Boncinelli Mori Casotto e altri ancora

EDOARDO BONCINELLI, genetista. «Incalzante ed eccezionalmente documentato, il libro di Anna Meldolesi è un modello di serietà e di impegno, sempre attento all’obbiettività, senza mai indulgere alla retorica e alle mitologie oggi imperanti. L’autrice è evidentemente convinta, come me, del fatto che la verità sia la migliore delle mitologie e che una buona causa si serva meglio sforzandosi di essere obbiettivi piuttosto che partigiani, perché i miti e i risentimenti passano, la verità resta. Anche con le migliori intenzioni, la non-verità resta non-verità, e non si sa mai quale uso se ne potrà fare in seguito. E che questa sia una buona causa non c’è proprio dubbio: non esiste nulla nella natura né nella cultura che possa consigliare di fare a meno di un così alto numero di esseri umani di sesso femminile, anche al di là di ogni considerazione suggerita dalla pietas».

MAURIZIO MORI, bioeticista. «Uno dei grandi pregi del libro di Meldolesi sta nel riuscire a trattare di un tema difficile che si presta a forti coloriture ideologiche riportandolo nell’alveo della trattazione scientifica. L’aborto è tema che scalda gli animi e suscita baruffe già di per sé. Se poi si parla di aborto selettivo attuato per evitare la nascita di donne, allora i toni si surriscaldano e il tema viene di solito usato dai pro-life per condannare in toto la pratica dell’aborto, quasi che gli oltre 100 milioni di donne mancanti siano frutto della legalizzazione della pratica. Ebbene, attraverso una rigorosa indagine scientifica, Meldolesi riesce a evitare i facili stereotipi e mostrare come le missing women siano il risultato di pregiudizi sessisti più che dei servizi che consentono l’aborto medicalmente assistito. In questo modo il tema del libro diventa un problema di difesa dei diritti civili delle donne».

UBALDO CASOTTO, giornalista. «Per 181 pagine Anna Meldolesi respinge l’emozione che quello che scrive suscita. Analizza, fornisce dati, confronta spiegazioni, non accetta facili risposte. Sull’aborto e su tante cose la pensa diversamente (molto diversamente) da me, ma non ho potuto non ammirare l’onestà intellettuale con cui ha affrontato, come lei stessa dice, le “perplessità” le “contraddizioni” e le “insidie della modernità” che chi si metta in una prospettiva no choice incontra di fronte agli aborti per la selezione del sesso. Leggendola mentre documenta i cento milioni di donne che mancano all’appello, in Cina, India, Corea, Caucaso sino al paradigmatico esempio del Canada; mentre spiega la diffusa pratica della selezione sessuale del terzo figlio (quando non del secondo nelle nuove generazioni di immigrati in Occidente) non potevo non pensare alle mie prime tre figlie. Femmine. L’idea della loro non esistenza mi sembra inconcepibile. Ed è, in effetti, inconcepibile chiamare “civile” una mondo che non reagisce di fronte a questo mostruoso (nei numeri e nell’idea stessa) divieto di vita. Anna Meldolesi confessa le sue remore lessicali a usare una “parola (che) è brutta”, ma l’insopportabilità di ciò che vede la convince a “non ripiegare su contorte definizioni alternative”. Quello che stiamo permettendo è un genericidio. La bruttezza della parola serva a farci inorridire di fronte alla bruttezza della realtà che significa».

CHANNAPATNA PRAKASH, genetista. «Come asiatico, e ancora di più come indiano, mi sono vergognato, silenziosamente, degli aborti selettivi dei feti di sesso femminile eseguiti nel mio paese natale e in Asia. Ora applaudo al coraggio di Anna Meldolesi, che ha affrontato questo terribile problema, che dovrebbe stare in cima alle nostre preoccupazioni e dovrebbe suscitare un’ondata di sdegno collettivo. Anna non ha avuto timore a guardare in faccia la realtà. Non mi consola il fatto che questa odiosa pratica si sia diffusa anche in altre regioni del mondo, sebbene su scala minore. Ma è una strana coincidenza, o forse un paradosso, che l’indagine di Meldolesi sia partita proprio dal paese da cui proviene la leader indiana Sonia Gandhi».

