarme dei maiali alla diossina per invitare tutti a mangiare meno carne e a pagarla di più. Il giorno dopo è uscito il rapporto della Fao sulla fame nel mondo. Ma sono sicura che non si è vergognato.       

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19 Commenti

Confermo il mio apprezzamento per la sua giusta battaglia che si è conclusa positivamente. Siamo un Paese in cui è difficile discutere in modo serio dei problemi seri, dove dominano i santoni del gusto e la demagogia ed è quindi difficile farsi sentire quando si argomenta citando dati e situazioni precise.
Prendiamo ad esempio il cibo a km zero che è diventato ormai un ritornello che ci viene ripetuto in tutte le occasioni.
Nomisma, nel corso della recente presentazione dell’ XI rapporto sull’agricoltura italiana, ha diffuso alcuni dati significativi: il surplus produttivo dell’Italia rispetto ai consumi interni (misurato dal grado di autosufficienza) è pari al 167% nel caso del vino, al 110% per la frutta (ma per le mele è addirittura il 150%) e addirittura al 274% per le conserve di pomodoro. L’agroalimentare italiano dovrebbe essere contento che le esportazioni continuino ad andar forte, vista la crisi globale e che la gente consumi i nostri prodotti anche a km cinque o diecimila, ma la più importante organizzazione agricola sostiene invece che si deve consumare solo che è prodotto in loco per difendere l'ambiente. Meno male che all’estero non lo stanno a sentire e che anche in Italia, tranne qualche snob, nessuno ci creda veramente.
E’ di questi giorni la notizia che Alce Nero è il primo marchio italiano ad aver ottenuto la certificazione biologica in Cina. Alce Nero ha annunciato con orgoglio che entro la fine del 2009 entrerà con i propri prodotti ufficialmente all'interno del mercato cinese: ma… quelli di Alce Nero non sono degli ambientalisti? Come la mettiamo con i trasporti da un capo all’altro del mondo che producono CO2 ed aumentano l'effetto serra? I principi valgono fino a quando non rovinano il business?

Ovviamente è solo un caso, però....ho scritto "Alce nero" su Google news e la prima notizia che è saltata fuori viene da Singapore:


The European Commission has issued an alert to inform the Agri-Food and Veterinary Authority (AVA) that Alce Nero Organic Whole Wheat Biscuits "Frollini Con Farina Integrale Biologica" (350g) from Italy with best before date of 23.01.2009, had been tested and found to contain high peroxide value, an indication of degraded food quality which may result in rancidity, deterioration in taste and flavour. Following this announcement, AVA requires importers and retailers to recall the implicated product from the market immediately.


CONSUMER ADVISORY – RECALL OF
FROLLINI CON FARINA INTEGRALE BIOLOGICA ORGANIC WHOLE

GIGI PADOVANI LA STAMPA 11/12/2008
“Intanto per Natale a Buckingham Palace potranno consolarsi con i primi prodotti realizzati in Italia con le mezzene dei maiali inviate in Emilia dagli allevamenti in Cornovaglia. Sono stati lavorati da un abile artigiano, Massimo Spigaroli, che nel suo antico casale del Cinquecento di Polesine Parmense, a pochi chilometri da Parma, alleva le Nere Parmigiane (altra razza nobilissima) ed esercita l’arte della norcineria. Si tratta di una prima partita con 15 chilogrammi di «strolghino» italo-inglese (è un salame dolce e fresco, tradizionalmente realizzato con gli scarti di lavorazione del più nobile fiocco) e altrettanti di «cicciolata made in Cornovaglia» (a Parma se ne fa una salume cotto lavorando con gli scarti di lavorazione), già pronti per essere inviati a Londra.

La storia nasce un anno fa da una visita del presidente di Slow Food International, Carlin Petrini, nella casa di campagna di Carlo e Camilla, a pochi chilometri dalla capitale inglese. Al guru degli eco-gastronomi Carlo chiese di aiutarlo a realizzare dei salami pregiati con le amate suine dal pelo lungo, alimentate in modo biologico. Petrini arrivò ad Highgrove con Spigaroli e il veterinario cuneese Sergio Capaldo, che segue gli allevamenti di qualità della Granda. Al gran consulto sui maiali reali parteciparono anche alcuni luminari della veterinaria inglese, ma alla fine furono gli italiani a indicare la strada alla Casa Reale. Due i messaggi agli inglesi: per ottenere prosciutti buoni come quelli di Parma, dovete far maturare di più le bestie e non macellarle così giovani; e dovete imparare dagli emiliani la difficile arte della norcineria.”

