babele

Grande è il disordine sotto il cielo europeo. Dopo 12 anni in cui la Commissione non è riuscita a far rispettare le regole comunitarie sugli Ogm, Bruxelles tenta l'ultima mossa: legalizzare l'anarchia. Ieri il Commissario per la salute e i consumatori John Dalli ha presentato ufficialmente una radicale riforma del sistema delle autorizzazioni per la coltivazione: il via libera scientifico alle colture transgeniche resta centralizzato, ma poi ogni paese potrà decidere autonomamente se coltivarle o bandirle dal proprio territorio. In sostanza, se la riforma sarà approvata anche dal Consiglio dei ministri e dall'Europarlamento, non ci sarà più bisogno di inventare fantasiose scuse pseudoscientifiche su fantomatici rischi per potersi dichiarare Ogm-free, basterà motivare la scelta con non ben specificate ragioni di tipo etico-sociale. La separazione già consumata fra scienza e politica, dunque, viene ufficializzata in divorzio. Al tempo stesso Bruxelles ritaglia una clamorosa eccezione ai principi del mercato unico e della libertà d'impresa. Magari ci saranno ripercussioni in sede Wto, ma intanto i paesi antibiotech vedono scomparire la spada di Damocle dei procedimenti di infrazione da parte di Bruxelles. Ogni governo potrà fare il suo gioco e chi sta combattendo per poter coltivare Ogm in paesi come il nostro si ritrova più solo. Ma almeno chi vuole coltivare Ogm nei paesi biotech-friendly sarà libero di andare avanti? La questione su cui si misurerà il successo della riforma, fortemente voluta dal Presidente Barroso, è proprio questa. Quando i paesi radicalmente ostili alle agrobiotecnologie come l'Austria e (finora) l'Italia si vedranno riconosciuta la libertà di dire no alla coltivazione degli Ogm, metteranno fine alla strategia ostruzionista che tiene in scacco l'Ue da oltre un decennio? Il processo delle autorizzazioni si rimetterà davvero in moto a beneficio di chi (Spagna, est Europa, paesi nordici) coltiva già Ogm o è interessato a iniziare? Se così fosse potremmo considerare la riforma come un prezzo accettabile da pagare alla realpolitik, un po' come quando il malato arriva in ospedale in condizioni disperate e l'unica opzione rimasta è amputare per salvare il salvabile. Ma i testi preparati dalla Commissione (un emendamento alla direttiva che funziona da architrave per il quadro normativo sugli Ogm e una raccomandazione sulla coesistenza) non offrono garanzie sufficienti a questo riguardo. Il risultato è che il nuovo sistema non piace agli ambientalisti, che vogliono mantenere l'impasse in tutta l'Unione e non sono disposti a riporre in un cassetto gli argomenti pseudo-scientifici. Ma non piace nemmeno a molti sostenitori degli Ogm, che lo considerano un vaso di Pandora, buono per aggiungere caos al caos. Un punto resta fermo invece: la Commissione europea non riconosce agli stati membri la possibilità di vietare l'importazione degli Ogm autorizzati, ma soltanto la loro coltivazione. E' probabile, dunque, che i nostri agricoltori continueranno a comprare dalle stesse multinazionali del transgenico le varietà più datate e low-tech. Mentre la nostra zootecnia continuerà a reggersi su mangimi geneticamente migliorati coltivati da altri. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 14 luglio 2010) 

Il New York Times è deluso: dall'annuncio del completamento del genoma umano sono passati dieci anni e all'orizzonte si vedono poche nuove cure. Edoardo Boncinelli si è chiesto sul Corriere della sera: "E' giusto dirci delusi?". Altri scienziati e commentatori si porranno la stessa domanda da qui al 26 giugno, anniversario della conferenza stampa in cui Bill Clinton nel 2000 ha presentato la sequenza del Dna umano al mondo, alla presenza dei due principali artefici, Francis Collins per il consorzio pubblico e Craig Venter per il privato. La mia modesta proposta, invece, è di ribaltare la prospettiva. Spesso la delusione è figlia degli eccessi di entusiasmo. E allora, prima di sentirci delusi ci eravamo entusiasmati troppo? Siamo pronti a entusiasmarci ancora?

Lamentarsi per la lentezza con cui si stanno concretizzando le applicazioni della genomica nella medicina clinica è fisiologico e inevitabile. E' la natura stessa del processo di costruzione degli avanzamenti scientifici che ci espone a un'altalena emotiva. C'è chi codifica l'effetto delusione addirittura in una sorta di "prima legge della tecnologia", per cui gli uomini tendono a sovrastimare l'impatto a breve termine delle scoperte e a sottostimarne gli effetti sul lungo periodo. Come dire: l'era genomica è appena cominciata e qualsiasi bilancio è prematuro. Ma ci si può spingere persino oltre e sostenere che quella bolla di entusiasmo che ha accompagnato il sequenziamento, per poi sgonfiarsi, è stata tutto tranne che un errore. Perché una società che non è in grado di entusiasmarsi per una grande idea è una società incapace di grandi imprese. E' la teoria dell'innovazione esuberante, detta anche "social bubble hypothesis", avanzata dai tre studiosi svizzeri Monika Gisler, Didier Sornette e Ryan Woodard. Se non ci fossero state aspettative eccessive per le applicazioni a breve termine, il governo americano (e in misura minore quelli degli altri paesi del consorzio internazionale) avrebbero investito 3 miliardi di dollari per studiare il Dna umano? Quanti anni in più ci sarebbero voluti per arrivare al traguardo? Per Gisler, Sornette e Woodard l'eccitazione genomica assomiglia all'entusiasmo che nel 1969 ha portato l'uomo sulla Luna con il programma Apollo, ricorda persino il boom delle ferrovie in Gran Bretagna intorno al 1840. E' una bolla sociale che nasce intorno a un'idea ambiziosa, che ci proietta verso il futuro, catalizza energie collettive che vanno oltre il freddo calcolo di costi e benefici, vince la resistenza sociale al rischio che in condizioni standard mette un freno alle innovazioni. In questo caso, quando il progetto era già partito da anni, l'incantesimo emotivo e sociale ha rischiato di infrangersi per le difficoltà tecnologiche del sequenziamento. Poi Craig Venter ha lanciato il suo guanto di sfida al consorzio internazionale e l'entusiasmo è tornato a crescere. Se ne sono dette di tutti colori i due contendenti, pubblico e privato,  e non hanno dato sempre un bello spettacolo. Ma la rivalità è stata come benzina sul fuoco e intanto la bolla da sociale è diventata finanziaria, con la corsa a investire nelle società di genomica. Molte di quelle firme oggi non ci sono più, ma negli anni caldi intorno al 2000 hanno dirottato il capitale privato dagli investimenti classici, quelli che promettono rischi bassi e ritorni immediati, verso un filone di ricerca ad alto rischio i cui benefici sociali potranno essere misurati solo sul lungo periodo. Nel frattempo sono evaporati anche gli allarmi di chi temeva la privatizzazione del genoma a colpi di brevetti. Non solo l'ottimismo dei sostenitori, dunque, ma anche le preoccupazioni etiche e sociali dei detrattori si sono rivelate eccessive. E allora diciamoci pure delusi, ma anche rincuorati e curiosi per quello che deve ancora succedere. Soprattutto speriamo che arrivi presto una nuova occasione per entusiasmarci ancora. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 15 giugno 2010)

Se chiedete a cinque scienziati di definire la biologia sintetica avrete sei risposte diverse. La frase non è mia, ma di Kristala Prather del Mit, e rende bene l'idea di quanto sia difficile scattare una fotografia nitida di quella che è una disciplina in transizione. Se si sposa l'accezione più moderata del termine, la "synthetic biology" (SynBio per gli amici) rappresenta l'ingresso dell'ingegneria genetica nella piena maturità, perché l'ambizione è quella di intervenire su intere reti geniche anziché su singoli geni, e di farlo in modo sempre più preciso e prevedibile. L'accezione più visionaria del termine, invece, rimanda alla creazione da zero - from scratch, dicono gli americani - di nuove forme di vita, con l'aiuto di un computer e pochi materiali di partenza. In mezzo trovano posto tutte le possibili sfumature e una consapevolezza: l'espressione SynBio fa tendenza, perciò verrà usata e abusata anche per progetti di ricerca che un tempo avremmo considerato semplicemente attinenti alla biologia molecolare.

Il risultato che è stato annunciato ieri è la nascita di Synthia.  Il nome era stato scelto con largo anticipo dal suo aspirante creatore, Craig Venter, che al progetto lavorava da 15 anni. Si tratta del primo batterio dotato di un genoma completamente sintetico e può essere considerato la prima creatura artificiale della storia, anche se ad essere pignoli la sua membrana, il suo citoplasma e i suoi organelli non sono stati (ancora) creati in laboratorio. Il suo arrivo rappresenta il traguardo di una corsa ad ostacoli iniziata con il sequenziamento di Mycoplasma genitalium. Per quanto è dato sapere, questo microrganismo ha il genoma più piccolo tra tutti quelli capaci di replicarsi in modo indipendente e proprio per questo ha attirato l'attenzione di Venter e del suo compagno di avventura, il Nobel Hamilton Smith. Mycoplasma è apparso l'organismo ideale per cercare di capire quale fosse l'«essenza», ovvero il sistema operativo minimo, della vita. I ricercatori hanno lavorato per ridurre ulteriormente il suo genoma, mettendo fuori uso un gene per volta e verificando i contraccolpi della sua mancata espressione, per identificare gli elementi davvero essenziali. Ma rimettere insieme i pezzi si è rivelata un'impresa ardua, così il gruppo ha deciso di cambiare approccio e tentare la via maestra. Sintetizzando chimicamente il genoma batterico, in teoria, sarebbe stato possibile costruirne tutte le varianti desiderate e poi metterle alla prova. In pratica, però, per mettere a punto gli strumenti necessari a produrlo da zero ci sono voluti dieci anni. Bisognava imparare a contenere gli errori di sintesi e trovare un sistema biologico che consentisse di clonare anche lunghi segmenti. La svolta è arrivata quando si è scoperto un trucco che ha consentito di sfruttare le cellule di lievito come officine di assemblaggio. Così si arriva all'annuncio della sintesi del primo genoma batterico, nel 2008. Per avere un'idea del tour de force tecnico, basta ricordare che è stato necessario cucire 101 segmenti di 5-6.000 basi ciascuno, mettendo in fila in tutto 582,970 basi, quando in letteratura il segmento genico più lungo mai sintetizzato arrivava a sole 32.000 basi. In effetti i progressi tecnici sul fronte della sintesi del Dna negli ultimi vent'anni sono stati impressionanti, con un balzo di produttività di 5 ordini di grandezza e costi in forte calo, e queste tendenze sono destinate a continuare in futuro. Dal 2008 a oggi il J. Craig Venter Institute di Rockville ha compiuto altri passi in avanti cruciali, imparando a giocare con l'avvolgimento del Dna e cambiando i ceppi batterici utilizzati, fino a riuscire a trasferire un intero genoma da un batterio al lievito e poi ancora a un altro tipo di batterio. L'ultimo esperimento è quello che ha chiuso il cerchio, costruendo il genoma artificiale di M. mycoides (1 milione di basi) e poi mettendolo in funzione in una cellula ricevente diversa (M. capricolum), come se si caricasse un software in un sistema vergine. Il batterio, dunque, ha cambiato identità senza perdere la capacità di riprodursi. Secondo Venter forse è stato un bene che ci sia voluto tanto tempo, perché il dibattito etico ha potuto precedere il momento dell'eureka. In effetti prima ancora che Synthia venisse al mondo,  la biblioteca dei testi dedicati alla biologia sintetica era già molto fornita, con rapporti della Sloan Foundation, dal National Science Advisory Board for Biosecurity, dalla National Academy of Science americana e della Royal Society britannica, per non parlare degli interventi di singoli bioeticisti e della campagna contraria organizzata da uno dei gruppi anti-biotech più attivi (ETC Group). Il dibattito va avanti almeno dal 2002, data che per qualcuno rappresenta l'anno zero della biologia di sintesi, con la creazione del primo virus sintetico in assenza di uno stampo naturale. Il gruppo diretto da Eckard Wimmer della University of New York a Stony Brook ha ricostruito il poliovirus a partire dalla sequenza pubblicata (circa 7.500 basi), dimostrando che era in grado di far ammalare i topi di laboratorio e innescando accese polemiche sull'opportunità di censurare questo genere di ricerche nell'America del dopo 11 settembre. Sono seguiti diversi altri esperimenti con virus sintetici, utili per studiarne evoluzione e patogenicità, il più eclatante dei quali è stata la resurrezione del virus della Spagnola. Ma di vita artificiale forse non si può pienamente parlare, dal momento che i virus stanno in una zona grigia fra vivente e non-vivente. Torniamo alle cellule artificiali, dunque. A cosa serviranno i batteri sintetici? O le micro-alghe artificiali, su cui sembra voler puntare Venter nel prossimo futuro?

