La debacle delle mozzarelle non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore, con lo scandalo di monnezzopoli ancora in corso e le elezioni alle porte. Ma è arrivata e far finta di niente non sarà sufficiente a scongiurarne gli effetti economici e di immagine. Anzi sono portata a credere che minimizzare sarebbe l'ennesimo atto di negligenza nei confronti della Campania. Mi viene da pensare anche che queste mozzarelle contaminate siano la prova emblematica dei danni di un certo modo di fare politica, inneggiando al made in Italy senza mettere in atto le misure minime per farlo stare sul mercato rispettando gli standard internazionali di qualità e sicurezza. Suona come un contrappasso il fatto che ad alimentare la retorica dei prodotti tipici, in alcuni casi, siano stati gli stessi che hanno contribuito a sommergere la Campania nell'immondizia opponendosi ai termovalorizzatori. Ne ho scritto oggi sul Riformista, chi vuole può leggere qui.
Archivi Marzo 2008
La tragedia di monnezzopoli ha innescato riflessioni salutari sulla necessità di ripensare obiettivi e metodi delle politiche per l'ambiente. Dire no a tutto e poi infischiarsene delle conseguenze non è più possibile. Roberto Della Seta, intervenendo sull'ultimo numero di ItalianiEuropei, si dimostra consapevole che la stagione del fondamentalismo è chiusa e cerca di tracciare l'identikit di un nuovo ambientalismo. Purtroppo, però, non rinuncia a stilare una lista aggiornata dei no, accorciata rispetto al passato ma altrettanto perentoria. Vi compaiono anche gli OGM, a dispetto del fatto che tutte le fonti autorevoli (e ribadisco la parola autorevoli) a 12 anni di distanza dal debutto commerciale della prima generazione di prodotti transgenici ne tracciano un bilancio più che positivo in termini ambientali. Secondo l'ultimo rapporto Isaaa, in particolare, nel periodo 1996-2006 gli OGM hanno ridotto l'uso di pesticidi di 289.000 tonnellate di ingredienti attivi, abbassando il loro impatto ambientale del 15.5%. Si calcola persino che nel 2006, grazie a particolari tecniche di coltivazione e alle minori applicazioni di prodotti agrochimici, gli OGM ci avrebbero fatto risparmiare una quantità di CO2 pari a quella emessa da 6,5 milioni di autoveicoli. Il rapporto Nomisma presentato all'inizio di febbraio oltretutto dimostra che l'Italia non può fare a meno di importare OGM per il comparto zootecnico: ma se continuiamo a importarli dall'estero e ne vietiamo la coltivazione da noi, non è questo l'ennesimo esempio della deriva Nimby che lo stesso Della Seta condanna? Di tutto ciò il responsabile ambiente del PD è sicuramente al corrente, perciò la permanenza della voce OGM nella blacklist (senza neppure provare a distinguere tra un tipo di prodotto e un altro, o tra quelli già commercializzati oggi e quelli che arriveranno domani) deve avere un'altra spiegazione. Che sia una tappa intermedia di una strategia di décalage? Fa ben sperare il fatto che nel programma del PD la parola OGM non compaia (il silenzio è un passo avanti rispetto alla "massima precauzione" teorizzata nel programma dell'Unione). In fondo continuare a usare l'opposizione agli OGM in chiave demagogica non ha molto senso, se è vero ciò che sostiene l'ultimo Eurobarometro: l'Italia (nonostante le campagne di Capanna&Co) si piazza al secondo posto in Europa tra i paesi più favorevoli alle moderne biotecnologie agrarie. I maiscoltori italiani, inoltre, hanno detto chiaramente di volerli provare (sondaggio Assobiotec- Demoskopea). A ben vedere un'apertura agli OGM, se non oggi almeno domani, "si può fare".