Carlin Petrini a noi racconta che dobbiamo mangiare prodotti a chilometri zero e poi consiglia Carlo d’Inghilterra di mandare le sue mezzene da Londra in Emilia per la stagionatura e la lavorazione e poi dall’Emilia a Buckingham Palace per essere gustate alla tavola reale. Nel frattempo trova il modo di insegnarci cosa dobbiamo fare per combattere la fame nel mondo.

grazie delle segnalazioni, prima o poi mi torneranno utili

Articolo comparso nel sito www.piemonte.cia.it

I SALUMI ITALIANI PIACCIONO A CORTE, MA LA FAME NEL MONDO E' UN PROBLEMA MOLTO SERIO ….. --- A noi raccontano che si devono comprare cibi locali "a chilometri zero", sostenibili dal punto di vista ambientale perché non fanno consumare carburante necessario al trasporto e così si contribuisce a ridurre l'inquinamento atmosferico ed a salvare la terra dal surriscaldamento globale. Ormai ci sentiamo in colpa persino se acquistiamo un’arancia siciliana che ha percorso un migliaio di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole. Loro invece inviano le mezzene di maiale dall’Inghilterra all’Italia, dove diventano “strolghino” e “cicciolata” e poi di nuovo dall’Italia all’Inghilterra, per essere serviti sulle tavole di Buckingham Palace, ma prima di scegliere il luogo per la lavorazione e la stagionatura della carne di maiale organizzano un vertice con i luminari della veterinaria italiana ed inglese, perchè una scelta sbagliata potrebbe danneggiare gravemente i loro palati finissimi.

Loro sono i soliti noti che non molto tempo fa hanno riunito a Torino le comunità del cibo provenienti da tutto il mondo per promuovere la produzione alimentare locale e sostenibile e che ci hanno spronato ad "essere parte attiva nel superamento della vergogna planetaria della malnutrizione e della fame". Non sapevamo però che si potesse condurre la lotta contro la fame anche a colpi di “strolghino” e “cicciolata”.

La vicenda è stata raccontata da Gigi Padovani su “La Stampa” dell' 11 dicembre: “Intanto per Natale a Buckingham Palace potranno consolarsi con i primi prodotti realizzati in Italia con le mezzene dei maiali inviate in Emilia dagli allevamenti in Cornovaglia. Sono stati lavorati da un abile artigiano, Massimo Spigaroli, che nel suo antico casale del Cinquecento di Polesine Parmense, a pochi chilometri da Parma, alleva le Nere Parmigiane (altra razza nobilissima) ed esercita l’arte della norcineria. Si tratta di una prima partita con 15 chilogrammi di «strolghino» italo-inglese (è un salame dolce e fresco, tradizionalmente realizzato con gli scarti di lavorazione del più nobile fiocco) e altrettanti di «cicciolata made in Cornovaglia» (a Parma se ne fa un salume cotto lavorando con gli scarti di lavorazione), già pronti per essere inviati a Londra.

La storia nasce un anno fa da una visita del presidente di Slow Food International, Carlin Petrini, nella casa di campagna di Carlo e Camilla, a pochi chilometri dalla capitale inglese. Al guru degli eco-gastronomi Carlo chiese di aiutarlo a realizzare dei salami pregiati con le amate suine dal pelo lungo, alimentate in modo biologico. Petrini arrivò ad Highgrove con Spigaroli e il veterinario cuneese Sergio Capaldo, che segue gli allevamenti di qualità della Granda. Al gran consulto sui maiali reali parteciparono anche alcuni luminari della veterinaria inglese, ma alla fine furono gli italiani a indicare la strada alla Casa Reale. Due i messaggi agli inglesi: per ottenere prosciutti buoni come quelli di Parma, dovete far maturare di più le bestie e non macellarle così giovani; e dovete imparare dagli emiliani la difficile arte della norcineria.”

