babele

Archivi Maggio 2008

Oggi poche riviste uscirebbero con la copertina scelta da Time magazine l'8 aprile del 1966, con sfondo nero e scritta rossa: Is God Dead? Ma il sospetto che le religioni non se la passino tanto bene aleggia ancora e non soltanto nei circoli dell'orgoglio ateo. La stessa domanda, dunque, continua ad essere variamente riformulata: la scienza ha reso Dio obsoleto? O almeno ha reso obsoleta la fede in Dio?

La Templeton Foundation lo ha chiesto a 13 pensatori sia atei che credenti, di cui la maggior parte scienziati, dallo psicologo sperimentale Steven Pinker al Nobel della fisica William Phillips. E il campionario di risposte raccolte - qualche sì e molti no con tanti distinguo - è un buon termometro dello stato del dibattito. Il punto di partenza, ineludibile per tutti, è che l'avanzamento delle conoscenze scientifiche sta erodendo gli spazi della religione. La biologia evoluzionistica, le neuroscienze, la fisica, la cosmologia offrono risposte sempre più articolate agli interrogativi sulle origini nostre e dell'universo. Certamente più convincenti delle risposte fornite dalle religioni. C'è ancora posto per Dio nell'universo di Einstein e Dirac, Darwin ed Edelman? In un certo senso sì, perché abbiamo un cervello cablato dall'evoluzione per ospitare pensieri religiosi. Per questo lo scettico di professione Michael Shermer, il neurologo Robert Sapolsky e lo scrittore Christopher Hitchens ritengono che la religione possa sopravvivere alla morte di Dio. La psicologia delle credenze ha poco a che fare con la realtà dei fenomeni, la religione regala sensazioni gratificanti e noi siamo soltanto degli insicuri primati. Ma altri, almeno all'apparenza, sono convinti che anche Dio in senso stretto (ovvero la plausibilità della sua esistenza) possa essere salvato dall'assedio delle conoscenze scientifiche. A patto di riconoscergli un'identità riveduta e corretta, liberandolo dagli abiti ormai consumati di creatore e reggente del mondo. A tracciarne un nuovo, impertinente identikit ci prova il fisico pakistano Pervez Amirali Hoodbhoy. Il suo è un Dio scientifico, che conosce la microbiologia perciò non cura i lebbrosi con le abluzioni ed è più attento alle equazioni della fluidodinamica che ai rituali propiziatori per la pioggia. Niente miracoli, insomma, tutt'al più potrebbe stupirci con l'effetto farfalla della teoria del caos. E addio al mito dell'omniscienza, perché l'imprevedibilità è il cuore della meccanica quantistica. Dopotutto Dio ha assunto volti diversi nel corso dei secoli: smarter humans go for smarter Gods. Ma reinventarlo non significa forse ammettere che lo abbiamo inventato? Si tratta di un'impresa ardua, riconosceStuart Kauffman, ma far scendere Dio dalla sfera sovrannaturale a quella naturale servirebbe ad arginare i fondamentalismi conservando uno spazio per la spiritualità. Il teorico della complessità, comunque, chiede anche alla scienza uno sforzo di reinvenzione parallela che la liberi dai lacci del riduzionismo. E qui i dubbi aumentano: non sarà che invece di sanare il conflitto tra scienza e religione, costruiremmo una sorta di paganesimo pseudoscientifico?

