Tutti hanno qualche scheletro nell'armadio. Io ho usato il fogliettone del Riformista di oggi per fare outing ( confessione.pdf ).
Archivi Giugno 2008
Il mondo ha fame. Il carocibo rischia di azzerare i progressi degli ultimi sette anni in termini di sviluppo economico, condannando 100 milioni di persone alla povertà. Ma c'è chi, pur di continuare a coltivare il proprio orticello, prende a schiaffi il buonsenso. Chiede decrescita, anziché sviluppo. Afferma che invece di aumentare la produzione agricola, dobbiamo coltivare il pianeta a biologico. Teorizza che anziché modernizzare l'agricoltura africana, dobbiamo rallegrarci che continuino a coltivare semi a bassa resa, regalando gran parte del raccolto ai parassiti e rompendosi la schiena per estirpare manualmente le erbacce. Sostiene che invece di aprire il mercato dei paesi ricchi alle esportazioni dei paesi poveri, dovremmo mangiare solo prodotti locali. Sono i Carlo Petrini, le Vandana Shiva, i Serge Latouche. E fino al 20 giugno è possibile ascoltare le loro cronache da un mondo che non esiste a Modena, in occasione del congresso internazionale sul biologico, con il sostegno del Ministero dell'agricoltura e delle regioni Emilia Romagna e Toscana.
La manifestazione, per il momento, appare un po' sotto tono. Merito, forse, della scomparsa dei verdi, che toglie potere alla lobby del biologico. Merito anche del summit della Fao, che si è chiuso con vaghe dichiarazioni d'intenti, ma almeno ha portato sulle prime pagine dei giornali quel miliardo o quasi di persone che ogni sera va a dormire senza ben sapere cosa mangerà l'indomani. Probabilmente è anche per questo che a Modena non sono ancora accorsi i leader politici in cerca di buona stampa a buon mercato. Meno male: vederli sfilare all'ultima kermesse di Petrini come i re magi davanti alla grotta è stato uno dei momenti più imbarazzanti della passata legislatura. Un po' come scoprire che l'inventore di Slow Food era entrato nel comitato di saggi del Pd, poco dopo che Petrini aveva dichiarato: il mio maestro spirituale è Carlo d'Inghilterra. Brutti ricordi. Anche se la folla plaudente non è più la stessa di un tempo, comunque, il circo non ha sospeso il tour e Petrini continua a diffondere il verbo sulle colonne di Repubblica. Due giorni fa, per salutare l'avvio del congresso di Modena che lo vede tra i mattatori, scriveva: "Rimane il fatto che di fronte a coloro che propongono come soluzione alle crisi alimentari un aumento di produzione mondiale con le tecniche industriali [...], per contro esistono al mondo milioni di contadini che praticano il biologico, per non parlare di tutti quelli che, soprattutto nel Sud del mondo, lo fanno da sempre per tradizione, senza essere mai stati certificati come tali". Per tradizione? O per mancanza di alternative? Petrini è contento che non abbiano sementi ad alta resa, pesticidi, fertilizzanti, ma loro? Quante calorie assumono ogni giorno, quanti anni vivono in media, quante speranze hanno di rompere il cerchio della povertà?
Torna alla mente un saggio pubblicato da Ronald Herring su Critical Asian Studies. L'economista politico spiega come mai questa coalizione di ambientalisti, venditori di nostalgia, protezionisti e no-global continua a raccontare un mondo che non esiste, pretendendo di rappresentare dei contadini che non esistono. E racconta che questo fenomeno ha assunto proporzioni assurde in India. Forse anche Petrini dovrebbe leggerlo, visto che quest'anno ha visitato la patria di Vandana Shiva in sua compagnia e il novembre scorso l'ha nominata vicepresidente di Slow Food. Da oltre un decennio l'attivista indiana - che troppi si ostinano a chiamare "scienziata" - ci racconta la disperazione dei contadini del suo paese, vittime della biopirateria e della tecnoscienza, strangolati dal monopolio della Monsanto, gettati sul lastrico dal fallimento dei semi terminator e infine costretti al suicidio. Ma durante tutto questo tempo i contadini indiani hanno continuato a smentirla, mettendo in atto il più grande esperimento di "anarco-capitalismo rurale" della storia. Hanno iniziato a passarsi le sementi di cotone Bt (geneticamente modificato) quando il governo non ne aveva ancora autorizzato la vendita, ne hanno piratato i tratti genetici per trasferirli nelle varietà locali, ne hanno coltivato quantità crescenti senza versare mezza royalty alla multinazionale di St. Louis. E ci hanno guadagnato sia in rupie che in salute. Shiva ha continuato a organizzare bija yatra (marce dei semi), scrivere pamphlet sul saccheggio delle conoscenze indigene e girare il mondo denunciando i "semi del suicidio, della schiavitù, della disperazione". Ma intanto nel Gujarat contadini assai più smaliziati e intraprendenti di quanto lei e Petrini vogliano farci credere partecipavano a una gigantesca operazione di miglioramento genetico partecipativo. Il punto debole dei cantori dell'arcadia rurale è proprio questo: inneggiano alla sapienza degli agricoltori ma li considerano incapaci di scegliere cosa piantare. Oggi in India quasi 4 milioni di agricoltori coltivano ufficialmente cotone Bt, e sono molti di più coloro che usano sementi piratate. Per il terzo anno di fila il paese ha registrato il più alto incremento del mondo per la superficie agricola biotech. Il cotone Bt ha aumentato le rese, ridotto le applicazioni di pesticidi, aumentato i guadagni, trasformando l'India in un esportatore netto. Chi andrà al convegno di Modena, però, si sentirà dire che è ora di estendere anche alle fibre tessili la filosofia del biologico, indossando tutti T-shirt Ogm-free. Lo facciano pure se credono, ma non parlino a nome di chi in India il cotone lo coltiva davvero. (Anna Meldolesi, sul Riformista di oggi)
L'agghiacciante storia del Santa Rita di Milano mi ha colto in ospedale. La mia bambina è stata ricoverata per un rotavirus, e io ovviamente l'ho seguita. Il Bambin Gesù è un ottimo ospedale, altrimenti non ce l'avrei portata, ma la rigidità di alcune regole mi ha lasciato di stucco. Ad esempio quando un uomo in divisa è piombato in camera per controllare che non ci fossero parenti rimasti oltre l'orario di visita, con modi che sarebbero stati più adatti per un blitz di polizia. E poi c'è il problema dei pasti, che vengono forniti soltanto ai bambini e non alle mamme ricoverate con loro. Se un bambino non può accompagnare la mamma in mensa, quest'ultima non può lasciarlo solo e in stanza non c'è un frigorifero, ogni pasto diventa un'acrobazia. Nel corridoio ho incontrato un'altra madre, solo che lei aveva il pancione e la mascherina per non contrarre infezioni che mettessero a rischio la gravidanza. Mi è giunta voce che anche lei avesse provato a farsi dare qualcosa per colazione, sentendosi rispondere che i pasti sono previsti solo per i bambini, come se quel pancione fosse diventato invisibile. Eppure sulle pareti dell'ospedale stava scritto in bella vista che i bambini sono sacri sin dal concepimento. Sacri sì, ma non per la burocrazia.
Il vertice della Fao si è chiuso con un bilancio che potrei definire deludente se avessi mai creduto nel lieto fine. Del resto il farm bill americano era stato un segnale forte e chiaro sulla reale disponibilità dei paesi ricchi a rivedere le proprie politiche protezionistiche. Leggo oggi sul Corriere che Berlusconi ha aperto agli Ogm, peccato che l'avesse già fatto in occasione dell'ultimo grande summit, quello del 2002. Poi però Alemanno fece il bello e il cattivo tempo. Stavolta andrà diversamente?
Il prevedibile fallimento del vertice mi ha spinto a scrivere un pezzo eterodosso sul Riformista. E' una provocazione, ma neanche tanto. Sostiene che dalle macerie del summit sulla fame emerge un eroe imprevedibile: Bill Gates (Bill Gates e Fao).
Qualche giorno fa Jacques Diouf ha identificato nel disinteresse della comunità internazionale la principale causa dell'emergenza alimentare globale. "Tutti sapevano e nessuno ha voluto fare nulla". Almeno in questo il direttore generale della Fao ha ragione: anche se la siccità australiana e le manovre speculative hanno peggiorato le cose, i contraccolpi dei sussidi ai biocarburanti erano prevedibili, l'aumento dei consumi nei paesi emergenti era un fenomeno ampiamente studiato, così come è risaputo che ostacolando la ricerca la produttività agricola non può tenere il passo. C'è una cosa però che Diouf ha dimenticato di dire e probabilmente non dirà neppure nel corso della conferenza che si apre oggi a Roma: nemmeno la Fao ha fatto ciò che avrebbe dovuto per prevenire la crisi.