 I "synthetic biologist" amano ricordare una frase del fisico Richard Feynman: «Quello che non posso creare, non lo capisco». Ma oltre ad avvicinarci alla comprensione scientifica della vita, l'idea di Venter ha innumerevoli applicazioni potenziali, dal campo biomedico a quello industriale. In cima alle priorità della sua company - la Synthetic Genomics - c'è la produzione di biocarburanti. Si parla già di un contratto da 600 milioni di dollari con Exxon. Disporre di un microrganismo con un genoma minimo significherebbe avere una struttura di base liberata dal peso delle funzioni superflue  - gli americani usano la parola "chassis", ovvero telaio - da riempire con ciò che serve a noi, in questo caso le cassette geniche necessarie per creare una super-alga produttrice di combustibile, rendendo questa opzione sostenibile dal punto di vista economico. I vantaggi li ha spiegati bene Nature Biotechnology in un editoriale. Si tratterebbe di lasciarsi alle spalle «le versioni adattate in laboratorio degli organismi naturali, organismi che portano con sé il bagaglio genetico e metabolico di milioni di anni di evoluzione. Questo bagaglio è stato essenziale per ciò che riguarda l'instabilità e l'ostilità dell'ambiente, la fitness riproduttiva, gli invasori e i predatori e gli altri problemi della sopravvivenza. Ma è ridondante nel contesto degli ambienti costanti, coccolati, asettici e ricchi di substrati dei sistemi di produzione gestiti dall'uomo. La flessibilità metabolica degli organismi naturali limita quasi inevitabilmente il loro flusso metabolico in coltura e dunque la produttività industriale. Il microrganismo industriale ideale non è un tuttofare ma uno specialista estremo teso alla perfezione metabolica». Talmente artificiale da essere anche super-sicuro, perché progettato in modo tale da non poter sopravvivere fuori da un fermentatore. Per dare l'idea del salto di qualità che potremmo fare con questo approccio si ricorre spesso a un parallelo con gli albori dell'aviazione. Lo stadio attuale dell'ingegneria genetica ricorderebbe i tempi remoti in cui gli uomini speravano di riuscire a volare imitando gli uccelli. La biologia di sintesi servirebbe a cambiare prospettiva, un po' come hanno fatto i fratelli Wright all'inizio del secolo scorso, applicando i principi dell'ingegneria e dell'aerodinamica invece di copiare i sistemi naturali.

Un altro ingrediente della vita artificiale potrebbero essere i ribosomi artificiali autoreplicanti di George Church, dell'Harvard Medical School. Nel marzo dello scorso anno, nel corso di un simposio intitolato Il futuro della vita, Church ha annunciato di essere riuscito a creare insieme a Michael Jewett miliardi di questi organelli che servono per la sintesi proteica, perfettamente in grado di funzionare producendo una proteina complessa. Il passo successivo dovrebbe essere un ribosoma capace di ricreare se stesso. Secondo i resoconti giornalistici il gruppo avrebbe già identificato la lista dei geni necessari. L'obiettivo? Ampliare le conoscenze, ma soprattutto trasformare i ribosomi in fabbriche proteiche efficienti su scala industriale, per aumentare la produttività ma anche per produrre una nuove classe di proteine che siano l'immagine speculare di quelle presenti in natura e per questo resistenti alla degradazione causata dagli enzimi naturali. L'industria farmaceutica potrebbe trarne beneficio anche perché la sintesi chimica produce un mix di molecole destrorse e sinistrorse, che devono essere separate se solo una delle due versioni è benefica.

C'è chi sostiene che per meritare l'etichetta SynBio i materiali di partenza dovrebbero essere diversi da quelli utilizzati nel corso dell'evoluzione naturale (nuovi nucleotidi e aminoacidi, proteine con strutture terziarie uniche, ibridi organici-inorganici, nanomateriali biomimetici, sequenze non presenti in natura). Già oggi del resto, alcune ditte che sintetizzano Dna su commissione sono in grado di fornire sequenze rimaneggiate rispetto all'originale per migliorare le proprietà delle proteine che ne deriveranno, rispetto a solubilità, tossicità, efficienza di traduzione e facilità di purificazione. Ma non è neanche detto che i prodotti della biologia sintetica debbano essere necessariamente dei nuovi organismi, possono essere anche dei nuovi processi. La linea di demarcazione tra l'ingegneria metabolica e la biologia di sintesi, come abbiamo già detto, è sfocata. Al limite si può sostenere che il primo prodotto SynBio è già vicino alla commercializzazione. Il primato spetterebbe al precursore del farmaco antimalarico ottenuto da Jay Keasling manipolando una rete di 12 geni, con un finanziamento della Bill and Melinda Gates Foundation. L'artemisinina sintetica potrebbe essere prodotta su scala industriale da Sanofi-Aventis entro il 2012. In questo modo si spera di bypassare il problema dell'approvvigionamento dalle fonti naturali (la pianta Artemisia annua, già utilizzata nella medicina tradizionale cinese), che sono troppo scarse e inaffidabili per poter reggere il peso della lotta a un killer globale come la malaria.

Un'altra branca della biologia sintetica riguarda la progettazione di circuiti genici analoghi a quelli elettrici. Nel decennio che ci siamo lasciati alle spalle i biologi hanno escogitato meccanismi che funzionano come interruttori, oscillatori, filtri, sensori e via continuando. In futuro questo potrebbe consentirci di sviluppare dispositivi nel campo della bonifica, della bioenergia o della biomedicina - ad esempio per la terapia genica - capaci di adattarsi all'ambiente e di apprendere. Per il momento siamo allo stadio delle prove di principio e al'armamentario è ancora abbastanza sguarnito, ma alcuni risultati sono già sorprendenti. Il 2010 della biologia sintetica si è aperto con la sincronizzazione degli orologi biologici di una popolazione di batteri di E. coli. Per far capire la difficoltà di una simile impresa, effettuata su batteri che si muovono continuamente e si dividono ogni venti minuti, si può dire che è come se il gruppo di Jeff Hasty, dell'Università della California a San Diego fosse riuscito a far lampeggiare all'unisono tutti i semafori del mondo. I dettagli sono ostici ma il risultato è spettacolare, perché la sincronizzazione è resa evidente dalla produzione di una proteina fluorescente. Nel filmato postato da Nature si vede una colonia pulsante e quando lo zoom si allarga permettendo di visualizzare una popolazione più estesa la sincronia cede il passo a delle spettacolari onde, con un effetto ritmico di bioluminescenza simile a quello della flora di Pandora al passaggio di Jake e Neytiri nel film Avatar. E chissà che un giorno non si riesca a sfruttare un meccanismo simile per regolare con un orologio molecolare il rilascio di farmaci nell'organismo.        

La stessa Nature, comunque, ha invitato a tenere i piedi per terra, riconoscendo «cinque dure verità». Numero uno: molte delle parti, che dovrebbero essere combinate come pezzi del Lego, non sono ben definite. Numero due: una volta messe insieme le parti, il circuito può non funzionare nel modo atteso. Numero tre: più i circuiti crescono, più aumenta la complessità. Numero quattro: molte parti sono incompatibili. Numero cinque: le fluttuazioni ambientali possono far collassare il sistema. Anche se il battage pubblicitario eccita la fantasia, in fondo la biologia di sintesi sta muovendo solo i primi passi. Realizzare le promesse, dunque, sarà faticoso e in qualche caso impossibile. Nel mondo anglosassone si usa la parola "hype" per indicare l'entusiasmo prematuro ed eccessivo che circonda le ricerche di frontiera. La biologia sintetica dovrà presto lasciarsi questa fase alle spalle e fra dieci anni ci troveremo a contare quanti sogni si sono trasformati in realtà.

