Oggi sul Corriere della sera c’è un mio commento sui trentenni cinesi della generazione dei figli unici (pag 34). La loro personalità e il loro comportamento in alcuni classici test di economia sperimentale (Dictator Game, Trust Game, Risk Game, Competition Game) sono al centro di un lavoro pubblicato sull’ultimo numero di ”Science”. Ne emerge la fotografia di una generazione poco combattiva, fatta di piccoli imperatori solitari e pessimisti. Per contestualizzare questi dati, in preparazione del mio articolo, ho intervistato una delle autrici. Xin Meng si è laureata in Cina e ora insegna economia all’Australian National University. Ecco cosa mi ha detto.
A.M. Siamo abituati a pensare che gli studenti asiatici, quelli cinesi in particolare, abbiano una marcia in più rispetto ai coetanei occidentali perché molto motivati,
disciplinati, disposti ai sacrifici. I dati appena pubblicati dal suo gruppo su
“Science” contraddicono questo stereotipo?
XIN MENG Non è così semplice. Ci sono due questioni importanti da tenere a mente a
questo proposito. Innanzitutto il nostro studio confronta da una parte gli
individui che avrebbero potuto avere dei fratelli ma non li hanno avuti a causa
della Politica del figlio unico, e dall’altra parte gli individui che sono nati
appena prima dell’introduzione di questa Politica e quindi sono cresciuti con
dei fratelli. Rispetto a questi ultimi, la generazione dei figli unici risulta
significativamente meno fiduciosa, meno affidabile, meno propensa ad assumersi
dei rischi e meno competitiva. In realtà la cultura tradizionale cinese è molto
altruista e orientata alla famiglia, e ha sempre considerato il duro lavoro
come una virtù. Queste tradizioni millenarie non vengono cancellate facilmente.
Inoltre probabilmente, durante l’era comunista, la società ha incoraggiato lo
sforzo collettivo più del comportamento individualista. Ci sono dati secondo
cui, rispetto ad altre nazioni, in media i Cinesi sono più propensi a fidarsi. Per
esempio un articolo del “Wall Street Journal” indica, sulla base del World
Value Survey 2007, che il 49% dei cittadini cinesi interpellati ritiene di
potersi fidare della maggioranza delle persone, mentre negli Stati Uniti questa
percentuale si ferma al 39%. La seconda questione di cui tenere conto
è che la Politica del figlio unico è stata applicata rigidamente solo nelle
aree urbane, mentre in quelle rurali è comune avere due o tre figli. Di
conseguenza attualmente la maggior parte della popolazione cinese rurale hukou [Ndr con residenza stabile] non è cresciuta senza fratelli ed è due volte più numerosa della popolazione urbana. Per le coorti nate dopo il 1980, la popolazione urbana hukou è solo un quarto della popolazione rurale. I nostri risultati sui Cinesi urbani hukou, dunque, non possono rappresentare il Cinese “medio”.
A.M. Quali implicazioni si possono trarre per i figli unici delle società occidentali?
XIN MENG I nostri risultati hanno qualche rilevanza anche per i figli unici nelle
società in cui sono le coppie a decidere liberamente quanti bambini mettere al mondo, ma il comportamento dei figli unici in questi contesti può differire considerevolmente rispetto a quanto abbiamo scoperto per la generazione cinese dei figli unici. Quando le
decisioni riproduttive vengono prese dagli individui, i figli unici sono il
risultato delle scelte parentali. I genitori che scelgono di avere un solo
bambino potrebbero rappresentare un gruppo particolare di genitori in termini
di personalità e tratti comportamentali. Queste caratteristiche speciali
possono essere trasmesse ai figli. Quindi quello che osserviamo può essere la
combinazione dell’effetto di crescere senza fratelli e dei particolari tratti
della personalità ereditati dai genitori. Nel gergo economico questo secondo elemento
viene chiamato “selection bias”. Nel lavoro pubblicato su “Science”, invece, noi mostriamo l’effetto del crescere come figli unici, non quello che accade quando sono i tuoi genitori a decidere che tu devi essere un figlio unico. Inoltre, in una società in cui le decisioni
riproduttive sono individuali, i figli unici si trovano a crescere con dei
coetanei che hanno dei fratelli. Mentre in Cina, a causa della Politica del
figlio unico, questi figli unici crescono con amici e compagni di scuola che
sono per lo più figli unici. Questo “effetto dei coetanei” può anche amplificare
l’effetto del crescere senza fratelli. Perciò è un po’ difficile capire cosa
significano i nostri risultati per le società in cui mettere al mondo uno o più
figli è una scelta individuale.
A.M. E’ stato difficile ottenere il via libera di Pechino per la vostra ricerca? E’ vero che discutere gli effetti negativi della Politica del figlio unico non è più un tabù?
XIN MENG Non abbiamo avuto alcuna difficoltà a condurre il nostro studio in Cina.
Siamo convinti che il Governo cinese sia piuttosto aperto alle discussioni sull’impatto della Politica del figlio unico.
A.M. La Politica del figlio unico è responsabile di moltissimi drammi personali. Ha causato un grave squilibrio demografico in termini di invecchiamento della popolazione. Ha generato uno sbilanciamentonumerico tra i sessi, perché molte coppie, potendo avere solo un figlio o due, decidono di abortire le figlie femmine. Ora voi avete documentato anche un impatto comportamentale sulle giovani generazioni. Le autorità cinesi sono consapevoli e preoccupate di questi risvolti psicologici? Crede che possano essere considerati una minaccia per lo sviluppo del Paese?
XIN MENG E’ difficile rispondere, ma sì, noi pensiamo
che il Governo cinese sia a conoscenza delle ramificazioni psicologiche della
Politica del figlio unico. Nel marzo del 2007, alla Conferenza politica
consultiva del popolo cinese (CPPCC), trenta delegati hanno chiesto al Governo di
abolire questa politica esprimendo preoccupazione per “i problemi sociali e i
disordini della personalità dei giovani”. Per quel che possiamo capire,
attualmente il Governo cinese sta valutando un possibile rilassamento della
Politica del figlio unico e noi speriamo che i nostri risultati abbiano un
importante ruolo nel processo decisionale.
(l’intervista è avvenuta via email il 9 gennaio 2013)