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Archivi Aprile 2008

Che ne sarà del Festival delle scienze con Alemanno al Campidoglio? In passato il neosindaco si era circondato di strani personaggi esoterici e antidarwinisti, perciò qualche timore è legittimo. Vedremo. Nel frattempo, chissà che la tempestiva benedizione di Carlin Petrini (oggi sul Corsera) non abbia acceso qualche lampadina tra i seguaci di Slowfood di area Pd. Mangiar piano è bello, d'accordo, ma bisogna pur sempre avere qualcosa da mangiare. E allora colgo l'occasione per segnalare il mio ultimo pezzo sulla crisi alimentare globale e sull'importanza della ricerca in questo campo, uscito oggi sul Riformista (Rivoluzione verde).

C'è un altro 25 aprile oltre a quello antifascista. No, non mi riferisco al VDay ma a qualcosa di assai più importante. Nel mondo oggi si celebra una lotta di liberazione che deve essere ancora vinta: quella contro la malaria. L'anno scorso per dare visibilità al World Malaria Day, George Bush si è fatto riprendere mentre eseguiva passi di danza e suonava il bongo insieme a una compagnia di artisti africani (qui c'è il filmato). Checché se ne pensi di Bush, il suo è stato un bel gesto, perché l'attenzione mediatica è l'arma più potente contro le malattie del mondo in via di sviluppo. Invece l'Italia, che pure è stata terra di malaria, è decisamente distratta. E allora, ricordiamo qualche numero. A rischio malaria è circa il 40% della popolazione mondiale. Ogni anno tra questi 2 miliardi e mezzo di persone ce ne sono oltre 500 milioni che si ammalano gravemente di malaria e più di un milione che ne muore. Questa malattia in Africa è responsabile di un decesso infantile su cinque. Ma il numero più impressionante probabilmente è un altro: ogni 30 secondi nel mondo c'è un bambino che muore di malaria. La buona notizia, però, è che la battaglia può essere vinta, grazie all'uso delle zanzariere impregnate di insetticidi e grazie alle nuove terapie combinate (oltre che al Ddt, che dopo decenni di demonizzazione è stato riabilitato in chiave antimalarica dall'Organizzazione mondiale della sanità). Secondo Arata Kochi, che guida le operazioni contro la malaria dell'Oms, una campagna della durata di cinque anni e del costo di 10 miliardi di dollari sarebbe sufficiente a tenere la malattia sotto controllo in gran parte dell'Africa, riducendo i decessi ad alcune migliaia all'anno. Sarebbe bello che anche Veltroni l'africano oggi facesse qualcosa, magari solo due passi di danza come Bush.

Cosa fa l'Italia per affrontare lo tsunami silenzioso dell'emergenza alimentare globale (la definizione è dell'Economist)? Il prossimo ministro dell'agricoltura continuerà con i pannicelli caldi (per noi) delle barriere protezionistiche, magari mascherate con una verniciata di ambientalismo? Il fatto che circolasse il nome di Alemanno per l'incarico non faceva ben sperare, ora che si parla del leghista Luca Zaia sospendo il giudizio in attesa di raccogliere informazioni sul suo conto. Comunque c'è un gran lavoro da fare per riformare l'agricoltura italiana, anche in considerazione della contingenza internazionale. Ne ho scritto sul Riformista , che oggi continua il suo viaggio nel mondo del carocibo.

"Ad affamare il mondo sono Bush e i verdi". L'analisi più impietosa dell'emergenza alimentare globale causata dal rincaro dei generi alimentari viene dal Washington Post e non è un caso che a proporla sia un analista economico indiano, Swaminathan Aiyar. Evidentemente infrangere i tabù è più facile quando il fantasma della fame torna a riaffacciarsi dopo decenni in un paese che sperava di averlo sconfitto per sempre ma non ha ancora avuto il tempo per dimenticare quanto sia spaventoso.

Per calmierare il prezzo del riso, che dal gennaio del 2008 è più che raddoppiato, Nuova Delhi ha contingentato le esportazioni gettando nella disperazione il Bangladesh, già piegato dal ciclone Sidr dello scorso novembre. Qualcuno ha definito questa strategia con un'espressione cruda: "affama il tuo vicino". Aiyar, che è stato direttore dei due principali giornali economici indiani e ha fatto per vent'anni il corrispondente dell'Economist, non perde tempo con i giri di parole: l'ostilità nei confronti degli Ogm ha rallentato lo sviluppo di colture più produttive, la demonizzazione del petrolio e del carbone ha favorito l'adozione di politiche energetiche improvvisate e i sussidi per la produzione dei biocarburanti in America hanno dato il colpo di grazia. Basti pensare che nel 2008 il 30% del mais statunitense sarà trasformato in etanolo invece di finire sui mercati mondiali di alimenti e mangimi. Colpa di Bush e di un certo ambientalismo, dunque, perché a volte la storia trasforma in complici anche i nemici giurati. Ma neppure il vecchio continente è esente da responsabilità, visto che l'Unione europea si è prefissata di soddisfare con biocarburanti il 10% delle necessità del settore dei trasporti entro il 2020. Le politiche distorsive che incentivano la coltivazione di piante ad uso energetico sottraendo superfici agricole alle colture di uso alimentare rappresentano una tassa implicita sul cibo. Ma su nessuna delle due sponde dell'Atlantico si sono registrati appelli o manifestazioni per fermare quello che Dennis Avery del Center for Global Food Issues ha definito "il più grande errore verde di sempre". Forse qui buona parte dei consumatori può ancora permettersi di pagare una tassa sul pane per una politica fatta di buone intenzioni e calcoli sbagliati, che non potrà mai risolvere il problema della nostra dipendenza energetica. Ma per una famiglia di cinque persone che vivono con un dollaro al giorno ciascuna, un rincaro degli alimenti del 50% significa perdere un dollaro e mezzo su un budget complessivo di cinque dollari. Gli aumenti di grano, mais, riso, cassava, olio di palma, carne e prodotti caseari di questi mesi presto potremo quantificarli con le unità di misura dei tassi di malnutrizione.