MARIA ILENA ROCHA, conduttrice. «I flussi migratori che hanno interessato i paesi occidentali negli ultimi trent’anni, hanno contribuito alla diffusione di nuove culture, tradizioni, costumi e comportamenti. In tale contesto, sono state mantenute pratiche “tradizionali cruente” fondate sul genere, come l’aborto selettivo dei feti femminili. Per alcune culture, la donna rappresenta un peso per la famiglia e per l’intera società, dove alla donna non è permesso avere l’uguaglianza giuridica rispetto all’uomo. Anna Meldolesi è riuscita a descrivere e mettere in luce questo fenomeno molto nascosto, facendo comprendere l’importanza di convincere le popolazioni che è possibile rinunciare a determinate pratiche senza per questo rinunciare, nella loro ottica, ad aspetti significativi della propria cultura».

ROSSELLA PALOMBA, demografa. «Il libro di Anna Meldolesi “Mai nate” l’ho cominciato a leggere per disciplina ideologica e per osservanza ad un tema demografico rilevante come è quello dell’eliminazione delle nasciture di sesso femminile in paesi come la Cina. L’ho continuato a leggere perché mi ha preso lo stile deciso, secco e senza reticenze. L’ho messo sul comodino dove tengo i libri già letti, ma che mi hanno fatto riflettere e che magari qualche volta riprendo in mano. In un momento storico in cui le donne non possono veramente dare nulla per scontato è un libro che tutte dovrebbero leggere».

CHRISTOPHE GUILMOTO, demografo. «Nonostante la loro lunga aspettativa di vita, le donne sono una minoranza nel mondo e questo non cambierà nei prossimi decenni. I demografi come me, che hanno lavorato in Cina, India o Albania, sanno perché, ma ci vogliono scrittori come Anna Meldolesi per raccontare per intero la storia della discriminazione prenatale del sesso. Una storia complessa che scaturisce dall’unione tra antiche usanze che alimentano la preferenza per il figlio maschio, da una parte, e le più recenti tecnologie riproduttive applicate all’ “ingegneria di genere” dall’altra. Quel che rende questo libro unico nel contesto europeo è che Anna ci porta da Cina e India fino agli Stati Uniti e al Caucaso, passando per Prato e le altre destinazioni dell’immigrazione in Italia. In effetti questo è il primo libro che mette in risalto e documenta la situazione italiana, ed è destinato ad accendere l’interesse del pubblico, delle organizzazioni della società civile e delle autorità locali. Spero davvero che presto avremo un libro simile scritto sulla Francia. Auguro a questo libro tutto il successo che merita, perché dimostra come i pregiudizi tradizionali, sfortunatamente, possono sfruttare la modernità tecnologica per manipolare la biologia, dall’Asia all’Europa».

ALBERTO OLIVERIO, psicobiologo. «Anna Meldolesi affronta un argomento che passa sotto silenzio ma che ha una forte dimensione etica e antropologica, quella dell’aborto selettivo che favorisce le nascite maschili. Con la consueta capacità professionale l’autrice ci mostra come la discriminazione nei confronti del sesso femminile abbia inizio già dopo il concepimento. Un libro documentato e rigoroso che riguarda anche la biologia perché mostra come i fenomeni culturali, nel bene e nel male, abbiano un impatto sull’evoluzione».

“Mai nate” è uno degli 11 libri dell’anno secondo il TG1. Il sondaggio continua fino a mercoledì 25 gennaio.

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Lucetta Scaraffia sulle donne mai nate

A un primo sguardo il libro di Anna Meldolesi Mai nate. Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne (Mondadori) sembra solo di denuncia, se pure di un tipo nuovo e importante. L’autrice, infatti, approfondisce da vari punti di vista — statistico, biologico e tecno-scientifico — l’allarme che Amartya Sen aveva lanciato in un celebre saggio del 1990: nel mondo mancavano cento milioni di donne, che avrebbero dovuto esserci ma non ci sono perché morte presto per incuria o addirittura mai nate. Un numero spaventoso, che supera il bilancio delle vittime di entrambe le guerre mondiali e quello delle grandi epidemie come la spagnola o l’aids.

