I 5 disturbi dei dittatori

Si può ridere dei tiranni? Una risposta arriverà dai botteghini americani a metà maggio, con l’uscita del film The dictator, scritto e interpretato da Sacha Baron Cohen. Questa volta l’attore di Borat è una specie di Gheddafi redivivo che attraversa New York a dorso di dromedario: “Sua Eccellenza, il Colonnello Generale Dottor Aladeen, Presidente democratico a vita, Comandante invincibile e trionfante, Capo oftalmologo, Brillante genio dell’umanità, Eccellente nuotatore anche a farfalla, Amatissimo oppressore e Rude protettore del prezioso e sacrificabile popolo di Wadiya”. Troppe personalità?
Per la psichiatria i despoti sono ancora un enigma: “Credono di essere degli eroi ma calpestano i diritti degli altri. Come possono essere così immuni all’autocritica senza perdere del tutto i contatti con la realtà?”, ci dice lo studioso più in vista, Fred Coolidge dell’Università di Colorado Springs. Le sue ricerche rivelano una confluenza di cinque disordini della personalità… (Continua qui)

Pubblicato in Generale | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Integralismo vegetariano

Sognatori e svampiti, i vegetariani. Materialisti e rozzi, i carnivori. I talk show mettono in scena così il dibattito carne-sì-carne- no, in modo che lo spettatore possa sentirsi a suo agio nel mezzo. In libreria, però, è tutta un’altra storia, il match non si disputa proprio. Lo standard vegetariano, meglio ancora vegano, si presenta come l’unico moralmente ammissibile, mentre l’altra parte preferisce tacere. È così che il «New York Times» ha deciso di provocare gli intellettuali carnivori: trovate delle argomentazioni etiche a favore del consumo di carne e inviate i vostri contributi di 600 parole alla nostra giuria di intellettuali animalisti. Il migliore sarà pubblicato. Sollecitazione o imboscata? Le tendenze editoriali, comunque, sono già un passo oltre la disfida dei saggi. La crociata vegetariana non si combatte più soltanto a suon di trattati e inchieste. L’animalismo e l’eco-militanza si son fatti racconto. Continua qui.

Pubblicato in Generale | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Animal Einsteins