PS questo testo, pubblicato sul Riformista del 22 maggio 2010, è una versione aggiornata e riadattata di un approfondimento che ho fatto per lo speciale di Darwin sulla scienza del decennio 2010-2020

Dimenticate l'ingegneria genetica, ormai siamo entrati nell'era della biologia di sintesi. L'esperimento che la comunità scientifica aspettava da anni è stato finalmente eseguito, con successo, da Craig Venter. Il ricercatore geniale e sfrontato che poco più di dieci anni fa osò sfidare da solo il consorzio internazionale del Progetto genoma umano. L'ex marine che i giornali americani definiscono da sempre  "maverick scientist"  torna sulle prime pagine per aver creato e descritto su Science la prima forma di vita controllata da un genoma completamente sintetico. Insieme al suo compagno di viaggio, il nobel Hamilton Smith, e a un team di 20 persone che ha lavorato per oltre un decennio spendendo 40 milioni di dollari, ha sintetizzato da zero il Dna di un batterio e l'ha inserito nella membrana vuota di un altro ceppo, cambiando completamente la sua identità ma ottenendo lo stesso una colonia in crescita. I suoi concorrenti nella disciplina nascente della vita artificiale minimizzano, ma il traguardo è reale. Perché da quando Venter ha lanciato la sfida del genoma minimo, cercando di identificare il sistema operativo di base della vita (la sua essenza?), si sono presentati un numero infinito di ostacoli tecnici ma alla fine la dimostrazione è arrivata: per creare una vita artificiale basta un computer e pochi materiali di partenza. Nel frattempo sono stati versati fiumi di inchiostro per analizzare i risvolti bioetici dell'impresa all'orizzonte e di sicuro sentiremo ancora parlare di scienziati che giocano a fare Dio e via continuando. Ma ci sono due cose da tenere a mente. La prima è che la biologia di sintesi ci avvicina alla comprensione scientifica della vita, perché capiamo davvero soltanto ciò che siamo in grado di creare, come diceva Richard Feynman. La seconda è che stiamo lavorando per lasciarci alle spalle le fatiche dell'ingegneria genetica. Siamo abituati a cambiare un gene per volta, senza mai liberarci dei vincoli produttivi posti dall'organismo di partenza. Il sogno dei "synthetic biologist" invece è di prendere una struttura di base libera dal peso delle funzioni superflue caricandoci dentro tutto ciò che vogliamo. Il risultato non è più un microorganismo naturale adattato in laboratorio, ma una fabbrica batterica superefficiente e supersicura, perché del tutto inadatta a sopravvivere fuori da un fermentatore. Le applicazioni potenziali vanno dalla produzione di farmaci a quella di biocombustibili. In effetti Venter scommette sulla seconda. Si tratterà di una strada lunga e difficile ma i primi passi sono stati compiuti.   (Anna Meldolesi, dal Riformista del 21 magio 2010).

Dino continua a fare danni e il nervosismo cresce. Il Presidente della provincia di Vicenza Attilio Schneck (Lega) ha lanciato l'allarme: "Catturate l'orso o lo uccidono". Mentre su internet si vendono già magliette con la scritta "Free Dino". Il plantigrado ha dalla sua parte la legge e oggi ad Asiago si riunirà un tavolo tecnico-politico per discutere il da farsi, ma soluzioni capaci di accontentare tutti e subito non ce ne sono.

Il nome Dino è stato scelto in onore di Buzzati quando l'orso bruno è arrivato in Trentino dalla nativa Slovenia. Poi questo bestione vicino alla maturità sessuale, nella tipica fase di dispersione, si è stabilito temporaneamente in Veneto, dove la gente è poco abituata a convivere con presenze tanto ingombranti e dove Dino ha preso ad avvicinarsi sempre più spesso a strade e borgate. I quotidiani locali pubblicano da giorni le foto delle vittime sventrate e i commenti turbati degli abitanti, ma l'abbattimento è fuori discussione. Finché continuerà ad attaccare soltanto animali - finora ha ucciso 14 asini - è impossibile che il Ministero dell'ambiente e l'organismo scientifico a tutela della fauna selvatica (Ispra) diano il via libera per la soluzione più estrema. Stefania Prestigiacomo per ora non ha rilasciato dichiarazioni. Tace anche Luca Zaia, che probabilmente non ha voglia di inimicarsi i malgari, preoccupati dai possibili attacchi nei pascoli estivi ad alta quota. Una benedizione a sorpresa, invece, è arrivata dal ministro dell'agricoltura Giancarlo Galan: "Nessuno osi torcere un pelo all'orso". Quasi una dichiarazione d'amore quella dell'assessore veneto al turismo (Marino Finozzi, Lega) che scrive: "Ho pensato a te straniero, nato in Slovenia, cresciuto in Trentino che hai scelto il nostro Veneto, le nostre montagne, i nostri boschi per una boccata di libertà" (magari tutti i leghisti mostrassero la stessa empatia per gli umani in cerca di asilo).

Sulla carta, dunque, Dino è salvo. Ma resterà libero? Finora l'Italia ha fatto ricorso alla captivazione un'unica volta nel 2007 nel caso di Jurka, madre problematica di altri orsi problematici, abbattuti dopo lo sconfinamento in paesi più sbrigativi del nostro (Germania e Svizzera) fra le proteste di Alfonso Pecoraro Scanio. Ora Jurka vive dentro un recinto in provincia di Trento, ma per prendere questa decisione il Ministero dell'ambiente ha impiegato tre anni. E' quasi impossibile, dunque, che Dino venga ridotto in cattività prima di averle provate tutte per insegnargli a stare alla larga dagli ambienti antropici. Probabilmente sarà necessario sostituirgli il radiocollare difettoso, in modo da poterlo seguire e dissuadere più efficacemente. Le pallottole di gomma le ha già assaggiate due volte, ma non sembra aver imparato la lezione. Si tenterà ancora e forse a lungo, magari anche con l'aiuto di dardi esplodenti e cani specializzati in arrivo dall'est Europa. Se Dino non se ne andrà spontaneamente, gli allevatori veneti avranno la pazienza necessaria? Molti temono di no, ecco perché la provincia di Vicenza caldeggia un'altra soluzione: il ricollocamento. In sostanza bisognerebbe catturare Dino e riportarlo in Trentino, dove vive una colonia di 25-30 individui discesi dal progetto Life Ursus. Ma Trento offre resistenza e l'operazione non ha un gran senso visto che gli orsi macinano chilometri e non riconoscono i confini. La reintroduzione è costata impegno e soldi (oltre 2 milioni di euro, in buona parte coperti da fondi europei), ma la variabilità genetica di questa popolazione ha bisogno di nuovi esemplari provenienti dalla Slovenia, dove ce ne sono centinaia. Il problema, dunque, non è solo mettere in riga Dino o scaricare sul Trentino il problema. Ma è capire se esistono le condizioni sociali per dare un futuro agli orsi sulle Alpi. Le recinzioni elettrificate di cui anche il Veneto vuole dotarsi e il tempestivo rimborso dei danni aiutano la convivenza ma non bastano a garantirla. Il modello da non imitare è quello dei Pirenei, dove la reintroduzione è in fase di stallo perché è vissuta come un'imposizione dall'alto. Carla Bruni è scesa in campo come madrina degli orsi, ma ha finito per irritare ancor più gli allevatori che non hanno intenzione di cambiare modo di lavorare solo per compiacere le élite di Parigi. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 21 maggio 2010)

 

O ci chiedi o ci chiudi. Qualche tempo fa, un membro del Comitato nazionale di bioetica ha coniato questo slogan, per dire che così com'era il ventennale organismo consultivo della Presidenza del Consiglio non serviva a nulla. La politica non lo interpellava sulle questioni rilevanti e non si era curata nemmeno di sostituire i membri dimissionari. Ora leggiamo sul Corriere della sera che nessuno ha avvisato il Cnb dell'incombente data di scadenza. Cosicché tra le due opzioni - chiedere o chiudere - si è realizzata la seconda.

L'ultima seduta era fissata per luglio e c'erano gruppi ancora al lavoro per la stesura di alcuni pareri, ma nessuno dei membri si era reso conto che un decreto del 2007 ne sanciva la chiusura prematura, causa "riordino degli organismi operanti presso la presidenza del Consiglio". Aperta parentesi: ma com'è possibile che il Cnb, con tutti i suoi giuristi, non sia stato in grado di capire gli effetti del decreto? E' il Presidente del comitato, Francesco Paolo Casavola, che il 5 maggio informa i membri spedendo a tutti la stessa email di benservito: i termini sono scaduti ieri, tante grazie a tutti. Una brutta fine per un brutto comitato, che ha indignato giustamente i diretti interessati ma potrebbe essere considerata anche alla stregua di una liberazione. Scandalizzato è Demetrio Neri, nominato più volte al Cnb per dare voce alla bioetica laica. Pur riconoscendo la stato di crisi dell'organismo, non si sarebbe aspettato un simile epilogo, che suona come un schiaffo. Anche perché inserendo il Cnb nel decreto per lo snellimento degli enti firmato dal ministro Brunetta, si risparmia ben poco. I 35 membri - 33 dopo le dimissioni di Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini - ricevevano soltanto un rimborso spese con buoni pasto da 30 euro e 50 centesimi. "Soldi ben risparmiati, peccato che siano pochi", ribatte Corbellini, che ha lasciato il Cnb in polemica con la presidenza Casavola e ora ne saluta la fine senza rimpianti. In fondo "i suoi pareri erano mediamente poco interessanti e il legislatore non ne ha mai tenuto conto". Per Cinzia Caporale i nodi sono venuti al pettine: "Non si può pensare che un governo si tenga come organismo consultivo un comitato nominato dall'esecutivo precedente, deve esserci un rapporto fiduciario. Sarebbe diverso se il comitato dipendesse dal parlamento". Le polemiche hanno accompagnato il Cnb sin dalla nascita senza mai abbandonarlo: troppo forte la politicizzazione delle nomine, troppo poche le competenze scientifiche, troppo alta l'età media, troppo scarso il budget perché fosse possibile fare un buon lavoro. In vent'anni non sono mancati i tentativi per cambiare regole e mandato, e in qualche caso è sembrato che fosse possibile. Nel 1999 la riforma appariva imminente, tanto che si decise un mandato più breve per il Cnb insediato da Massimo D'Alema e presieduto da Giovanni Berlinguer. Quando il comitato è scaduto, però, la riforma non c'era ancora e non è mai arrivata. La presidenza Casavola ha coinciso con un sussulto di polemiche, prima che l'encefalogramma dell'attenzione mediatica e politica diventasse piatto e Brunetta staccasse la spina. Tornerà in vita, assicurano, ma non sappiamo quando ed è difficile immaginare che possa rinascere senza tare genetiche. Per quanti dibattiti colti si possano fare, schierandosi per l'approccio partecipativo in salsa danese o per il modello britannico dell'authority, mettersi a discutere di quale forma istituzionale debba darsi oggi la bioetica in Italia appare fiato sprecato. "La bioetica sta entrando in crisi in tutto il mondo", nota Neri. "L'appeal mediatico è sfumato e all'orizzonte non si profilano nuovi casi Dolly a ravvivare il fuoco", aggiunge Corbellini. Per risolvere i problemi posti quotidianamente dalla ricerca i filosofi morali servono a poco e probabilmente il comitato nominato da Barack Obama è un segno dei tempi: fuori i bioeticisti di professione, dentro i tecnici. Da noi invece è suonato il via libera tutti, proprio mentre abbiamo, per la prima volta nella storia, un sottosegretario con delega ai temi bioetici. Come anomalia, in tutta franchezza, potrebbe essere più grave la seconda. 