Ovviamente altri fattori contribuiscono alla crisi, oltre ai biocarburanti: c'è l'aumento dei consumi di proteine nobili in Cina, il costo dei fertilizzanti che è cresciuto di pari passo con quello del petrolio, la siccità australiana, i fenomeni speculativi e via continuando. Perciò è bene che nelle sedi internazionali si cominci a discutere seriamente su quale sia la combinazione migliore di contromisure da mettere in campo, ma Aiyar insiste su un punto: quasi tutte le ricette ipotizzabili per fermare la corsa dei prezzi hanno bisogno di tempo per funzionare. Cancellare i sussidi per i biocarburanti e le tabelle di marcia per la loro adozione, invece, avrebbe un effetto immediato.

Anche altri paesi oltre all'India stanno cercando di minimizzare l'effetto dei rincari sulla popolazione interna, tra questi Argentina, Bolivia, Cambogia, Cina, Egitto, Etiopia, Indonesia, Kazakistan, Messico, Marocco, Russia, Tailandia, Ucraina, Venezuela e Vietnam. Si restringono le esportazioni, si impone un tetto ai prezzi o si fanno entrambe le cose. Ma secondo l'Ifpri, l'istituto di ricerca più autorevole in questo campo, è probabile che alcune di queste misure si riveleranno un boomerang, disincentivando gli agricoltori dall'aumentare la produzione o rendendo il mercato internazionale più piccolo e volatile. Anche l'Ifpri, perciò, chiede a gran voce la cancellazione dei sussidi per i biocarburanti e già che c'è invita i paesi sviluppati a smantellare le altre barriere protezionistiche che danneggiano l'agricoltura del mondo in via di sviluppo. Ci sono altri due ingredienti nella ricetta proposta dal direttore dell'istituto, Joachim von Braun. Il primo è la predisposizione di reti di assistenza sociale per i consumatori urbani e rurali che non possono più permettersi di acquistare un pasto e, poiché costruirle dove mancano richiederà tempo, ci vuole un immediato slancio nelle donazioni internazionali che vada a colmare il vuoto. L'altro ingrediente è il potenziamento della ricerca agraria, che langue da decenni perché ci siamo a lungo illusi di vivere in un mondo di eccedenze alimentari e ci siamo permessi persino il lusso di contrastare attivamente i progressi tecnologici. Torniamo alle politiche contro gli Ogm, insomma, perseguite soprattutto dall'Europa. Forse se invece di continuare a leggere i pamphlet di Vandana Shiva avessimo ascoltato le altre voci che si levano dall'India, ci saremmo accorti prima di quest'altro madornale errore. (dal Riformista di oggi)

Non sono mai stata un'ambientalista, ma interessata all'ambiente questo sì, eccome. Per questo mi auguro che il tonfo dei verdi di Pecoraro Scanio possa essere l'inizio di una stagione diversa per le politiche ambientali in Italia. La comunità scientifica non sentirà la mancanza dell'ex ministro dell'ambiente e dell'agricoltura. Se esistesse un premio destinato ai nemici della scienza se lo sarebbe aggiudicato a ripetizione.

Né Veltroni né Berlusconi hanno preso impegni precisi per ciò che riguarda gli investimenti in ricerca e sviluppo. E la preoccupazione della comunità scientifica italiana è arrivata sulle pagine di Nature, che oggi pubblica una lettera di Ivano Bertini, Silvio Garattini e Rino Rappuoli. Ecco il testo integrale.