Siamo strafelici del fatto che il principe Carlo d'Inghilterra apprezzi la difficile arte della norcineria emiliana ed invii in Emilia le mezzene dei suoi maiali perchè vengano lavorate: è tutta pubblicità per l'agroalimentare italiano. Non ci indigna più di tanto che le mezzene di maiale vengano spostate di qua e di là, perchè il cibo a chilometri zero è solamente uno spot pubblicitario e siamo abituati alla gente che predica bene e razzola male, ma la fame nel mondo è un problema molto serio ed è meglio che tutti quelli che tuonano contro i politici perchè "trovano i soldi per le banche e non per gli affamati" si facciano un esame di coscienza e pensino ai soldi che loro sprecano per produrre qualche strolghino o qualche cicciolata.

LODOVICO ACTIS PERINETTO Presidente Cia Torino

Edoneb, ho letto fin dall'inizio i tuoi interventi (mi prendo la licenza di darti del tu). E mi sono trovato subito in sintonia con te, anche se non ho avuto l'occasione di esprimerlo prima (i blog sono micidiali, portano via un sacco di tempo, e durante il giorno ci sarebbe anche da lavorare).
Sono uno sfigatissimo viticoltore friulano, nessun nome, nessuna etichetta di grido, ottimi debiti, pessimi guadagni. Tuttavia tiro avanti perché c'è la passione ed un piccolo patrimonio di conoscenze da conservare, che non ha nulla da invidiare a tanta fuffa che si vede in giro. Orgoglio professionale, se vuoi. E credimi, nessuna invidia dei successi del movimento slowfoddiano. Anche se, diciamolo, seguirne l' “onda” potrebbe darmi sugose visibilità; ma non me ne frega niente.
Preferisco la coerenza concreta della straordinaria complessità di questo mestiere in cui convergono, in uno straordinario e forse inimitabile intreccio, aspetti scientifici, tecnologici, politici, etici.
E' per questo che ho da tempo visto il pensiero petriniano come una violenza non solo nei miei confronti, ma nei confronti di tutta una cultura tanto preziosa, raffinata, solida, evoluta, quanto poco visibile. Sto parlando di quel sapere e quell'esperienza che hanno saputo maturare negli anni gli agronomi, i veterinari, i biologi, e tutta quella serie di scienziati e tecnici che si sono prodigati per introdurre innovazione nell'agricoltura. Nonché di tutti quei contadini che con lungimiranza e cognizione di causa hanno voluto sempre guardare avanti per liberarsi dall'ignoranza delle abitudini del passato.
Attenzione, la mia non è una posizione che intende rifiutare pregiudizialmente la tradizione. Tuttavia voglio oppormi alla cultura del “si stava meglio quando si stava peggio”, ritenendola un atteggiamento povero e gretto.
Ti sono dunque solidale in questi tuoi confronti con l'ideologia petriniana. Bisogna farsi sentire. E come ha giustamente detto Anna Meldolesi rispondendo ad un mio post, “non bisogna mollare”.

Trovo nel sito di Slow Food:

Ogm volanti 12/12/2008 - Sloweb
Lo studio dell’Unam, coordinato dalla professoressa Alvarez-Buylla, dimostra la presenza di mais ogm in 3 campi sui 23 analizzati a Oaxaca (pari al 13% dei terreni analizzati n.d.r.) in diversi prelievi dal 2001 al 2004. Fonte : Le Monde

Luca Bernardini
l.bernardini@slowfood.it

Vado allora a leggere l’articolo di Le Monde in originale, pubblicato l’11 dicembre scorso :
“Comment, malgré le moratoire, des transgènes d'OGM ont-ils émigré au fin fond des montagnes d'Oaxaca, mais aussi dans l'Etat de Sinaloa, le plus gros producteur de maïs de consommation humaine, dans le Nord, ou à Milpa Alta, un district à la périphérie de Mexico ? On les trouve dans 1 % des terrains analysés"

La percentuale è passata dall'1% al 13%. Mi picerebbe solo capire, a parte tutte le considerazioni sulla ricerca che non sto qui a commentare, le ragioni dell'aumento della percentuale.