Gli scimpanzé sono considerati gli animali più intelligenti, dopo l’uomo. Si può discutere se la differenza sia di grado o di qualità, come sostenevano rispettivamente Darwin e Cartesio. Ma questa angolazione classica non è l’unica possibile: si fa presto a dire scimpanzé, mica sono tutti uguali. Le abilità cognitive non sono un dono che la natura distribuisce con pari generosità a tutti gli esemplari di una stessa specie, siano essi primati umani o non umani. La maggior parte sa fare ciò che serve per sopravvivere e riprodursi (sono i normodotati), alcuni riescono meglio della media (i bravini), quelli che arrivano ad eccellere sono una rarità. Qualcuno li ha soprannominati gli Einstein del mondo animale, come se nella loro mente fosse custodita la scintilla di una possibile rivoluzione culturale. Ma non sono uomini in divenire: amano spulciarsi come tutti i cospecifici e la prospettiva di una ricompensa resta la molla più efficace per convincerli a compiacere gli sperimentatori.
La stella emergente del firmamento della cognizione animale si chiama Natasha ed è un “genio” al naturale, a differenza delle scimmie antropomorfe “parlanti” che hanno dominato la scena tra gli anni ’70 e ‘90. Ricordate Washoe lo scimpanzé, Koko il gorilla, Kanzi il bonobo? Quest’ultimo, addestrato da Sue Savage-Rumbaugh, accendeva il fuoco con i fiammiferi per arrostire marshmallow e aveva imparato ad esprimersi usando una tastiera con 256 simboli. Oggi quasi nessuno segue più questi metodi, si studiano vocalizzazioni e comportamenti in contesti il più possibile simili a quelli naturali. Spettacolarizzare gli animali ormai è peccato, la curiosità però è sempre forte. Di Natasha non abbiamo foto, solo qualche indiscrezione: ha 22 anni, vive semilibera in un santuario sul Lago Vittoria, e si distingue nella specialità cognitiva più importante: la capacità di imparare. Il primo paper che la riguarda è in via di pubblicazione sulla rivista scientifica più antica del mondo, Philosophical Transactions of the Royal Society. Secondo l’anticipazione di New Scientist, Josep Call ed Ester Herrmann l’hanno “scoperta” passando in rassegna un decennio di studi su due gruppi di primati, valutati per abilità che vanno dall’orientamento nello spazio all’uso di utensili. Fra i trenta esemplari del bioparco di Lipsia ce ne sono solo 3 sopra la media e nessuno spicca davvero. Tra i 106 scimpanzé di due santuari africani, invece, il gruppo del Max Planck Institute ne ha trovati 17 bravini e uno bravissimo. Natasha appunto. Avendo la stessa età degli altri ed essendo sempre vissuta con loro, la sua eccellenza non si spiega con la maggiore esperienza né con il contatto umano, due fattori che spesso condizionano le performance cognitive degli animali. Neppure lei comunque possiede qualcosa di lontanamente paragonabile all’“intelligenza generale” umana. E’ come se gli scimpanzé avessero molti degli ingredienti necessari a riprodurla, ma non riuscissero a combinarli insieme.
Chi ha letto l’intramontabile Jane Goodall è rimasto affascinato dalla personalità dei suoi amici del Gombe, in Tanzania, che nulla hanno da invidiare ai personaggi di un romanzo: c’è la femmina seducente (Flo) e la pessima madre (Passion), c’è il maschio che si impone bluffando (Mike) e quello che divide per imperare (Goblin). Quando mezzo secolo fa Goodall ha visto per la prima volta uno scimpanzé usare un bastoncino per pescare in un termitaio, il grande Louis Leakey ha commentato: “Ora dobbiamo cambiare la definizione di strumento, quella di uomo, oppure accettare gli scimpanzé tra gli umani”. Da allora William McGrew è arrivato a contare 20 tipi di attrezzi in uso nella gran parte delle popolazioni di scimpanzé, niente però che si avvicini, ad esempio, all’invenzione della ruota. Perché? Probabilmente il genio solitario di una Natasha non basta, la cultura deve essere cumulativa. La differenza maggiore tra i bambini umani e gli scimpanzé adulti, come ha dimostrato un lavoro pubblicato il 2 marzo su Science, è che i nostri cugini pelosi cercano di risolvere i problemi da soli. Per questo vengono surclassati dai cuccioli di Homo sapiens, che invece si scambiano suggerimenti e idee.
Ma per fare cose straordinarie c’è bisogno di un cervello da primati, o almeno da mammiferi? La risposta è stata sì finché Irene Pepperberg non ha trovato Alex, il pappagallo cenerino africano che per primo ha messo in crisi le nostre certezze. “Quel dannato uccello”, come scherzosamente lo ha definito qualche studioso della cognizione animale, ha dimostrato che anche un volatile può essere capace di grandi prestazioni intellettuali. Alex è morto nel 2007, salutato da un obituary sul New York Times. Conosceva 150 parole e sapeva contare. L’ultimo paper, stampato postumo nel febbraio di quest’anno su Animal Cognition, sostiene che riuscisse addirittura a far le somme, con addendi compresi fra 0 e 6. Peccato che nessuno potrà replicare, e dunque verificare, il lavoro. E i cervelloni del mare, i cetacei? Loro sì che hanno una corteccia sviluppata, la loro intelligenza è nota a tutti, la Marina americana ha persino tenuto dei programmi classificati di addestramento. E’ probabile che da qualche parte esista anche l’Einstein dei delfini, ma nessuno è ancora venuto a raccontarcelo.
(Anna Meldolesi, La Lettura-Corriere della sera, 8 aprile 2012; pubblicato con il titolo “Natasha allo zoo dei geni”)

Pubblicato in Generale | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il filosofo da Star Trek fa scuola

