babele

Archivi Ottobre 2008

Sono una dei fortunati che andrà alla cena OGM organizzata dagli scienziati di Sagri (www.salmone.org) insieme al Riformista.Scommetto che la polenta Ogm sarà buonissima, nonostante le spuntature di maiale (sono vegetariana ma farò un'eccezione).

Per l'occasione ho scritto un pezzo su Petrini, il gastronomo che si crede scienziato. Eccolo:

Carlo Petrini è un uomo abile e baciato dalla fortuna. Il suo Salone del gusto che apre i battenti il 23 ottobre si preannuncia come una specie di kermesse hollywoodiana, con tanto di diretta televisiva non-stop per quattro giorni. E' stato nominato eroe europeo del 2004 da Time magazine. Può vantare amicizie esclusive. Eppure leggendo il suo libro "Buono, pulito e giusto" (Einaudi, 2005) appare evidente che si sente incompreso.
Scrive che la gastronomia è una scienza che studia la felicità. Ma poi si tormenta parlando e straparlando di scienza, più che di felicità. Il problema, così ci sembra, è che l'inventore di Slow Food si sente uno scienziato, non un gaudente. E questo gli ha attirato qualche antipatia nel mondo dei gastronomi gaudenti senza aprirgli le porte del mondo della scienza. "Fate un test e chiedete a dieci persone di dirvi che cos'è la gastronomia", propone ai suoi lettori. "Vi parleranno di un generico buon mangiare; tireranno fuori connotazioni elitarie; alcuni parleranno di un negozio dove si vendono cibi già cucinati e altri ancora faranno riferimento al mondo della ristorazione, dei cuochi e dei libri di ricette allegati ai quotidiani. Nessuno sosterrà che è una scienza e se glielo farete notare è molto probabile che non vi prendano sul serio". Non lo hanno preso sul serio nemmeno all'università di Torino, dove la scorsa estate la proposta di chiamarlo in cattedra per chiara fama ha causato una mezza ribellione del corpo docente. A rendere l'episodio particolarmente stralunato c'è il fatto che l'idea era partita dalla facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali, anche se avrebbe dovuto insegnare sociologia. E' un po' come se i biologi o i fisici gli avessero dato la patente, ma non per insegnare biologia o fisica, certo che no, caso mai per fare il sociologo, e poi i sociologi gli avessero negato anche quella. Deve essere stato un boccone amaro non trovare una nicchia accademica pronta ad accoglierlo per qualcuno che scrive che "la gastronomia appartiene: alla botanica, alla genetica e alle altre scienze naturali; alla fisica e alla chimica; all'agricoltura, alla zootecnia e all'agronomia; all'ecologia; all'antropologia; alla sociologia; alla geopolitica; all'economia politica; al commercio; alla tecnica, all'industria e al savoir faire; alla cucina; alla fisiologia; alla medicina; all'epistemologia" (perbacco, che lista). Il buon senso suggerisce che quando si pretende di sapere un po' di tutto, si finisce col non sapere abbastanza di nulla. E di fatti Petrini dimostra di non aver avuto il minimo sentore di quanto fragili fossero le fondamenta del sistema alimentare globale mentre scriveva il suo libro. Gli inviti a spendere di più per mangiare, che Petrini rivolge ai consumatori due anni prima che parta l'ondata inflazionistica del carocibo, la dicono lunga sulla capacità di leggere il presente e il futuro della "scienza gastronomica" di Slow Food. In conclusione, se possiamo dare un consiglio a chi visiterà il Salone del gusto nei prossimi giorni è il seguente: godetevi le danze e i canti folkloristici, assaggiate, brindate, liberate la curiosità, ma toglietevi dalla testa che questo abbia qualcosa a che vedere con la salvezza del mondo. E se vi affacciate alla sala delle conferenze peggio per voi, vuol dire che sentirete la biologia spiegata dagli amici di Mario Capanna. Quanto a Petrini, forse farebbe meglio a godersi il suo successo lasciando in pace la scienza (dal Riformista del 20 ottobre).