Italy must invest more in science and technology

Silvio Berlusconi and Walter Veltroni, the leaders of the two major political parties taking part in Italy's elections on 13 and 14 April, have been debating issues critical for the future of the country's economy -- with one crucial omission. Neither of these has mentioned increasing investment in science, technology and education. Europe and North America realize that their twentieth-century economies, based on manufacturing industry and commerce, are rapidly disappearing under the pressure of emerging economies and globalization. The economy of the twenty-first century will hinge on investment in science and technology -- as the US Congress was advised in a 2007 report by the US National Academies, Rising Above the Gathering Storm: Energizing and Employing America for a Brighter Economic Future. The European Union has come out with the Lisbon strategy, intending to become "the most dynamic and competitive knowledge-based economy in the world", by investing 3% of gross deomestic product in research by 2010. Italy is not following the Lisbon strategy and today is one of the European countries investing least in research (less than 1.5% of GDP -- in contrast to 3.86% by Sweden, 2.51% by Germany, 2.13% by France and 1.73% by the United Kingdom, for example. Italy has only 2.7 scientists per 1,000 of the population, whereas the European average is five and the US average is six. Without more investment, the Italian economy will certainly suffer, to the detriment of the coming generation. The sparse attention to science in the Italian election campaign reflects a lamentably low interest in science nationwide. Some believe that the Italian university system is not competitive, so no more money should be spent on it until appropriate reforms have been carried out. But reform will not be possible without a sustained increase in research investment. At present, the research budget covers only staff salaries and there is no scope for encouraging the best scientists with increased funding. Perhaps the scientific community in Italy has failed to communicate effectively the importance of science in the skilled employment and innovative enterprises that are key to our future prosperity. Nonetheless, our national administrators must take this on board and make investment in research and technology the highest priority.

Ivano Bertini, Center for Magnetic Resonance, University of Florence

Silvio Garattini, Mario Negri Institute
Rino Rappuoli, Novartis Vaccines and Diagnostics

Tony Blair è stato il premier più amico della scienza che la Gran Bratagna ricordi. Questo rende ancora più interessante il fatto che continui a difendere il ruolo della religione, combattendo l'idea che "sia divisiva, irrazionale e dannosa" (l'ultimo intervento è uscito su Repubblica il 4 aprile). Questo è ciò che scrive:  "Per anni si è creduto che man mano che l´umanità progrediva intellettualmente e maturava moralmente, la religione sarebbe declinata. Da oltre duecento anni c´è il diffuso convincimento che uomini e donne progrediti non abbiano più bisogno della religione. Una convinzione rinforzata da scoperte scientifiche che sfidavano la tradizionale comprensione religiosa della natura del mondo. Una convinzione che assegnava la religione alla sfera privata dell´individuo. Non a caso nel suo numero del 2000 sul Millennio il settimanale Economist pubblicò una sorta di necrologio di Dio. Ma in realtà in nessun tempo dall´era dell´Illuminismo la religione è scomparsa dalla faccia della terra. È sempre stata al centro della vita di milioni di persone, il motivo fondamentale della loro esistenza e del loro comportamento, la cosa che dà un senso alle loro vite e un obiettivo ai loro viaggi".

La sua presa di posizione si inserisce in un acceso dibattito, che sta coinvolgendo anche una parte del mondo scientifico, soprattutto nei settori delle scienze cognitive e dell'evoluzione. Io ne ho scritto sul Riformista di oggi (qui in pdf). Prendo le mosse dalle provocazioni lanciate da due noti filosofi, Dennett e Gray. Il primo ha scritto che la religione è come il fumo, ovvero è destinata a passare di moda. Il secondo l'ha paragonata a un bisogno primario e intramontabile come il sesso. Chi ha ragione?

Ieri sera guardavo Dr House su Fox, gustandomi come al solito l'originale mix di genialità e cinismo. A proposito, è di qualche settimana fa uno studio sul declino dei tassi di empatia degli studenti di medicina in Usa, ma questo è un discorso lungo e complicato. Torniamo alla serie televisiva, dunque. C'è un ragazzo che chiede la castrazione chimica, perché turbato dalla convivenza con la prorompente matrigna. C'è una donna che muore in seguito a un incidente stradale, a cui House vuole "curare" la gonorrea per poterle espiantare il cuore. E poi c'è il caso del ricevente di questo cuore: un uomo troppo anziano per poter ambire a un organo sano. E' arrivato in ospedale dopo un brevissimo episodio di perdita di coscienza e presenta un testicolo che è grosso il doppio dell'altro, ma una volta ricoverato si scopre che si è giocato anche il cuore e gli resta solo una settimana di vita. Cos'è che attacca cervello, apparato genitale e cuore? La risposta non piacerà a quanti stanno cercando di limitare i danni di immagine degli scandali alimentari che ultimamente hanno colpito il nostro paese. La chiave del rebus, infatti, è nella degustazione di formaggi italiani a cui l'uomo ha preso parte qualche settimana prima. Formaggi non pastorizzati e contaminati da brucellosi. La barriera acida del sistema digerente avrebbe fermato i batteri, se l'uomo non avesse assunto degli antiacidi per il suo cronico mal di stomaco.

PS: l'episodio originale negli Stati Uniti è andato in onda il 7 marzo del 2006, ma il sommario della puntata tace sulla nazionalità dei formaggi incriminati.

Roberto Gualtieri è sobbalzato sulle patatine di Santoro. Io l'ho fatto ascoltando Otto e mezzo mentre ero alle prese con le faccende domestiche. Giuro di aver sentito Walter Veltroni dire che "centinaia di valori hanno subito un genocidio". Incredibilmente Armeni e Pace non gli hanno chiesto quali. E così temo che non lo scoprirò mai. Ecco cos'è un dilemma etico.