Dimenticate lo stereotipo dello scienziato pazzo, troppo impegnato a clonare e rimodellare la vita per domandarsi cosa sia giusto o sbagliato. Sono passati quasi sedici anni dalla nascita della pecora Dolly (nove dalla sua morte) e i biologi sono stufi di sentirsi dire che giocano a fare Dio. Con qualche notevole eccezione la parola d’ordine è: profilo basso e testa china sulle provette. A sgomitare semmai è una nuova generazione di filosofi visionari, diciamo pure spericolati, per i quali il Mondo nuovo di Aldous Huxley non è uno spauracchio di antiquariato ma una fonte di ispirazione per il futuro.
Prendiamo l’australiano Julian Savulescu. Insegna etica pratica a Oxford, dirige il centro di neuroetica della stessa università, e il Governo di Canberra lo ha indicato tra gli intellettuali che rappresentano un vanto per il paese. Se il suo nome non vi è nuovo è perché, in qualità di direttore del “Journal of Medical Ethics”, recentemente è sceso in campo per difendere la pubblicazione di un articolo che giudicava l’infanticidio ammissibile nei casi in cui lo è l’aborto. Autori gli italiani Alberto Giubilini e Francesca Minerva. Tutti e tre ora sono costretti a vivere sotto scorta a causa delle minacce, ma Savulescu continua a twittare e sembra tutt’altro che intimidito. Sostiene, ad esempio, che i vegetariani hanno l’obbligo morale di mangiare la carne artificiale, quella coltivata in provetta, anche se trovano l’idea disgustosa. Solo ampliando il mercato, infatti, sarà possibile abbassare i costi di produzione e fornire una valida alternativa ai carnivori. Dice di non cercare i riflettori, ma poi dichiara alla stampa che uno dei suoi film preferiti è “I ragazzi venuti dal Brasile”, con Gregory Peck nei panni del dottor Mengele. I suoi primi passi nel mondo della filosofia li ha fatti con uno dei maestri più controversi e influenti, Peter Singer, di cui ha ereditato il gusto per la provocazione ma forse non la complessità di pensiero. E c’è da scommettere che tornerà a far parlare di sé quando in agosto uscirà il suo ultimo libro, scritto per la Oxford University Press insieme al collega Ingmar Persson. Titolo: Unfit for the future. The need for moral enhancement (Inadatti al futuro. La necessità del potenziamento morale). La tesi è presto detta: la sopravvivenza dell’umanità è in serio pericolo e per salvarci dobbiamo modificare radicalmente noi stessi. Non solo e non tanto con gli approcci tradizionali, come l’educazione o le riforme sociali. Ma anche e soprattutto con i farmaci e l’ingegneria genetica, intervenendo sui meccanismi biologici che reggono la nostra psicologia. Rispetto al pioniere dell’enhancement John Harris (Wonderwoman e Superman, Baldini e Castoldi, 1997), Savulescu preme sull’acceleratore. Al “Festival delle idee pericolose” di Sidney, ha illustrato il triangolo delle Bermude verso cui l’umanità starebbe facendo rotta. Al vertice nord, al posto del famoso arcipelago, c’è l’autodistruzione consumista e tecnologica: super-virus usati come armi di distruzioni di massa, esplosioni atomiche, disastri ambientali. A ovest, dalla parte della Florida, c’è la democrazia, che lascia gli individui liberi di fare più o meno quello gli pare. A sud, in corrispondenza di Porto Rico, c’è la natura umana con tutte le sue imperfezioni: siamo troppo istintivi, egoisti, aggressivi per autolimitarci e coesistere. Ci siamo evoluti per funzionare nel Pleistocene e ora viviamo più a lungo di quanto possa durare un rapporto d’amore, incapaci di pensare ai bisogni di un’umanità ben più vasta di una tribù, con un’amigdala che alimenta la diffidenza per il diverso. Troppo testosterone ci spinge a fare la guerra, mentre l’ossitocina non basta a farci fare la pace. Insomma, migliorare è un bisogno e un dovere. In passato abbiamo messo il fluoro nell’acqua: perché in futuro non dovremmo aggiungerci qualcosa (magari il propranololo) che contrasti l’umana tendenza al razzismo? Nei laboratori di fecondazione assistita scegliamo già gli embrioni più sani: perché domani non dovremmo selezionare quelli geneticamente predisposti ad eccellere? E magari usare la terapia genica per potenziare anche le facoltà cognitive dei figli concepiti per vie naturali? Tutto è estremo in questo modo di ragionare: le minacce sono apocalittiche, la complessità biologica sempre riducibile, il potere della scienza illimitato. A Savulescu basta sapere che siamo riusciti a creare un topo più longevo o più muscoloso per pensare che nel 2100 progetteremo esseri umani più intelligenti, altruisti e saggi. Sembra quasi di sentire Leon Kass, Francis Fukuyama, Jürgen Habermas bisbigliare: avevamo ragione noi, guardate cosa vogliono fare gli scienziati, la genetica liberale prepara un futuro post-umano, i cloni di Hitler sono dietro l’angolo. E invece no: non sono i genetisti di Frankenstein, sono i filosofi di Star Trek, e questa non è scienza ma fantascienza. I biologi pensano ad altro. Persino il batterio artificiale su cui lavora il più audace degli sperimentatori, Craig Venter, in confronto è una modesta proposta, senza alcuna traccia di hubris.
Intanto a Oxford altri piccoli Savulescu crescono. La facoltà di filosofia ospita il Future of Humanity Institute, con un gruppo espressamente dedicato al miglioramento dell’uomo ed è lì che lavorano gli autori dell’ultima trovata per mitigare i cambiamenti climatici. Ridurre i consumi? Sviluppare nuove fonti di energia pulita? Sequestrare l’anidride carbonica atmosferica? No, modificare biologicamente i nostri discendenti per alleggerirne l’impronta ecologica. Nel paper firmato da Matthew Liao, Anders Sandberg e Rebecca Roache, in uscita su “Ethics, Policy and the Environment”, si legge che basterebbe abbassare l’altezza media degli americani di 15 centimetri per ridurre del 23-25% la massa di uomini e donne, e dunque anche il loro tasso metabolico del 15-18%. Più si è bassi, meno cibo si mangia e meno energia si consuma. E poi basterebbe indurre una leggera intolleranza alla carne (magari con un cerotto transdermico, come quelli per smettere di fumare), per aiutare i piccoli sapiens del futuro a rinunciare alla bistecca. Per allontanare i timori che la vecchia eugenica sia tornata di moda l’articolo chiarisce che gli interventi sarebbero su base volontaria, possibilmente incentivati con esenzioni fiscali e assistenza sanitaria gratuita. Questo, tra l’altro, consentirebbe alla Cina di riformare la sua politica demografica: pochi figli ma alti, oppure bassi e più numerosi. A questo punto sarà evidente a tutti che questo bungee jumping filosofico come minimo ha una controindicazione: fa sembrare ragionevole chi vuole porre un freno alla tecnologia e allo sviluppo. Persino la teoria della decrescita felice di Latouche sembra un’oasi di buonsenso se l’alternativa si chiama nanismo biosostenibile. (Anna Meldolesi, Corriere della sera- La lettura, 25 marzo 2012)