Un dramma gigantesco — forse ancora maggiore numericamente di quanto denunciato da Sen — che fatica a trovare voce sia nei centri di ricerca che sui media. Meldolesi lo approfondisce sul piano della ricerca demografica, cercando di definire le vere dimensioni del “gendericidio” in corso, considerando che le stime devono tenere conto sia della tendenza naturale alla nascita di un numero leggermente superiore di maschi, sia di fenomeni storici come le migrazioni, che in genere coinvolgono maggiormente i soggetti di sesso maschile. Le variabili che spiegano numeri di donne diversi da quelli naturali sono quindi molte, e bisogna averle presenti.

L’autrice prende poi in esame le ragioni culturali che possono spingere all’eliminazione delle femmine: la patrilinearità tipica di sistemi patriarcali che non concedono alle donne nessuna garanzia e quindi nessun peso sociale, il ruolo delle religioni e, naturalmente, quelle che chiama «le insidie della modernità», cioè le possibilità di scoprire attraverso analisi mirate il sesso del nascituro, in modo da eliminare l’indesiderato con l’aborto. Meldolesi è consapevole di come le nuove tecniche mediche siano all’origine di un aggravamento del gendericidio, specialmente nei casi delle comunità immigrate, che spesso utilizzano l’assistenza medica dei Paesi dove si sono recate per operare l’antica selezione sessuale. Pensa però che questo sia solo un peggioramento iniziale, a cui farà seguito un nuovo equilibrio, dovuto all’inserimento degli immigrati nella cultura occidentale e quindi a un nuovo atteggiamento nei confronti delle donne. Questa speranza non la esime però dal sottolineare la frequenza e la gravità della selezione in atto, e la necessità di forme più attente di sorveglianza e di educazione all’eguaglianza dei sessi.

Ma la parte più interessante del libro, la più nuova, è quella in cui l’autrice — che pure si dichiara favorevole all’aborto e all’applicazione delle tecnoscienze — riflette sul fatto che è molto difficile combattere nello stesso tempo la battaglia per l’aborto più sicuro e quella contro il gendericidio, perché proprio l’aborto sicuro e legale contribuisce ad aumentare il numero delle femmine eliminate prima della nascita. E non solo: anche le campagne di controllo demografico, intervenendo con sterilizzazioni e aborti di massa, avrebbero contribuito ad aggravare questa realtà. «Il fatto che tante donne che non sono ignoranti né emarginate — scrive Meldolesi — decidano di abortire altre “donne”, ovviamente, è come un virus immesso nel sistema delle argomentazioni pro-choice e rappresenta una sfida per il pensiero femminista ma anche per tutti i progressisti». Il diritto di abortire, quindi, deve essere garantito indipendentemente dalle intenzioni di chi vi fa ricorso? L’eliminazione dei feti femmina non è forse solo una logica estensione del diritto dei genitori di controllare il numero, il timing, il distanziamento e la qualità dei figli, ormai generalmente considerato insindacabile? Queste le domande che si pone l’autrice.

Ma si può aggiungere una riflessione. Ancora una volta, dopo il caso dell’eugenetica della prima metà del Novecento, vengono alla luce i pericoli insiti nel “diritto” a controllare le nascite, a intervenire per decidere a chi concedere di venire al mondo e quando. Anche la mancanza di queste bambine segnala un pericolo a cui non si vuole pensare, e che riguarda, insieme a loro, tutta l’umanità. (Osservatore romano, 17 gennaio 2012)