La percentuale del 13% è scomparsa dal sito di slow food, ma non per questo Luca Bernardini rinuncia a ricamare. A riguardo del famigerato lavoro di Chapela e Quist del 2001 il nostro scrive che "allora ci furono forti pressioni da parte dell’agroindustria, tanto che Nature dovette smentire l’articolo affermando che si trattava di un’analisi poco dettagliata". A parte il solito complottismo di Bernardini - ognuno si consola come può - va precisato che il direttore di Nature nel ritirare il lavoro non ha assolutamente affermato che si trattava di un'analisi poco dettagliata, quanto piuttosto che "le evidenze disponibili non erano sufficienti per giustificare la pubblicazione di questo lavoro". Insomma ben altra cosa. Questa conclusione la si deve soprattutto a quattro rebuttal (contestazioni motivate) inviate a Nature le quali dimostravano gravissimi errori di metodo e di interpretazione dei dati. Si tratta di errori talmente maldestri che forse non verrebbero tollerati in un corso di biologia molecolare di un qualsiasi ateneo. Bernardini come al solito ricorre all'anticipazione dell'anticipazione. Il lavoro della Alvarez-Buylla non compare neanche sul numero del 24 dicembre di Molecular Ecology e il pezzo di Le Monde è una sintesi di altri articoli già pubblicati, quindi non aggiunge niente di nuovo. Il tempismo di Bernardini non è una novità. Va ricordato che prima della pubblicazione di Chapela e Quist su Nature i valori di contaminazione del mais di Oaxaca giravano da più di un anno anche se questi dati non erano stati inviati a nessuna rivista peer-reviewed. In molti convegni di organizzazioni non governative si affermava che in 11 località negli stati di Oaxaca e Puebla la contaminazione era fra il 3 e il 13%, in altre quattro fra il 20 e il 60%. Secondo un'altra fonte era contaminato il 37% del mais. Questa campagna è durata mesi per poi sgonfiarsi come una bolla di sapone con la pubblicazione del lavoro su Nature. il Cymmit - un istituto messicano per il miglioramento del mais e del grano - ha esaminato campioni conservati nella sua banca di germoplasma senza trovare alcuna traccia di transgeni. Sugli "Ogm volanti" - come li definisce con fine fantasia Bernardini - c'è un'affermazione firmata anche dalla Alvarez-Buylla in un rapporto di saggi del CEC pubblicato nel 2004 a seguito dello scandalo sul mais: " There is no reason to expect that a transgene would have any greater or lesser effect on the genetic diversity of landraces or teosinte than other genes from similarly used modern cultivar". Alla truppa di Slow food piacciono i criollos fatti con landraces locali, e questo è comprensibile, ma omettono di dire che i criollos confezionati con il mais indigeno hanno un tale contenuto di micotossine da dare ad alcuni stati del Messico il record mondiale dei casi di neonati affetti da spina bifida. Strana filosofia questa di Slow Food, "buono, pulito, giusto"... Mah

Della stralunata saga dei geni in fuga nell'Oaxaca si occupa un mio lungo pezzo sul quaderno speciale di "darwin" dedicato agli Ogm, che è uscito proprio in questi giorni ( www.darwinweb.it). Ho sentito i maggiori specialisti internazionali di flussi genici e anche se aspetto con curiosità di vedere i dati del lavoro in uscita su Molecular Ecology, in ogni caso questa storia non sta in piedi.

edoneb.
a giudicare dai passaggi citati, non c'è alcun aumento di cui dover capire le ragioni.
nel primo caso (13%) si fa riferimento alla sola oaxaca, nel secondo anche a sinaloa e milpa alta.
si tratta semplicemente di grandezze diverse.

Per Invunche

Nell'articolo apparso su Le Monde,che mi sono letto interamente, non c'è nessun passaggio in cui si parla di mais ogm in 3 campi su 23. L'unica quantificazione è nel passaggio da ma citato (1% dei campi). Chiedevo solo spiegazioni sulla fonte di Slow Food, che non è Le Monde.

Per Anna Meldolesi

Slow Food ha detto la sua sul latte crudo. Articolo apparso sulla Styampa di oggi a firma Cinzia Scaffidi