Pubblicato in Generale | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Attenti al mostro filosofico

L’infanticidio? C’è chi sostiene che non è diverso dall’aborto, perché il neonato, proprio come il feto, non può essere considerato persona in senso compiuto. Una tesi scioccante, anche se vecchia, e francamente avremmo preferito che restasse a prendere polvere insieme ad altre malsane idee concepite negli anni 70. Invece due filosofi italiani trapiantati in Australia hanno avuto la pessima idea di riproporla, scatenando un pandemonio che merita di essere analizzato attentamente.
A differenza di quando Michael Tooley scriveva di aborto e infanticidio su una rivista filosofica nel 1972, oggi esiste internet e la bioetica è di interesse pubblico. Alberto Giubilini e Francesca Minerva, dunque, non potevano pensare di farla franca con un articolo sfacciatamente intitolato “Aborto post-natale. Perché il bambino dovrebbe vivere?”. Il paper, pubblicato dal Journal of Medical Ethics, non respinge neanche l’opzione più estrema, quella del neonaticidio “on demand”, su semplice richiesta della madre. Neppure se il neonato è sano. Neppure se c’è una coppia pronta ad adottarlo. La morte di un bambino inconsapevole di sé – dicono – non sarebbe un danno, in alcuni casi invece la madre potrebbe soffrire all’idea di cedere suo figlio ad altri. Una conclusione aberrante, che spinge a chiedersi: chi è già persona ha diritto a tutto e chi non lo è non ha diritto a nulla? E’ ancora utile focalizzare il dibattito etico sulla categoria di persona?
Probabilmente non vale la pena di continuare ad accanirsi sugli autori, che si sono già attirati molte critiche e anche una (comunque ingiustificabile) sequela di insulti e minacce. Il caso, però, non si può chiudere qui. Una rispettabile rivista di etica si è prestata a dare legittimità a una pratica che è un reato ed è ancora una tragica realtà, soprattutto in alcune regioni dell’Asia. La leggendaria rupe di Sparta si perde nella notte dei tempi, persino i crimini nazisti iniziano a sbiadire nella memoria collettiva. Ma le crude scene descritte da Xinran in “Le figlie perdute della Cina” (Longanesi 2011) appartengono all’oggi. Così come il sacrificio rituale della neonata affogata nel latte che apre il film indiano “Una nazione senza donne”, proiettato anche in Italia. Le ultime polemiche hanno riacceso l’attenzione su filosofi ben noti, che hanno equiparato aborto e infanticidio ben prima di Giubilini e Minerva. Il tempo non ha fatto cambiare idea a Peter Singer che ribadisce: ”Lo status morale del neonato è un problema reale”. Singer, figlio di ebrei viennesi emigrati in Australia, è un accanito animalista e polemista avverso allo specismo, che è la discriminazione degli esseri viventi sulla base dell’appartenenza di specie, proprio come il razzismo discrimina in base alla razza. Nel libro Practical Ethics (Cambridge University Press) spiega la sua posizione: ”Un bambino di una settimana non è un essere razionale e consapevole di sé, mentre ci sono molti animali non-umani la cui razionalità, consapevolezza e capacità di sentire supera quella di un neonato”. Da questa premessa discende che “La vita di un neonato vale per lui stesso meno di quanto la vita di un maiale, un cane o uno scimpanzé valga per l’animale non-umano”.
Qualche anno fa anche il bioeticista britannico John Harris ha dato scandalo affermando che “non può avvenire alcun cambiamento morale durante il passaggio nel canale del parto”, ora però si tira fuori dal dibattito. “Ho sempre distinto nettamente i miei contributi in discussioni intellettuali e proposte di regolamentazione. Non ho mai difeso l’infanticidio come policy”. Il direttore del Journal of Medical Ethics, un australiano di origini rumene, invece, è passato all’attacco. Dice Julian Savulescu: “Quel che è grave non sono le argomentazioni dell’articolo né la sua pubblicazione. Sono le risposte ostili che ha ricevuto. La libertà accademica è minacciata più che mai dai fanatici che si oppongono ai valori liberal”. Una toppa che è apparsa a molti peggiore del buco: se tra i valori progressisti ci fosse il neonaticidio, il liberalismo assomiglierebbe davvero al mostro nazistoide che gli ultraconservatori dipingono. (Anna Meldolesi, da La Lettura dell’11 marzo 2012)

