babele

Per la prima volta un gruppo di ricercatori è riuscito a "parlare" con un paziente a cui era stato diagnosticato lo stato vegetativo. Incapace di emettere suoni e persino di sbattere le palpebre per comunicare. Lo hanno allenato a evocare due immagini mentali - una partita a tennis o una passeggiata in ambienti familiari - e ad utilizzarle alternativamente per rispondere in modo affermativo o negativo a domande personali, ad esempio sulla composizione della sua famiglia. Quindi hanno monitorato la sua attività cerebrale con la risonanza magnetica per comprendere la risposta, utilizzando come riferimento le mappe cerebrali di volontari sani impegnati nello stesso esercizio . Cinque volte su sei la risposta è arrivata, la sesta volta la macchina non ha registrato reazioni. Qualcuno sarà tentato di usare la parola miracolo. Ma questo caso clinico, descritto sul New England Journal of Medicine (Nejm), può essere festeggiato più laicamente come un piccolo, preziosissimo passo avanti in un territorio ancora avvolto dalle tenebre, quello dei disturbi della coscienza.

Ad aprire un nuovo spiraglio di luce nel buio è ancora una volta la coppia formata dal britannico Adrian Owen e dal belga  Steven Laureys, che negli ultimi anni si sono affermati come protagonisti indiscussi di queste ricerche di frontiera. Le indiscrezioni giornalistiche sostengono che il paziente che sta suscitando clamore sia un maschio, giovane, di lingua francese. Ma i dettagli davvero rilevanti sono quelli riportati nello studio ufficiale: sappiamo che è entrato in coma in seguito a un trauma e che questo è avvenuto cinque anni fa. Non è poco, perché dopo un lasso di tempo tanto lungo in genere le probabilità di recupero appaiono ridottissime. La prima domanda che bisogna porsi, a questo punto, è:  questo caso è rappresentativo  delle potenzialità nascoste in tutti i pazienti in stato vegetativo? Ci dice qualcosa su Eluana Englaro o su Terri Schiavo? Anche se la scienza non esclude che i pazienti in simili condizioni possano avere qualche forma di vita mentale, la risposta non può che essere negativa. Il gruppo diretto da Owen e Laureys  racconta di aver sottoposto al test delle due immagini mentali 54 persone con disturbi della coscienza e solo 5 di loro sono riuscite a immaginare di muovere la racchetta o di camminare per casa quando è stato loro richiesto. Il passo successivo, quello di imparare a utilizzare le due immagini mentali al posto del sì e del no, è stato tentato in uno solo di loro, almeno per il momento. Dunque l'attivazione cerebrale è stata riscontrata solo in un'esigua minoranza di pazienti e in tutti i casi i danni cerebrali erano di natura traumatica, non ischemica e anossica. La seconda domanda che bisogna farsi è se il test evidenzi la presenza di un'attività mentale piena, con tanto di autoconsapevolezza, memoria, pensiero simbolico, e magari anche stati d'animo come ansia o disperazione. Il Nejm ha affidato il commento del caso all'americano Allan Ropper, che propende per il no. La mente - sostiene - è una proprietà emergente che non si può fotografare con una risonanza, perciò non è il caso di scomodare Cartesio arrivando a conclusioni del genere "ho un'attivazione corticale, dunque sono". Probabilmente quello di cui bisogna rendersi conto è che la linea di confine tra coscienza e incoscienza è confusa, che esistono diverse forme e gradi di consapevolezza, connessi a diverse funzioni cerebrali. Neppure la distinzione, relativamente recente, fra stato vegetativo e stato di minima coscienza, evidentemente, basta più. Ecco infine la terza domanda: cosa significa questa ricerca per il dibattito sulle questioni di fine vita? Al momento è troppo presto, ma un domani si potrebbe mettere la risonanza magnetica al servizio del paziente. Ad esempio per chiedergli se ha bisogno di analgesici. Oppure per sapere se vuole proseguire o interrompere i trattamenti di sostegno vitale.  Ma sicuramente c'è già chi trova nei risultati appena pubblicati delle buone ragioni per opporsi alla sospensione delle cure nei malati che non sono in grado di comunicare. La discussione etica e politica, insomma, si potrebbe ulteriormente complicare.   (Anna Meldolesi, dal Riformista del 5 febbraio 2010)

Quando l'11 gennaio il Dipartimento americano per l'agricoltura ha pubblicato il rapporto IT1003, sembrava una velina appena arrivata da Marte. Non per l'argomento: si tratta di normali valutazioni su una futuribile campagna di comunicazione a favore degli Ogm in Europa. Ma per il luogo suggerito per lanciare l'iniziativa: "L'Italia è un buon posto per cominciare, perché l'opinione pubblica in Italia è più favorevole alle biotecnologie che in buona parte d'Europa". A rileggerlo oggi, dopo la sentenza del Consiglio di Stato e dopo la conferenza stampa tenuta ieri a Milano dai maiscoltori pro-Ogm, il documento dell'Usda appare ancora percorso da qualche ingenuità, ma decisamente meno marziano.  L'Italia infatti è sempre prigioniera di una morsa politico-economica ostile alle innovazioni in campo agricolo, ma gli italiani assomigliano sempre meno a quelli dipinti da Coldiretti e Luca Zaia, che ancora ieri ripetevano: gli agricoltori e i consumatori non vogliono gli Ogm.  

Ovviamente la Casa Bianca non ha nulla a che vedere con il ricorso vinto da Futuragra, l'associazione degli agricoltori che si sono visti riconoscere il diritto di piantare sementi già regolarmente autorizzate in Europa. Non ci sono cospirazioni internazionali in atto, solo una coincidenza che però aiuta a sfatare alcuni luoghi comuni. Gli Stati Uniti ragionano sulla base di un sondaggio ben più approfondito di quello sbandierato in ogni occasione da Coldiretti. Viene effettuato periodicamente in tutta l'Ue ed è noto come Eurobarometro. Ecco alcuni numeri che hanno colpito gli americani: in Italia il 75% degli interpellati ha familiarità con gli Ogm,  eppure oltre il 90% non ha mai partecipato a iniziative in materia e l'84% sostiene che non manifesterebbe contro le biotecnologie. Più che essere contraria, dunque, la maggior parte degli italiani è disinteressata. E gli altri, sono tutti contro? Niente affatto. Nonostante una campagna decennale di demonizzazione, i favorevoli superano di poco i contrari. Per la percentuale di coloro che ritengono che gli Ogm vadano incoraggiati siamo al livello della Spagna, dove le sementi biotech già si coltivano. Ogni tanto quel vecchio ritornello - il paese è più avanti di chi lo governa - odora di vero. Quanto agli agricoltori italiani, secondo un'indagine Demoskopea il 53% dei maiscoltori di Veneto e Friuli è interessato a provare le sementi Ogm. Ma nel frattempo il sondaggio è stato superato dai fatti: nel 2006 400 agricoltori aderenti a Futuragra hanno chiesto al Ministero l'autorizzazione a piantare Ogm su una superficie di circa 20.000 ettari, che dopo il via libera del Consiglio di Stato potrebbero trasformarsi in realtà a partire da aprile. Il ministro  Zaia dice che si opporrà in tutti i modi e nel Pd c'è chi lo aiuta (Francesco Ferrante, autore di un emendamento anti-Ogm al decreto milleproproghe). Nella conferenza stampa di ieri, comunque, Futuragra ha illustrato le prossime mosse. Se verrà bloccata, preparerà una class-action, chiedendo un risarcimento danni per gli attacchi della piralide che le sementi Ogm avrebbero potuto evitare (400 euro per ettaro). Se potrà proseguire, il primo campo autorizzato sarà quello del vicepresidente dell'associazione Silvano Dalla Libera, che ha già annunciato di voler sfruttare questa occasione a beneficio della ricerca e dell'educazione. Il suo terreno in provincia di Pordenone servirà a mostrare il vero volto degli Ogm alle scolaresche e a ospitare un grande esperimento scientifico per confrontare prestazioni e qualità di sementi transgeniche e convenzionali.  In definitiva possiamo dire che il rapporto americano sottostima le insidie della politica italiana, dove chi è contro gli Ogm ha in mano le leve del potere e chi è a favore tace. Ma Coldiretti e Zaia non tengono in adeguata considerazione due elementi. Una è la particolare cattiveria con cui i parassiti danneggiano il mais italiano, riempiendolo di tossine che lo rendono inadatto per il consumo umano. L'altra è la combattività dei nostri maiscoltori, che reclamano libertà di scelta per i consumatori, libertà di ricerca e libertà di semina. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 3 febbraio 2010)