PS Questo è quanto ho scritto per il Riformista del 12 maggio, anche se quando il giornale era in chiusura è arrivata una smentita di Palazzo Chigi e la redazione - come capita sempre in questi casi - l'ha inserita nel testo.  Qui preferisco mettere direttamente il testo dell'agenzia:

(ASCA) - Roma, 11 mag - In merito alle notizie relative al Comitato nazionale di bioetica, la Presidenza del Consiglio in una nota precisa quanto segue: - la scadenza del Comitato avverra' il prossimo 27 agosto; - la data del 4 maggio scorso e' frutto soltanto di un equivoco, peraltro gia' chiarito dal Presidente Francesco Casavola; la Presidenza del Consiglio ritiene inoltre che il Comitato, in ragione della specifica natura e delle particolari e benemerite funzioni svolte nel campo della bioetica, non rientri nella disciplina dettata dal cosiddetto decreto Brunetta, che riguarda organismi di altro tipo. Su quest'ultimo parere sara' richiesto il parere del Consiglio di Stato.     

Avendo parlato ieri pomeriggio con diversi membri del comitato e avendo visto con i miei occhi l'email di Casavola, non posso far altro che interpretare la smentita come un dietrofront.  

La prima semina transgenica doveva essere un atto di disobbedienza civile, ma sarebbe passata alla cronaca come una burla, se non ci avessero pensato gli oppositori degli Ogm a buttarla in rissa. E ora aspettiamo di capire se in questo paese è più grave piantare sei semi (sei!) di una varietà Ogm regolarmente autorizzata in tutta l'Ue oppure fare irruzione in una proprietà privata menando le mani.

Ma cominciamo dall'inizio. In Italia esiste un gruppo di maiscoltori che da anni presenta regolarmente richiesta al Ministero dell'agricoltura per seminare mais Bt, una varietà transgenica che riduce le applicazioni di pesticidi. Per anni non ricevono riposta, finché il Consiglio di Stato dà loro ragione. Prima di lasciare il ministero Luca Zaia emana un decreto ad personam contro l'agricoltore che era ricorso alla giustizia amministrativa, senza risolvere le questioni sollevate dal Consiglio di stato. I maiscoltori pro-Ogm di Futuragra rinunciano a compiere un atto dimostrativo, raccogliendo l'invito al dialogo del nuovo ministro, Giancarlo Galan. Tutti tranne uno: Giorgio Fidenato. Si definisce anarcocapitalista, versa lo stipendio lordo ai suoi dipendenti per contestare il sostituto d'imposta ed è a capo di una piccola organizzazione ispirata ai Federated Farmers neozelandesi, che nel loro statuto si dichiarano fieri di non ricevere contributi pubblici per l'agricoltura. Al suo fianco c'è Leonardo Facco, ex responsabile della cultura della Padania, amministratore delegato del Movimento libertario. Sul suo sito web campeggia questa scritta: "Il male dello statalismo è che, prima o poi, i soldi degli altri finiscono", firmato Margaret Thatcher. E' proprio su movimentolibertario.it che ieri alle 14 è andata online la prima puntata di quello che il quotidiano di Trieste Il Piccolo aveva definito il reality dell'anno. Ovvero la semina proibita via web, con tanto di appuntamenti in daytime per seguire la crescita delle piantine fino al simbolico raccolto previsto per settembre. La prima puntata si racconta in un lampo. Fidenato e Facco aprono sorridendo un sacco con il marchio YieldGard in un luogo che viene definito "pubblico" ma è reso irriconoscibile da un telo. Il contenuto è rosso, perché i semi sono conciati. Ne prendono tre ciascuno e li affondano nel terreno con un dito. Mimano l'ok e mostrano dei quotidiani: sono quelli del 25 aprile, perché l'atto si è consumato nel giorno della Liberazione. Quei sei piccoli semi erano già sotto terra da giorni mentre Luca Casarini e i suoi amici preparavano la caccia al sito del rilascio. Ma lo scherzo ai contestatori anti-Ogm non è piaciuto. Non passa neanche un'ora e secondo le agenzie gli stessi Disobbedienti dei centri sociali del Nordest che avevano presentato l'esposto ai carabinieri contro la semina Ogm fanno irruzione nella sede di Agricoltori Federati. Tensione, lanci di chicchi di mais biologico, spintoni, fino all'intervento delle forze dell'ordine. Da Roma intanto arrivano i primi commenti. "Abbiamo appreso che la semina di mais Ogm in provincia di Pordenone è avvenuta. Su questa vicenda è necessario che Galan e Maroni riferiscano urgentemente in parlamento», dichiara Nicodemo Oliverio, capogruppo del Pd in Commissione agricoltura della Camera. Forse non si è reso conto che il genere narrativo è cambiato: quella che doveva essere una storia di disobbedienza civile è diventata la beffa dei sei semi. Governo e opposizione dovrebbero avere cose più serie di cui occuparsi. Sulla carta Fidenato e Facco rischiano il carcere, ma le traballanti fondamenta giuridiche del no italiano agli Ogm lasciano aperta la partita. Per calmare gli animi, intanto, vale la pena ricordare il precedente di Jonathon Harrington. L'anno scorso ha sollevato un polverone dichiarando di aver seminato mais transgenico per contestare lo status Ogm-free del Galles, ma alla fine i semi sono risultati convenzionali. Se in giro ci fosse un po' più di sense of humour, dovremmo augurarci che finisca tutto a tarallucci e spritz. (Anna Meldolesi, dal Riformista dell'1 maggio 2010)

La "prima semina" Ogm in Italia potrebbe essere vicinissima. La tabella di marcia prevede una conferenza stampa oggi e un atto dimostrativo domani, presumibilmente in provincia di Pordenone. Le parti in causa sono in fermento: Monsanto si schiera contro qualsiasi iniziativa illegale, gli ambientalisti preparano le contromosse, i maiscoltori pro-Ogm si dividono sulla strategia da seguire. Dal Ministro dell'agricoltura Giancarlo Galan, però, arriva un invito alla calma e al dialogo: "Credo che la questione degli Ogm meriti, da parte di tutti, un supplemento di attenzione. Per questo chiedo a chi in queste ore sta meditando di risolvere la questione con azioni dimostrative di sospendere ogni iniziativa che travalichi i confini della legalità, anche perché troverà in me un interlocutore libero da pregiudizi".

Al centro dei riflettori c'è Giorgio Fidenato, il maiscoltore che è già balzato agli onori della cronaca per la sfida lanciata contro il sostituto d'imposta e ora si appresta a compiere un altro gesto eclatante. Il suo ultimo videomessaggio sul sito del Movimento libertario parla di disobbedienza civile citando Gandhi: "Le idee sono come perle false di una collana se non vengono applicate". Come dire che dalle parole bisogna passare ai fatti, anche nella battaglia per gli Ogm, che per una parte piccola ma non irrilevante del paese stanno diventando un simbolo di libertà. Cosa succederà adesso è difficile dirlo. Molti si augurano che l'agricoltore ribelle raccolga l'invito di Galan evitando "inutili fughe in avanti" che ostacolerebbero la ricerca di una soluzione. Per la linea morbida si è già schierato Silvano Dalla Libera, l'agricoltore che si è visto dare ragione dal Consiglio di Stato prima di essere fermato da un decreto di Zaia. Futuragra ha infatti preso le distanze da eventuali azioni dimostrative e intende proseguire la sua battaglia in sede giudiziaria e istituzionale. 

Se invece oggi la semina sarà confermata, è probabile che si tratterà di una piccola irriverente manciata di semi. Un gesto talmente simbolico da far apparire kafkiano il can-can in via di preparazione. Con Francesco Ferrante (Pd) che dice: "Intervenga Maroni" e Coldiretti che si appella al Prefetto. Chi parla di rischi fa propaganda: il mais in questione è regolarmente autorizzato per la coltivazione dall'Ue, già coltivato in Europa da diversi paesi fra cui la Spagna, già seminato in via sperimentale nel nord Italia prima del 2000, tuttora utilizzato dal nostro settore zootecnico. I danni paventati appartengono alla categoria della fantascienza, i benefici invece sono tangibili: il mais Bt aiuta a ridurre l'uso di pesticidi e le contaminazioni con tossine cancerogene di origine fungina. Ma la grana politica resta e Galan può ringraziare il suo predecessore per il cadeau. Luca Zaia infatti ha aspettato il novantesimo minuto per emanare il suo decreto e non ha nemmeno risolto il problema, perché si tratta di un provvedimento ad personam: respinge la richiesta di semina di Silvano Dalla Libera, ma non si rivolge agli altri agricoltori che hanno presentato analoghe richieste al Ministero (tra cui Fidenato). Ora il calendario delle semine è agli sgoccioli ma se non vogliono mettere in difficoltà il ministro più aperto dell'ultimo decennio, i maiscoltori dovranno dare a Galan il tempo di mettere mano al problema, anche se questo dovesse significare rimandare la semina Ogm al prossimo anno. L'Italia non è l'unico paese al mondo in cui una classe politica recalcitrante si trova messa all'angolo da agricoltori decisi a provare i nuovi semi. Ma finora era successo solo in alcuni paesi in via di sviluppo, dove le varietà transgeniche di soia (Brasile) e cotone (India) erano merci proibite da procurarsi di contrabbando, finché i governi non sono stati costretti a sanare la diffusa illegalità concedendo tardive autorizzazioni. In confronto da noi dovrebbe essere tutto più facile, perché il mais Bt è una varietà regolarmente autorizzata e gli agricoltori agiscono alla luce del sole. Galan dice di tenere in grande considerazione la ricerca scientifica e le sue aperture hanno già riscosso il plauso degli scienziati del coordinamento di Sagri. Se nessuno perderà la testa fra oggi e domani, dunque, i maiscoltori pro-Ogm e il Ministero potrebbero cogliere l'occasione per guardare a ciò che li unisce anziché a ciò che li divide, preparando insieme alla comunità scientifica il rilancio della ricerca in campo, in attesa che la giustizia amministrativa decida le sorti del decreto. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 29 aprile 2010)

 

 

La nube eruttiva viaggia e oscura tutto, cielo e pensieri. Il traffico aereo è bloccato, ma anche le sinapsi vanno in cortocircuito. Si legge di tutto e di più. C'è il cospirazionismo dei blogger, che partorisce fantasie paranoidi. E ci sono i commenti colti della stampa, che partono per la tangente.