Pubblicato in Generale | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Rebranding Girls

In Cina c’è un’élite di donne ambiziose in ascesa, nei decenni passati il comunismo ha cercato di promuovere la parità di genere, ma il ruolo tradizionale della donna, tipico delle strutture patriarcali (patrilneari e patrilocali) è ancora un pesante fardello. Per questo è davvero un’occasione mancata la rinuncia da parte dell’agenzia Akqa a lanciare la campagna Ni Shi l’8 marzo sui social network cinesi. Ne parlo oggi sul Corriere della sera. Ni Shi significa Tu sei, e doveva comparire come un luccichio sulle labbra scarlatte di un volto da copertina. Tu sei: una pensatrice, un’artista, una foreza, una madre, una figlia. Questa immagine era nata da una gara tra agenzie internazionali per dire “speriamo che sia femmina” con il linguaggio della grande pubblicità. Le foto, audaci e bellissime, si possono vedere qui ed è un vero peccato che debbano restare delle provocazioni su carta. http://www.fastcompany.com/magazine/161/ads-that-rebrand-baby-girls

Pubblicato in Generale | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

dell’invidia e dell’ingiustizia

Gli americani a volte usano l’espressione «Roman holiday», con un chiaro riferimento ai crudeli giochi gladiatori. I tedeschi hanno un termine ancora più preciso per descrivere la gioia malevola che si può provare davanti alle sofferenze degli altri. Schadenfreude. È il rovescio della medaglia dell’empatia, e probabilmente il più vigliacco dei sentimenti. In italiano non esiste una parola del genere, ma non c’è dubbio che anche noi siamo capaci di avvertire un perverso piacere quando vediamo cadere qualcuno nel fango. Tanto più se era potente e riverito prima di finire in disgrazia, e se a difenderlo non c’è rimasto nessuno. È una miscela tossica di insoddisfazione di sé, risentimento e sadismo, che a volte sporca il più nobile dei sentimenti: il desiderio di giustizia sociale.
Pensiamo ai blitz della guardia di finanza a Cortina e nei luoghi della movida milanese. Erano utili e necessari, anche dal punto di vista simbolico. Ma quanti di noi, invece di limitarsi ad approvare l’operato dell’Agenzia delle entrate, hanno gongolato? Oppure prendiamo la tragedia della Costa Concordia. Davvero i balbettii di Schettino, mentre veniva strigliato dall’implacabile De Falco, andavano trasmessi e ascoltati tutte quelle volte, morbosamente, fino a diventare uno slogan da t-shirt? E la pioggia dimonetine fuori dal Raphael ai tempi di Tangentopoli, era isterica rivolta morale o linciaggio puro?
(continua http://lettura.corriere.it/perche-si-gioisce-delle-disgrazie-altrui/ )

