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Su Eluana e sull'eutanasia

Per favore mettiamo da parte la parola eutanasia. La usa il Vaticano, l'ha usata il Presidente del Consiglio superiore di sanità Cuccurullo, la usano Giuliano Ferrara e i suoi amici, l'hanno usata in qualche caso i radicali. C'è chi lo fa per convinzione, altri per sottolineare il proprio sgomento, altri ancora per spaventare o per esibire un'indomita franchezza. In ogni caso, io credo che sia uno sbaglio. Usarla infatti equivale a spegnere ogni possibilità di dialogo. Perché negare che esista una differenza tra l'interruzione volontaria delle terapie e l'accelerazione attiva della morte riporta il dibattito bioetico indietro di 30 anni. E perché la parola eutanasia è troppo contaminata dall'esperienza nazista per risultare utile in casi come quello di Eluana.

Oggi dovremmo discutere dei limiti che ciascuno di noi può porre ai trattamenti che vengono eseguiti sul proprio corpo, anziché resuscitare il fantasma di un'ideologia in cui era lo stato a decidere chi poteva vivere e chi doveva morire, sulla base di convincimenti aberranti sull'esistenza di vite indegne di essere vissute. "Questi echi sinistri però risuonano anche nell'attuale dibattito. Quando ci si offre di accudire Eluana al posto del padre, come se lui volesse disfarsi di un fardello anziché far rispettare le volontà della figlia. E quando si parla della sentenza della Cassazione come di una condanna a morte", nota Sandro Spinsanti, bioeticista cattolico antidogmatico, che ama definirsi "diversamente credente". La sua voce è una di quelle che vale la pena sentire quando il frastuono delle contrapposizioni è diventato assordante e si  avverte il bisogno di ritrovare un filo di senso in una matassa troppo aggrovigliata. Intendiamoci: avviare una discussione sull'eutanasia è legittimo. Si possono trovare argomentazioni convincenti per sostenere che non esistono differenze morali rilevanti tra uccidere e lasciar morire. E possiamo persino tornare a chiederci se praticare un'iniezione letale non sia più compassionevole che astenersi dalle cure, come fece nel 1975 James Rachels sfidando l'American Medical Association con un intervento che ha fatto storia. Tutto ciò è legittimo, ma è fuorviante. Perché l'eutanasia vera e propria non è nell'agenda politica e neppure in quella dei medici nel nostro paese. E perché la famiglia Englaro non ha mai fatto una richiesta del genere, chiede solo di lasciare che la morte riprenda il suo corso. Possiamo, laici e cattolici, credenti e non credenti, parlare di questo? "Lasciamo perdere le categorie. Pensare che se si è cattolici allora la morte la si vede in un modo, mentre se si è laici la si vede in un altro, è una caricatura della nostra vita morale", dice Spinsanti. Quando le scelte diventano personali, nessuna assomiglia a un'altra. Ma per far volare l'etica più in alto di quanto non accada con la logica dello scontro, basterebbe ragionare in termini di modelli di vita, scelte finali esemplari. "C'è chi si aggrappa alla vita con una determinazione assoluta, disposto a pagare qualsiasi prezzo per un minimo scampolo di sopravvivenza, e c'è chi stabilisce con chiarezza dei limiti, oltre i quali non riconosce più la vita come tale", dice Spinsanti ricordando alcune storie di pazienti particolari. "Di fianco alla scrittrice Susan Sontag che vuole vivere con disperata determinazione, affrontando trattamenti sperimentali pesanti e rifiutando quelli palliativi, abbiamo Tiziano Terzani che rifiuta un trattamento aggressivo di una recidiva, privilegiando una fase terminale della sua vita da trascorrere in una condizione contemplativa. A fronte del giurista Peter Noll che, in nome della libertà, rinuncia a consegnarsi a una routine medica che gliel'avrebbe tolta pezzo a pezzo, c'è Rosanna Benzi, che accetta di rimanere immobile in un polmone d'acciaio per trent'anni, senza perdere il gusto per la vita".

Spinsanti ricorda che un decesso su quattro in Italia è condizionato da decisioni di fine vita. Che la morte è un fatto naturale ormai umanizzato, rivestito di cultura e valori, di etica e libere decisioni. L'estensione stessa del confine tra la vita e la morte è una variabile soggettiva e sta diventando un'impresa persino identificare il momento finale, come dimostrano le recenti polemiche sulla morte cerebrale. Può suonare sconvolgente, ma prima o poi dovremo rassegnarci al fatto che i decessi non si possono annotare come nelle serie televisive ambientate in ospedale, quando il medico si toglie guanti e mascherina segnando l'ora esatta. Se la questione che angoscia tutti, oggi, è quella di come porsi sullo scomodo confine tra la vita e la morte, non è possibile trovare una risposta rassicurante che sia valida sempre e comunque. "Ed è per questo - dice Spinsanti - che allontanare le decisioni dal letto del malato, consegnandole a un tribunale o alla legge è una sconfitta per tutti".

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