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Domande scomode

«Anna Meldolesi ci parla in questo libro delle donne mai nate, dei feti femminili eliminati in alcuni paesi perché appartenenti ad un sesso giudicato inutile se non dannoso. Ma quelle donne mai nate, raccontate dalla scrittrice, quegli aborti selettivi fondati sul principio che “maschio è meglio” dicono molto della società in cui viviamo, del rapporto fra l’uomo, lo stato e la donna. Le nascite mancate illuminano sulla condizione femminile, sull’incontro non sempre positivo fra tradizione e nuove tecnologie e obbligano a domande scomode: la libertà di interrompere la gravidanza, che per molte ha significato e significa il pieno possesso del proprio corpo, può anche diventare il suo contrario? Può essere una nuova terribile forma di imposizione e di cancellazione? E in questo caso che cosa dicono le donne che pensano di essere libere?».

Ritanna Armeni, giornalista, il suo ultimo libro è “Parola di donna. Le 100 parole che hanno cambiato il mondo raccontate da 100 protagoniste d’eccezione” (Adriano Salani editore 2011), nel quale io ho curato la voce “scienza”   

“Mai nate” è in lizza come libro dell’anno

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L’anno di Turing

A Newton e Darwin non dispiacerà. Con l’arrivo del nuovo anno nel pantheon della scienza si accomoda un altro geniale figlio della Gran Bretagna: Alan Turing. “Fondatore della computer science, matematico, logico, crittografo di guerra, vittima del pregiudizio”, per le didascalie ufficiali. “L’uomo che sapeva troppo”, per il titolo della biografia firmata da David Leavitt. “L’emarginato che ci ha regalato il mondo moderno”, secondo il Sunday Times.

Il foglio domenicale d’oltremanica ha dato il là alle celebrazioni per il centesimo anniversario della nascita. Il 2012 sarà scandito da convegni, francobolli, documentari (splendido quello da poco trasmesso su Channel 4), forse persino un film con Leonardo DiCaprio. Tutto questo rumore rompe, finalmente, un silenzio durato decenni, che ha confinato la fama di Turing tra scienziati e appassionati di informatica. La scultura che gli è stata dedicata tardivamente in un parco di Manchester lo ritrae seduto in panchina. Enigmatico mentre soppesa una mela dai tanti significati: simbolo di scoperte epocali, dell’amore omosessuale proibito per legge, di un suicidio che si dice ispirato alla storia di Biancaneve. Il Sunday Times, invece, ne fa un’icona pop. Via la mela, in mano spunta l’iPhone. Nel bel ritratto d’epoca ritoccato dal giornale per l’occasione, Turing sorride, felice e connesso. [...]

(Anna Meldolesi, dal supplemento culturale del Corriere della sera dell’8 gennaio,)

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Sette donne per ogni uomo

«Vi confesso che non appena ho letto il sottotitolo di Mai nate, libro di Anna Meldolesi, mi è tornata in mente una leggenda metropolitana adolescenziale che tutti i ragazzini in età da scuola media inferiore si sono tramandati come un mantra per qualche generazione: per ogni uomo sulla Terra ci sono sette donne. (Qualcuno ci crede ancora a settant’anni suonati, ma questa è un’altra storia…). Ebbene, scordatevelo. Il sottotitolo del libro è, infatti, “Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne”. Prende spunto da un’osservazione di Amartya Sen di vent’anni fa, secondo la quale, appunto, assommerebbe a 100 milioni il numero delle donne “mancanti” a causa di negligenza, infanticidi, aborti sesso-specifici. In altre parole, a causa della selezione del sesso del nascituro o, peggio, dell’eliminazione del neonato praticata in numerosi paesi soprattutto asiatici, e in particolare Cina, India e Corea del Sud. Si sa, diranno in molti. Una storia vecchia. Forse, ma è meno vecchia se, con l’aumentare del numero di immigrati, pensate che accade qui e ora, a due passi da casa vostra. E in ogni caso resta un fenomeno di cui si parla sempre troppo poco, se non per nulla, date le proporzioni da genocidio epocale. E poi ci sono ottime ragioni per leggere Mai nate. Perché è dannatamente difficile scrivere un libro su un argomento del genere che sia al tempo stesso sostenuto da una documentazione scientifica solidissima e scevro da ogni forma di ideologia o di dogmatismo. Perché in una stagione farcita da equilibrismi retorici penosi l’equilibrio con cui Anna Meldolesi affronta una storia in cui si intrecciano temi di scienza, etica, politica e società è merce rara e preziosa. E perché, lo vogliate o no, questa storia ha un non so che di familiare con una concezione della donna subalterna che sta tornando pericolosamente a farsi largo anche nella nostra, di società».