PS agli appassionati del genere consiglio il duello Zaia vs Defez su Libero

 

Un sistema può tenere per anni e apparire invincibile, ma a volte basta una crepa per far crollare tutto. Lo stesso sta accadendo con il clima-gate. Sul fronte britannico lo scandalo continua ad arricchirsi di inquietanti dettagli: non solo c'è stata un'eclatante violazione dell'etica scientifica, come documenta il fitto scambio di email tra ricercatori preoccupati di far sparire i dati scomodi, è stata anche infranta la legge. E' di ieri la notizia che il direttore dell'Unità di ricerca sul clima dell'Università dell'East Anglia, Phil Jones, si era personalmente attivato per evitare che gli scettici dei cambiamenti climatici avessero accesso ai dati dell'università, in violazione del Freedom of Information Act. Un'incriminazione non è più possibile a causa del tempo trascorso, ma la testa di Jones è destinata a cadere. Sul versante americano è sotto inchiesta Michael Mann, autore del grafico usato anche da Al Gore per dimostrare la natura antropica del riscaldamento globale. Le mancate evidenze sullo scioglimento dei ghiacci dell'Himalaya hanno messo sulla graticola l'Ipcc, mentre circolano indiscrezioni su alcuni dati truccati dalla Nasa. Dovevano essere i buoni che avrebbero salvato il mondo dal warming, ma potrebbero passare alla storia come i cattivi che hanno infangato le scienze del clima. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 29 gennaio 2010)

 

 

Oggi l'assemblea del Consiglio d'Europa si riunisce per audire un gruppo di esperti e decidere se la pandemia è stata una bufala (la diretta qui). La tesi è folle dal punto di vista scientifico, considerato che il virus è indiscutibilmente nuovo, si è diffuso globalmente, ha già fatto decine di migliaia di morti, continua  a circolare e potrebbe sorprenderci con nuove ondate. Insomma, nonostante l'aggressività moderata, rientra pienamente nella definizione di pandemia, sempre che non si faccia riferimento alle definizioni  posticce artatamente messe in circolazione. Nessuno invece avvierà un'indagine per quantificare i danni che i sostenitori della teoria della bufala causano alla salute pubblica, inducendo la gente a diffidare delle autorità sanitarie e a fare scelte sbagliate.

 

Se Charles Darwin fosse allunato su Pandora, invece di sbarcare alle Galapagos, avrebbe trovato una meravigliosa biosfera da studiare. Questo mondo di fantasia sembra plasmato da un'evoluzione ipertrofica, che dovrebbe divertire anziché indispettire i naturalisti. Caso e necessità sembrano aver forgiato le combinazioni più disparate di creste e ali, tubercoli e orifizi, tessuti e pigmenti. E tutte le sue creature portano ben visibile il segno distintivo della discendenza da un antenato comune.

I protagonisti del film di Cameron ci somigliano troppo, come se l'emergenza di esseri umanoidi fosse la meta ultima dell'evoluzione. Invece la scienza ci dice che è vero il contrario. Che non eravamo destinati a diventare uomini e che la storia della vita non potrebbe ripetersi nello stesso modo, neppure se riavvolgessimo mille volte il film dell'evoluzione. Se saremo così fortunati da scoprire la vita su un altro pianeta, di certo non vedremo orecchie da elfo. Ma impuntarsi davanti alle licenze cinematografiche significherebbe sprecare una grande occasione. La giungla pandoriana infatti è un'esplosione di bellezza oltre che uno stimolo per l'intelletto e può restituire il senso della meraviglia a tante dotte disquisizioni sull'evoluzione. I suoi abitanti hanno colori rubati alle farfalle, alle rane velenose dei tropici, agli organismi bioluminescenti degli abissi. Ma sono affetti da un gigantismo che è in sintonia con la ridotta forza di gravità e respirano aprendo bio-valvole simili a branchie, forse perché l'atmosfera lì è densa e carica di anidride carbonica. Piante e animali si porgono al nostro sguardo come dei rompicapo evoluzionistici. Ad esempio ci sono i draghi volanti cavalcati da Jake e Neytiri, che sono un po' pterodattili, un po' uccelli, un po' pipistrelli. Uno spettatore darwinianamente alfabetizzato può chiedersi perché in un mondo popolato da esapodi come Pandora, queste creature siano diventate tetrapodi e perché la stessa cosa sia accaduta agli uomini blu. Può soffermarsi sui prolemuri arboricoli, anch'essi blu come i cugini "evoluti", e interrogarsi sulle zampe anteriori parzialmente fuse (rappresentano una forma di passaggio da sei a quattro arti?). Può divertirsi a notare come la lunga lingua degli xeno-cavalli sia perfettamente adattata alla forma dei fiori giganti da cui succhiano il nettare. 

Se prima di inforcare gli occhiali per la visione 3D si tolgono i paraocchi, anche l'anima politicamente corretta del film appare meno ingombrante. Le connessioni fra gli esseri viventi, che ricordano un sistema nervoso-digitale o un reticolo di micorrize fungine, evocano la Gaia ipotesi che tanto piace agli ecologisti. Ma nel super-organismo di Cameron trovano comodamente posto anche le invenzioni dell'ingegneria genetica accanto a quelle della natura. Nei laboratori terrestri abbiamo già creato fiori, pesci, persino scimmie con i geni per la bioluminescenza delle meduse. Potremmo inserire poesie in codice nel Dna dei batteri o creare alberi che tramandino segmenti genetici dei nostri cari. In fondo anche le biotecnologie hanno un cuore darwiniano e gli avatar ibridi costruiti dagli scienziati terrestri appaiono naturali proprio come i Nativi nello scenario di Pandora. Non è un caso che Sigourney Weaver ci abbia regalato una figura di scienziato finalmente positiva, liberata dai cliché alla Frankenstein. Un'altra buona ragione per rilanciare l'invito fatto da Carol Kaesuk Yoon sul New York Times: chi ama la biologia dovrebbe vedere Avatar e a maggior ragione dovrebbe farlo chi non la ama. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 22 gennaio 2010)

 

Nell'ultimo decennio il cromosoma Y ha rappresentato una metafora microscopica ma suggestiva della crisi del sesso maschile. Nella cultura popolare molti hanno continuato a considerarlo come il principe del genoma, la quintessenza della mascolinità. Ma il povero Y nel frattempo ha goduto di pessima stampa. Steve Jones, della University College London, in particolare, ha scritto nel suo libro intitolato "Y" che questo cromosoma è "decaduto, ridondante e parassita" proprio come chi lo possiede ed è destinato all'estinzione.

La tesi è troppo malevola per essere presa sul serio, ma vale la pena di stare al gioco e approfittare della discussione sollevata dai dati scientifici che la contraddicono. Per rifare il look al cromosoma diffamato? Sì, ma anche per dimostrare che con questo sistema si può arrivare a qualsiasi conclusione. Se si tratta di un artificio retorico, come nel brillante intervento di Francesco Bonami ( Bonami.pdf), allora ben venga l'uso scanzonato della genetica. Il problema nasce quando ci si prende troppo sul serio. In 200-300 milioni di anni di evoluzione il cromosoma femminile, l'X, ha conservato molte centinaia di geni, mentre l'Y si è ridotto a una settantina. Laddove Jones vede la decadenza, però, un bravo spin doctor userebbe categorie come efficienza, downsizing ed esternalizzazione. Nella ridondanza c'è del vero, perché il cromosoma Y è pieno di ripetizioni che ne hanno reso difficile il sequenziamento, ma che repetita iuvant lo sapevano anche i latini. La novità dell'ultima ora comunque è l'insospettabile vitalità evolutiva del cromosoma maschile, che non trova pari nel resto del genoma.