Su YouTube  già circolano i primi filmati tarocchi. Un ufo che vola a ridosso del cono del vulcano. Le ceneri sospese nell'aria che assumono le sembianze dell'urlo di Munch. Ma la maledizione dei Maya non doveva colpirci nel 2012? Qualcuno avrà sbagliato a settare il calendario. Gli appassionati del complottismo avanzano le prime astruse ipotesi: è un sabotaggio ai danni dell'economia globale, no è un esperimento segreto per condizionare il clima terrestre. Forse Al Qaeda ha minacciato di mettere una bomba su ogni aereo e non vogliono dircelo, per questo hanno fermato il traffico. Oppure qualcuno sta giocando alla guerra: che ci fanno i cacciabombardieri della Nato in volo mentre gli aerei civili stanno a terra? E poi come si fa a credere che il crack bancario islandese e l'eruzione siano una coincidenza? Mescolando gli ingredienti si arriva alla madre di tutte le teorie (questa volta formulata in modo scherzoso): l'America potrebbe aver accettato di pagare il debito di Reykjavik, ricevendo in cambio il permesso di detonare ordigni nucleari, per innescare un'eruzione quando le condizioni del vento fossero state ideali per colpire l'industria dell'aviazione europea più della propria. E se non si vuole dire America, basta tirare in causa il Nwo (New world order) o i Tptb (The power that be), sigle buone per tutte le congiure.

A far gonfiare il soufflé delle opinioni ci si mette anche qualche compagnia aerea, sostenendo che la chiusura dei cieli europei è stata una reazione eccessiva. Colpa del principio di precauzione, come per l'influenza suina, azzarda un editoriale del Corriere lo stesso giorno in cui la Nato ci informa che il motore di un F16 è stato danneggiato dalle ceneri. Voi avreste preferito volare? Eppure ci sono pochi casi in cui è così chiaro di chi è la colpa: cosa c'è di più naturale di un'eruzione vulcanica? Primordiale e violenta, è una dimostrazione sconvolgente di quanto la natura possa esserci ostile, come rileva il filosofo della scienza Paolo Rossi contestando il mito moderno della dolce madre. Ma come spiegazione è troppo semplice, sarà meglio ingarbugliarla un po' ricorrendo all'affabulazione. Perché "l'Islanda non conosce i nostri dèi, forse nessun Dio, e non fa parte nemmeno della natura", scrive Pietro Citati su Repubblica. E' "la terra dei mostri". Emanuele Severino coglie anche quest'occasione per criticare la scienza. Mentre ricercatori e tecnici fanno rilevazioni e mappe del rischio, raccolgono dati per tutelare chi respira a terra e chi vuole riprendere a volare, il filosofo accusa: la scienza non è ancora in grado di fronteggiare un vulcano ma ha già prodotto la bomba atomica. E ancora: le leggi della scienza sono ipotetiche e "un corpo abbandonato a sé stesso, da un momento all'altro, invece di cadere verso il basso potrebbe andare verso l'alto". Forse anche le ceneri potrebbero ritornarsene da sole dentro il vulcano invece di pioverci in testa, secondo Severino. Meno male che a salvarci arriva la filosofia. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 20 aprile 2010) 

 

Ieri il Riformista ha ripubblicato un vecchio intervento di Giancarlo Galan sugli Ogm. Si tratta della prova più schiacciante in circolazione della propensione biotech-friendly del nuovo responsabile dell'agricoltura. Esternazioni successive altrettanto esplicite non sono agli atti. Cosa possiamo aspettarci, dunque, dal neo ministro?

Chi lo ha conosciuto descrive Galan come un convinto liberale, culturalmente agli antipodi di Luca Zaia. Negli ambienti scientifici si ricorda anche che finora il Veneto ha evitato di utilizzare gli Ogm come strumento di propaganda e non si è dichiarato Ogm-free. Ma nessuno sottovaluta il potere della maledizione di via XX settembre 20. Quella per cui chiunque entri al Ministero, per quanto illuminate possano essere le sue idee di partenza, finisce per interpretare la politica di Coldiretti. Aspettarsi sterzate plateali, insomma, sarebbe ingenuo. Qualche speranza comunque è lecito nutrirla almeno sul fronte della sperimentazione. In questi giorni i ricercatori del Ministero stanno compilando un questionario che censisce le ricerche biotech e qualcuno si è chiesto, scherzando, se lo scopo non fosse quello di appuntare una stella gialla sui camici sospetti. Ecco, questo clima è necessario lasciarselo alle spalle. Sarebbe auspicabile anche che Galan riprendesse il mano il dossier delle sperimentazioni in campo, quelle successive agli studi di laboratorio e serra. Esiste uno schema di decreto che Zaia ha tenuto sepolto in un cassetto per due anni. Prevede protocolli inutilmente vessatori, ma almeno dà simbolicamente il via libera a sperimentazioni virtualmente bloccate da un decennio. Firmandolo Galan potrebbe dare un segnale senza pagare politicamente pegno, visto che la ricerca a parole è benvoluta da tutti. La vera grana che potrebbe esplodergli sulla scrivania appena insediato, invece, si chiama Futuragra. I maiscoltori che aderiscono a questa associazione probiotech hanno in mano una sentenza favorevole del Consiglio di Stato, mentre il decreto approvato da Zaia per fermarli è una toppa cucita male. Che farà Galan se i maiscoltori pro-Ogm metteranno in pratica quanto hanno annunciato, procedendo a una semina dimostrativa? Andrà al muro contro muro o cercherà il dialogo? Nell'intervento pubblicato su questo giornale nel 2003, Galan citava Seneca per spiegare il valore della tolleranza, criticando l'oltranzismo del suo collega Enzo Ghigo a proposito dello pseudo-scandalo del mais "contaminato" Galan Tolleranza OGM Rif luglio 2003.pdf. Per chi l'avesse dimenticato la Regione Piemonte aveva appena distrutto 381 ettari di mais in cui si sospettava la presenza accidentale di Ogm, anche se questa presenza era sotto la soglia tecnica di rilevazione e dunque indimostrabile. Il Galan che condannava quella distruzione come antieuropea, dichiarerà guerra a un gruppo di agricoltori che vogliono piantare semi regolarmente autorizzati dall'Ue? In quell'occasione Galan si presentava così: "Sono quasi sempre allergico ai teorici della tolleranza zero. Sono favorevole invece a ragionamenti pacati, a scelte e decisioni concertate tra consumatori e produttori". Solo il tempo dirà se la maledizione di via XX settembre incombe inesorabile.

La terza questione riguarda le posizioni che terrà l'Italia a Bruxelles quando si tratterà di autorizzare la coltivazione di nuovi Ogm. Ma è probabile che qui interverrà Barroso a toglierci le castagne dal fuoco, la Commissione infatti intende modificare la prassi. Invece di prevedere un'approvazione che vale automaticamente in tutto il territorio dell'Unione, costringendo i contrari a dichiarare moratorie illegittime com'è accaduto finora, pensa di chiedere in anticipo agli stati membri se intendono coltivare o meno nel proprio territorio l'Ogm in discussione. Secondo indiscrezioni le industrie del settore sarebbero d'accordo con il nuovo approccio, perché il braccio di ferro tra Bruxelles e governi nazionali non ha mai funzionato e a rimetterci sul piano dell'immagine sono state le biotecnologie. Se tutto andrà secondo i piani, dunque, l'Italia potrà decidere di non aprire alla coltivazione degli Ogm di prossima approvazione, senza inciampare in procedure di infrazione. Nel frattempo l'avanzata delle sementi biotech nel mondo continuerà e l'arroccamento diventerà una posizione sempre meno sostenibile. Ma questo non sarà pane per i denti di Galan, a occuparsene probabilmente saranno i suoi successori. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 17 aprile 2010)    

PS al Corriere Galan ha detto di voler essere un ministro eretico

PS Da non perdere l'intervista rilasciata successivamente al Giornale (19 aprile) http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/R3E/R3EN3.pdf

Bravo Obama. Il Presidente del cambiamento ha impresso la sua inconfondibile impronta anche nella composizione del nuovo Comitato presidenziale di bioetica, che debutta dando un calcio alle ideologie e aprendo le porte al pragmatismo. Appena una dozzina di membri, le cui biografie alludono a una visione della bioetica molto concreta. Non più gendarme della ricerca scientifica, ma strumento al servizio del progresso sociale. Più interessata ai temi della giustizia (declinata anche per genere e razza) che ai pendii scivolosi della tecnoscienza su cui si era esercitata la riflessione bioetica dell'era Bush. Questa scelta di campo appare evidente a cominciare dalla scelta del presidente, una scienziata politica che si è distinta su tematiche come l'accesso all'educazione superiore e la democraticità dei processi decisionali (Amy Gutmann, Pennsylvania University). L'altra grande novità, che ha lasciato tutti a bocca aperta, è che mancano all'appello le star della bioetica di professione. Nel gruppo che consiglierà Obama non è stato incluso nessuno dei grandi nomi che vengono regolarmente intervistati dai media per commentare questa o quella scoperta scientifica. L'unico cognome noto ai più è quello di Lonnie Ali, moglie del grande pugile Mohammed, che rappresenterà la voce dei malati di Parkinson e non solo. Nessun titolo accademico all'attivo, Mrs Ali ha creato un centro che assiste le persone colpite da disturbi motori e le loro famiglie, oltre ad aver perorato la causa dell'aumento dei fondi per la ricerca scientifica. Al melting pot bioetico contribuisce anche la giurista e filosofa Anita Allen, attenta ai tema dell'equità e della privacy in medicina.

A guardar bene la composizione, i bioeticisti in senso stretto sono pochi. Forse la sola Christine Grady dei National Institutes of Health, con un forte interesse per l'etica delle sperimentazioni cliniche, già consulente dei grandi programmi internazionali sull'Aids. Più numerosi, in confronto, i ricercatori. Accanto all'immancabile genetista specializzato in medicina personalizzata (un indiano di Harvard, Raju Kucherlapati), compare un esperto di neuroscienze in omaggio all'esplosione delle neuroetica (lo specialista di sclerosi multipla Stephen Hauser). Le altre nomine scientifiche lasciano presagire il possibile tramonto della bioetica trendy. La vicepresidenza è toccata a uno scienziato dei materiali (James Wagner). Non ci sono specialisti delle frontiere che profumano di fantascienza, quelle da cui ci si aspettano le prossime scoperte da prima pagina, dalle nanotecnologie alla biologia di sintesi. Ci sono invece scienziati impegnati su fronti meno glamorous, nelle grandi vecchie battaglie ancora da vincere: aids (Nelson Michael, direttore del programma sull'Hiv delle forze armate) e cancro (Barbara Atkinson, dell'Università del Kansas). L'attenzione alla salute degli uomini in carne e ossa, più che alle astrazioni, è dimostrata anche dalla presenza di Alexander Garza del dipartimento per la sicurezza interna, con un passato sia civile che militare nella medicina di emergenza tra Senegal e Iraq. Obama ha reclutato anche un esponente religioso difficilmente incasellabile negli schemi del dibattito italiano. Si chiama Daniel Sulmasy e oltre ad essere un prete francescano e un bioeticista è anche un medico. Qualche anno fa Ignazio Marino l'ha invitato a Roma ad un convegno istituzionale sul testamento biologico. Chi c'era ricorda un bellissimo intervento che ha ricondotto le direttive anticipate nel solco della tradizione, facendo scuotere la testa a qualche bioeticista cattolico in platea. Nel loro complesso si tratta di nomine che susciteranno aspre critiche da parte dei repubblicani per la completa esclusione della scuola conservatrice di Leon Kass, ma anche lo scetticismo dei salotti della bioetica democratica che si trovano spiazzati. I critici non avranno difficoltà a sottolineare la mancanza di alcune competenze, generalmente presenti nei comitati classici. Comunque la si pensi, appare evidente che la Casa Bianca ha selezionato un gruppo volutamente diverso e in tono con la sfida della riforma sanitaria, dunque doppiamente obamiano. Per giudicarlo aspettiamo di vederlo all'opera. Ma sulla carta possiamo già dire che appare lontanissimo dalla bioetica nostrana, abituati come siamo a un Comitato nazionale allo sbando. Pletorico e lottizzato dalla politica, ma ormai eclissato dall'attivismo bioetico dei politici di professione. Dimenticato anche dall'opposizione che non ha fatto nulla per riempire i posti lasciati vuoti dalle dimissioni dei membri in quota laica.  