Negli ultimi decenni la genetica ci ha abituato a dire che le razze non esistono. Ma per la psicologia le cose stanno ben diversamente: se c'è una cosa di cui ci accorgiamo subito e facilmente quando vediamo qualcuno sono le caratteristiche di fisionomia e pigmentazione legate alle categorie razziali. Saranno anche geneticamente ininfluenti, anzi ingannevoli, perché sotto decorazioni diverse possono nascondersi torte con lo stesso ripieno. Ma per la nostra corteccia cerebrale questi tratti somatici sono dannatamente vistosi. In media impieghiamo meno di 100 millisecondi per registrare la razza di una persona osservando la sua faccia. Dall'età di 10 anni iniziamo a interiorizzare i tabù sociali e a glissare sull'argomento nelle conversazioni , magari ricorrendo a complicati giri di parole per evitare riferimenti diretti alle origini etnico-geografiche delle persone. Insomma sembriamo programmati per notare le differenze razziali ma la maggior parte di noi si vergogna ad ammetterlo. E ora sono in tanti a chiedersi come influirà questo intreccio di istinti e imbarazzi sulle elezioni americane, compresa la rivista scientifica Science. Quanti elettori che dichiarano di essere pronti a votare il candidato democratico lo faranno davvero? E' possibile che le persone più imbarazzate dalla questione razziale si stiano tenendo alla larga dai sondaggi?
Molti lo chiamano "effetto Bradley" , in riferimento all'afroamericano che nel 1982 ha perso la poltrona di governatore della California pur risultando vincente nei poll. Ed è tornato a manifestarsi nel 1989, quando l'afroamericano Douglas Wilder ce l'ha fatta per un pelo a diventare governatore della Virginia, pur avendo un vantaggio teorico del 15%. Qualcuno ha creduto di riconoscere l'effetto Bradley anche nella rimonta della Clinton durante le primarie del New Hampshire. Ma nessuno sa cosa aspettarsi per il 4 novembre. Daniel Hopkins di Harvard ha esaminato tutte le elezioni che hanno visto impegnato un aspirante governatore o senatore afroamericano, trovando indizi favorevoli a Obama. Prima del 1996 i candidati neri, una volta arrivati alle urne, vedevano scomparire il 2-3% dei consensi previsti dai sondaggi. Ma dopo questa data l'effetto Bradley è difficile da rintracciare. L'America dunque è pronta per il primo presidente di colore? Non c'è da scommetterci, secondo il modello pubblicato questo mese sulla rivista PS: Political Science and Politics. Lo ha sviluppato Michael Lewis-Beck della University of Iowa combinando poll, dati economici e percezione pubblica della Casa bianca. La sua previsione? Obama si aggiudicherà il 50,1% dei voti popolari, un risultato ben al di sotto delle aspettative di questi giorni. Se si fa correre il modello senza tenere conto della razza il democratico balza al 56%, ma se si inserisce anche questo fattore il consenso crolla di 6 punti.
Nel 2007 quando Brian McCabe e Jennifer Heerwig della New York University hanno chiesto al loro campione chi fosse pronto a votare un afroamericano come presidente, l'84% ha risposto positivamente, ma l'analisi statistica ha consentito di smascherare un 14% di "bugiardi" in buona parte democratici. Le virgolette sono d'obbligo, perché secondo le ultime conoscenze acquisite nel campo della psicologia gran parte delle nostre attività mentali avvengono a nostra insaputa. Molti di quelli che si dicono indecisi, credono di esserlo ma non lo sono affatto. E quando i sondaggisti ci chiedono perché preferiamo un candidato anziché l'altro tendiamo a inventare delle risposte logiche per giustificare una scelta che in realtà si è consumata sul piano dell'istinto. Il che dovrebbe renderci particolarmente cauti anche nelle analisi successive al 4 novembre, quando cercheremo di spiegare perché dopo tutto ce l'ha fatta McCain o in che modo Obama è riuscito a sconfiggere pregiudizi che rappresentano una delle parti meno nobili del nostro bagaglio evolutivo. (Anna Meldolesi, dal Riformista di ieri 13 ottobre)