Salvatore Biasco ha ragione. Nonostante il soffitto di cristallo che blocca l'ascesa delle donne nelle posizioni di comando, ce ne sono tante che potrebbero portare competenze preziose nella politica italiana, tanto da far sfigurare parecchi colleghi maschi. Mi viene in mente un nome, quello di Laura Ferro: presidente e Ceo della prima company italiana quotata al Nasdaq (la Gentium). Nel 2006 è stata scelta dal Wall Street Journal come una delle dieci donne europee da tenere d'occhio (l'unica nel settore biotech, le altre si occupavano per lo più di moda o comunicazione). Non conosco il suo orientamento politico, ma sarebbe stato bello se Pd e Pdl avessero fatto a gara per averla in squadra, al posto delle segretarie e delle Marianne, o magari prendessero in considerazione il suo nome per il posto di ministro della ricerca. I nostri leader sono affetti da antifemminismo strisciante? Probabilmente sì, perché i pregiudizi di genere sono radicati e trasversalmente diffusi. Prendiamo il paradigma di Goldberg: se a due gruppi di persone viene raccontata la stessa storiella cambiando il sesso del protagonista, gli uomini (e alcune donne) tendono a dare giudizi più generosi sul suo comportamento quando si tratta di un maschio. Qualcuno ipotizza persino che il maschilismo sia più subdolo del razzismo, perché sarebbe evolutivamente più antico (attenta Hillary!). Ma questa non vuole essere un'assoluzione, del tipo "tutti colpevoli, nessun colpevole". Se i padri di un nuovo partito non sono in grado di tenere sotto controllo istinti discriminatori ancestrali, che leader sono?
A cosa dovrebbe servire un comitato nazionale di bioetica? E a cosa serve il Cnb? Le dimissioni di Gilberto Corbellini, di cui ho scritto sul Riformista di oggi (qui in pdf), sono il sintomo di un processo di degenerazione, di cui tutti sono consapevoli ma a cui nessuno sembra voler rimediare. E' singolare che mentre la bioetica è diventata materia di scontro politico, la politica si disinteressi alle sorti dell'organo che di bioetica si occupa alle dipendenze della Presidenza del Consiglio. Da quando è nato il comitato, nominato da Andreotti e guidato dal cattolico Adriano Bompiani, sono passati 18 anni. Da allora il mondo è cambiato, la politica è cambiata, la scienza è cambiata. Ma lo statuto del Cnb è rimasto lo stesso. L'unico modo per metterlo al riparo dalle strumentalizzazioni e consentirgli di guadagnarsi una nuova autortevolezza sarebbe quello di procedere a una riforma radicale. Modello francese? Modello tedesco? Sarebbe importante iniziare a discuterne.
Parlare di anomalia italiana è stucchevole, lo so. Ma ci sono episodi che ti fanno sognare di fare i bagagli alla volta di paesi più normali di questo. Dove non sia pensabile portare in Parlamento chi chiama Luciano Maiani "gran figlio di una ballerina che fa la scienza" (grazie a Giuseppe Regalzi di Bioetiche per la segnalazione). O dove un governo si vergogni a promettere milioni di euro a chi cataloga Umberto Veronesi come "scienziato squillo" (Riformista 18 Dec. 2007). Per fermare la candidatura di Gabriella Carlucci non possiamo fare nulla. Ma sui fondi promessi alla Fondazione dei diritti genetici di Mario Capanna, chi frequenta Palazzo Chigi potrebbe e dovrebbe vigilare.
Il Pd è al 40% femmina, dicono, ma una buona dose di cromosomi X è destinato a perderli per strada. Strani fenomeni da biotech century, si dirà? Ma no, soliti fenomeni da italian politics. La questione delle candidature femminili nelle liste è tornata alla ribalta e, numeri alla mano, si è scoperto che i posti sicuri sono stati riservati per lo più ai genotipi XY (Marianne a parte, direbbe Maria Laura Rodotà). Diciamo subito che non sono tipo da dare grande peso ai cromosomi sessuali della gente, ma quello delle pari opportunità è un problema reale e una buona dose di maschilismo alberga anche nel mondo della scienza. Tanto per dirne una, quando i revisori dei lavori scientifici non conoscono il sesso degli autori degli studi che devono valutare in vista della pubblicazione, la percentuale degli articoli scientifici promossi firmati da scienziate donne aumenta sensibilmente. L'esperimento (in gergo si parla di double-blind peer-review) è stato fatto recentemente spulciando gli archivi di una rivista specialistica (Behavioural Ecology). Viene quasi da chiedersi cosa potrebbe accadere se la prossima volta i candidabili fossero selezionati a partire da una lista di curricula anonimi. Ma questa sì che è fantascienza.

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