La rivincita genetica del maschio di Homo sapiens comincia dal confronto tra il suo cromosoma Y e quello del cugino Pan troglodytes, lo scimpanzé, pubblicato su Nature dal gruppo diretto da David Page dell'Howard Hughes Medical Institute. La sequenza dell'Y di scimpanzé si è rivelata incredibilmente diversa da quella umana. Molto, molto più di quello che ci si aspettava sapendo che i cammini evolutivi delle due specie si sono separati appena 6 o 7 milioni di anni fa. Gli altri cromosomi si somigliano moltissimo, ma l'Y dello scimpanzé presenta solo due terzi dei geni e solo il 47% degli elementi codificanti rispetto al cromosoma maschile della nostra specie. Ancora più impressionante è il fatto che oltre il 30% del cromosoma di Pan non trovi una controparte con cui allinearsi nella sequenza umana, segno che sono avvenuti profondi riarrangiamenti. Evidentemente il cromosoma Y evolve in modo particolarmente rapido, perché è un single impenitente, nel senso che non dispone di un partner con cui accoppiarsi durante le divisioni cellulari a differenza dell'X che nelle femmine sta sempre in coppia. Ma conta anche il fatto che ospita i geni coinvolti nella produzione dello sperma e dunque nella fitness riproduttiva, su cui la selezione naturale si scatena. La competizione tra maschi per la produzione di "spermatozoi super", comunque, è molto più accesa negli scimpanzé, che sono abbastanza promiscui da far apparire gli umani come dei campioni di castità. E così sono serviti coloro che amano commentare le infedeltà maschili sostenendo che gli uomini sono uguali alle scimmie. Il cromosoma Y, in definitiva, non appare certo sul viale del tramonto. Lungi dall'essere un vicolo cieco evolutivo, appare piuttosto come una centrale dell'evoluzione, con ripercussioni ancora tutte da scoprire sul restante genoma. La sfilza di epiteti di Jones, dunque, può essere allungata con aggettivi lusinghieri come dinamico e sorprendente. E magari si può rispolverare il vecchio detto per cui non sono le dimensioni che contano ma la fantasia. Qualche misogino potrebbe persino essere tentato di concludere che gli uomini sono più evoluti delle donne, perché meno simili agli scimpanzé. Si ribalta così un altro luogo comune sulla presunta primitività maschile. Ma soprattutto si dimostra quanto sia sciocco (e persino pericoloso) scegliere qualche dato genetico nel mucchio e tirare conclusioni su come va o dovrebbe andare il mondo.

Quella che è una buona notizia per l'orgoglio maschile, in effetti, potrebbe persino essere presentata come uno smacco per l'umanità. Da quando disponiamo del genoma dello scimpanzé è partita la caccia alle differenze per capire ciò che ci rende davvero umani. Ci è venuto automatico sperare che le nostre superiori capacità cognitive avessero lasciato tracce genetiche evidenti e invece scopriamo che la differenza più vistosa riguarda prosaicamente la riproduzione. Ma non sarà certo questo a far crollare la nostra autostima.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 17 gennaio 2010)

 

Reattori nucleari, radon domestico, latte crudo, micotossine, elettrosmog, incidenti automobilistici...Perché alcuni rischi ci spaventano, anche se sono trascurabili, e altri ci lasciano indifferenti, anche se sono reali? Oggi sono ospite di Newclear, il blog di Chicco Testa, con un intervento sui paradossi della percezione del rischio.

 

 

I medici possono sbagliare e spesso sbagliano. Hanno scelto un mestiere difficile di cui non tutti sono all'altezza. Possono peccare di incuria, superficialità, arroganza. O lavorare in strutture lottizzate e carenti, che non consentono di mantenere standard qualitativi accettabili. Chi sbaglia, ovviamente, deve pagare e chi è stato danneggiato ha diritto di essere risarcito. Ma inaugurare una stagione di caccia mediatica e giudiziaria all'errore medico sarebbe controproducente. Perché invece di sfogare la rabbia cercando un colpevole, bisognerebbe individuare i punti di criticità su cui intervenire per migliorare il sistema. E perché quando gli operatori sanitari si sentono sotto attacco, tendono a praticare una medicina difensiva che non è nell'interesse dei pazienti.

La malasanità esiste ma non dovrebbe diventare un cliché. Come ha scritto Rodolfo Vincenti, presidente dell'Associazione dei chirurghi ospedalieri, "oggi viviamo una dicotomia profonda fra l'apprezzamento motivato dell'Oms, che inserisce per efficienza il nostro sistema sanitario al secondo posto nella graduatoria mondiale, e la qualità percepita dai cittadini che si dichiarano soddisfatti solo nel 9% dei casi" (darwin, nov-dic 2009). L'insoddisfazione si traduce sempre più spesso in contenziosi medico-legali, ecco qualche cifra: i sinistri denunciati alle imprese di assicurazione in Italia, nel campo della responsabilità civile nel settore sanitario, sono passati da 17.000 a oltre 28.000 nel giro di un decennio. Secondo un'indagine dell'Ordine dei medici della provincia di Roma, intitolata "Medici in difesa", l'87,6% dei camici bianchi considera molto realistico il rischio di ricevere un esposto o una denuncia da parte dei pazienti. La percentuale sale tra chirurghi ed anestesisti, che si sentono sotto tiro rispettivamente per il 98,9% e il 96,8%. La vulnerabilità dei chirurghi è confermata da Vincenti, secondo cui in Italia l'80% di questa categoria riceve almeno una richiesta di risarcimento danni e i denunciati trascorrono un terzo della loro carriera sotto processo. In definitiva, solo il 6,7% dei medici si dichiara assolutamente tranquillo e i contraccolpi si sentono perché la pratica medica si modifica di conseguenza. Prima ancora di pensare alla salute del paziente che hanno di fronte, i camici bianchi sono portati a minimizzare il proprio rischio legale e non sempre i due obiettivi vanno d'accordo. Nella maggior parte dei casi tendono a eccedere: richiedono esami diagnostici superflui, fanno ricorso alle tecnologie più avanzate, esagerano con le ricette, prescrivono visite specialistiche di dubbia utilità. Il risultato è che i costi lievitano, le liste di attesa si allungano, la vita dei pazienti si complica. E' questa la medicina difensiva positiva. La negativa, invece, si manifesta quando il medico invece di esagerare si tira indietro, stando alla larga dai pazienti più difficili e dalle procedure ad alto rischio. Due comportamenti eguali ed opposti, che secondo una ricerca della Harvard Medical School interessano ormai la maggioranza degli specialisti di diverse aree.

L'approccio accusatorio è controproducente anche per un altro motivo: anche in medicina vale la regola secondo cui sbagliando si impara. Tra i successi della buona pratica medica e i disastri della malpractice c'è tutta una zona grigia di fallimenti che si verificano senza che siano ravvisabili delle vere e proprie colpe. Si tratta di incidenti e mancati incidenti di cui sarebbe bene che gli operatori potessero parlare liberamente per migliorare gli standard di sicurezza, ma che invece in questo clima sono portati a nascondere per scongiurare il pericolo di iniziative giudiziarie a volte arbitrarie e ingiuste. Mentre le procure si attivano e gli ispettori ministeriali vengono inviati negli ospedali incriminati, non bisognerebbe perdere di vista il fatto che la miglior difesa dei pazienti è la prevenzione dei mali del sistema sanitario. In quest'ottica andrebbe considerato anche un intervento legislativo per bilanciare meglio i diritti dei pazienti e quelli degli operatori sanitari, come suggerisce Vincenti. Prevenire è meglio che accusare. 