Marco Cattaneo è il direttore di Le Scienze

per votare il libro dell’anno http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/sondaggio.html?idSond=SondaggioTG1n22

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Mi mancano moltissimo, tutte

«Cento milioni di donne, morte prima del tempo o mai nate. Sono rimasta inchiodata a pen­sare a questa perdita insensata, a queste bambine che non hanno avuto la possibilità di crescere e di lasciare un segno – piccolo o grande – del loro passaggio nel mondo. Forse tra quei cento mi­lioni di donne c’era un’ambasciatrice destinata a portare la pa­ce in Medio Oriente. O forse la scienziata in grado di scoprire la cura per sconfiggere il cancro. O forse ancora, chissà, l’autrice di romanzi senza tempo in cui generazioni e generazioni di lettori avrebbero continuato a riconoscersi, emozionandosi. Oppure no. Oppure erano cento milioni di donne cosiddette «normali»: figlie, mamme, amiche, mogli, sorelle, compagne che al mondo avrebbero consegnato «soltanto» la loro magnifica unicità di es­seri umani. A me mancano moltissimo, tutte».

Giulia Bongiorno, Presidente della Commissione Giustizia della Camera

Per votare il libro dell’anno http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/sondaggio.html?idSond=SondaggioTG1n22

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IL DISAGIO DELLA CIVILTA’

«Il mondo è complicato e pure pieno di problemi. In genere ci lagniamo e forse più del dovuto, oppure ci meravigliamo  e tendiamo a scuotere la testa quando ci accorgiamo che questi problemi non sono ideali, non sono il prodotto di ovvi sfruttamenti o patologie varie, ma anzi nascono, per esempio, dalla conquista di diritti civili come quello all’aborto. E’ il disagio della civiltà, in fondo: milioni di donne mai nate, perché in alcuni Stati e in alcune comunità si pratica l’aborto preventivo per selezionare il sesso. Abbiamo due possibilità, far finta di niente o occuparcene. Anna Meldolesi ha una sensibilità fatta di caparbietà e ostinazione e curiosità verso ciò che è così ovvio da immobilizzare la nostra conoscenza. Dunque, ha indagato sulle ragioni del disagio della civiltà. Metodo, rigore e analisi sono assicurati. Il libro (“Mai nate”, Mondadori Università) spiega le ragioni culturali di questo problema e nel farlo usa strumenti antropologici, geopolitici, economici. Viene fuori una rappresentazione del mondo di oggi, in bilico tra modernità e civiltà e zone oscure molto dense. Illuminarle è un dovere, lo dobbiamo, in fondo, alla nostra idea, e ai nostri buoni propositi, di civiltà. Questo libro, infine, è anche un’indagine sulla cultura maschile. Sul cattivo influsso che ancora detiene sulla società. Come maschio e meridionale mi sento tirato in causa. Le ragioni che causano gli aborti selettivi risiedono in un pregiudizio maschile e molte di queste dinamiche mi sono note. Accentuarle solo di un grado può costare un danno alla civiltà. Siccome civiltà significa cultura, una buona indagine culturale, cioè libera da pregiudizi ideologici, è la sola possibilità che abbiamo per cercare una possibile soluzione».