"Pronti a imparare un'altra sigla? «Seu»: sindrome emolitico-uremica, malattia rara (rara!) che colpisce soprattutto anziani e bambini nei primi anni di vita. Ci sono stati, sembra, nove casi in Italia negli ultimi due anni, e le possibili fonti del contagio sono diverse, tra cui il latte crudo. Questo avrebbe giustificato l'ordinanza di qualche giorno fa che «obbliga» alla bollitura del latte acquistato da distributori automatici o in cascina. Però c'è anche la carne cruda (bando a salumi, tartare e carpacci?), quella poco cotta, specialmente se macinata (a quando il divieto per i fast food di servire hamburger al sangue?), i formaggi freschi prodotti con latte non pastorizzato, i vegetali crudi!
Dunque, ora c'è l'obbligo alla bollitura. Domanda: chi controlla? Se il latte del distributore non lo faccio bollire, spunterà un gendarme da dietro il mio frigo e mi farà una multa? Chi si avvicina con un bicchiere in mano a un «bancolat» è certamente intenzionato a delinquere, ma come punirlo? E allora, perché non lasciare che ognuno scelga come comportarsi? Forse perché ha conseguenze negative nelle tasche degli industriali del latte? I distributori sono un sistema economicamente corretto ed ecologicamente sostenibile di distribuire latte più nutriente e organoletticamente migliore: poi, ognuno lo beva come il suo fisico e il suo livello d'ansia gli consentono di fare.
Negli Usa una squinternata ha messo il gatto nel microonde (uccidendolo) dopo averlo lavato (perché era abituata ad asciugarlo nel forno normale, a 40 gradi: in quel paese strano, ha potuto far causa alla casa produttrice e vincerla! Ora c'è un avviso su tutti i forni a microonde che dice che non bisogna cacciarci dentro animali vivi.
Si livella verso il basso, trattando i consumatori come fossero mezzi rimbambiti. E, nel caso del latte, i piccoli produttori come potenziali assassini. Nove casi in due anni, a fronte di 12 milioni di litri di latte crudo venduti (e chissà quanta carne, e altro!) sarebbero i dati dell'allarme? Sono, piuttosto, i dati di un trionfo: consideriamo l'obbligo un consiglio, ringraziamo per l'informazione, e continuiamo a bere il latte dei distributori come ci pare (e piace!).
sostieneslowfood@slowfood.it"

Grazie Edoneb. Credo che l'articolo di Cinzia Scaffidi in rappresentanza di Slowfood si commenti da solo. 10 bambini in opsedale e lo chiamano trionfo.

In risposta al post di Edoneb:
«Trovo nel sito di Slow Food:
Ogm volanti 12/12/2008 - Sloweb
Lo studio dell’Unam, coordinato dalla professoressa Alvarez-Buylla, dimostra la presenza di mais ogm in 3 campi sui 23 analizzati a Oaxaca (pari al 13% dei terreni analizzati n.d.r.) in diversi prelievi dal 2001 al 2004. Fonte : Le Monde

Luca Bernardini
l.bernardini@slowfood.it

Vado allora a leggere l’articolo di Le Monde in originale, pubblicato l’11 dicembre scorso :
“Comment, malgré le moratoire, des transgènes d'OGM ont-ils émigré au fin fond des montagnes d'Oaxaca, mais aussi dans l'Etat de Sinaloa, le plus gros producteur de maïs de consommation humaine, dans le Nord, ou à Milpa Alta, un district à la périphérie de Mexico ? On les trouve dans 1 % des terrains analysés"
La percentuale è passata dall'1% al 13%. Mi picerebbe solo capire, a parte tutte le considerazioni sulla ricerca che non sto qui a commentare, le ragioni dell'aumento della percentuale.»


Ho guardato sul sito slowfood.it e la percentuale del 13% non c'è. Poi ho controllato sul file word registrato il 12 dicembre alle 11:11 e nemmeno lì trovo il pezzo tra parentesi: "(pari al 13% dei terreni analizzati n.d.r.)". Ciò significa che nessun mio collega è entrato nel sito per togliere quella cifra. Qualora (non so come, ma può benissimo darsi che la mia memoria faccia cilecca) abbiate letto la percentuale di questo famigerato 13%, mi scuso per l'errore, non voleva essere manipolazione tendenziosa della matematica.
Grazie

Comunque 3 campi su 23 è pari al 13%, mentre l'articolo di Le Monde citato come fonte dice che "On les trouve dans 1 % des terrains analysés".