Maurizio Gasparri dice di non credere all'esistenza di un complotto massonico-vaccinale. Piuttosto sospetta che siamo stati raggirati da un manipolo di imbroglioni "alla vaccinara". Francamente non so se sia peggio la prima ipotesi o la seconda. Anzi no, è senz'altro peggio la seconda. Se il capogruppo della maggioranza al Senato pensa che una banda Bassotti qualsiasi possa mettere nel sacco il suo Governo facendogli buttare dalla finestra quasi 200 milioni di euro per un vaccino inutile, allora significa che siamo in pessime mani. Se poi Gasparri ritiene che Barack Obama, Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Gordon Brown eccetera sono stati raggirati a loro volta da altrettanti imbonitori farmaceutici, allora si salvi chi può. Vuol dire che il mondo è governato da incapaci pronti a farsi plagiare dalla prima Vanna Marchi che passa. Se ci fosse stata una Spectre capeggiata dalla perfida zarina cinese dell'Oms (Margaret Chan) insieme ai leader globali, con la complicità di scienziati e giornalisti, ci sentiremmo meno fessi. Mi torna in mente l'articolo di una columnist del Globe and Mail, Tabatha Southey, sui cospirazionisti della pandemia. Per quanto possa apparire paradossale, forse ha ragione lei quando dice che sarebbe preferibile vivere in un mondo popolato da intelligenze prestate a scopi malefici piuttosto che in uno dominato dall'insipienza. Almeno potremmo batterci per cercare di riconvertire quell'intelligenza collettiva dal male al bene. L'alternativa che ci presenta Gasparri è la stupidità collettiva e ci lascia senza speranze. Ovviamente esiste anche una terza possibilità che lui non prende in considerazione: l'Oms ha dichiarato lo stato pandemico perché effettivamente un nuovo virus si è diffuso su scala globale; per la prima volta nella storia avevamo la capacità tecnologica ed organizzativa per produrre un vaccino in tempo per la seconda ondata pandemica e nessun paese sviluppato ha voluto privarsi di questa opportunità mentre i paesi in via di sviluppo non hanno potuto permettersi il lusso; gli ordinativi sono stati fatti quando sembrava che sarebbero servite due dosi a testa (e così si spiega ciò che ha insospettito Gasparri, ovvero perché la Francia abbia più dosi che abitanti); le decisioni politiche sono state prese quando i margini di incertezza sull'aggressività del virus erano ancora elevati perché per produrre un vaccino occorrono circa 6 mesi. Per inciso non risulta a nessuno che l'Italia abbia comprato ingenti quantità di inutili vaccini contro l'influenza aviaria, ma se Gasparri ha avuto informazioni confidenziali al riguardo dal suo ex compagno di partito, l'allora Ministro della salute Francesco Storace, in questo caso pendiamo dalle sue labbra. In definitiva oltre ai due scenari già presi in esame - la cospirazione diabolica e la truffa alla vaccinara - ne esiste un terzo in cui per tutelare la salute pubblica vanno prese decisioni difficili in condizioni di incertezza. Benvenuti nel mondo reale. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 6 gennaio 2010)    

PS In mattinata un supplemento di indagine su darwinFlu

 

Maurizio Gasparri forse crede che esista una specie di lobby massonica-vaccinale. Una sorta di Spectre dell'influenza pandemica che coinvolge politici, funzionari, scienziati e giornalisti in combutta con le multinazionali del farmaco, su cui il Parlamento italiano dovrebbe fare luce. Il capogruppo del Pdl al Senato parla di "manovre speculative a livello planetario" per farci acquistare ingenti quantità di vaccini che poi non vengono utilizzati. Manovre che a suo dire sarebbero "così potenti da condizionare una informazione che, con il suo allarmismo, diventa scendiletto di pescicani che non godranno impuniti dei loro illeciti profitti".  All'inizio di dicembre, prima che Ferruccio Fazio diventasse ministro, sempre Gasparri arringava: "C'è una speculazione in atto? Chi ci guadagna? Ci sono tangenti? Perché non agire con la scure mettendo l'industria farmaceutica e i suoi propagandisti, anche politici, sul banco degli accusati?". Ora è vero che Gasparri è Gasparri, ma questi assolo li suona su una partitura che trova spazio su buona parte della stampa di destra. Il Giornale, ad esempio, ha conferito a Fazio il premio patacca 2009. Il Foglio ha condotto una vera e propria campagna, attaccando prima il vaccino antinfluenzale e poi i vaccini in generale. Siccome in Italia può succedere di tutto, come ha dimostrato la parabola della cura Di Bella, non è il caso di fare spallucce e liquidare queste polemiche come un regolamento di conti all'interno della maggioranza con annesse bizzarrie giornalistiche. Viviamo in un paese in cui la cultura scientifica è debole ma finora il movimento antivaccini non ha attecchito come nei paesi anglosassoni. Se una gestione politica maldestra della pandemia dovesse aprirgli un varco, sarebbe un guaio per tutti.

Veniamo al cuore del problema, dunque. I numeri non sono quelli dati ieri dal Messaggero in prima pagina, ma la sostanza è indiscutibile: la campagna di vaccinazione contro l'influenza è stata un fallimento clamoroso. Secondo l'ultimo bollettino dell'Istituto superiore di sanità sono state vaccinate appena 812.559 persone (non 35mila come scriveva il quotidiano romano), pari all'1,3% della popolazione, mentre l'obiettivo dichiarato era vaccinare il 40% degli italiani. Di chi è la colpa? Probabilmente è inutile cercare capri espiatori, qui siamo di fronte a un fallimento dell'intero sistema Italia. Da Palazzo Chigi, agli assessorati, fino alle associazioni dei medici, che solo ora si stanno muovendo per spiegare i benefici della vaccinazione ai loro iscritti. Il problema, comunque, è l'esatto contrario di quello denunciato da Gasparri: non è che abbiamo comprato troppi vaccini, è che dopo averli comprati non abbiamo fatto abbastanza per utilizzarli. Secondo i modelli matematici, anche di fronte a un virus moderatamente aggressivo, il vaccino è una soluzione economicamente vantaggiosa, perché le spese per i ricoveri e le assenze dal lavoro superano i costi dell'immunizzazione. Ma soprattutto i vaccini salvano vite umane. Oggi contiamo 193 vittime certificate e quando potremo calcolare la mortalità indiretta, come si fa per l'influenza stagionale, il bilancio salirà parecchio. Si tratta di morti a cui Gasparri non pensa, molte delle quali avrebbero potuto essere evitate con una campagna vaccinale più pervasiva. Nelle due settimane in cui il virus è sbarcato nei telegiornali, chi voleva vaccinarsi non sapeva come farlo. Poi da un giorno all'altro è calato il blackout e nessuno si è più presentato in video a dire: la pandemia non è finita, vaccinatevi. Niente testimonial, niente appelli, niente di niente. Gli americani intanto vedevano Barack Obama con l'ago nel braccio. I francesi sentivano Sarkozy dire: fate come me, immunizzatevi. In tutto il mondo la richiesta di vaccini da parte della gente si è rivelata più bassa del previsto, perché l'assuefazione al rischio è arrivata prima delle dosi. Ma basta leggere la stampa estera e munirsi di calcolatrice per scoprire che non è vero che tutto il mondo è paese. In Francia hanno fatto molto meglio di noi, coprendo oltre il 7% della popolazione. Gli americani hanno raggiunto il 20%, i canadesi il 30%, gli svedesi addirittura il 40%. Evidentemente l'obiettivo che ci eravamo dati sulla carta non era una missione impossibile.

Per un po' si continuerà a vaccinare, ma è impensabile che si riesca a rilanciare la campagna ora che la prima ondata è passata. Due milioni di dosi probabilmente le regaleremo ai paesi in via di sviluppo, ma ne resteranno una ventina di milioni. Che ne faremo? Forse il Governo spera di riciclarle nel vaccino stagionale trivalente del prossimo anno, anche se è probabile che esistano degli ostacoli tecnici o contrattuali. Forse sta già trattando con Novartis per interrompere le forniture, magari pagando una penale. Ma anche se dovesse riuscire a mettere una toppa, tamponando uno spreco di circa 180 milioni euro, questa resterà una pagina nera nel libro delle politiche sanitarie italiane. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 3 gennaio 2010)

Il Governo ha avviato l'iter per l'individuazione dei siti nucleari, ma la parte difficile comincia adesso. Ovunque si decida di costruire le centrali, sorgeranno comitati locali, arriveranno capipopolo, si faranno manifestazioni. Basteranno le compensazioni economiche previste dal decreto a scacciare il fantasma di Yucca Mountain?