Ma allora l'aborto farmacologico è più o meno pericoloso di quello chirurgico? Questa domanda ha accompagnato la prima fase del dibattito sull'Ru486, quando si doveva decidere se autorizzare o meno l'uso della pillola abortiva in Italia. La stessa domanda continua ad aleggiare ora che è iniziata la distribuzione e in Puglia è stato avviata la prima interruzione di gravidanza per via farmacologica. Il confronto, infatti, si è spostato sulle modalità: ricovero o day hospital. Per evitare grane, il Policlinico di Bari ha deciso di ricoverare per tre giorni la prima paziente. Ma si può ragionevolmente sostenere che il profilo di rischio dell'aborto farmacologico sia tale da richiedere sempre il ricovero ordinario? La salute delle donne che abortiscono sarà più tutelata in Veneto, dove è previsto il ricovero, che in Emilia Romagna, dove basta il day hospital a meno che non sia la paziente a chiedere di essere ricoverata?

A seconda di chi si interroga si ricevono risposte diverse. Il Consiglio superiore di sanità sostiene che i dati scientifici non sono conclusivi, anche se con una capriola logica chiede il ricovero. Il sottosegretario alla salute Eugenia Roccella e l'Avvenire si spingono oltre, appesantendo le statistiche ufficiali dei decessi con i resoconti aneddotici. Ma se adottassimo lo stesso approccio per tutte le medicine finiremmo per chiudere le farmacie e imporre il ricovero anche a chi prende un antidolorifico (pare che i cosiddetti Fans detengano il record delle ospedalizzazioni per eventi avversi). Giuseppe Benagiano, che ha preceduto Enrico Garaci alla guida dell'Istituto superiore di sanità, ha provato ad attingere anche alle fonti non ufficiali per compilare un database internazionale dei decessi ma al telefono con il Riformista racconta di essersi arreso, perché si tratta di una missione impossibile. L'unica strada percorribile e seria, in definitiva, è fare riferimento alla letteratura medica. Anche se questa può essere tirata di qua o di là a seconda delle inclinazioni etico-politiche di chi la consulta. C'è, ad esempio, chi pone l'accento sulle stime del 2005 del New England Journal of Medicine (Nejm), con una mortalità dieci volte superiore a quella dell'aborto chirurgico. E c'è chi risponde con Obstetrics e Gynecology del 2007, che non trova differenze statisticamente significative tra le due modalità, entrambe con meno di un decesso per 100.000 casi. Significa che la scienza non può aiutarci a sciogliere il nodo? Niente affatto, perché i dati non galleggiano nel vuoto. Silvio Viale, che ha sperimentato l'Ru486 a Torino, nota che è meno pericolosa sia del Viagra che della penicillina. In effetti secondo  un vecchio articolo del Journal of the American Medical Association, le pillole blu hanno un tasso di mortalità di 1 su 20.000, superiore non solo alle pillole abortive ma anche ai farmaci per le disfunzioni erettili che necessitano di iniezione locale. Eppure l'idea di scoraggiare l'uso del Viagra a vantaggio dell'invasivo Caverject non è mai venuta a nessuno (quanto al ricovero, è improponibile). Ancora più convincente il ragionamento che Achille Caputi, ex presidente della Società italiana di farmacologia, affida al Riformista: quando si leggono le statistiche bisogna ricordarsi che i rischi tendono a diminuire man mano che aumenta l'esperienza. La gran parte della mortalità documentata per l'aborto farmacologico è legata ad alcuni decessi per sepsi scoperti verso la metà dello scorso decennio in America. Colpa di un batterio - Clostridium sordellii - che può essere presente nella flora vaginale e rappresenta un rischio anche negli aborti spontanei. Il dibattito sulla pericolosità dell'Ru486 si è scatenato allora, ma nel frattempo sono passati cinque anni, cos'è successo? Le autorità sanitarie internazionali hanno organizzato workshop e rafforzato il monitoraggio, ma le prove della pericolosità delle pillole abortive anziché aumentare vanno diminuendo. Come dire che il vecchio cluster americano pesa in modo sproporzionato sulle statistiche e difficilmente si ripeterà in futuro nei paesi occidentali. In questa direzione punta, ad esempio, un'analisi pubblicata sul Nejm nel luglio del 2009 su ben 227.823 donne che hanno abortito per via farmacologica tra il 2005 e il 2008. La conclusione è che quando la somministrazione della seconda pillola è diventata orale anziché vaginale e si è ampliata la profilassi antibiotica, l'incidenza di infezioni si è ridotta del 93%. La domanda all'ordine del giorno negli ambienti medici internazionali ora è questa: bisogna sempre accoppiare l'Ru486 con gli antibiotici? Se davvero il problema è tutelare le donne, allora dovremmo discutere di questo anche in Italia anziché imporre il ricovero in ospedale. Una volta garantiti i massimi standard di sicurezza, saranno le singole donne, opportunamente consigliate dai medici, a decidere quale strada seguire. Molte continueranno a preferire la via chirurgica, in genere meno dolorosa dal punto di vista fisico e anche psicologico, perché più rapida e accompagnata da anestesia. Altre preferiranno le pillole, magari per evitare che l'aborto chirurgico - soprattutto se praticato più volte - danneggi l'endotelio dell'utero compromettendo le successive gravidanze. Resta il fatto che né la legge 194 né le linee guida nazionali o regionali allo studio potranno tenere chiuse in ospedale le donne che non lo vogliono. Non sappiamo quante decideranno di firmare il foglio per le dimissioni in contrasto con le indicazioni ufficiali. Forse saranno più numerose quelle che scarteranno l'opzione farmacologica in favore di quella chirurgica per tornare a casa prima. Ma non c'è bisogno di essere maliziosi per sospettare che chi caldeggia il ricovero miri anche a questo. (Anna Meldolesi, dal Riformista dell'8 aprile 2010).

PS la paziente di Bari ha firmato ed è uscita

 

 

 

 

"Dal punto di vista della sicurezza, il recente parere del Consiglio Superiore di Sanità, delineando un profilo di maggiore rischio per chi abortisce con la pillola rispetto a chi segue il metodo chirurgico, ha concluso indicando la necessità di un ricovero ospedaliero ordinario". Così recita il comunicato stampa di Eugenia Roccella, a commento delle sortite dei neogovernatori Cota e Zaia. Bene, cioè male. Perché o l'Aifa (e le omologhe agenzie dei paesi in cui l'aborto farmacologico è già possibile) ha fatto un terribile errore di valutazione, dando il via libera a un farmaco che mette in pericolo la salute delle donne, o Roccella sintetizza male il parere di quella che definisce "la massima autorità scientifica istituzionale in ambito sanitario". Insomma, il Css ha davvero le prove della pericolosità dell'Ru486 oppure no? Inutile chiamare il Consiglio, così come il Ministero: niente da fare, ci viene detto, il parere citato da Roccella non è pubblico. Ma perché non lo è? Di certo non contiene informazioni che mettono a rischio la sicurezza nazionale, semmai valutazioni scientifiche che interessano la salute delle donne. Perché non dovrebbe essere accessibile alle dirette interessate, a coloro che avendo deciso di interrompere una gravidanza stanno prendendo in considerazione un intervento farmacologico? E poi come si può sperare che il dibattito pubblico sia informato, se non si mettono a disposizione dei giornalisti i documenti tecnico-scientifici su cui vengono costruite le politiche governative? Per altre vie riusciamo lo stesso a procurarci il parere del Css del 18 marzo 2010, quello a cui si riferisce il Sottosegretario alla salute. E con una certa sorpresa scopriamo che smentisce entrambe le nostre ipotesi, prospettando una terza spiegazione: le prove della pericolosità della pillola abortiva non ci sono ma Roccella ha ugualmente ragione. Il Css, infatti, scrive che "emergerebbe un profilo di sicurezza inferiore dell'Ivg (Ndr interruzione volontaria di gravidanza) farmacologica rispetto a quello dell'Ivg chirurgica". Ma il bello è che a questa conclusione si arriva sulla scia di quattro premesse scientifiche. Numero uno: "Nella maggior parte dei casi si tratta di studi osservazionali e, pertanto, mancano i gruppi di controllo". Numero due: "I dati relativi all'Ivg farmacologica e chirurgica non sono confrontabili". Numero tre: "I dati non sono omogenei e i risultati sono estremamente difformi soprattutto per quanto riguarda efficacia ed eventi avversi". Numero quattro: "I decessi non sono chiaramente attribuibili all'uso del farmaco così come non è stabilito il rapporto causa/effetto". Come si possa sulla base di queste oneste ammissioni arrivare al non sequitur della pericolosità dell'Ru486 è un mistero che qualcuno dovrebbe spiegare. L'alternativa è che gli oppositori dell'Ru486 lascino la scienza fuori da questo dibattito concentrandosi su tutt'altro genere di argomentazioni. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 4 aprile 2010)

 

Zaia: "No a Ru486 e a Ogm". "Interpreto appieno le parole del Papa, al di là della legge c'è anche una questione etica. L'ho fatto con gli Ogm, lo faccio anche con questa pillola"

Elisabetta Canalis potrebbe consolarsi leggendo l'ultima bozza della bibbia psichiatrica internazionale. Il celeberrimo Manuale diagnostico-statistico dei disturbi mentali - DSM-V, in corso di revisione - si appresta a promuovere il gioco d'azzardo tra le dipendenze (prima era relegato tra i disturbi non specificati del controllo degli impulsi) e a riconoscere in appendice la possibile esistenza della dipendenza da internet. La famigerata sex addiction invece non ce l'ha ancora fatta a sfondare nella categoria delle dipendenze comportamentali (anche se resta il riferimento al disturbo da ipersessualità). Il sesso non sembra in grado di attivare gli stessi cortocircuiti fisiologici delle sostanze di abuso, invece la subdola potenza del poker online è psichiatricamente certificata. Rimarrà deluso invece Carlo Petrini, che sulla prima pagina di Repubblica ha denunciato l'assuefazione causata dai "cibi spazzatura" dei fastfood, interpretando a modo suo uno studio di Nature Neuroscience.  Anche se la bulimia potrebbe essere riclassificata tra le dipendenze, la scienza non sembra ancora pronta a sancire l'esistenza di alimenti più o meno psichiatricamente corretti a cui appellarsi per condannare l'hamburger e promuovere la cicciolata. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 31 marzo 2010) 

Non sono una green consumer: evito gli scaffali del biologico, non mi vestirei mai con un abito critico e solidale, non compro sapone sfuso a zero imballaggi. Ma i consumatori etici li ho sempre guardati con simpatia, come delle anime belle perse in un mondo troppo complicato. Magari non si rendono conto delle contraddizioni in cui può inciampare un consumatore anticonsumista, che mangia cibo a chilometri zero credendo di aiutare lo sviluppo del sud del pianeta. Ma ho sempre pensato che fossero mossi da nobili sentimenti, che con i loro gesti dimostrassero di desiderare un mondo più bello, giusto e gentile. Come in quella pubblicità di Almaverde Bio in cui un sedano biologico (o un pomodoro, o un grappolo d'uva) donato da una sconosciuta allo stressato passante diventa un antidoto alla maleducazione metropolitana.