Pubblicato in Generale | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Boncinelli Mori Casotto e altri ancora

EDOARDO BONCINELLI, genetista. «Incalzante ed eccezionalmente documentato, il libro di Anna Meldolesi è un modello di serietà e di impegno, sempre attento all’obbiettività, senza mai indulgere alla retorica e alle mitologie oggi imperanti. L’autrice è evidentemente convinta, come me, del fatto che la verità sia la migliore delle mitologie e che una buona causa si serva meglio sforzandosi di essere obbiettivi piuttosto che partigiani, perché i miti e i risentimenti passano, la verità resta. Anche con le migliori intenzioni, la non-verità resta non-verità, e non si sa mai quale uso se ne potrà fare in seguito. E che questa sia una buona causa non c’è proprio dubbio: non esiste nulla nella natura né nella cultura che possa consigliare di fare a meno di un così alto numero di esseri umani di sesso femminile, anche al di là di ogni considerazione suggerita dalla pietas».

MAURIZIO MORI, bioeticista. «Uno dei grandi pregi del libro di Meldolesi sta nel riuscire a trattare di un tema difficile che si presta a forti coloriture ideologiche riportandolo nell’alveo della trattazione scientifica. L’aborto è tema che scalda gli animi e suscita baruffe già di per sé. Se poi si parla di aborto selettivo attuato per evitare la nascita di donne, allora i toni si surriscaldano e il tema viene di solito usato dai pro-life per condannare in toto la pratica dell’aborto, quasi che gli oltre 100 milioni di donne mancanti siano frutto della legalizzazione della pratica. Ebbene, attraverso una rigorosa indagine scientifica, Meldolesi riesce a evitare i facili stereotipi e mostrare come le missing women siano il risultato di pregiudizi sessisti più che dei servizi che consentono l’aborto medicalmente assistito. In questo modo il tema del libro diventa un problema di difesa dei diritti civili delle donne».

UBALDO CASOTTO, giornalista. «Per 181 pagine Anna Meldolesi respinge l’emozione che quello che scrive suscita. Analizza, fornisce dati, confronta spiegazioni, non accetta facili risposte. Sull’aborto e su tante cose la pensa diversamente (molto diversamente) da me, ma non ho potuto non ammirare l’onestà intellettuale con cui ha affrontato, come lei stessa dice, le “perplessità” le “contraddizioni” e le “insidie della modernità” che chi si metta in una prospettiva no choice incontra di fronte agli aborti per la selezione del sesso. Leggendola mentre documenta i cento milioni di donne che mancano all’appello, in Cina, India, Corea, Caucaso sino al paradigmatico esempio del Canada; mentre spiega la diffusa pratica della selezione sessuale del terzo figlio (quando non del secondo nelle nuove generazioni di immigrati in Occidente) non potevo non pensare alle mie prime tre figlie. Femmine. L’idea della loro non esistenza mi sembra inconcepibile. Ed è, in effetti, inconcepibile chiamare “civile” una mondo che non reagisce di fronte a questo mostruoso (nei numeri e nell’idea stessa) divieto di vita. Anna Meldolesi confessa le sue remore lessicali a usare una “parola (che) è brutta”, ma l’insopportabilità di ciò che vede la convince a “non ripiegare su contorte definizioni alternative”. Quello che stiamo permettendo è un genericidio. La bruttezza della parola serva a farci inorridire di fronte alla bruttezza della realtà che significa».

CHANNAPATNA PRAKASH, genetista. «Come asiatico, e ancora di più come indiano, mi sono vergognato, silenziosamente, degli aborti selettivi dei feti di sesso femminile eseguiti nel mio paese natale e in Asia. Ora applaudo al coraggio di Anna Meldolesi, che ha affrontato questo terribile problema, che dovrebbe stare in cima alle nostre preoccupazioni e dovrebbe suscitare un’ondata di sdegno collettivo. Anna non ha avuto timore a guardare in faccia la realtà. Non mi consola il fatto che questa odiosa pratica si sia diffusa anche in altre regioni del mondo, sebbene su scala minore. Ma è una strana coincidenza, o forse un paradosso, che l’indagine di Meldolesi sia partita proprio dal paese da cui proviene la leader indiana Sonia Gandhi».