Gli enti locali restano in attesa di conoscere la lista ufficiale, ma il movimento che soffia per gonfiare il fenomeno Nimby è già in subbuglio. Sono quelli che non si accontentano di dire: non costruite nel mio giardino (not in my back yard) ma dicono no e basta, ovunque e comunque. Gli americani li chiamano Banana (build absolutely nothing anywhere near anybody). I Verdi sono pochi e malconci ma in questa partita si giocano tutto. Resta da capire quanta sponda troveranno nel Pd, che per ora si colloca su posizioni diffidenti ma prive di acronimi. Basta leggere la voce Nimby nell'Enciclopedia della comunicazione della scienza e della tecnologia per riconoscerle e prevederne le future varianti. L'argomentazione più volte presentata da Pierluigi Bersani rientra in questa categoria: non ci piace il tipo di impianti che volete costruire. Ovvero, saremmo d'accordo sui reattori di quarta generazione ma non sulla terza, nemmeno se la chiamate 3+ per indicare che si tratta di tecnologie evolute. Il fatto che il quarto tipo sia ancora fantascienza, però, pone i democratici su un pendio scivoloso verso una destinazione quasi-Banana. Antonio di Pietro ha già eliminato il quasi, agitando lo strumento referendario. Dichiaratamente no-nuke è anche Ignazio Marino, che nella corsa alla segreteria ha sposato affascinanti e poco concrete alternative come gli aquiloni per l'eolico d'alta quota. Per chi non voglia apparire fondamentalista e nemmeno aprire al nucleare, comunque, si apre un ampio ventaglio di possibilità: non ci piace il percorso decisionale che avete intrapreso; non siamo d'accordo sulla tabella di marcia o sul numero dei reattori; avete scelto i posti sbagliati e via continuando.

Reattori e depositi per le scorie sono classici esempi di ciò che in letteratura è stato chiamato Lulu (locally unwanted land use). Categoria in continua espansione, perché la gente non gradisce discariche, rigassificatori, antenne, ma nemmeno macelli, prigioni, cliniche psichiatriche o locali notturni vicino a casa propria. In qualche condominio contestano persino gli asili nido privati. Ma di tutte queste cose c'è bisogno e un posto bisognerà pur trovarlo. In passato la regola era costruire e basta, preferibilmente nei pressi di comunità troppo deboli per protestare. Ma la coercizione oggi è improponibile, l'unica via praticabile è quella della persuasione. Che significa avviare una campagna di informazione pervasiva e ad alta intensità e coinvolgere nel processo decisionale enti locali e cittadini. Ben sapendo che in assenza di rigorosi paletti, per ciò che riguarda modalità e tempi, la democrazia partecipativa si trasforma in uno show di demagoghi e fondamentalisti. Alle compensazioni economiche spetta il compito di coagulare un fronte di stakeholders favorevole al nucleare in situ, con la prospettiva di rimpinguare le casse degli enti locali e attirare le industrie con l'elettricità a  basso costo. Ma qual è il prezzo giusto? Tra le opzioni discusse in letteratura ci sarebbe l'asta rovesciata: a decidere la somma non è il soggetto interessato a costruire, ma le comunità locali disponibili a ospitare il sito. Chi fa l'offerta più bassa ovviamente vince, ed è presumibile che sia la comunità più bisognosa di soldi. Il problema dell'equità dunque rimane, ma almeno è addolcito dalla compensazione. Un'opzione teorica più equa sarebbe quella degli scambi fra interventi indesiderati, secondo uno schema a punti: accettiamo l'aeroporto, ad esempio, se ci garantite di non costruire qui l'inceneritore. Ma si tratta di cose più facili da dire che da fare, soprattutto se in ballo c'è un tema tecnicamente complesso ed emotivamente incrostato come il nucleare. I siti con le caratteristiche adatte sono pochi e ci vuole una fervida fantasia per immaginare che si scateni una corsa ad assicurarsi il deposito nazionale delle scorie o i reattori. Non è un caso che gli Stati Uniti siano bloccati da vent'anni a litigare sul sito di Yucca Mountain, che dovrebbe ospitare i residui in modo permanente. Di quell'angolo del deserto del Nevada ormai sappiamo più cose che di qualsiasi altro posto al mondo, con tutti gli studi di geologia, idrologia, geochimica e paleoclimatologia che sono stati fatti. Ma nessun rapporto scientifico può soddisfare chi il nucleare non lo vuole per principio o perché non ha fiducia nelle istituzioni. E se questo vale per gli Usa, figuriamoci per l'Italia. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 23 dicembre 2009)

L'Istituto superiore di sanità ha documentato il primo caso mondiale di trasmissione della variante mutata del virus pandemico. Si tratta della famigerata mutazione D225G sul gene dell'emagglutinina, altresì detta D222G a seconda del sistema di numerazione adottato, sospettata di facilitare l'accesso del virus nella profondità dei polmoni. Non è stato ancora diramato alcun comunicato stampa e la notizia è stata confinata in una sezione poco visibile del sito dell'Iss. Ne ho appena scritto su DarwinFlu.

"Mamma, non so decidermi se Babbo Natale esiste oppure no". La bomba viene sganciata senza preavviso durante la cena e il boccone va di traverso. Accidenti, penso, è uno dei momenti di svolta nella vita di mia figlia e non sono preparata, mi tocca improvvisare. Le parole giuste arrivano in poche frazioni di secondo, lei esibisce una smorfietta di disappunto e scoppia subito a ridere. E' andata. Prova superata, niente traumi. E se spiffera la verità ai compagni della scuola materna? Meglio farsi promettere che terrà la bocca chiusa, le altre mamme potrebbero prenderla male.

L'anno scorso è successo con un sacerdote di Garlasco che, nel bel mezzo della messa, se n'è uscito con una rivelazione  - "Babbo Natale è una favola" - poco gradita ai fedeli con figli al seguito. Nel 2005 ha fatto notizia un'omelia del Vescovo di Como che avvertiva i bambini: "a portare i doni sono papà e mamma rintronati dalla pubblicità". Nel 2008 una supplente inglese è stata allontanata dopo aver detto la scandalosa verità agli alunni. Tutti i genitori, ovviamente, vorrebbero poter scegliere il momento giusto, senza essere smascherati da altri. Ma sul come e sul quando, in genere, hanno le idee piuttosto confuse.  Devo dirlo? Se lo faccio gli rovino la magia? Se lo scopre da solo si sentirà tradito? La rete ci consegna pareri discordi. «Finché è possibile lasciamogli vivere questo sogno», consiglia il neuropsichiatra infantile Giovanni Bollea. Dal pulpito di S.O.S Tata, invece, Adriana invita a preparare il terreno oggi per la delusione che arriverà domani, dicendo ai bambini: "Babbo Natale esiste se tu ci credi. Quando smetterai di crederci, non esisterà più". Ma i bambini non sono tutti uguali e nemmeno i genitori. Se si è religiosi Babbo Natale può apparire come un intruso che occulta il vero significato della festività. Se si è atei ci si può sentire in imbarazzo a spiegare ai pargoli che non tutti credono in Dio ma la notte del 24 dicembre dal camino scende Babbo Natale. In ogni caso non c'è ragione di drammatizzare. Con i bambini spesso le cose sono più facili di quel che sembra e il dilemma natalizio non fa eccezione, come confermano diversi studi. Qualche tempo fa due psicologi canadesi - Serge Larivée e Carole Sénéchal - hanno fatto il punto concludendo che oltre il 40% dei bambini capiscono gradualmente la verità da soli e ai genitori tocca soltanto confermare. In genere la scoperta non è traumatica. Nel comunicato stampa della loro università si legge che nel 1896 il 22% dei bambini ammetteva di provare disappunto, nel 1979 sono arrivati al 39%. Solo una sparuta minoranza - dal 2 al 6% rispettivamente - si è sentito tradito. Nel giro di un secolo sono aumentati coloro che lo vengono a sapere dai genitori, passando dal 25 al 40%, agli altri ci pensano i coetanei. Da una ricerca del 1980 comunque è emerso che all'età di 7 anni la metà dei bambini ci crede ancora. Un'ultima infornata di cifre: nel 1896 il 54% dei genitori diceva di perpetuare il mito di Santa Claus per rendere i bambini più felici, nel 2000 lo ha detto l'80%.  Chissà perché siamo tanto convinti che questo genere di credenze dia la felicità. Di sicuro credere in cose che non esistono ci viene naturale, perché la credulità ha basi cognitive ed evoluzionistiche di cui si trova conferma persino nel comportamento degli animali. Il nostro cervello è una macchina che trasforma le correlazioni in causalità. Perciò credere che esista un grande elfo buono non è tanto difficile, se ogni anno la mattina del 25 dicembre troviamo i pacchi infiocchettati sotto l'albero. Alcune false credenze ce le portiamo dietro per il resto della vita, questa invece ce la lasciamo alle spalle quando ci rendiamo conto che nessuno potrebbe recapitare milioni di regali in tutto il mondo nell'arco di una notte. Una volta scoperta la verità i bambini accettano le nuove regole come se fosse un rito di passaggio e danno volentieri manforte ai genitori mantenendo il segreto con i fratelli più piccoli. Perdono un po' di magia? Sì certo, ma non sarà una rivelazione su Babbo Natale ad azzoppargli la fantasia. In compenso capire qualcosa di nuovo può dare una grande soddisfazione, forse persino un lampo di felicità. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 17 dicembre 09)