La Templeton Foundation, creata nel 1987 da un mago della finanza, naviga per missione in queste acque turbolente. Il novantacinquenne Sir John Templeton, che ha rinunciato alla cittadinanza americana per ragioni fiscali, è presbiteriano e si autodefinisce un cristiano entusiasta. Ma se vent'anni fa ha creato la sua fondazione è perché credeva che la religione, per sopravvivere, avesse bisogno di aprirsi alla scienza. Oggi ha una dotazione che supera il miliardo di dollari, assegna ogni anno un premio economicamente superiore al Nobel e ha distribuito 249 milioni di dollari in assegni di ricerca internazionali. In parte si è trattato di soldi ben spesi, ma la missione originaria appare ancora una scommessa. Non è un caso che tra gli scienziati interpellati, quelli credenti adottino la soluzione più classica per la pacifica convivenza di scienza e religione. Il biologo Kenneth Miller, il fisico William Phillips e il medico Jerome Groopman ribadiscono la separazione dei due magisteri. In questo modo né l'evoluzione né il big bang possono cacciare un Dio che è trascendente e rende possibile la scienza anziché esserne minacciato. Nei loro interventi si percepiscono alcune note suonate anche dal cardinale Cristoph Schonborn, che cita Giovanni Paolo II. La natura che conosciamo grazie alla scienza moderna è complessa, elegante, intellegibile, dunque pensare che sia frutto del caso sarebbe "un'abdicazione dell'intelligenza umana". Ma la consonanza di idee è limitata perché Miller è noto per la sua battaglia contro l'Intelligent Design, a cui invece Schönborn ha strizzato l'occhio. E sia Groopman che Phillips mostrano un'inclinazione al pluralismo di cui spesso in Vaticano si sente la mancanza. E poi il nostro universo è davvero così bello, ordinato, racchiuso nella perfezione di poche equazioni matematiche che rivelano la mano di Dio? Tocca all'astrofisico Victor Stenger ricordarci che solo lo 0,1% della materia, quella contenuta nella parte visibile delle galassie, ha una qualche struttura significativa. Il cosmo, dunque, è dominato dal disordine. Quanto alla bellezza della lotta per la sopravvivenza, questa contraddizione da sola basta a far vacillare la fede più salda. Ma chissà che non abbia ragione Michele Luzzatto con la sua Preghiera darwiniana (Raffaello Cortina Editore, 2008): se esiste, Dio potrebbe compiacersi dell'audacia dei suoi figli che non hanno paura a guardare in faccia le contraddizioni, sfidarlo e chiedergli di cambiare.

 

A quanto pare dobbiamo rassegnarci a vedere scritto sul Corriere che il darwinismo è defunto. Piattelli Palmarini, infatti, oggi torna ad insistere dopo la replica di Giorgio Bertorelle (la controreplica potete leggerla qui Palmarini 23 maggio.pdf).

In fondo ci siamo abituati a leggere - prima sulla Stampa e poi su Repubblica - che Dolly è stata una bufala (Vittorio Sgaramella si rifiuta di ammettere che i ricercatori del Roslin hanno davvero clonato la celebre pecora). Oppure no?

C'è chi sostiene che la cosa migliore da fare, quando qualcuno cerca deliberatamente di alzare un polverone sul nulla, sia quella di ignorarlo. Ma non sono affatto sicura che sia sempre vero.

 

Le tesi di Carlo Petrini, giustamente criticate da Roberto Gualtieri, sono talmente deboli che faccio fatica a scegliere da dove cominciare per commentarle. E' vero, come sostiene Petrini, che nei paesi in via di sviluppo è stata trascurata l'agricoltura locale. Il problema è che la sua ricetta lascerebbe queste popolazioni in condizioni peggiori. Le aree rurali del sud del mondo per potersi sviluppare hanno bisogno di infrastrutture e innovazione (il che comprende anche sementi geneticamente migliorate, ma non solo queste). Non si capisce davvero come in un mondo che evolve continuamente (cambia il clima, cambiano i parassiti e i patogeni, cambiano gli standard alimentari) l'agricoltura dovrebbe restare ferma ai tempi del neolitico. L'argomento per cui gli Ogm si riducono al solo mais è assurdo: oltre alle commodities transgeniche attualmente in commercio (principalmente mais, soia, colza, cotone) ce ne sono molte altre pronte per la commercializzazione tra cui grano e riso. La ragione per cui sono in stand-by è l'ostruzionismo politico di alcuni paesi europei dovuto a una nefasta alleanza tra protezionismo, pseudo-ambientalismo, inerzia politica. La ricerca di prodotti appositamente mirati per l'agricoltura e l'alimentazione dei paesi in via di sviluppo, inoltre, procede assai più lentamente di quello che potrebbe, perché i centri di ricerca pubblica e no-profit ricevono fondi irrisori e spesso con clausole antibiotech. E se i fatturati delle multinazionali dell'agbusiness aumentano vertiginosamente è soprattutto grazie alla sovraregolamentazione del settore che ha rafforzato l'oligopolio di pochi grandi rendendo impossibile l'accesso a nuovi giocatori. Quanto ai biocarburanti non ci sarebbe nulla di male a perseguire questa strada se la loro produzione non fosse drogata dai sussidi e se avessero un'efficienza maggiore di quella attuale (raggiungibile probabilmente con l'aiuto dell'ingegneria genetica). La campagna per il cibo a chilometri zero, poi, è un'altra bufala, come dimostra un rapporto del Defra del 2005 (tante macchine che vanno a comprare prodotti dai coltivatori diretti, a conti fatti, inquinano più dei trasporti usati per rifornire i supermercati). Il bello è che chiedendo ai consumatori di non comprare prodotti dall'estero si danneggiano le economie dei paesi in via di sviluppo, ma si pretende di farlo per il loro bene. Tante capriole logiche si spiegano con il fatto che l'emergenza alimentare globale in corso rende obiettivamente impossibile trovare argomentazioni plausibili a sostegno delle tesi care a Petrini.