Leggo con ritardo il post sull'articolo della Stampa di Cinzia Scaffidi(Slow Food), dove si mena il can per l'aia. L'autrice per minimizzare i dati del Ministero della salute corre il rischio di qualche vistosa cantonata: la SEU colpisce bambini e persone anziane, E. coli O157 si trova nella carne poco cotta, nei salumi e in alcune verdure, quindi non dite che ne è responsabile il latte (la conclusione è mia, ma questo sostiene l'articolo). E qui mette la testa sotto la sabbia: il Ministero parla di bambini e in considerazione del fatto che sotto i tre anni i bambini non mangiano hamburgher né salumi e tanto meno insalate va da sé che il latte è l'unico alimento che presenti un fattore di rischio. La SEU, peraltro colpisce quasi esclusivamente bambini sotto i tre anni di età come dimostrano tutte le review che si trovano nella letteratura specializzata. Hic sunt leones. Il gendarme che controlla se il latte è bollito o meno sarebbe una boutade, ma come battuta è un po' penosa. Cade nel ridicolo, chissà se ne rende conto, quando dice che 9 casi Seu sono la dimostrazione di un trionfo piuttosto che di un problema di politica sanitaria. E qui non mi tornano i conti: Slow Food non è per il rischio zero? Non è contraria agli Ogm anche se non c'è un solo caso documentato di una tossinfezione alimentare? E siccome è così allora per gli Ogm altro che di trionfo si tratterebbe.. Sloow Food ha evidentemente un concetto di sicurezza alimentare a velocità variabile, ma è possibile che l'autrice non si renda conto che dicendo queste sciocchezze si copre di ridicolo? (ovviamente non solo lei, visto che scrive in rappresentanza di un'associazione)

Provo a formulare delle domande da produttore di latte crudo nel modo piu' "composto" a me possibile :

- 10 casi di Seu in 2 anni 2007 e 2008 a fronte di una evenienza in Italia di ‘il tasso nazionale di incidenza medio annuale nel periodo 1988 - 2004 è stato di 0.27 casi per 100.000′( Enternet )

- la Asl di Rimini che smentisce il caso di SEU sul suo territorio
http://www.newsrimini.it/news/2008/dicembre/11/rimini/patologia_del_latte_crudo__l_ausl_ribadisce__nessun_bambino_colpito_in_provincia.html

- i 10 casi ( prima 40 ) sparpagliati in 10 citta’ diverse, se 10 allevatori in 10 citta' diverse distribuiscono latte crudo contaminato da Coli O 157 , non ci dovrebbe essere tra la popolazione una insorgenza maggiore ? I bambini di 3 anni non mangiano certo la tartara , ma gli anziani o immunodepressi potrebbero aver bevuto latte crudo.

non ho , chiaramente , competenza in materia , ma se qualcuno che legge ne ha , mi piacerebbe avere una risposta .

grazie

(meldolesi manca un commento che ho inviato domenica 14.
dev'esserci stato un errore, ci riprovo)

edoneb, nell'articolo di "le monde" si legge (sesto capoverso):

"Les chercheurs ont découvert des transgènes dans trois des vingt-trois champs de la sierra nord de l'Oaxaca (...)"

come dicevo ci si riferisce ad una zona precisa, compresa ma non coincidente con quella relativa all'1%.

certo c'è modo di puntualizzare su certi dettagli.
per adesso vorrei capire, piuttosto, l'ambiguo salto dal postulare prima un aumento di percentuale, poi una inesattezza nel dichiarare la fonte.

ad oggi, 14 febbraio 2010, dopo avere investito centinaia di migliaia di euro nella mia azienda zootecnica per la produzione e vendita di latte crudo, e grazie ai dubbi della signora Meldolesi sull'onestà del mio lavoro e di quello di tanti altri allevatori, prima di chiudere la mia attività, poichè le vendita di latte ai distributori non ha mai più avuto ripresa, gradirei sapere se nel frattempo sono stati rilevati altri casi di infezioni, o, se come credo, nessuno ha più fatto ricerhe, in quanto l'obiettivo è stato raggiunto.

Aggiorno i dati su richiesta di Stefania. Secondo l'ultima pubblicazione del'Iss (Consumption of
Unpasteurized Milk as a Risk Factor for Hemolytic Uremic
Syndrome in Italian Children, Scavia G. et al, CID, 48, pp. 1637-8, 2009)i casi di Seu in bambini italiani sono arrivati a 60 ma so per certo che da quella pubblicazione a oggi il numero è cresciuto e l'Iss continua a raccogliere dati. Ovviamente mi dispiace se qualche azienda si trova in difficoltà, ma la colpa è di chi ha spinto gli allevatori a investire in un business che presenta un rischio sanitario.

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