Chi cerca trova. Infatti non appena l'Istituto superiore di sanità (Iss) ha iniziato a cercarla, è subito saltata fuori. Parliamo della mutazione D225G. Quella che sembra favorire l'ingresso del virus dell'influenza pandemica in profondità nei polmoni, facilitando (forse) l'insorgenza di polmoniti acute.

Per ora in Italia è stata identificata in un solo caso, un ragazzo, tra i primi a finire in terapia intensiva con prognosi riservata. Se il paziente si è salvato è grazie alla macchina per l'ossigenazione extracorporea del sangue a cui è stato collegato per un paio di settimane. Dal ministero del welfare ora arrivano le rassicurazioni di rito, ma lo scenario che abbiamo davanti è un chiaroscuro pieno di incognite. Per farci coraggio possiamo dire: è stato trovato un solo caso su oltre 100 sequenze esaminate, segno che la mutazione è rarissima. Giusto, ma in Norvegia sospettano che per stanarla siano necessarie delle biopsie polmonari, mentre le nostre sequenze provengono da campioni naso-faringei o bronchiali. Se nello stesso ospite convivessero ceppi diversi, potremmo trovare l'uno o l'altro a seconda della profondità a cui si spinge il prelievo. Dopo che la mutazione è stata notata in Ucraina, i norvegesi hanno rotto il silenzio, seguiti dai francesi e poi da noi, mentre l'Oms conferma qualche caso anche in Asia e in America. Dunque la diffusione è geograficamente ubiquitaria, per quanto sporadica, e l'effettiva frequenza è ancora da determinare. Un'altra ragione di ottimismo: la mutazione è stata trovata anche in qualche caso leggero. Così sembra, ma la gran parte dei casi sono severi o letali e per saperne di più dovremo attendere i risultati degli esperimenti di infezione sul modello animale, una ricerca che l'Iss non può fare perché non ha laboratori con un livello di biosicurezza adeguato. Ancora una nota positiva: la mutazione riguarda i primi casi perciò è vecchia, se fosse stata una bomba sarebbe già deflagrata. Vero. Ma è più facile accorgersi della mutazione nei campioni vecchi che in quelli recenti, perché all'inizio la sorveglianza si fa su piccoli numeri, dunque è più serrata. E' possibile, inoltre, che l'innesco avvenga per gradi, che richieda qualche altro passaggio. Se questo cambiamento puntiforme della sequenza sbilanciasse la prognosi sul versante infausto ma al tempo stesso riducesse l'infettività del virus, potrebbe avere bisogno di un'altra mutazione per propagarsi e le occasioni non mancheranno. La storia delle ultime pandemie, infatti, suggerisce che dopo il primo picco potrebbe arrivarne un secondo, se non quest'anno il prossimo. Ecco infine l'ultima freccia all'arco degli ottimisti: la letteratura porta a credere che un cambiamento in posizione 225 sulle proteine di superficie del virus (emoagglutinina) non riduca l'efficacia del vaccino. Peccato che almeno uno dei ceppi mutati in Ucraina sia già stato classificato come un "low reactor", espressione che indica una bassa risposta al vaccino. Dunque è lecito sospettare che a seconda del background genetico in cui si colloca, questa mutazione possa avere o meno ripercussioni sull'immunogenicità. Vaccinarsi comunque è sempre utile, perché una copertura parziale è meglio di niente e perché la presenza del tanto vituperato squalene ci garantisce almeno qualche rinforzo. In Francia, anzi, stanno utilizzando le incognite della mutazione come stimolo per la campagna vaccinale e pur essendo partiti dopo di noi hanno già un numero di vaccinati doppio rispetto all'Italia. E l'altra mutazione, quella che conferisce resistenza al Tamiflu ed è stata confermata anch'essa nel nostro paese almeno in un caso? Probabilmente l'insorgenza è stata facilitata dall'immunodepressione della paziente, una bambina leucemica di due anni, e in qualche misura si tratta di un fenomeno atteso. Sarebbe peggio se fosse accaduto con una persona "sana" mai trattata con il farmaco, perché significherebbe che in circolazione ci sono ceppi resistenti abbastanza competitivi da avere un'efficiente trasmissione interumana. Uno scenario che comunque non può essere escluso da quando sono venuti alla luce dei cluster di resistenza in Usa e Gran Bretagna. Le indagini sono in corso e la morale non cambia. Dopo l'allarmismo è subentrata l'assuefazione, ma non è davvero il caso di sottovalutare. (Anna Meldolesi, dal Riformista dell'1 dicembre 2009)

Tutti parlano dei ricercatori norvegesi che hanno identificato una mutazione potenzialmente pericolosa nel virus influenzale pandemico. A essere onesti, però, questo dovrebbe essere il momento dell'americano Henry Niman. E' lui infatti che per primo si è accorto della fatidica mutazione D225G, scrivendone per settimane, ogni giorno, sul sito della sua società di consulenza, quando ancora la notizia dei tre casi norvegesi non era stata diffusa e l'Oms preferiva non commentare l'anomala concentrazione di polmoniti in Ucraina. Nieman è un "flu tracker" e nell'ambiente lo conoscono tutti, anche se tutti storcono il naso. Perché è un allarmista per vocazione, nel senso che sta appostato per avvistare i pericoli che gli altri non vedono. Le sue intuizioni è bene dividerle per due e disseminarle di punti interrogativi, ma snobbarle è un errore. Nieman infatti è capace di seguire l'evoluzione di un focolaio epidemico negli angoli più remoti del globo standosene comodamente seduto al computer. Spulcia i giornali e i bollettini locali, anche se sono scritti in armeno. Mastica le sequenze virali depositate su Genbank come se fossero noccioline. Quando nota un puntino nero all'orizzonte comincia a gridare al lupo. A volte si sbaglia e il lupo non arriva, spesso è solo un cane. In questo caso però ha battuto tutti sul tempo e non è la prima volta che accade. Pochi se lo ricordano, ma è grazie a lui che qualche anno fa è stato identificato l'unico cluster di trasmissione uomo-uomo del virus dell'aviaria, in Turchia. Un lupo, mannaro per giunta, che per nostra fortuna è rimasto isolato. 