"L'ornitorinco sconfigge Darwin". Eh?! Proviamo a rileggere: ma sì, il titolo recita proprio così: "L'ornitorico sconfigge Darwin". E a peggiorare le cose arriva il sommario: "Il suo patrimonio genetico mette in crisi l'evoluzionismo". Eppure non si tratta della solita sparata di Giuseppe Sermonti sul Foglio. Si tratta di un lungo articolo di Massimo Piattelli Palmarini sul Corriere della sera di ieri. E' probabile che lo stesso autore abbia scosso un po' la testa sfogliando il giornale: il titolista gli ha forzato in parte la mano. Ma l'allusione nel pezzo c'è e allora non è il caso di fare finta di niente. Il fatto che l'evoluzione possa procedere per salti (magari spinta da macromutazioni con effetti macrospici) non mette affatto in crisi l'evoluzionismo e l'equivoco, ahimé, non è nuovo. Le strumentalizzazioni subite per una vita dal compianto Stephen Jay Gould stanno lì a ricordarcelo. Il fatto che la magnifica teoria di Darwin si sia arricchita di nuovi tasselli (come i salti evolutivi) nel corso del secolo e mezzo che è passato dalla sua pubblicazione non è affatto un segno di debolezza ma di vitalità della teoria stessa. Non è rincuorante sapere che anche all'estero i pezzi giornalistici sul genoma dell'ornitorinco hanno scelto in buona parte la via del sensazionalismo. A forza di descrivere l'animale come strano, bizzarro, un po' uccello un po' rettile e un po' mammifero si è partiti per la tangente. Per tornare con i piedi per terra, si può cominciare da qui.   

Il ministero dell'ambiente di Stefania Prestigiacomo (che molti laici avrebbero gradito alla salute) assomiglierà poco a quello di Pecoraro. Io comunque fatico ancora a immaginare come sarà l'ambientalismo italiano senza i Verdi in Parlamento. La cultura ecologista, ovviamente, è ben rappresentata nel Pd, ma bisognerà vedere come il nuovo "ambientalismo del fare" sarà messo in pratica. Tra i banchi di prova ci sarà anche la questione del sequestro dell'anidride carbonica che, come racconta questa news del bimestrale di scienza Darwin, sta mettendo in difficoltà le principali organizzazioni ecologiste internazionali. Come ha riferito un pezzo recente del New York Times, l'Enel dovrebbe iniziare a lavorare su queste tecnologie nel 2015. E' facile immaginare che le comunità locali non saranno entusiaste di prestare il proprio sottosuolo per ingabbiare l'anidride carbonica che altrimenti finirebbe nell'atmosfera. Ma il problema dei cambiamenti climatici non si risolve con la bacchetta magica, perciò questa opzione potrebbe avere un effetto tampone in attesa di trovare nuove soluzioni energetiche.    

La notizia secondo cui in Italia è finalmente consentita la diagnosi genetica preimpianto va presa con le molle. Anche se i Tg e parte della carta stampata hanno raccontato così le nuove linee guida della legge 40, la realtà è un po' più complicata. Formalmente alle persone portatrici di malattie genetiche e anomalie cromosomiche non viene riconosciuto lo status di "sterilità di fatto", perciò se la legge dovesse essere applicata alla lettera non potrebbero comunque accedere alle tecniche di fecondazione assistita (art. 4), neppure ora che Livia Turco ha rimosso il divieto di diagnosi genetica preimpianto voluto da Sirchia nelle vecchie linee guida. E poi resta il problema, insormontabile, dei 3 embrioni: questo limite imposto dalla legge continuerà a vanificare l'utilità della diagnosi genetica preimpianto nella grande maggioranza dei casi. Eppure le nuove linee guida sono state approvate in extremis (9 mesi dopo che erano scadute le vecchie), quando il governo Prodi era ormai caduto, e sono state rese pubbliche solo il 30 aprile, per non turbare le elezioni politiche e amministrative. Io queste le considero modalità da blitz, e come ho scritto sul Riformista (linee guida 40 - 1 maggio 08), francamente credo che non ne sia valsa la pena. Le reazioni stizzite di diversi esponenti Pdl sembrano darmi ragione. A cominciare da Formigoni, che annuncia una circolare per mantenere la Lombardia fedele allo spirito delle vecchie linee guida (sul Corriere del 1 maggio).