MARIA ILENA ROCHA, conduttrice. «I flussi migratori che hanno interessato i paesi occidentali negli ultimi trent’anni, hanno contribuito alla diffusione di nuove culture, tradizioni, costumi e comportamenti. In tale contesto, sono state mantenute pratiche “tradizionali cruente” fondate sul genere, come l’aborto selettivo dei feti femminili. Per alcune culture, la donna rappresenta un peso per la famiglia e per l’intera società, dove alla donna non è permesso avere l’uguaglianza giuridica rispetto all’uomo. Anna Meldolesi è riuscita a descrivere e mettere in luce questo fenomeno molto nascosto, facendo comprendere l’importanza di convincere le popolazioni che è possibile rinunciare a determinate pratiche senza per questo rinunciare, nella loro ottica, ad aspetti significativi della propria cultura».

ROSSELLA PALOMBA, demografa. «Il libro di Anna Meldolesi “Mai nate” l’ho cominciato a leggere per disciplina ideologica e per osservanza ad un tema demografico rilevante come è quello dell’eliminazione delle nasciture di sesso femminile in paesi come la Cina. L’ho continuato a leggere perché mi ha preso lo stile deciso, secco e senza reticenze. L’ho messo sul comodino dove tengo i libri già letti, ma che mi hanno fatto riflettere e che magari qualche volta riprendo in mano. In un momento storico in cui le donne non possono veramente dare nulla per scontato è un libro che tutte dovrebbero leggere».

CHRISTOPHE GUILMOTO, demografo. «Nonostante la loro lunga aspettativa di vita, le donne sono una minoranza nel mondo e questo non cambierà nei prossimi decenni. I demografi come me, che hanno lavorato in Cina, India o Albania, sanno perché, ma ci vogliono scrittori come Anna Meldolesi per raccontare per intero la storia della discriminazione prenatale del sesso. Una storia complessa che scaturisce dall’unione tra antiche usanze che alimentano la preferenza per il figlio maschio, da una parte, e le più recenti tecnologie riproduttive applicate all’ “ingegneria di genere” dall’altra. Quel che rende questo libro unico nel contesto europeo è che Anna ci porta da Cina e India fino agli Stati Uniti e al Caucaso, passando per Prato e le altre destinazioni dell’immigrazione in Italia. In effetti questo è il primo libro che mette in risalto e documenta la situazione italiana, ed è destinato ad accendere l’interesse del pubblico, delle organizzazioni della società civile e delle autorità locali. Spero davvero che presto avremo un libro simile scritto sulla Francia. Auguro a questo libro tutto il successo che merita, perché dimostra come i pregiudizi tradizionali, sfortunatamente, possono sfruttare la modernità tecnologica per manipolare la biologia, dall’Asia all’Europa».

ALBERTO OLIVERIO, psicobiologo. «Anna Meldolesi affronta un argomento che passa sotto silenzio ma che ha una forte dimensione etica e antropologica, quella dell’aborto selettivo che favorisce le nascite maschili. Con la consueta capacità professionale l’autrice ci mostra come la discriminazione nei confronti del sesso femminile abbia inizio già dopo il concepimento. Un libro documentato e rigoroso che riguarda anche la biologia perché mostra come i fenomeni culturali, nel bene e nel male, abbiano un impatto sull’evoluzione».

“Mai nate” è uno degli 11 libri dell’anno secondo il TG1. Il sondaggio continua fino a mercoledì 25 gennaio.

Pubblicato in Generale | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Lucetta Scaraffia sulle donne mai nate

A un primo sguardo il libro di Anna Meldolesi Mai nate. Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne (Mondadori) sembra solo di denuncia, se pure di un tipo nuovo e importante. L’autrice, infatti, approfondisce da vari punti di vista — statistico, biologico e tecno-scientifico — l’allarme che Amartya Sen aveva lanciato in un celebre saggio del 1990: nel mondo mancavano cento milioni di donne, che avrebbero dovuto esserci ma non ci sono perché morte presto per incuria o addirittura mai nate. Un numero spaventoso, che supera il bilancio delle vittime di entrambe le guerre mondiali e quello delle grandi epidemie come la spagnola o l’aids.