Onore al tedesco Harald zur Hausen per aver scoperto il papilloma virus (Hpv), che causa oltre il 5% di tutti i tumori nel mondo (soprattutto alla cervice) e si annida in oltre la metà di noi. E onore ai francesi Luc Montagnier e Francoise Barré-Sinoussi, per aver scovato il virus Hiv. Il Nobel per la medicina che ieri è stato assegnato ai tre europei è ampiamente meritato. Ma che fine ha fatto l'americano Robert Gallo, che ci eravamo abituati a citare in coppia con il francese? Che direbbe oggi Reagan? Nel 1987 il presidente degli Stati Uniti si era incontrato con Chirac per sancire un'equa divisione dei meriti della scoperta (e dei profitti derivanti dai test per l'Hiv). Stoccolma ha voluto riscrivere un pezzo di storia?   

Anche quest'anno gli amanti delle polemiche sui Nobel hanno di che divertirsi. Non tanto per la scelta di zur Hausen, che è resa quanto mai tempestiva dalla prima campagna di vaccinazione contro il papilloma lanciata quest'anno anche in Italia. Nel mondo cattolico l'idea di immunizzare ragazze e ragazzine contro una malattia sessualmente trasmissibile ha toccato qualche nervo scoperto. Ma siamo fiduciosi che sulla scoperta dell'Hpv nessuno avrà da ridire.

L'altra metà del premio, quella relativa all'Hiv, invece arriva con 25 anni di ritardo e l'assenza di Gallo è destinata a riaccendere il dibattito nella comunità scientifica. Gallisti contro Montagnieriani. Abbiamo provato a fare un test con uno storico (Gilberto Corbellini) e uno dei ricercatori del settore più quotati (Mario Clerici, detto Mago). Il primo condivide l'esclusione di Gallo: "E' stata riaffermata la verità storica". Il secondo (più noto all'estero che in patria, come accade spesso ai migliori) se ne dispiace: "Dovendo scegliere, avrei premiato l'americano". A rendere difficile il giudizio c'è una storia complicata fatta di campioni scambiati e contaminati, con un'aggravante: a suo tempo la parte americana ha bruciato i francesi con un annuncio a sorpresa, tradendo la promessa di tenere una conferenza stampa congiunta. Ma dovendo prendere posizione, possiamo cavarcela così: se per decidere il vincitore è il fotofinish che conta, gli allori spettano a Montagnier che è arrivato per primo alla scoperta, anche se è stato Gallo a darle un significato. Se il Nobel onorasse il merito complessivo, anziché un evento puntiforme, allora Gallo sarebbe il vincitore morale. Per amore della cronaca l'americano ha dimostrato eleganza nei primi commenti a caldo, scegliendo l'aggettivo "disappointed" per descrivere il proprio stato d'animo, ma rimarcando i meriti di Montagnier e Sinoussi. Già, Sinoussi. Il fatto che sia stata premiata è un segno dei tempi. Non si onora più soltanto il direttore del laboratorio dove la scoperta è avvenuta, ma anche il ricercatore, spesso giovane, che ha eseguito gli esperimenti con le proprie mani. Ovviamente è un bene, in questo mondo di baroni. Anche se dopo quel gran giorno del 1983, in cui si accorse che c'era uno strano virus nella biopsia di un giovane omosessuale malato di linfoadenopatia, Sinoussi non ha più messo a segno grandi colpi. Il capolavoro della sua vita, probabilmente, l'ha fatto con l'aiuto della fortuna, che pesa nella scienza proprio come nella vita.

L'importanza di questo premio alla ricerca sull'Aids, comunque, travalica i distinguo e le polemiche. Perché a differenza di quanto è accaduto per il papilloma, per l'Hiv aspettiamo ancora un vaccino e servono stimoli per continuare il lavoro. La sua assegnazione, oltretutto, è un ko per quel manipolo di negazionisti che diffondono teorie cospirazioniste e vorrebbero sostituire i farmaci antiretrovirali con inutili intrugli vegetali. Nel 2004 il comitato per l'assegnazione del premio per la pace ha commesso la leggerezza di scegliere una di loro, l'ecologista kenyota Wangari Maathai. E quello sì che è stato un Nobel da dimenticare. (Anna Meldolesi, dal Riformista di oggi)