La mutazione D225G della nuova influenza potrebbe essere un lupo o un cane, ma ormai nessuno dubita che vada tenuta d'occhio attentamente. La più sincera, come al solito, è stata la direttrice dei Cdc di Atlanta Anne Schuchat: "Non vogliamo sminuire. E' troppo presto per capire cosa questa mutazione possa comportare". Nei resoconti ufficiali e in molti articoli la vedrete indicata con un'altra sigla (222), ma si tratta sempre di D225G, catalogata con un diverso sistema di numerazione. In Norvegia l'hanno trovata in 3 pazienti, due dei quali sono morti. I casi ucraini studiati invece sono 10, di cui 4 fatali, e il cambiamento di sequenza è stato riscontrato proprio in questi ultimi. Al momento non sembra che tutte le sequenze mutate identificate dal Brasile al Giappone, dalla Spagna agli Stati Uniti corrispondano a casi gravi. Comunque possiamo già dire che, potendo scegliere, preferiremmo di gran lunga contrarre la versione originaria. D225G infatti determina un cambiamento nell'emoagglutinina, che è la chiave di ingresso del virus per entrare nelle cellule dell'ospite. La chiave mutata gli consente di aprire la serratura in profondità nei polmoni, piuttosto che fermarsi a trachea e bronchi. Il solito Niman sospetta che per questo possa scatenare delle polmoniti emorragiche, come quelle riportate in Ucraina, ma non si può escludere che per arrivare a tanto il virus influenzale abbia bisogno di un complice (pneumococco? tubercolosi?). Sempre lui evidenzia qualcosa su cui le autorità sanitarie per ora preferiscono glissare: la stessa mutazione  è presente nel virus dell'influenza aviaria e persino nel ceppo che si è diffuso con la seconda ondata della famigerata Spagnola. Ovviamente una mutazione da sola non basta a trasformare un virus poco aggressivo in uno spietato killer seriale, ma è un campanello d'allarme che suona. Per fortuna, come hanno notato in molti, la mutazione appare circoscritta, seppure in diverse aree del globo. Ma la sua reale diffusione è ancora tutta da scoprire, perché per stanare il virus mutato non bastano i normali tamponi naso-faringei, ci vuole una biopsia polmonare. Quello che tutti si chiedono ora è di quanto tempo potrebbe avere bisogno la nuova variante per provare ad affermarsi su quella più mite. Ovvero quanto tempo ci vorrà per essere certi che il lupo non ci salterà addosso e si lascerà addomesticare. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 22 novembre 2009)

PS Per saperne di più sulla mutazione c'è DarwinFlu

Chi ha visto il secondo spot della campagna informativa da 2,5 milioni di euro sulla nuova influenza? (la cifra è stata data da Bonaiuti in conferenza stampa). Dalla Presidenza del Consiglio mi dicono che va in onda da una decina di giorni ma io non l'ho mai beccato. Per riuscire a visionarlo, dunque, sono andata sul sito del Governo. Inutile andare sul sito del Ministero della salute, lì non l'hanno messo. Probabilmente hanno fatto bene, perché lo spot non solo è bruttino ma è addirittura sbagliato. Infatti mentre le ordinanze di Fazio riconoscono le donne in gravidanza come una categoria prioritaria per l'immunizzazione, Topo Gigio ha dimenticato di includerle nella sua lista dei soggetti a rischio che devono vaccinarsi. Incredibile? Sì, ma vero.  

Si è molto scritto e molto fantasticato sulle lezioni di Corano impartite da Gheddafi alle 200 hostess italiane. Ma tra un salto alla Fao e i suoi bagni di ragazze, il colonnello ha trovato il tempo per altri sorprendenti incontri. Secondo il portale di news Afrique en ligne la Guida della rivoluzione libica ha incontrato uno dei leader della mancata rivoluzione italiana. Tal Mario Cabana, in realtà Mario Capanna. Dopo aver incassato un paio di generosi emendamenti ad personam nell'ultima finanziaria del morente governo Prodi ed essersi assicurato 400.000 euro dal sindaco Alemanno, pare che ora l'ex sessantottino folgorato dalla lotta agli Ogm abbia puntato gli occhi su Tripoli. Se Gheddafi dovesse abboccare, l'album delle figurine degli eroi antbiotech si arricchirà di una new entry impareggiabile, perfetta da inserire tra il sari di Vandana e i baffi di Bové. 

Anziché fare lo sciopero della fame per un giorno, probabilmente, Jacques Diouf avrebbe dovuto dimettersi. Il senegalese è diventato direttore generale della Fao nel 1994 ed è al suo terzo mandato. C'era già lui quando nel 2000 è stato annunciato l'obiettivo di dimezzare la percentuale degli affamati entro il 2015. C'è ancora lui oggi a fare il bilancio di un decennio disastroso sul fronte della sicurezza alimentare: il numero di persone che soffre la fame invece di diminuire ha superato la soglia del miliardo.

La Fao dunque ha fallito. Fare l'elenco dei bachi del sistema sarebbe un esercizio lungo e complicato. La scarsità di mezzi che Diouf ha lamentato chiedendo 44 miliardi di dollari è sicuramente uno di questi, perché non arriveremo da nessuna parte se l'assistenza internazionale e i governi non torneranno a investire pesantemente in agricoltura, invertendo una tendenza nefasta partita negli anni '80. Ma i soldi da soli non bastano se a mancare è la visione strategica. Diouf insomma non può cavarsela con l'ennesimo appello ai donatori e nemmeno dichiarando che "la fame non è un problema tecnico né economico, ma politico". Ha il dovere di fornire analisi e proposte convincenti. Anche perché sotto la parola hunger ce ne sta scritta un'altra: povertà rurale. E quest'ultima ha una molteplicità di cause che vanno dalla difficoltà di accedere ai mercati internazionali all'arretratezza tecnologica di coltivatori che spesso hanno come unico strumento una zappa.

Per costruire un mondo più giusto di questo, in cui si realizzino i Millennium Goal e si faccia persino di meglio, il primo passo è rifuggire dalle semplificazioni. La fame è politica, economia, tecnica e molto più di questo. Non è possibile sconfiggerla se non si piantano i semi della democrazia, perché ha ragione Amartya Sen quando nota che nessun governo democratico potrebbe sopravvivere affamando i suoi elettori. Ma accanto a questo insegnamento che piace a tutti, da destra a sinistra, dovremmo fare posto anche per l'eredità di una figura più scomoda, Norman Borlaug, in un senso che va al di là del solito riferimento all'utilità delle biotecnologie. La sua Rivoluzione verde, così tanto citata e così poco capita, ci parla dell'enorme potenziale umanitario che può avere la modernizzazione dell'agricoltura, mentre in occidente va di moda l'Arcadia. Ci ricorda che servono scuole, porti, strade, dighe, ma anche fertilizzanti e colture ad alta resa. C'è un filo rosso che lega tutte queste cose: studiare qualche anno può darti il coraggio di sfidare un destino di povertà già scritto e lo scetticismo di chi ti sta intorno. Puoi cominciare barattando tutto per un animale che tiri l'aratro, approdare a un trattore, osare con le sementi migliori, come ha fatto François Traore, che  oggi rappresenta i produttori di cotone del Burkina. Lo sviluppo ti fa volare se riesci a coglierlo, ma gli ultimi li lascia ai margini. Per questo non deve mai venire meno l'imperativo etico a ridurre le disuguaglianze, come ieri è tornato a ricordare Benedetto XVI. Alla sua analisi, però, mi permetterei di aggiungere almeno un pizzico di Thomas Malthus. Non certo per quel desiderio perverso di mettere le briglie alla demografia che andava di moda negli anni '70: Paul Ehrlich e i tardi epigoni di The Population Bomb possiamo lasciarli perdere. Come documenta una recente inchiesta dell'Economist, il benessere sa essere più potente dei condom e i paesi emergenti stanno vivendo una transizione demografica anticipata. Il tasso di natalità ha impiegato 130 anni a passare da 5 a 2 in Gran Bretagna, mentre in Corea del sud sono bastati 20 anni. Nei paesi in via di sviluppo oggi una donna può aspettarsi 3 figli, mentre sua madre ne metteva in conto 6. Se è vero che non esiste una relazione di causa-effetto tra la crescita della popolazione e la fame, come sostiene il papa, è anche vero che cancellare la demografia dall'equazione non si può. Nell'Africa sub-sahariana la produzione di cereali procapite oggi è del 19% inferiore a quella del 1970. Perché alle élite delle capitali importa poco e niente della povertà rurale, ma anche perché la Rivoluzione verde che ha sfamato centinaia di milioni di persone in Asia e America non è mai arrivata in Africa, mentre le bocche da nutrire hanno continuato a crescere. Il sistema alimentare globale si basa su un disequilibrio in perenne evoluzione, che può andare in crisi alla minima scossa, perché l'aumento delle rese non tiene il passo dell'aumento dei consumi. Ma in questo rapporto zoppicante è possibile leggere anche qualche ragione di ottimismo, se non per l'Africa sub-sahariana almeno per i paesi emergenti. I consumi crescono anche perché chi riesce a rompere il cerchio della povertà non si accontenta più di una ciotola di riso. In mezzo a tanti numeri drammatici, in fondo, questa è l'unica preoccupazione che siamo contenti di avere.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 17 novembre 2009)