Un dramma gigantesco — forse ancora maggiore numericamente di quanto denunciato da Sen — che fatica a trovare voce sia nei centri di ricerca che sui media. Meldolesi lo approfondisce sul piano della ricerca demografica, cercando di definire le vere dimensioni del “gendericidio” in corso, considerando che le stime devono tenere conto sia della tendenza naturale alla nascita di un numero leggermente superiore di maschi, sia di fenomeni storici come le migrazioni, che in genere coinvolgono maggiormente i soggetti di sesso maschile. Le variabili che spiegano numeri di donne diversi da quelli naturali sono quindi molte, e bisogna averle presenti.

L’autrice prende poi in esame le ragioni culturali che possono spingere all’eliminazione delle femmine: la patrilinearità tipica di sistemi patriarcali che non concedono alle donne nessuna garanzia e quindi nessun peso sociale, il ruolo delle religioni e, naturalmente, quelle che chiama «le insidie della modernità», cioè le possibilità di scoprire attraverso analisi mirate il sesso del nascituro, in modo da eliminare l’indesiderato con l’aborto. Meldolesi è consapevole di come le nuove tecniche mediche siano all’origine di un aggravamento del gendericidio, specialmente nei casi delle comunità immigrate, che spesso utilizzano l’assistenza medica dei Paesi dove si sono recate per operare l’antica selezione sessuale. Pensa però che questo sia solo un peggioramento iniziale, a cui farà seguito un nuovo equilibrio, dovuto all’inserimento degli immigrati nella cultura occidentale e quindi a un nuovo atteggiamento nei confronti delle donne. Questa speranza non la esime però dal sottolineare la frequenza e la gravità della selezione in atto, e la necessità di forme più attente di sorveglianza e di educazione all’eguaglianza dei sessi.

Ma la parte più interessante del libro, la più nuova, è quella in cui l’autrice — che pure si dichiara favorevole all’aborto e all’applicazione delle tecnoscienze — riflette sul fatto che è molto difficile combattere nello stesso tempo la battaglia per l’aborto più sicuro e quella contro il gendericidio, perché proprio l’aborto sicuro e legale contribuisce ad aumentare il numero delle femmine eliminate prima della nascita. E non solo: anche le campagne di controllo demografico, intervenendo con sterilizzazioni e aborti di massa, avrebbero contribuito ad aggravare questa realtà. «Il fatto che tante donne che non sono ignoranti né emarginate — scrive Meldolesi — decidano di abortire altre “donne”, ovviamente, è come un virus immesso nel sistema delle argomentazioni pro-choice e rappresenta una sfida per il pensiero femminista ma anche per tutti i progressisti». Il diritto di abortire, quindi, deve essere garantito indipendentemente dalle intenzioni di chi vi fa ricorso? L’eliminazione dei feti femmina non è forse solo una logica estensione del diritto dei genitori di controllare il numero, il timing, il distanziamento e la qualità dei figli, ormai generalmente considerato insindacabile? Queste le domande che si pone l’autrice.

Ma si può aggiungere una riflessione. Ancora una volta, dopo il caso dell’eugenetica della prima metà del Novecento, vengono alla luce i pericoli insiti nel “diritto” a controllare le nascite, a intervenire per decidere a chi concedere di venire al mondo e quando. Anche la mancanza di queste bambine segnala un pericolo a cui non si vuole pensare, e che riguarda, insieme a loro, tutta l’umanità. (Osservatore romano, 17 gennaio 2012)

Pubblicato in Generale | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Domande scomode

«Anna Meldolesi ci parla in questo libro delle donne mai nate, dei feti femminili eliminati in alcuni paesi perché appartenenti ad un sesso giudicato inutile se non dannoso. Ma quelle donne mai nate, raccontate dalla scrittrice, quegli aborti selettivi fondati sul principio che “maschio è meglio” dicono molto della società in cui viviamo, del rapporto fra l’uomo, lo stato e la donna. Le nascite mancate illuminano sulla condizione femminile, sull’incontro non sempre positivo fra tradizione e nuove tecnologie e obbligano a domande scomode: la libertà di interrompere la gravidanza, che per molte ha significato e significa il pieno possesso del proprio corpo, può anche diventare il suo contrario? Può essere una nuova terribile forma di imposizione e di cancellazione? E in questo caso che cosa dicono le donne che pensano di essere libere?».

Ritanna Armeni, giornalista, il suo ultimo libro è “Parola di donna. Le 100 parole che hanno cambiato il mondo raccontate da 100 protagoniste d’eccezione” (Adriano Salani editore 2011), nel quale io ho curato la voce “scienza”   

“Mai nate” è in lizza come libro dell’anno

Pubblicato in Generale | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento