Oggi poche riviste uscirebbero con la copertina scelta da Time magazine l'8 aprile del 1966, con sfondo nero e scritta rossa: Is God Dead? Ma il sospetto che le religioni non se la passino tanto bene aleggia ancora e non soltanto nei circoli dell'orgoglio ateo. La stessa domanda, dunque, continua ad essere variamente riformulata: la scienza ha reso Dio obsoleto? O almeno ha reso obsoleta la fede in Dio?
La Templeton Foundation lo ha chiesto a 13 pensatori sia atei che credenti, di cui la maggior parte scienziati, dallo psicologo sperimentale Steven Pinker al Nobel della fisica William Phillips. E il campionario di risposte raccolte - qualche sì e molti no con tanti distinguo - è un buon termometro dello stato del dibattito. Il punto di partenza, ineludibile per tutti, è che l'avanzamento delle conoscenze scientifiche sta erodendo gli spazi della religione. La biologia evoluzionistica, le neuroscienze, la fisica, la cosmologia offrono risposte sempre più articolate agli interrogativi sulle origini nostre e dell'universo. Certamente più convincenti delle risposte fornite dalle religioni. C'è ancora posto per Dio nell'universo di Einstein e Dirac, Darwin ed Edelman? In un certo senso sì, perché abbiamo un cervello cablato dall'evoluzione per ospitare pensieri religiosi. Per questo lo scettico di professione Michael Shermer, il neurologo Robert Sapolsky e lo scrittore Christopher Hitchens ritengono che la religione possa sopravvivere alla morte di Dio. La psicologia delle credenze ha poco a che fare con la realtà dei fenomeni, la religione regala sensazioni gratificanti e noi siamo soltanto degli insicuri primati. Ma altri, almeno all'apparenza, sono convinti che anche Dio in senso stretto (ovvero la plausibilità della sua esistenza) possa essere salvato dall'assedio delle conoscenze scientifiche. A patto di riconoscergli un'identità riveduta e corretta, liberandolo dagli abiti ormai consumati di creatore e reggente del mondo. A tracciarne un nuovo, impertinente identikit ci prova il fisico pakistano Pervez Amirali Hoodbhoy. Il suo è un Dio scientifico, che conosce la microbiologia perciò non cura i lebbrosi con le abluzioni ed è più attento alle equazioni della fluidodinamica che ai rituali propiziatori per la pioggia. Niente miracoli, insomma, tutt'al più potrebbe stupirci con l'effetto farfalla della teoria del caos. E addio al mito dell'omniscienza, perché l'imprevedibilità è il cuore della meccanica quantistica. Dopotutto Dio ha assunto volti diversi nel corso dei secoli: smarter humans go for smarter Gods. Ma reinventarlo non significa forse ammettere che lo abbiamo inventato? Si tratta di un'impresa ardua, riconosceStuart Kauffman, ma far scendere Dio dalla sfera sovrannaturale a quella naturale servirebbe ad arginare i fondamentalismi conservando uno spazio per la spiritualità. Il teorico della complessità, comunque, chiede anche alla scienza uno sforzo di reinvenzione parallela che la liberi dai lacci del riduzionismo. E qui i dubbi aumentano: non sarà che invece di sanare il conflitto tra scienza e religione, costruiremmo una sorta di paganesimo pseudoscientifico?
La Templeton Foundation, creata nel 1987 da un mago della finanza, naviga per missione in queste acque turbolente. Il novantacinquenne Sir John Templeton, che ha rinunciato alla cittadinanza americana per ragioni fiscali, è presbiteriano e si autodefinisce un cristiano entusiasta. Ma se vent'anni fa ha creato la sua fondazione è perché credeva che la religione, per sopravvivere, avesse bisogno di aprirsi alla scienza. Oggi ha una dotazione che supera il miliardo di dollari, assegna ogni anno un premio economicamente superiore al Nobel e ha distribuito 249 milioni di dollari in assegni di ricerca internazionali. In parte si è trattato di soldi ben spesi, ma la missione originaria appare ancora una scommessa. Non è un caso che tra gli scienziati interpellati, quelli credenti adottino la soluzione più classica per la pacifica convivenza di scienza e religione. Il biologo Kenneth Miller, il fisico William Phillips e il medico Jerome Groopman ribadiscono la separazione dei due magisteri. In questo modo né l'evoluzione né il big bang possono cacciare un Dio che è trascendente e rende possibile la scienza anziché esserne minacciato. Nei loro interventi si percepiscono alcune note suonate anche dal cardinale Cristoph Schonborn, che cita Giovanni Paolo II. La natura che conosciamo grazie alla scienza moderna è complessa, elegante, intellegibile, dunque pensare che sia frutto del caso sarebbe "un'abdicazione dell'intelligenza umana". Ma la consonanza di idee è limitata perché Miller è noto per la sua battaglia contro l'Intelligent Design, a cui invece Schönborn ha strizzato l'occhio. E sia Groopman che Phillips mostrano un'inclinazione al pluralismo di cui spesso in Vaticano si sente la mancanza. E poi il nostro universo è davvero così bello, ordinato, racchiuso nella perfezione di poche equazioni matematiche che rivelano la mano di Dio? Tocca all'astrofisico Victor Stenger ricordarci che solo lo 0,1% della materia, quella contenuta nella parte visibile delle galassie, ha una qualche struttura significativa. Il cosmo, dunque, è dominato dal disordine. Quanto alla bellezza della lotta per la sopravvivenza, questa contraddizione da sola basta a far vacillare la fede più salda. Ma chissà che non abbia ragione Michele Luzzatto con la sua Preghiera darwiniana (Raffaello Cortina Editore, 2008): se esiste, Dio potrebbe compiacersi dell'audacia dei suoi figli che non hanno paura a guardare in faccia le contraddizioni, sfidarlo e chiedergli di cambiare.

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