Ma ora anche questa romantica certezza inizia a vacillare. Colpa del Guardian, che  il 15 marzo ha portato alla mia attenzione un articolo pubblicato su Psychological Science. Il quotidiano inglese, notoriamente vicino al mondo ambientalista,titolava: "Diventare verde può renderti avaro".  Interrogativo ma non per questo meno impertinente il titolo della pubblicazione scientifica originaria: "I prodotti verdi ci rendono delle persone migliori?". La risposta, ovviamente, è no e scaturisce da una serie di esperimenti eseguiti dall'università di Toronto. Gli autori, Nina Mazar e Chen-Bo Zhong, hanno messo un campione di 156 studenti davanti alle offerte di due negozi online, che proponevano prodotti prevalentemente convenzionali o bio, ma del tutto simili per categorie e prezzo. Poi hanno studiato il loro comportamento con dei test psicologici in cui era possibile donare ma anche barare e rubare. Hanno appurato così che l'esposizione a prodotti ecologici (e dunque a messaggi ecologisti) rende le persone più gentili, oneste, generose. Proprio come nello spot televisivo. Ma se invece di limitarsi a osservare si passa all'acquisto, l'effetto bontà scompare e il mondo si capovolge. Gli studenti che hanno scelto i prodotti verdi si sono lasciati andare a un maggior numero di manifestazioni di egoismo, esibendo anche una certa tendenza a imbrogliare. Secondo i ricercatori la scelta di merci che per il senso comune soddisfano un alto standard etico equivale ad aver compiuto la buona azione del giorno. Permette ai soggetti di accreditarsi tra i buoni e li libera dall'onere di successive dimostrazioni. Insomma è come se chi compra un sedano biologico si sentisse di aver già fatto il proprio dovere  e dunque avesse in tasca una licenza per trasgredire. Questo non significa che le anime belle non esistano davvero. Ma forse aiuta a spiegare perché tanti guru del mondo ambientalista tradiscono con i propri comportamenti i messaggi che predicano. Magari invitandoci a ridurre i consumi e a risparmiare energia, come Beppe Grillo e Al Gore, mentre chi ha visto le loro bollette giura che hanno stili di vita più disinvolti del nostro. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 23 marzo 2010)

"La richiesta di messa in coltura di ibridi di mais Mon810 formulata dall'Azienda Della Libera Silvano è respinta". Così recita il decreto presentato ieri dal ministro Luca Zaia per fermare la prima semina Ogm in Italia. Un solo articolo ad agricolam pensato con un chiaro obiettivo: consentire al ministro e aspirante governatore del Veneto di presentarsi alla prova delle elezioni regionali come colui che ha bloccato l'avanzata degli Ogm in Italia. Senza nemmeno prendersi la briga di invocare la clausola di salvaguardia prevista dalla direttiva comunitaria. I maiscoltori probiotech di Futuragra, però, non ci stanno e si dicono pronti ad andare allo scontro, forti della sentenza del Consiglio di stato e del quadro normativo europeo. Avvertono che impugneranno il decreto e semineranno, e non soltanto nel podere di Silvano Della Libera. Per farlo hanno davanti tutto il mese di aprile.

In conferenza stampa il ministro ha snocciolato i perché della sua politica anti-Ogm: la fa per rispettare il volere del popolo sovrano, perché gli Ogm sono roba per poveri, perché non arricchiscono i contadini e non servono nemmeno a sfamare il mondo. In realtà i consumatori possono tranquillamente esprimere le proprie preferenze all'atto dell'acquisto e non risulta che i sondaggi di Coldiretti siano una forma di consultazione popolare prevista dalla Costituzione. Tutti ormai sanno che il comparto agroalimentare italiano non potrebbe reggersi senza le importazioni di Ogm per la zootecnia. Per non parlare del fatto che i benefici economici, sanitari, ambientali delle colture Ogm in commercio sono ormai ampiamente documentati. Del resto è difficile credere che milioni di agricoltori - americani, cinesi, brasiliani e via continuando - che seminano Ogm da oltre un decennio siano un branco di stupidi. Ma mentre le colorite conferenze stampa della Seconda Repubblica ci hanno abituato ad ascoltare anche qualche discorso sopra le righe, leggere una sfilza di affermazioni senza senso nel testo di un decreto fa sempre una certa impressione. Quando le buone ragioni per vietare qualcosa non ci sono, evidentemente, bisogna inventarsele e poi metterle nero su bianco. L'ingrato compito è toccato alla Commissione per i prodotti sementieri geneticamente modificati, che due giorni fa ha espresso il proprio parere spianando la strada al decreto. Nata ai tempi di Alfonso Pecoraro Scanio, la Commissione comprende rappresentanti ministeriali e delle Regioni. Sulla sua legittimità ci sarebbe da discutere, visto che non è prevista dalla legislazione europea ed è stata istituita inserendola di straforo in una legge che si occupava di tutt'altro. Fatto sta che secondo il preambolo del decreto, una delle colpe del mais Mon810 sarebbe quella di funzionare tenendo alla larga i parassiti senza bisogno di altri interventi.  Infatti si legge che questo mais "eliminerebbe uno dei due pilastri su cui si basa il controllo della diabrotica in Friuli", che sono la rotazione colturale e l'utilizzo di insetticidi. Come dire che il mais Ogm ha il torto di rappresentare una soluzione semplice ed efficace a un problema che oggi richiede una strategia più complicata e onerosa, con tanto di insetticidi che vengono rivendicati come pilastro della nostra tradizione. E' un po' come se, quando sono comparse le prime automobili, il governo avesse decretato che andavano vietate per non minare i pilastri della locomozione che si basa sul consumare le suole delle scarpe e sull'andare a dorso di somaro. Accanto a questa stralunata argomentazione trovano posto anche quelle classiche: le immancabili aree di interesse naturalistico da tutelare da rischi mai dimostrati, la generica vocazione del territorio, la frammentazione fondiaria, i venti. Come se il podere di Silvano Della Libera, a Vivaro in provincia di Pordenone, fosse spazzato un giorno sì e l'altro pure dalla bora. La conclusione della Commissione e del Ministero è semplice: non esiste alcuna misura che in Friuli possa garantire la coesistenza, nessuna distanza di sicurezza che possa tenere il polline Ogm fuori dai campi convenzionali. Eppure nel resto d'Europa le distanze di sicurezza le hanno individuate, indipendentemente dal fatto che il mais Ogm venga coltivato oppure no. Per conoscerle tutte basta consultare Nature Biotechnology di febbraio. In Olanda e in Svezia, per evitare incroci indesiderati tra i diversi tipi di agricoltura, si considera sufficiente mantenere una distanza di 25 metri tra un campo coltivato a mais transgenico e uno coltivato con mais convenzionale. In Francia si arriva a 50 metri, come in Spagna dove la distanza di sicurezza ha dimostrato di funzionare assai bene, visto che qui si coltivano entrambe le tipologie di mais da molti anni. in Germania hanno optato per 150 metri. I più intransigenti, come il Lussemburgo, hanno tirato fino a 800. Da noi invece la distanza di sicurezza necessaria a garantire la coesistenza è talmente grande da non poter essere contenuta nel perimetro di una regione di 7.845 chilometri quadrati. Come se un granulo pollinico di mais - che è piuttosto pesante e dunque a dispersione limitata - da noi volasse più veloce della luce. Forse al Ministero pensano di avercelo superdotato, il polline naturalmente.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 20 marzo 2010)

 

L'evoluzione umana è un'eterna lotta tra falchi e colombe. Mascalzoni contro altruisti, si potrebbe dire usando termini impiegati anche nella letteratura scientifica. I primi sono i bari e gli sfruttatori (cheaters), quelli che calpestano le regole e prosperano rifilando fregature agli altri. I secondi sono un gruppo variegato che include chi paga le tasse, onora le promesse, vuole essere d'aiuto ai suoi simili e via continuando. Per difendersi dagli imbroglioni, le società umane ricorrono a controlli e punizioni. E se questa strategia non basta a garantire la convivenza civile? Ebbene, non ci resta che spettegolare.