Finora in Italia la campagna di vaccinazione ha registrato pochi "incidenti" di lieve entità. L'Aifa parla di 198 segnalazioni per problemi minori come arrossamenti o prurito, oltre a 5 casi di allergia trattati con il cortisone. Ma sarebbe sciocco illudersi che da noi non accadrà ciò che è successo in Germania e in Francia. Le malattie, i decessi improvvisi, gli aborti spontanei avvengono normalmente, tutti i giorni, con o senza vaccini. Quando viene avviata una campagna di vaccinazione, però, questi eventi vengono annotati tutte le volte che riguardano persone che si sono immunizzate, anche se si sono verificati diverse settimane dopo l'inoculo. Perciò seppure il vaccino fosse il più sicuro della storia, le autorità competenti registreranno come sospetti anche decessi e malattie che rientrano nella normale incidenza e qualcuno cederà alla tentazione di leggere un nesso causale dietro a una semplice correlazione. Per prepararci a questo scenario faremmo bene a dire sin da ora che anche qui qualcuno morirà improvvisamente il giorno dopo l'immunizzazione, come è accaduto in Germania. Anche qui qualcuno resterà paralizzato per la Sindrome di Guillain-Barré, come è capitato in Francia. Un lavoro pubblicato alla fine di ottobre su Lancet ci consente addirittura di fare qualche previsione. Se la campagna vaccinale dovesse raggiungere i risultati che Ferruccio Fazio si era prefisso in origine, immunizzando 24 milioni di persone, ci dovremmo aspettare oltre 40 casi di Guillain-Barré, una dozzina di morti improvvise, centinaia di aborti spontanei in persone immunizzate di fresco. Difficilmente però raggiungeremo questi numeri: con oltre 2 milioni di dosi distribuite, i vaccinati sono stati appena 150.000 e sarebbe sorprendente se il ritmo aumentasse proprio ora che la pandemia è scomparsa dalle prime pagine. Dunque conteremo meno "eventi avversi", ma non sarà per la superiore sicurezza dei vaccini italiani, né per la nostra buona stella. Se a vaccinarsi saranno in pochi, solo in pochissimi casi potremo correlare questi drammatici incidenti della vita all'assunzione del vaccino. Il basso tasso di immunizzazione aumenterà certamente il bilancio delle vittime dell'influenza, certificate e non, e paradossalmente potrebbe accrescere anche i casi di Guillain-Barré. Seppure in rete si trova di tutto e di più sul presunto legame tra la sindrome e i vaccini, in realtà sembra che questa malattia sia più frequente proprio tra le persone colpite da influenza. Ma neppure la contabilità epidemiologica sfugge alla regola dell'occhio non vede, cuore non duole. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 15 novembre 2009)

PS1 Aggiornamento: secondo i giornali del 17 novembre l'Italia avrebbe due decessi sospetti: un operatore sanitario a Bari per il quale sarebbe stato escluso il nesso con il vaccino e un malato cronico a Salerno per cui sono ancora in corso le indagini.

PS 2 Per chi vuole sapere tutto sulla pandemia influenzale, e magari ha voglia di qualche affondo scientifico sulle questioni più controverse, segnalo un nuovo sito web, interamente dedicato al tema. Lo ha creato darwin (rivista per cui lavoro) e si chiama darwinFlu.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si fa presto a dire mutazione. Dal condizionale si passa al gerundio quindi all'indicativo. Potrebbe mutare (6 novembre, Ferruccio Fazio), sta mutando (7 novembre, Giuseppe Mele), è mutato (8 novembre, Klaus Davi). Ma questo virus muta o non muta?

Il viceministro ha tirato in ballo la possibilità di un riassortimento con il virus dell'aviaria, per spiegare perché la campagna di vaccinazione deve proseguire anche dopo il picco pandemico. Il rappresentante dei pediatri ha evocato lo spettro della mutazione per spiegare la morte della bimba napoletana di 8 mesi (come se questo virus non fosse capace di fare questo e altro esattamente così com'è). Il tuttologo di Domenica In ha trasformato l'ipotesi in fatto compiuto. Ma è vero? Il virus potrebbe mutare, sta mutando, è mutato? Si e no, vediamo perché. La riposta è positiva se si intende dire che questo virus, come tutti gli altri, replicandosi commette degli errori che introducono piccoli cambiamenti nel suo genoma. L'ha già fatto, lo sta facendo e lo farà ancora, perché questo è il suo sporco lavoro. La risposta è negativa, invece, se si intende che una di queste innumerevoli versioni mutate ne ha aumentato la letalità, ha incontrato i favori della selezione naturale e si sta diffondendo nel globo.

I giornali italiani non ne hanno parlato, ma a settembre è stata identificata una variante mutata nel piccolo focolaio di un campeggio olandese. Si trattava di una mutazione potenzialmente pericolosa a carico di un gene che secondo alcuni studi è correlato alla patogenicità (PB2), ma siamo stati fortunati: questa volta non ha potenziato l'aggressività del virus e non si è nemmeno diffusa. In definitiva il ceppo pandemico in circolazione in Italia e nel resto nel mondo è sempre quello usato per la produzione del vaccino (A/California/7/2009 (H1N1)v) e si sta dimostrando piuttosto stabile dal punto di vista genetico. Ma siamo d'accordo con Fazio: ciò che non è accaduto finora potrebbe accadere in futuro. Sia il viceministro italiano che i vertici dell'Organizzazione mondiale della sanità hanno paventato lo scenario di un riassortimento con il ceppo responsabile dell'aviaria (H5N1). L'idea di trovare riunite in un solo microrganismo l'alta contagiosità del virus suino e l'alta patogenicità di quello aviario è inquietante e non si può escludere a priori, anche se è così poco probabile da suonare un po' fantascientifica. Gli esperti di evoluzione virale, infatti, notano che H1N1 non ha alcun bisogno di chiedere in prestito ad altri le armi per diventare più pericoloso, può arrangiarsi assai bene da solo. I virus del suo gruppo (quelli a Rna) possono manifestare una mutazione per genoma per replicazione, arrivando a produrre fino a 100.000 copie virali in 10 ore per un totale di oltre mille particelle virali in un organismo infetto. Calcolate voi quante strade evolutive possono sperimentare se arrivano a infettare decine, centinaia di milioni di persone come accade in una pandemia. Ma se il nostro virus dovesse imboccare qualche via pericolosa, come faremmo ad accorgercene? Probabilmente noteremmo un hot-spot di casi particolarmente gravi in un'area ristretta ed è per questo che gli specialisti stanno tenendo gli occhi puntati sull'Ucraina. Qui il virus si sta diffondendo alla velocità della luce, con quasi un milione di contagiati, 50.000 ospedalizzati, 155 morti. I danni peggiori li sta facendo ad est, nella regione di Lviv, e ad attirare l'attenzione è stata soprattutto la notizia (ufficiosa) di alcuni casi anomali, caratterizzati da manifestazioni emorragiche. Siamo di fronte a un capriccio del caso o a un indizio preoccupante? Gli ucraini hanno capacità diagnostiche sufficienti per accorgersi se oltre ad H1N1 è all'opera anche qualche altro microrganismo, responsabile di una coinfezione? Il 3 novembre l'Oms ha inviato a Kiev un team di specialisti, sottolineando che l'Ucraina rappresenta un modello utile per prevedere il comportamento di H1N1 nel contesto climatico e socio-sanitario dell'Europa nord-orientale. Lo stesso giorno alcuni campioni sono partiti alla volta del Regno Unito per il sequenziamento. E' passata una settimana, più che abbastanza per completare il lavoro, ma non conosciamo ancora il responso ufficiale. Più passa il tempo, più lievitano le fantasie nel mondo parallelo della rete. Finché non arriverà una parola ufficiale dall'Oms, comunque, sarà meglio concentrarsi sul virus che c'è, anziché su quello che potrebbe arrivare. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 10 novembre 2009)