Antonio Pascale, scrittore, il suo ultimo libro è “Questo è il paese che non amo” (Minimum Fax 2010). Il libro dell’anno si può votare anche oggi http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/sondaggio.html?idSond=SondaggioTG1n22

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Il fallimento della nostra cultura

«Il libro di Anna Meldolesi solleva il velo su un fatto sconvolgente: l’aborto selettivo dei feti femminili – il genericidio – è qui tra noi, nelle comunità di immigrati. Vivere nella società occidentale non li induce ad abbandonare i loro valori tradizionali, quelli per cui un figlio maschio è molto più desiderabile di una femmina, ma solo ad usare le risorse tecnologiche e sanitarie disponibili. Come affrontare questa realtà, senza mettere in discussione il diritto delle donne ad accedere all’aborto volontario? L’autrice ci fa riflettere, con intelligenza e sensibilità, su quello che potrebbe essere uno dei più grandi fallimenti della nostra cultura».

Claudia Mancina insegna etica dei diritti, il suo ultimo libro è “La laicità al tempo della bioetica” (Il Mulino 2009). Anche oggi si può votare il libro dell’anno. http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/sondaggio.html?idSond=SondaggioTG1n22

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Un pugno contra la filosofia della differenza

 «Il figlio maschio a tutti i costi, la figlia femmina da eliminare. Sempre a tutti i costi. Non si tratta solo di una denuncia di perversioni tradizionali che riguardano omicidi considerati necessari, oltre che leciti, ma, anche, soprattutto di un pugno conferito con elegante forza alla filosofia della differenza sessuale. Pugno contro l’idea che i sessi siano solo due, e continuino a rappresentare il modo migliore attraverso cui categorizzare gli individui. Pugno, che ci proviene da una scrittrice che viene dal mondo della scienza, colta, capace di raccontare a tutti noi, con franca precisione e passione, un dramma che limita la nostra possibilità di esprimerci  personalmente, nelle nostre magnifiche singolarità. Anna Meldolesi ci chiede perché, senza alcuna retorica, in “Mai nate”, volume niente affatto costruito a tavolino (accade il contrario spesso) per scalare le classifiche, o rivelare il proprio narcisismo, o mettere in piazza il proprio dolore privato, spacciandolo per pubblico. Volume che non contiene vergogna, né desiderio di dimenticare, né utilizzo di alcunché, bensì precarietà e potenza della vita e dei pensieri. Un volume in cui con amarezza e delicatezza, Anna Meldolesi ci aiuta, in realtà, ad amare con unicità, serietà, non solo in relazione alla genitorialità» .

Nicla Vassallo, filosofa, il suo ultimo libro è “Per sentito dire” (Feltrinelli 2011)

anche oggi si può votare il libro dell’anno qui http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/sondaggio.html?idSond=SondaggioTG1n22 

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Mai nate libro dell’anno?

“Tutti gli studi empirici, in ambito antropologico, sociologico e psicologico, dimostrano che nelle società in cui le donne acquisiscono maggiore autonomia e potere decisionale si riduce la violenza e aumenta ricchezza, salute, felicità ed eguaglianza. Anna Meldolesi dimostra che presso le popolazioni asiatiche (ma anche presso altre culture) che stanno assumendo il controllo economico del pianeta persistono pratiche arcaiche di selezione del sesso ai danni delle donne, che non solo producono una inaccettabile ingiustizia e un pericoloso squilibrio nel rapporto naturale tra i sessi, ma privano le società della capacità di evolvere verso livelli di eguaglianza sociale ed economica tipici di sistemi democratici modernamente civili. Il libro è una lettura imprescindibile se si vuole capire, al di là di spiegazioni di comodo, e di denunce e appelli umanitari largamente inefficaci, le basi evolutive e antropologiche di un fenomeno che mette a rischio, con le potenziali minacce che ne conseguono, le aspettative di transizione o evoluzione in senso democratico e liberale degli imperi economici emergenti”.

Questo è il giudizio di Gilberto Corbellini, storico della medicina alla Sapienza, ed è la prima buona ragione per votare “Mai nate”. Il mio libro è stato selezionato dal TG1 tra gli 11 migliori titoli del 2011, chi vuole può votare qui http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/sondaggio.html?idSond=SondaggioTG1n22

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