Il riferimento non è alla fuga dalla realtà cantata da Cristicchi ("Meno male che c'è Carla Bruni"). Ma proprio alla valenza evoluzionistica delle dicerie. Perché secondo alcuni studi proprio il gossip sarebbe la soluzione che i nostri antenati hanno sviluppato per arginare l'assalto dei disonesti. Una soluzione ancora praticata dagli uomini del terzo millennio, che uniscono un cervello plasmato nel pleistocene alla potenza della rivoluzione digitale. Chi è interessato a un resoconto scientificamente rigoroso può leggere la rassegna scritta da Rosaria Conte dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del CNR, in uscita sul prossimo numero di Darwin. Qui ci accontentiamo di qualche libera e tendenziosa estrapolazione. Gli evoluzionisti confermano quel che si era già capito leggendo i giornali: un piccolo numero di mascalzoni può accumulare fortune a spese della maggioranza perbene. Ma gli studiosi avvertono anche che "dopo aver spolpato all'osso le colombe, ai falchi non resta che avventarsi l'uno sulle risorse dell'altro". Se non si pone un freno, insomma, anche i gruppi sociali popolati dai falchi sono destinati a dissolversi. Per difenderci dobbiamo guardarci le spalle dai disonesti, ma in società allargate come la nostra le esperienze personali non bastano. Perché una colomba possa riconoscere i falchi che incontra deve poter accedere anche alle esperienze degli altri, ovvero deve fare affidamento sulla condivisione delle informazioni. Purtroppo la comunicazione classica, quella in cui ciascuno si assume la responsabilità di ciò che dice, ha dei costi elevati ed espone al rischio di ritorsioni. Riferire dicerie, invece, conferisce un vantaggio riproduttivo alle colombe, quello di evitare un certo numero di falchi senza pagare alcun prezzo per l'informazione necessaria. Ed è proprio per questo che l'evoluzione avrebbe premiato la tendenza al gossip. "Se la quantità di conoscenza utile che le colombe pettegole fanno circolare supera l'entità dei danni provocati, il vantaggio delle colombe aumenterà, rendendole competitive rispetto ai falchi", scrive Conte. Una buona dose di sussurri sulle altrui malefatte, dunque, è fisiologica e salutare. Almeno finché il tasso di calunnie resta sotto una certa soglia che qualche simulazione si è divertita a misurare. Ogni allusione al dibattito politico italiano è del tutto, ehm, casuale.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 10 marzo 2010)

Bruxelles ha autorizzato la coltivazione di Amflora, una varietà di patata geneticamente modificata per produrre amido di miglior qualità da destinare alle industrie della carta, del tessile e della colla. La notizia sembra semplice ma, dopo oltre un decennio di giochi politici, la matassa degli Ogm è talmente ingarbugliata che niente è come sembra. La moratoria europea è davvero finita con la decisione di ieri? Ma Bruxelles non aveva testimoniato davanti al Wto che non è mai esistita? Per non parlare dei dubbi sul tubero della discordia, che secondo alcuni commenti a caldo rappresenterebbe un rischio per la salute. Per la salute di chi, viene da chiedersi, visto che la patata in questione non è destinata ad uso alimentare. Forse dei consumatori abituali di colla?

Cerchiamo di mettere qualche punto fermo, cogliendo la patata al balzo. Nonostante il quadro normativo comune, che imporrebbe la libera circolazione degli Ogm autorizzati dalle autorità competenti, in Europa regna una sostanziale anarchia. Ecco qualche esempio. C'è un'isola felice, la Spagna, che con governi di destra e di sinistra ha sempre seminato in tutta tranquillità il suo mais resistente alla piralide, che finora era l'unico Ogm ammesso per la coltivazione oltre che per il consumo nel vecchio continente. Altri paesi l'hanno imitata e poi hanno fatto marcia indietro - Francia e Germania  - seguendo l'altalena delle convenienze e delle maggioranze (i maliziosi sussurrano che Sarkozy avrebbe sacrificato gli Ogm per ottenere maggior libertà di manovra sul nucleare). La Gran Bretagna ha sempre voluto aprire agli Ogm ma non ci è ancora riuscita e ha occupato il tempo con le esercitazioni di "democrazia partecipativa". Mentre l'Italia nuota in acque troppo tempestose perché i politici pro-Ogm - che pure esistono e occupano posizioni di potere - possano prendersi anche questa grana. Non è un caso che i maiscoltori del nord-est si siano dovuti rivolgere alla magistratura per rimediare alla latitanza della politica e ora il Ministero dell'agricoltura dovrà inventarsi qualcosa entro il primo aprile se vuole fermare la prima semina transgenica. Nel frattempo, da quando la macchina delle autorizzazioni si è inceppata alla fine degli anni '90, la Commissione europea ha fatto di tutto per riportare gli stati membri all'ordine, varando la direttiva sulle colture transgeniche più restrittiva del mondo e minacciando provvedimenti contro le moratorie illegali proclamate qua e là. Non ha funzionato e ora si prova con una diversa strategia: si va avanti con le autorizzazioni di nuovi Ogm - la patata Amflora per la coltivazione e nuove varietà di mais per il consumo - ma nei fatti ogni paese viene lasciato libero di decidere se metterle a disposizione dei propri agricoltori. Con buona pace del mercato unico, dell'armonizzazione comunitaria e della libertà di impresa. Questo almeno lasciano intendere alcune recenti dichiarazioni del presidente Barroso, che dovrebbero trovare una formalizzazione nei prossimi mesi.

La moratoria che non c'è più, dunque, può proseguire in altre forme fuori dai palazzi di Bruxelles. Ma è su Berlino che ora sono puntati i riflettori: cosa faranno con la patata Ogm? Saranno altrettanto intransigenti con Amflora che è tedesca, sviluppata dalla Basf, quanto lo sono con il mais dell'americana Monsanto?  Dalla sua parte il tubero può vantare una rassicurante estraneità alla filiera alimentare.  In fondo nessuno si scandalizza per il cotone Ogm che sta dappertutto - dalle t-shirt alle banconote - purché non arrivi in tavola. Ma la patata ha anche un difetto di immagine: il gene per la resistenza all'antibiotico kanamicina che è stato usato come marcatore nel corso delle operazioni di ingegneria genetica.  Il fronte antibiotech dice di temere la proliferazione di batteri resistenti. In effetti questa tecnologia è stata abbandonata da tempo e se il prodotto appena approvato la contiene è solo perché l'iter è durato 14 anni. Ma di batteri resistenti alla kanamicina è già pieno il mondo, mentre il flusso di geni dalla patata ai batteri è un'eventualità remota. Preoccuparsene sarebbe come fermarsi ad asciugare la goccia che scende dal rubinetto chiuso, mentre la casa è allagata dal fiume in piena. Lo ha ribadito anche l'Efsa, ma dopo tutta la fatica che l'Italia ha fatto per portare a Parma la sede dell'agenzia europea per la sicurezza alimentare  - sfiorando l'incidente diplomatico con la Finlandia - pare che pochi abbiano voglia di ascoltarne il parere. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 3 marzo 2009) 

PS degno di nota il commento del capogruppo Pd in Commissione agricoltura che di fronte a un'autorizzazione per usi industriali corre con la fantasia alle patatine fritte dei fastfood, della serie prima commento e poi magari mi informo

 OGM: PD, ZAIA PRETENDA DA MCDONALD PATATINE FRITTE NON TRANSGENICHE 

(ASCA) - Roma, 3 mar - ''Il ministro Zaia, che ormai e' il testimonial ufficiale di McDonald in Italia, pretenda dalla multinazionale americana patatine fritte non geneticamente modificate''. Cosi' il capogruppo del Pd nella commissione Agricoltura della Camera, Nicodemo Oliverio.

''Sarebbe veramente paradossale - aggiunge Oliverio - che il Governo Italiano, che a parole si professa anti Ogm, sponsorizzi anche solo indirettamente uno dei maggiori potenziali 'spacciatori' di patate transgeniche nel nostro paese''.

 

 

Per la prima volta un gruppo di ricercatori è riuscito a "parlare" con un paziente a cui era stato diagnosticato lo stato vegetativo. Incapace di emettere suoni e persino di sbattere le palpebre per comunicare. Lo hanno allenato a evocare due immagini mentali - una partita a tennis o una passeggiata in ambienti familiari - e ad utilizzarle alternativamente per rispondere in modo affermativo o negativo a domande personali, ad esempio sulla composizione della sua famiglia. Quindi hanno monitorato la sua attività cerebrale con la risonanza magnetica per comprendere la risposta, utilizzando come riferimento le mappe cerebrali di volontari sani impegnati nello stesso esercizio . Cinque volte su sei la risposta è arrivata, la sesta volta la macchina non ha registrato reazioni. Qualcuno sarà tentato di usare la parola miracolo. Ma questo caso clinico, descritto sul New England Journal of Medicine (Nejm), può essere festeggiato più laicamente come un piccolo, preziosissimo passo avanti in un territorio ancora avvolto dalle tenebre, quello dei disturbi della coscienza.

Ad aprire un nuovo spiraglio di luce nel buio è ancora una volta la coppia formata dal britannico Adrian Owen e dal belga  Steven Laureys, che negli ultimi anni si sono affermati come protagonisti indiscussi di queste ricerche di frontiera. Le indiscrezioni giornalistiche sostengono che il paziente che sta suscitando clamore sia un maschio, giovane, di lingua francese. Ma i dettagli davvero rilevanti sono quelli riportati nello studio ufficiale: sappiamo che è entrato in coma in seguito a un trauma e che questo è avvenuto cinque anni fa. Non è poco, perché dopo un lasso di tempo tanto lungo in genere le probabilità di recupero appaiono ridottissime. La prima domanda che bisogna porsi, a questo punto, è:  questo caso è rappresentativo  delle potenzialità nascoste in tutti i pazienti in stato vegetativo? Ci dice qualcosa su Eluana Englaro o su Terri Schiavo? Anche se la scienza non esclude che i pazienti in simili condizioni possano avere qualche forma di vita mentale, la risposta non può che essere negativa. Il gruppo diretto da Owen e Laureys  racconta di aver sottoposto al test delle due immagini mentali 54 persone con disturbi della coscienza e solo 5 di loro sono riuscite a immaginare di muovere la racchetta o di camminare per casa quando è stato loro richiesto. Il passo successivo, quello di imparare a utilizzare le due immagini mentali al posto del sì e del no, è stato tentato in uno solo di loro, almeno per il momento. Dunque l'attivazione cerebrale è stata riscontrata solo in un'esigua minoranza di pazienti e in tutti i casi i danni cerebrali erano di natura traumatica, non ischemica e anossica. La seconda domanda che bisogna farsi è se il test evidenzi la presenza di un'attività mentale piena, con tanto di autoconsapevolezza, memoria, pensiero simbolico, e magari anche stati d'animo come ansia o disperazione. Il Nejm ha affidato il commento del caso all'americano Allan Ropper, che propende per il no. La mente - sostiene - è una proprietà emergente che non si può fotografare con una risonanza, perciò non è il caso di scomodare Cartesio arrivando a conclusioni del genere "ho un'attivazione corticale, dunque sono". Probabilmente quello di cui bisogna rendersi conto è che la linea di confine tra coscienza e incoscienza è confusa, che esistono diverse forme e gradi di consapevolezza, connessi a diverse funzioni cerebrali. Neppure la distinzione, relativamente recente, fra stato vegetativo e stato di minima coscienza, evidentemente, basta più. Ecco infine la terza domanda: cosa significa questa ricerca per il dibattito sulle questioni di fine vita? Al momento è troppo presto, ma un domani si potrebbe mettere la risonanza magnetica al servizio del paziente. Ad esempio per chiedergli se ha bisogno di analgesici. Oppure per sapere se vuole proseguire o interrompere i trattamenti di sostegno vitale.  Ma sicuramente c'è già chi trova nei risultati appena pubblicati delle buone ragioni per opporsi alla sospensione delle cure nei malati che non sono in grado di comunicare. La discussione etica e politica, insomma, si potrebbe ulteriormente complicare.   (Anna Meldolesi, dal Riformista del 5 febbraio 2010)