Nell'ultimo grande summit, quello del 2002, è stato solennemente ribadito l'impegno di dimezzare il numero degli affamati entro il 2015, ma ora ci ritroviamo con una nuova emergenza che si è sommata alla vecchia. Mentre il carocibo ingrossa l'esercito dei nuovi poveri svuotando le dispense delle popolazioni urbane, la fame continua a uccidere i più miserabili, quelli che non comprano i prodotti quotati sui mercati internazionali. Robert Paarlberg - autore di "Starved for Science: How Biotechnology Is Being Kept Out of Africa (Harvard University Press, 2008) - ha spiegato che gli agricoltori africani oggi producono, su base procapite, il 19% in meno rispetto al 1970 e questo accade in quasi tutta l'Africa sub sahariana, "anche nei paesi che coltivano food crop più che cash crop, anche in quelli che non sono dilaniati da conflitti interni, quelli con governi eletti e bassa inflazione, persino nei paesi in cui i tassi di Hiv sono modesti, quelli che hanno accesso ai mercati internazionali, quelli che ricevono generosi aiuti dall'estero". La produzione è disperatamente ferma, perché qui non sono arrivati i progressi tecnologici: non ci sono sementi migliorate, fertilizzanti chimici, corrente elettrica, irrigazione. Lavorando in queste condizioni i coltivatori africani (in gran parte donne e bambini) guadagnano circa un dollaro al giorno e per un terzo sono denutriti. Oltre a cercare di frenare l'impennata dei prezzi, dunque, bisogna puntare sulla modernizzazione dell'agricoltura locale.
Diouf lamenta che i suoi appelli per aumentare gli investimenti in campo agricolo sono rimasti inascoltati. Ma con uno staff di oltre 3.000 persone e un budget di oltre 400 milioni di dollari l'anno avrebbe potuto fare di più, cominciando con il tenere dritta la barra del timone. Troppo spesso l'organizzazione che il senegalese dirige dal 1993 è apparsa più preoccupata di non farsi nemici che di favorire l'adozione di politiche efficaci. Qualche esempio? La conferenza internazionale del 2007 sull'agricoltura organica, il cui messaggio è stato così ambiguo da far scrivere alla stampa che "il biologico può produrre abbastanza cibo per tutti". Per rimediare all'equivoco la Fao ha diffuso un comunicato con un titolo imbarazzante. La prima riga a grandi caratteri recitava "L'agricoltura organica può contribuire a combattere la fame", la seconda aggiungeva in piccoli caratteri "ma i fertilizzanti chimici sono necessari per nutrire il mondo". Lo stesso vale per le moderne biotecnologie, di cui la Fao ha riconosciuto l'utilità pubblicando un rapporto ad hoc nel 2004, salvo poi inscenare il solito balletto di fronte alle immancabili proteste. "Non abbiamo bisogno degli Ogm ora - è il leitmotiv di Diouf - ma potremmo averne bisogno in futuro". Mai una volta che abbia spiegato che continuando ad osteggiare le biotecnologie oggi, non avremmo trovato questi prodotti pronti per l'uso domani, quando ce ne sarebbe stato più bisogno.
Quando autorevolezza e risorse economiche sono in calo, le istituzioni diventano ricattabili. Probabilmente è anche per questo che la Fao non ha tenuto testa alle lobby più rumorose, quelle che pretendono di rappresentare gli interessi dell'ambiente e dei poveri propagandando ricette fuori dal tempo. Lo stato di crisi dell'organizzazione è stato certificato lo scorso settembre da una valutazione esterna indipendente. Nel rapporto si legge che la sua burocrazia è "pesante e costosa", che ha difficoltà a "identificare le vere priorità", che per cultura "rifugge dai rischi", che senza una riforma radicale "il suo declino sarà irreversibile". E queste non sono le parole di un rivale politico, come il presidente del Senegal Abdoulaye Wade che un mese fa ha attaccato Diouf invocando la chiusura della Fao. Si tratta dell'analisi eseguita da un gruppo di valutatori che per 18 mesi hanno visitato gli uffici, interrogato i dipendenti, studiato le carte, sotto la supervisione di un comitato della stessa Fao. Se Diouf ha accettato di sottoporre la sua organizzazione al giudizio, per la prima volta dopo sessant'anni dalla creazione, probabilmente è perché dal 1994 al 2005 le risorse finanziarie erano calate del 31% in termini reali e per cercare di invertire il trend non restava altro che giocare la carta della trasparenza e della buona volontà. Per voltare pagina, insomma, non basteranno le belle promesse di un summit. Ci vorrà un'agenda chiara, che preveda oltre agli interventi di emergenza anche strategie di lungo periodo e una riforma del sistema di governance globale in campo agricolo e alimentare, come auspicato dal direttore dell'International Food Policy Research Institute Joachim von Braun. E soprattutto ci vorrà il coraggio di mettere questa agenda in pratica. (sul Riformista di oggi)

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